Il 68° viaggio di solidarietà e speranza della Fondazione Santina in Siberia, con tre amici: Pavel, Aleksandr e Fëdor

Copertina
Condividi su...

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 23.10.2025 – Vik van Brantegem] – Come abbiamo annunciato [La Fondazione Santina ristruttura un refettorio per bambini poveri in Siberia – 26 settembre 2025], in occasione del 68° Viaggio di solidarietà e di speranza in Siberia, che Mons. Luigi (Don Gigi) Ginami, Presidente della Fondazione Santina e dell’Associazione Amici di Santina Zucchinelli svolgerà dal 24 al 28 ottobre 2025, verrà inaugurato a Novosibirsk un refettorio per bambini poveri in Russia. Dopo il primo report In viaggio con due donne e tre autori di Don Gigi per il viaggio, che avrà come tema La speranza vede l’invisibile, sente l’intangibile e realizza l’impossibile, che abbiamo pubblicato il 16 ottobre 2025, e il secondo report, con cui ha presentato Don Alfredo Fecondo, un missionario in Siberia, dove la misericordia di Dio scoglie i cuori, che abbiamo pubblicato il 21 ottobre 2025, riportiamo di seguito il suo terzo report, in cui presente tre “compagni di viaggio”: Pavel Aleksandrovič Florenskij, Aleksandr Isaevič Solženicyn e Fëdor Michajlovič Dostoevskij.

Report 68/3 – In viaggio con tre amici: Pavel, Aleksandr e Fëdor

In questo straordinario viaggio in Siberia, oltre a Blanca e Galina, mi sono scelto con cura tre amici che possano dare al viaggio una particolare luce nei brevi frammenti di tempo che soggiornerò in Russia. Vorrei che questo viaggio mi curasse dentro, mi curasse l’anima. Ho scelto con scrupolo i partecipanti al 68° viaggio di solidarietà e di speranza in Siberia e sono giunto così a tre nomi: Pavel, Aleksandr e Fëdor.

Perché ho scelto loro? Prima di raccontarvi chi siano vi dico le tre idee che mi hanno spinto a sceglierli:

Scelgo Pavel perché mi ha insegnato l’arte di resistere al peso dell’angoscia e della malinconia, cercando invece di trovare sempre una ragione per gioire.

Scelgo Aleksandr perché come lui inebriato dai successi giovanili mi sentivo infallibile e quindi ero crudele. Ma sulla paglia marcia del lager avvertii in me il primo fievole battito del bene. Pur non avendo mai vissuto l’esperienza di un lager, la conquista del primo fievole battito del bene l’ho avvertito veramente e profondamente prendendo le distanze dai successi giovanili.

Infine in aereo con me siederà Fëdor per il suo grande insegnamento sulla felicità, ecco qui alcune sue profonde parole: “L’uomo è infelice perché non sa di essere felice. Soltanto per questo. Questo è tutto, tutto! Chi lo comprende sarà subito felice, immediatamente, nello stesso istante”.

Non mi era mai capitato di compiere un viaggio di solidarietà con tre così grandi amici. E non so se sarà di più il luogo che visiterò o la loro presenza a ispirare il mio viaggiare solidale. So solo una cosa, che loro tre saranno capaci di rendermi più vicini ai poveri che incontrerò.

Siete curiosi di conoscerli? Allora dove solo leggere i seguenti paragrafi, con mie parole cercherò di raccontare anche a voi cosa di loro mi colpisce.

Pavel è proprio adatto allo scopo e penso che il più grande insegnamento che mi può dare Pavel Aleksandrovič Florenskij è proprio l’arte di resistere al peso dell’angoscia e della malinconia, cercando invece di trovare sempre una ragione per gioire. Ed allora forse è bene che vi racconti sinteticamente chi è Pavel. Lo sento un amico e lui sull’amicizia ha scritto cose bellissime come questa: “Se i rapporti stretti ben dispongono alle emozioni concordi, il loro terreno più propizio è l’amicizia […] La potenza e la difficoltà dell’amicizia non si esprimono in un pirotecnico attimo d’eroismo, ma nella placida fiammella della pazienza di tutta una vita”.

Pavel signaletiche
Le foto segnaletiche – scattate dall’OGPU (Direzione Politica di Stato Generale) dopo il suo primo arresto avvenuto il 27 febbraio 1933 – di Pavel Aleksandrovič Florenskij, teologo, presbitero della Chiesa Ortodossa Russo, fisico, matematico, filosofo, elettrotecnico e poeta. Condannato dal NKVD-Commissariato del Popolo per gli Affari Interni dell’Unione Sovietica con la falsa accusa di propaganda trockista controrivoluzionaria è stato ucciso l’8 dicembre 1937 con un colpo di arma da fuoco alla nuca.

Florenskij è nato il 9 gennaio 1882. Lo voglio con me in viaggio, perché fu deportato nei campi di prigionia siberiani, precisamente nelle isole Solovki, conosciute anche come l’Arcipelago Gulag [*]. Non aveva violato una legge specifica, ma la sua colpa risiedeva nel rifiuto di rinunciare alla fede religiosa in nome di un’ideologia umana. La sua religione guidava ogni suo pensiero e opera, rendendolo incompatibile con il regime totalitario, che lo considerava un soggetto da “rieducare”. Quella rieducazione avveniva tra mura spoglie e fredde, in condizioni disumane, mentre gli veniva imposto di condurre ricerche sull’estrazione dello iodio dalle alghe. In mezzo alla solitudine più profonda e al perpetuo suono delle onde, talvolta unica dolcezza in quei luoghi desolati, Pavel continuava a scrivere. Lavorava al poema Oro e produceva lettere cariche di affetto per la moglie Anna e i figli, a cui dedicò anche un’autobiografia intitolata Ai miei figli. Memorie di giorni passati (Mondadori). Quelle lettere, raccolte nel volume Non dimenticatemi (Mondadori), testimoniano l’amore di un padre verso i propri figli e la devozione di un marito verso la propria compagna. Nonostante la privazione e le sofferenze quotidiane, evitava di descrivere il suo dolore nelle missive, preferendo raccontarsi come uno scienziato impegnato nelle sue ricerche e promettendo ai suoi cari che presto sarebbe tornato. Nei suoi scritti emergono insegnamenti preziosi: ai figli raccomandava lo studio, ma anche il tempo per il gioco e la musica; suggeriva loro di imparare a suonare uno strumento musicale e spiegava come leggere un libro con attenzione, analizzando parole e punteggiatura per comprenderne le scelte dell’autore. Parole semplici con cui trasmetteva lezioni profonde sulla vita: resistere al peso dell’angoscia e della malinconia, cercando invece di trovare sempre una ragione per gioire. Scrisse: “I dispiaceri, nella vita, non si possono evitare; ma i dispiaceri consapevolmente e alla luce degli avvenimenti generali ci educano e arricchiscono, e in seguito portano i loro frutti positivi. Per questo, mio caro figliolo, sii calmo, confida in un futuro migliore, non agitarti e cerca, in ogni istante, di approfittare di ciò che hai, facendo tutto ciò che si può fare in questo tempo” (Pavel Aleksandrovič Florenskij, Non dimenticatemi, 1935).

Florenskij credeva fermamente che nulla si perdesse del tutto: ciò che ha valore rimane, anche se invisibile al presente. Il passato non andava visto come definitivamente concluso ma solo momentaneamente lontano. Così scriveva: “Tutto passa, ma tutto rimane. Questa è la mia sensazione più profonda: che niente si perde completamente, niente svanisce, ma si conserva in qualche modo e da qualche parte. Ciò che ha valore rimane, anche se noi cessiamo di percepirlo […] Al passato non abbiamo detto addio per sempre, ma solo per breve tempo”.

Anche nell’oscurità della prigionia nel Gulag, Pavel non dimenticò le persone conosciute nel corso della vita: ricordava dettagli unici su ciascuno di loro e si interessava al loro destino. Scriveva loro lettere o chiedeva notizie alla moglie.

L’8 dicembre 1937 segnò la fine della sua vita. Neve candida cadeva lenta sulle terre ghiacciate delle Isole Solovki, nell’Arcipelago Gulag. Piccoli fiocchi di neve candida si posavano al suolo, delicati ma implacabili, come i corpi senza vita dei prigionieri. Era una giornata d’inverno cupa, fredda, e il sole non si affacciava a illuminare nemmeno uno dei tanti sentieri ghiacciati delle Isole Solovki. Una schiera di poliziotti osservava silenziosa il plotone d’esecuzione, pronto a compiere il suo macabro dovere. I condannati, spalle al muro, tremavano e piangevano, percorsi da un terrore che piegava ogni resistenza. Tra di loro c’era anche Pavel Aleksandrovič Florenskij, che, pur consapevole della fine imminente, alzava gli occhi verso un cielo trapunto di stelle, vasto e indifferente nella sua incomprensibile immensità ed eterna quiete.

Il secondo amico che ha accettato di venire con me a Novosibirsk si chiama Aleksandr. Di lui mi colpisce molto una sua espressione che rivedo oggi vera per me; pur non avendo mai fatto esperienza di un lager, la perdita dei successi giovanili, mi ha trasformato profondamente, ecco la citazione: “Inebriato dai successi giovanili mi sentivo infallibile e quindi ero crudele. Ma sulla paglia marcia del lager avvertii in me il primo fievole battito del bene”.

Definire Aleksandr Isaevič Solženicyn un grande scrittore è certamente corretto, ma al contempo riduttivo. La sua imponente opera letteraria supera l’indiscusso valore culturale che lo colloca nella tradizione dei giganti della letteratura russa come Lev Tolstoj e Fëdor Dostoevskij.

Attraverso i suoi scritti e la sua stessa vita, Solženicyn ha rappresentato valori alti e universali: l’indipendenza, l’autonomia di pensiero e il coraggio di chi lotta per la libertà. Sebbene oggi sia meno conosciuto e letto rispetto a qualche decennio fa, la sua influenza sulla cultura occidentale resta immensa. È stato il primo a denunciare, come diretto testimone e vittima, la natura del regime sovietico: ne ha svelato i meccanismi totalitari e gli orrori quotidiani dei Gulag.

Nato l’11 dicembre di cento anni fa a Kislovodsk, da una famiglia benestante di kulaki, vide le proprietà familiari espropriate. A 23 anni fu arrestato per la prima volta: una lettera privata con critiche a Stalin, intercettata, gli costò otto anni nei Gulag siberiani. Durante le notti, al lume di candela, scriveva di nascosto: così nacque Una giornata di Ivan Denisovič, il racconto di una giornata apparentemente semplice in un Gulag sovietico degli anni Cinquanta.

Porto con me in Siberia Aleksandr perché la sua storia mette in luce come, nonostante il gelo, la crudeltà e l’oppressione, si possa preservare la dignità e la fierezza dell’essere umano. Il racconto fu pubblicato il 18 novembre 1962 sulla rivista Novyj Mir, grazie all’appoggio del Direttore Aleksandr Tvardovskij. La pubblicazione avvenne in un periodo di timida destalinizzazione sotto Nikita Chruščëv, che consentì la divulgazione di nuove opere, inclusa quella di autori come Solženicyn ed Evgenij Evtušenko. Tuttavia, il clima si irrigidì rapidamente con l’arrivo di Leonid Brežnev al potere. Chruščëv fu allontanato e lo stesso Tvardovskij, bersagliato da dure critiche dell’Unione degli Scrittori Sovietici, si dimise dalla direzione della rivista. Nonostante tutto, Solženicyn proseguì la sua opera. Scrisse Padiglione cancro e successivamente l’imponente Arcipelago Gulag, un monumento letterario che, oltre a testimoniare la sua esperienza personale, raccontava le vicende di 227 ex prigionieri perseguitati dal regime comunista. L’opera descriveva con precisione la vita nei campi di lavoro forzato, i brutali interrogatori, le rivolte dei detenuti e le feroci repressioni.

Mentre in Unione Sovietica i suoi libri venivano censurati e diffusi clandestinamente in pochi esemplari dattiloscritti, in Occidente furono pubblicati con grande risonanza. Le opere di Solženicyn fecero luce sulla realtà sovietica in paesi come Francia, Regno Unito, Scandinavia, Germania, Stati Uniti, ecc. In Italia, invece, gran parte della stampa progressista e di sinistra ignorò o attaccò duramente Arcipelago Gulag. Una delle poche eccezioni fu Bettino Craxi, leader del Partito Socialista Italiano, che dedicò al libro un importante articolo sul Avanti!, riconoscendone il valore e l’importanza.

Nel 1970 Solženicyn ricevette il premio Nobel per la letteratura, ma non andò a ritirarlo per timore che il regime sovietico gli proibisse di tornare in patria e trattenesse prigioniera la sua famiglia.

Perseguitato per il reato tipico dei regimi totalitari – raccontare la verità storica, preservandone la memoria contro l’oblio e le manipolazioni – Solženicyn rappresentava una figura scomoda non solo per i sostenitori del comunismo. Mentre rifiutava apertamente il sistema comunista, si mostrava altrettanto critico nei confronti delle democrazie liberali occidentali, che considerava eredi ideologiche della Rivoluzione francese.

Quattro anni più tardi viene espulso, inizialmente “deportato” nella Germania dell’Est; in seguito riesce a espatriare verso l’Occidente. Finalmente riceve il premio e tiene un discorso memorabile, parlando a nome dei milioni di uomini e donne cancellati dalla brutalità dei Gulag del comunismo realizzato. A Roma, ha l’occasione di incontrare Papa Giovanni Paolo II. Con il Papa polacco dialoga a lungo, senza bisogno di traduttori. Karol Wojtyła gli confida di essersi spesso ispirato a lui e di aver riflettuto profondamente sui suoi scritti.

Si trasferisce inizialmente in Svizzera e successivamente negli Stati Uniti, dove però non si integra nella società americana; apprende solo poche parole d’inglese, a malapena. Nel 1994, dopo il crollo del sistema sovietico, fa ritorno in Russia. Il suo arrivo è simbolico: atterra a Kolyma, uno dei Gulag sovietici più orrendi. Da lì intraprende un lungo viaggio in treno che lo porta da Vladivostok a Mosca. Sei anni dopo fa pace con la sua patria amata, da cui era stato a lungo perseguitato, accettando persino un incontro con Vladimir Putin. Il 3 agosto 2008 viene stroncato da un infarto, all’età di 89 anni.

Cosa rimane oggi di Solženicyn? Si tratta indubbiamente di uno dei più grandi scrittori del Novecento, non solo in ambito russo ma in quello mondiale. Una figura complessa, difficile da comprendere fino in fondo, profondamente legata alla cultura e all’anima russa. Non fa alcuna concessione al comunismo, ma allo stesso tempo respinge l’idea che sia una conseguenza inevitabile della società zarista russa. Piuttosto, lo interpreta come un prodotto dell’Occidente, considerandolo un erede autentico della Rivoluzione francese del 1789. Non si riconosce nelle società liberali occidentali, che anzi condanna con fermezza. Il suo pensiero trova profonde radici nei valori e nella visione letteraria di Dostoevskij.

Infine, il terzo amico che viene con me venerdì prossimo a Novosibirsk si chiama Fëdor. La sua vita è stata un canto sofferto alla felicità: “L’uomo è infelice perché non sa di essere felice. Soltanto per questo. Questo è tutto, tutto! Chi lo comprende sarà subito felice, immediatamente, nello stesso istante”.

Fëdor Michajlovič Dostoevskij ha vissuto in Siberia gli anni di lavori forzati che cambiarono per sempre il suo destino letterario. Dostoevskij è universalmente considerato uno dei massimi esponenti della letteratura russa e mondiale, ma non tutti sanno che una parte decisiva della sua formazione, sia umana che intellettuale, si consumò nel gelo e nella sofferenza della Siberia. Arrestato nel 1849 per le sue idee politiche, trascorse quattro anni di lavori forzati in un campo di prigionia a Omsk, un’esperienza che tracciò solchi profondi nella sua futura produzione letteraria.

Dostoevskij era un giovane scrittore emergente, noto soprattutto per il suo primo romanzo Povera gente. Le sue idee progressiste, tuttavia, lo portarono a unirsi al Circolo Petrasevskij, un gruppo di intellettuali che discutevano questioni legate a idee socialiste e riformiste, giudicate sovversive dallo zar Nicola I. L’11 aprile dello stesso anno fu arrestato e imprigionato nella Fortezza di Pietro e Paolo a San Pietroburgo. Qui rimase in attesa del suo destino, finché, a dicembre, arrivò la condanna a morte. Tuttavia, sul patibolo, appena prima dell’esecuzione, giunse l’ordine dello zar per commutare la pena in quattro anni di lavori forzati in Siberia, seguiti da obblighi di servizio militare. Questo crudele stratagemma psicologico, che lo vide fronteggiare una finta esecuzione prima della “grazia”, lasciò un segno indelebile nella mente e nell’anima di Dostoevskij.

I campi di prigionia in Siberia sono stati per lungo tempo uno strumento fondamentale del sistema punitivo dell’Impero russo. Fin dal XVIII secolo, sotto Pietro il Grande, questa regione remota e ostile divenne luogo di esilio per dissidenti politici e criminali comuni. Nel XIX secolo migliaia di detenuti vi furono inviati a sopravvivere in condizioni precarie: le baracche in legno non erano riscaldate, l’igiene era inesistente, il lavoro era massacrante e le punizioni fisiche severissime. I rigidi inverni siberiani e le malattie mietevano molte vittime, rendendo l’esilio quasi sempre una condanna alla morte lenta.

Per Dostoevskij, come per molti altri intellettuali e rivoluzionari – tra cui anche Vladimir Lenin – la Siberia rappresentò una tortura fisica e psichica volta a reprimere ogni forma di opposizione politica. Dostoevskij affrontò quattro anni nei bagni penali di Omsk, in condizioni disperate. Il regime era scandito da fatiche implacabili e punizioni costanti. I prigionieri condividevano spazi angusti con criminali incalliti e dormivano accalcati su tavole fredde, ostaggio di parassiti e delle rigide temperature invernali. L’alimentazione era scarna e monotona, ridotta a pane nero e brodaglie insipide. Eppure, nonostante queste difficoltà, Dostoevskij riuscì a osservare attentamente i suoi compagni di sventura, analizzandone la psicologia e raccogliendo ispirazione per i suoi futuri capolavori. Pur essendogli vietato scrivere durante la prigionia, la sua straordinaria memoria divenne un rifugio per immagazzinare le esperienze vissute in quegli anni. Fu proprio in quel contesto esasperante che sviluppò una visione più profonda della condizione umana e della spiritualità, elementi centrali nella sua opera successiva.

Nel 1854 Dostoevskij lasciò il campo di prigionia, ma la sua pena non era ancora del tutto conclusa: gli anni successivi lo videro impegnato nel servizio militare obbligatorio in Kazakistan. Durante questo periodo incontrò la sua prima moglie, Marija Dmitrievna, e iniziò una nuova fase della sua vita, segnata da una maggiore introspezione e da un rinnovato fervore religioso.

Dopo essere tornato alla scrittura, nel 1861 pubblicò Memorie dalla casa dei morti, un romanzo ispirato direttamente alla sua esperienza in Siberia. L’opera suscitò grande interesse nella società russa, offrendo una testimonianza cruda e realistica della vita nei bagni penali. Questo libro segnò l’inizio della maturità artistica dello scrittore, che nei decenni successivi avrebbe dato vita a capolavori come Delitto e castigo, I demoni e I fratelli Karamazov.

Gli anni trascorsi in Siberia non spezzarono Dostoevskij, ma al contrario lo trasformarono in uno degli scrittori più profondi e influenti della storia. La sua esperienza nel campo di prigionia gli permise di sviluppare una comprensione unica della sofferenza, della redenzione e della complessità della natura umana, elementi che sarebbero diventati il fulcro della sua narrativa. La sua storia è una testimonianza di come anche le esperienze più dure possano diventare fonte di ispirazione e cambiamento, rendendo Dostoevskij non solo un gigante della letteratura, ma anche un esempio di resilienza e profondità umana.

[*] L’Arcipelago Gulag, l’ampia e fitta rete di campi di concentramento sovietici, è affiorato alla coscienza del mondo solo nel 1973, con la pubblicazione del romanzo autobiografico di Aleksandr Solzenicyn. Da allora, e in particolare dopo il crollo dell’Unione Sovietica, documenti a lungo tenuti nascosti hanno gettato nuova luce sul ruolo svolto dal Gulag: oltra a essere lo strumento repressivo di ogni forma di opposizione politica e sociale, esso fu l’arma segreta di Stalin, che fece del lavoro coatto la base dell’industrializzazione del paese.

Il Gulag, acronimo di Glavnoe upravlenie ispravitel’no-trudovych lagerej (Direzione principale dei campi di lavoro correttivi) è stato il ramo del NKVD, acronimo di Narodnyj Komissariat Vnutrennich Del (Commissariato del Popolo per gli Affari Interni), la polizia politica dell’URSS, che istituì il sistema penale dei campi di lavoro forzato, sostituendo il precedente sistema carcerario zarista. Benché questi campi fossero stati pensati per la generalità dei criminali, il sistema è noto soprattutto come mezzo di repressione degli oppositori politici dell’Unione Sovietica. Il NKVD era attivo nella Russia Sovietica dal 1917 al 1930 e poi, riorganizzato a livello centrale, in Unione Sovietica dal 1934 al 1946.

Complessivamente circa 18 milioni di persone, non solo sovietici, sono passati dal Gulag. Il numero massimo di prigionieri fu raggiunto nel 1950 con circa 2,5 milioni di reclusi. Il tasso di mortalità nel Gulag prima della Seconda Guerra Mondiale oscillava tra il 2,1% e il 5,4%, picco massimo registrato nel 1933. Durante la Seconda Guerra Mondiale, nel contesto delle scarse condizioni di vita dei prigionieri, si raggiunse un tasso del 24,9%. Fino alla dissoluzione dell’Unione Sovietica non vi erano dati certi sui decessi dei reclusi e diversi media occidentali ipotizzarono diversi milioni di morti. Secondo i documenti degli archivi sovietici, dove erano stati catalogati gli internati e i decessi, fra il 1930 ed il 1956 si sarebbe registrato un totale di 1.606.748 morti, dei quali 932.268 (il 58% del totale) nel periodo 1941-1945, su circa 18 milioni di persone che, secondo gli storici più accreditati, sono Nel libro Gulag. Storia dei campi di concentramento sovietici (Mondadori 2017, 747 pagine [AMAZON]), Anne Applebaum ricostruisce il sistema sovietico dei campi, dalla sua nascita subito dopo la Rivoluzione d’ottobre al suo smantellamento negli anni ottanta.

151.11.48.50