O bella ciao!

Charlie Kirk
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 22.09.2025 – Miguel Cuartero] – È passato un anno da quando al Parlamento Europeo si alzò un coro unanime contro il nuovo Presidente ungherese Viktor Orbán, eletto democraticamente dai suoi connazionali. Alla fine del suo discorso, in cui proponeva la difesa dei Confini europei e il disgelo demografico, i parlamentari di sinistra intonarono, come protesta Bella ciao, un inno partigiano alla resistenza contro il fascismo, che ha ormai varcato i confini nazionali.

La canzone italiana, che evoca la caccia al nemico nero dal proprio territorio, ha oltrepassato l’oceano per insediarsi nei cuori dei più nobili spiriti democratici americani, ma anche nelle menti dei fanatici combattenti dell’estrema sinistra illiberale, braccio armato dei benpensanti da salotto. Bella ciao è entrato non solo nel cuore e nel cervello, ma anche nelle armi di anime in pena preoccupate dall’avanzata del nemico, additato ogni giorno dai media come male assoluto e disgrazia universale.

A quanto si dice, la mente malata dell’assassino di Charlie Kirk ha accuratamente inciso (non certo senza un aiuto professionale) in una delle pallottole l’espressione “Bella ciao”, così come la frase “Hey fascist, catch!” (Hey fascista, prendi questo!”).

Non importano tanto le idee che Kirk diffondeva, così come non importano le proposte di Orbán o il contenuto dei discorsi di Trump, i progetti di Uribe, né le azioni politiche di Meloni o Bolsonaro. Ciò che importa non sono le idee ma l’ideologia; non l’azione politica ma l’appartenenza, non ciò che pensa ma il pensiero. In una sintesi bambinesca e naif (di per sé molto razzista), i cantori del Bella ciao non vanno per il sottile; non stanno lì ad ascoltare, a calibrare proposte, a valutare soluzioni, a ribattere, a ragionare o a dialogare. I difensori della democrazia cantano Bella ciao per sovrastare con la musica la voce del nemico odiato.

Se Kirk fosse un “estremista di destra”, come si sono affrettati a sintetizzare i giornali, o se fosse un “devoto Cristiano”, come affermano nel suo entourage e sui siti Cattolici USA, non ha più alcuna importanza, perché il canto dei buoni sovrasta ogni disquisizione in merito.

Kirk è morto mentre dialogava coi giovani e questo non può essere un dettaglio. Non è stato ucciso mentre parlava dell’importanza del dialogo coi giovani o mentre prometteva di dialogare con le nuove generazioni, ma mentre lo faceva, mettendoci la faccia, il corpo, il collo.

I discorsi politici sono pieni di “dialogo” e di “giovani”. Ma a stento si trova chi scenda nell’arena (o nell’agorà per ricordare il ruolo sociale e politico di cui Socrate si sentì investito), per ragionare assieme agli altri sulle questioni urgenti e necessarie, al di là delle appartenenze e delle ideologie.

E qui vengo all’ultimo punto. Kirk ha difeso la vita con determinazione e con convinzione. Ha difeso il valore del bambino non nato nel Paese che ha reso l’utero il posto più insicuro per i suoi cittadini. Ha difeso la sacralità della vita senza paura di nominare Dio in quei templi del laicismo ateista e wokista che sono le università nordamericane, dove Dio è l’innominabile e dove la vita ha senso e significato solo se soddisfa alcune condizioni, solo se merita di essere vissuta, solo se si verificano determinati standard.

Se il valore della vita umana non è inviolabile, se non è superiore a quella del cervo del Colorado o dell’opossum della Virginia, se è possibile porle fine coi guanti e restare senza pensieri, tanto vale sparare un Bella ciao sul collo e correre più veloce che puoi.

In Europa è stato negato il minuto di silenzio in ricordo di Kirk. La sinistra (quella di Boldrini inginocchiata per George Floyd) ha applaudito alla decisione. C’è anche chi sulla TV italiana dell’opposizione ha affermato senza scomporsi, che “chi semina vento raccoglie tempesta”, o chi afferma placidamente di attendere che si spari (di nuovo?) a Trump. Qualcuno ha pubblicato la foto di Kirk capovolta (per ricordare la fine di Mussolini, impiccato a testa in giù) per dire: “Se sei fascista devi morire male”. Si dicono antifascisti e se in Italia giudichi il loro pensiero o le loro azioni sei un fascista e devi morire male (questo si chiama “intimidazione”). Affermano, con elementare retorica, che la morte del nemico ha reso luminoso il loro giorno.

In fondo, Kirk aveva la gonna molto corta, troppo corta, la pancia scoperta e le movenze imprudenti, il sorriso di chi un po’ lo voleva. A quell’ora di notte… Poi non ti lamentare se poi succede…

No, non è vero che l’odio è l’ultima parola. Non è vero che è inevitabile. Non è vero che è inarrestabile. L’odio è una spirale che si autoalimenta. L’hitlerizzazione dei nemici politici non può che potenziare l’odio e la violenza. La caricaturizzazione dell’avversario impedisce il tanto decantato dialogo. L’incapacità di ascoltare, riflettere e ribattere è una delle malattie del nostro tempo (non a caso la filosofia è diventata ormai una forma di autocompiacimento per sognatori e un hobby per medici affermati). La palestra ha sostituito le biblioteche e i poligoni hanno messo fine ai dibattiti universitari di Kirk, dove migliaia di giovani (c’è qualcosa di buono in questo mondo…) possono dire di aver partecipato per ascoltare e dibattere, per controbattere, per curiosare, per pensare. Poi il silenzio. Poi di nuovo la musica (O bella ciao ciao ciao…).

Questo articolo è stato pubblicato dall’autore sul suo blog Testa del Serpente.

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