Il card. Repole ricorda mons. Nosiglia: aveva urgenza di annunciare Gesù
“La postura è quella di chi ha ‘le vesti strette ai fianchi’, con il gesto di chi non perde tempo, non ha tempo da perdere, e si mette al lavoro, in un servizio diuturno delle sorelle e dei fratelli. Lo stesso gesto che deve essere compiuto nella Pasqua, nell’attesa del passaggio e del compimento della promessa di Dio. E forse in questo gesto si congiungono mirabilmente insieme le due situazioni: chi attende la lucentezza piena del volto di Cristo, chi attende la sua manifestazione definitiva, allora non è statico, non è fermo, non è inerme, ma si cinge i fianchi perché sa che ogni piccolo gesto è prezioso, ogni attimo del suo tempo è vitale, ogni possibilità di servizio non va smarrita.
E, nello stesso tempo, ogni azione, ogni gesto, ogni servizio reso manifestano sempre l’inquietudine di quell’altrove e di quell’ulteriorità del Volto lucente di Cristo”: sono le parole con cui il card. Roberto Repole arcivescovo di Torino e Vescovo di Susa, ha iniziato l’omelia per le esequie di mons. Cesare Nosiglia, arcivescovo emerito di Torino, morto il 27 agosto all’Hospice del Cottolengo a Chieri.
Alla celebrazione hanno partecipato molti vescovi, tra i quali il card. Giuseppe Betori, mons. Vincenzo Paglia, e il vescovo di Vicenza mons. Giuliano Brugnotto, vescovo di Vicenza, e mons. Beniamino Pizziol, vescovo emerito di Vicenza, successore di mons. Nosiglia, mons. Adriano Tessarollo, vescovo emerito di Chioggia, ordinato vescovo da mons. Nosiglia, mons. Lodovico Furian, vicario generale di Nosiglia dal 2007 al 2010, e mons. Massimo Pozzer, segretario di Nosiglia a Vicenza.
Nell’omelia il card. Repole ha evidenziato le caratteristiche del vescovo defunto: “Chi ha conosciuto il vescovo Cesare sa che c’è molto di lui in queste semplici parole evangeliche. L’arcivescovo Cesare non tollerava i vuoti. La sua agenda non poteva prevedere delle pagine bianche. Riempiva i giorni, riempiva le ore, riempiva i minuti. Era sempre in movimento, sentiva l’urgenza dell’azione pastorale, sentiva l’impellenza del servizio del prete e del pastore… Anche se forse non sempre appariva in modo netto, immediato, perché (lo sappiamo tutti, chi lo ha conosciuto lo sa) il suo carattere era schivo, riservato. Ma questo c’era, questo c’era!”.
Sempre il cardinale ha sottolineato la grande vicinanza di mons. Nosiglia agli ‘ultimi’: “Ha avuto cura che tutti potessero essere sfamati, che ciascuno (a cominciare dai più fragili, da chi perdeva il lavoro, da chi era in ospedale, da chi era povero, da chi era migrante, a cominciare da loro) che ciascuno potesse sperimentare in modo concreto, materiale, tangibile, la vicinanza di Dio. Perché sapeva molto bene che soltanto se si riceve il pane materiale, allora il pane dell’Evangelo non può essere frainteso, diventa autentico e vero. Lo sapeva sin dall’inizio e lo manifestava nell’incontro con i tanti poveri che ha voluto incontrare sempre, fino alla fine.
Mi colpiva la spontaneità che monsignor Nosiglia aveva quando incontrava delle persone fragili. Una spontaneità, francamente, che forse non gli era così immediata in altre circostanze. Mi sono chiesto tante volte perché era così. Forse perché i più fragili, i più poveri sono senza difese. E quando tu li incontri sul serio, scopri che anche tu sei fragile e senza difese, non devi mascherarti, puoi essere quello che sei”.
(Foto: Arcidiocesi di Torino)





























