Il “brutto pasticcio” nel caso Becciu oscurerà il vero problema che affligge la giustizia vaticana?
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 29.09.2025 – John L. Allen Jr.] – Lo scorso giugno è apparso un libro di un veterano intellettuale italiano di nome Alberto Vacca, il cui titolo sembrava catturare perfettamente la squallida realtà del cosiddetto “Processo del Secolo” in Vaticano. Era: Quer pasticciaccio brutto del processo Becciu: Un caso surreale di giustizia ingiusta.
“Brutto pasticcio” sembra più che appropriato, visto che stiamo parlando di un processo costellato di irregolarità procedurali, in cui il procuratore capo era accusato di collusione con due losche laiche italiane per manipolare la testimonianza del testimone chiave, e in cui il giudice che presiedeva il processo è ora sotto inchiesta in Sicilia per presunti legami con la mafia. Questo è il processo che avrebbe dovuto rappresentare una svolta nella stampa vaticana sotto Papa Francesco, in nome di una maggiore trasparenza e responsabilità, e che invece si è trasformato, almeno nell’immaginario collettivo, in sinonimo di farsa giudiziaria.
Riassumendo, il processo si è incentrato su un fallito affare immobiliare da 400 milioni di dollari a Londra, e ha visto accuse di reati finanziari a carico di dieci imputati, tra cui, per la prima volta in assoluto, un cardinale della Chiesa Cattolica, il Cardinale italiano Angelo Becciu. Alla fine, il collegio di tre giudici ha ritenuto nove dei dieci colpevoli di almeno alcune delle accuse, e lo stesso Becciu è stato condannato a cinque anni e mezzo di carcere.
Alla fine, quei verdetti hanno colpito un ampio spettro di opinioni, tra cui una buona parte del Collegio Cardinalizio, come un esercizio di giustizia da camera stellata, con le carte truccate a sfavore degli imputati fin dall’inizio, in parte per diretto editto papale. La situazione è peggiorata a tal punto che alcuni commentatori Italiani hanno addirittura paragonato Becciu – che, a dire il vero, non è mai stato una figura simpatica quando era al culmine del suo potere in Vaticano – a Dreyfus, in quanto vittima ingiustamente perseguitata per motivi politici.
La fase d’appello del processo, apertasi la scorsa settimana [*], non ha fatto molto finora per riabilitare l’immagine del processo originale.
Innanzitutto, il collegio giudicante, presieduto dal giudice presidente, l’Arcivescovo Alejandro Arellano Cedillo, spagnolo e membro della Comunità degli Operai del Regno di Cristo, ha accolto una mozione della difesa per la ricusazione del procuratore capo del Vaticano, l’esperto avvocato della mafia italiano Alessandro Diddi, per presunta cattiva condotta. Nello specifico, la difesa ha sostenuto che una serie di messaggi WhatsApp pubblicati di recente sui media italiani, confermano che Diddi ha cospirato con Francesca Immacolata Chaouqui, nota per lo scandalo Vatileaks 2.0, e Genoveffa Ciferri, una francescana secolare consacrata e autoproclamatasi consulente geopolitica che in passato ha collaborato con i servizi segreti italiani. Insieme, secondo l’accusa, i tre hanno plasmato la testimonianza di Monsignor Alberto Perlasca, un testimone chiave dell’accusa, per arrecare il massimo danno a Becciu.
(La teoria sostiene che Chaouqui abbia incolpato Becciu di aver impedito a Benedetto XVI di concederle la grazia durante lo scandalo Vatileaks 2.0, e che abbia collaborato con Ciferri, un’amica personale di lunga data di Perlasca, per realizzare una vendetta. Diddi, presumibilmente, si è schierato dalla parte del Papa per ottenere una condanna con ogni mezzo necessario.)
Consentendo che il ricorso andasse avanti, la Corte d’Appello ha almeno segnalato che merita di essere preso sul serio. Diddi ha avuto tre giorni per rispondere, e ora la questione è passata alla Corte di Cassazione, la Suprema Corte vaticana, composta da quattro cardinali. Il Cardinale americano Kevin Farrell presiede, e gli altri tre sono i Cardinali Paolo Lojudice di Siena, Matteo Zuppi di Bologna e Mauro Gambetti, attualmente Arciprete della Basilica di San Pietro, Presidente dell’Amministrazione di San Pietro e Vicario Generale per lo Stato della Città del Vaticano.
Non esiste una tabella di marcia che indichi quanto tempo ci vorrà affinché i quattro cardinali raggiungano una decisione, un processo complicato dal fatto che due di loro non si trovano nemmeno a Roma.
Inoltre, la Corte d’Appello ha accolto un’altra mozione della difesa per respingere l’Appello dell’accusa contro la sentenza del primo processo, sulla base del fatto che Diddi non aveva fornito una motivazione adeguata per l’Appello entro i termini previsti dalla procedura penale vaticana.
Nel sistema giudiziario vaticano, come in quello italiano, sia l’accusa che la difesa possono presentare ricorso contro una sentenza. Se l’Appello dell’accusa fosse sopravvissuto alla contestazione, teoricamente la Corte avrebbe potuto inasprire alcune pene; allo stato attuale, le uniche opzioni sono assolvere gli imputati, ridurre le loro pene o lasciarle così come sono.
È un risultato particolarmente umiliante per Diddi, che nel dicembre 2024 ha pubblicato un libro sulla procedura penale vaticana, ma ora si scopre che ha ignorato, o non ha mai compreso, uno dei suoi codicilli principali.
Gli elementi da soap opera di questa storia sono così schiaccianti, che il rischio è che le vere questioni sollevate dal processo non vengano mai alla luce.
Supponiamo per un momento che l’accusa in questo caso fosse guidata da Atticus Finch, che i testimoni fossero tutti angeli e le prove fossere incontaminate, inconfutabili e solide al di là di ogni ragionevole dubbio. Supponiamo che gli imputati fossero colpevoli di peccato e che il processo non lasciasse spazio a dubbi sull’equità delle loro condanne. In altre parole, supponiamo che il sistema giudiziario civile del Vaticano, così come è attualmente costituito, funzionasse alla perfezione. Tutto ciò renderebbe il processo ineccepibile? La risposta è no, ed ecco perché.
Nelle moderne società democratiche, il segno distintivo di un sistema giudiziario veramente legittimo è la sua indipendenza. Non deve essere soggetto al controllo di alcuna forza esterna, inclusa l’establishment politico dello Stato in cui opera. È un principio con cui la Dottrina Sociale Cattolica concorda; San Giovanni Paolo II nel 2000, ad esempio, affermò che la magistratura in uno Stato democratico richiede una propria “funzione autonoma e costituzionalmente protetta”.
Non esiste una tale separazione dei poteri in Vaticano, dove il Papa è la suprema autorità esecutiva, legislativa e giudiziaria. Per quanto riguarda la magistratura vaticana, incluso il suo ramo civile, il Papa assume e licenzia i giudici, stabilisce le regole di procedura ed è libero di intervenire in qualsiasi caso e in qualsiasi momento. Papa Francesco, infatti, ha fatto ampio uso di tale autorità nel caso Becciu.
In un sistema del genere, le moderne aspettative di giusto processo non possono mai essere soddisfatte, indipendentemente da quanto virtuosi possano essere i singoli attori.
In altre parole, il problema della giustizia civile in Vaticano non è solo un particolare pubblico ministero o un determinato processo. È strutturale e si basa su una totale assenza di separazione dei poteri. Finché questo difetto di fondo non verrà risolto, nessun processo civile condotto in Vaticano sarà mai preso sul serio da giuristi responsabili altrove, indipendentemente da quanto correttamente possa essere condotto.
Ci sono possibili soluzioni.
Il Papa potrebbe rinunciare volontariamente alla sua autorità sulla magistratura civile vaticana, rendendola autonoma, anche investendola del potere di annullare atti esecutivi qualora violino il diritto civile. (Ad esempio, se il papa aggiudicasse un appalto ad un’impresa edile aggirando una gara d’appalto, il Tribunale avrebbe l’autorità di dirgli di no.) Ciò non comporterebbe alcuna compromissione dell’autorità spirituale del pontefice, poiché anche la nozione più ampia di primato papale non ha mai incluso la giurisdizione sui reati finanziari.
Un’altra possibilità è che il Papa possa esercitare un’opzione prevista dai Patti Lateranensi del 1929, ma mai esercitata, consentendo all’Italia di perseguire i reati civili commessi sul suolo vaticano nell’ordinamento giuridico italiano, ma utilizzando il diritto vaticano. Ciò eliminerebbe del tutto il Vaticano dall’attività di inscenare processi civili – e se il caso Becciu è indicativo, forse sarebbe la cosa migliore.
In ogni caso, la separazione dei poteri nella sfera civile, non in quella spirituale, dovrà essere affrontata prima o poi. Si spera che il “brutto pasticcio” del caso attuale non ritardi quel giorno della resa dei conti.
Questo articolo nella nostra traduzione italiana è stato pubblicato dall’autore in inglese sul sito Crux.
[*] Udienza d’Appello 1 – 22 settembre 2025 – Prima udienza del processo d’Appello vaticano per la gestione dei fondi della Segreteria di Stato
Udienze d’Appello 2 e 3 – 26 settembre 2025 –Altro colpo di scena al Processo d’Appello sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato. Una nuova tegola sul Promotore di Giustizia vaticano





























