Papa Leone XIV e la nuova geografia della Chiesa

Papa Leone XIV a Tor Vergata
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 04.08.2025 – Andrea Gagliarducci] – Oltre un milione di persone hanno partecipato al Giubileo dei Giovani a Tor Vergata, a Roma, il primo raduno così numeroso dall’elezione di Papa Leone XIV. Non ha mancato l’appuntamento con i giovani: è andato a salutarli all’inizio del Giubileo, chiedendo loro di pregare per la pace; si è recato a Tor Vergata desideroso di stare con loro e di portare un messaggio.

A Papa Leone XIV manca il carisma accattivante di San Giovanni Paolo II e il fascino di Papa Francesco. Ma non è nemmeno un Papa Benedetto XVI, dal quale ha ereditato parte della sua presenza pacata, ma non la sua timidezza. L’incontro con i giovani è stato un test interessante, per comprendere il nuovo pontificato e i messaggi che vuole trasmettere.

La sera della Veglia, Il Papa ha portato personalmente la croce, tra i giovani.

Nell’omelia della Messa del Giubileo dei Giovani, Leone XIV ha trasmesso un messaggio di speranza Cristiana. Ha affermato, che non siamo fatti «non per una vita dove tutto è scontato e fermo, ma per un’esistenza che si rigenera costantemente nel dono, nell’amore. E così aspiriamo continuamente a un “di più” che nessuna realtà creata ci può dare; sentiamo una sete grande e bruciante a tal punto, che nessuna bevanda di questo mondo la può estinguere. Di fronte ad essa, non inganniamo il nostro cuore, cercando di spegnerla con surrogati inefficaci! Ascoltiamola, piuttosto! Facciamone uno sgabello su cui salire per affacciarci, come bambini, in punta di piedi, alla finestra dell’incontro con Dio» [QUI].

Il Giubileo dei Giovani, tuttavia, ha rappresentato anche un momento di svolta nel pontificato di Leone XIV, poiché ha segnato la fine dei primi cento giorni del suo regno. Non ci sono ancora decisioni governative, che ci permettano di comprendere la direzione che prenderà l’opera del nuovo Papa. Ma ci sono indicazioni abbastanza concrete sulla direzione, che si prefigge il suo pontificato e sull’ambiente in cui si sta sviluppando.

La prima indicazione è che sarà un pontificato moderno. Moderno non nel senso di modernista, ma moderno nel senso che è un pontificato frutto di un ricambio generazionale e anche di un cambiamento geografico.

Leone XIV non è solo il primo Papa di una nuova generazione, che non ha vissuto direttamente gli anni del Concilio Vaticano II. È anche il primo Papa a emergere da un conclave globale e globalizzato, dove la lingua franca non era più il latino e l’italiano, ma l’inglese.

Questa è stata una delle conseguenze involontarie delle decisioni di Papa Francesco. Aveva deciso di internazionalizzare il Collegio cardinalizio e di modificarne i criteri di selezione. Con Papa Francesco, non ci sono più sedi cardinalizie, ma profili personali. In molti casi, ha pescato nei luoghi più remoti del mondo, puramente per motivi di rappresentanza.

È così che è avvenuto il ricambio generazionale. Molti dei nuovi cardinali non solo non avevano alcuna esperienza nella Curia romana, ma non avevano nemmeno studiato a Roma. In generale, molti di loro provenivano dal mondo anglofono, o almeno maneggiano l’inglese come seconda lingua meglio dell’italiano, se parlano italiano.

I Cardinali Charles Maung Bo del Myanmar, William Goh Seng Chye di Singapore e Soane Patita Paini Mafi di Tonga sono esempi di questo tipo. Ma anche laddove si ha una buona conoscenza dell’italiano, molti cardinali preferiscono esprimersi in inglese quando devono parlare ufficialmente, come nel caso del Cardinale Jean-Claude Hollerich del Lussemburgo.

L’inglese come lingua franca ha cambiato anche il modo di pensare. È così che è emerso un candidato come Robert Francis Prevost, noto al 90% dei cardinali per la sua presenza in undici congregazioni e la padronanza di quella che si è rivelata la lingua franca del conclave.

Il secondo punto è che, pur essendo nato in un ambiente anglofono, la modernità del pontificato risiede nel suo non essere nordamericano o anglosassone, ma americano in senso lato. Essere anglofono attenua il latinoamericanismo che Prévost ha assimilato nel suo lavoro missionario e poi come vescovo in Perù. Essere Agostiniano conferisce istituzionalità e universalità a un profilo, che è quello di un Papa americano, ma soprattutto di un Papa occidentale.

La terza indicazione è che, dato il suo profilo e la sua storia personale, questo Papa non cerca né provoca divisioni, almeno finché non decide di entrare in un dibattito che non gli appartiene.

Benedetto XVI è stato un Papa che ha cercato l’unità, e ogni passo che ha compiuto è stato finalizzato a raggiungere l’unità all’interno della Chiesa. Non ha funzionato del tutto, non solo perché non è stato compreso, ma anche perché era gravato dai pregiudizi del Concilio Vaticano II e dal conseguente dibattito su di esso. Benedetto XVI è stato un Papa che ha cercato di trascendere i pregiudizi, essendo stato lui stesso vittima di discriminazione.

Papa Francesco, d’altra parte, è stato un Papa che ha cercato la divisione e la provocazione. È stato un Papa che non è stato un protagonista del Concilio Vaticano II, ma è cresciuto nella controversia postconciliare. E aveva deciso di prendere posizione, dividendo il mondo tra il bene e il male, lamentandone l’arretratezza e paradossalmente riportando indietro le lancette del dibattito intra-ecclesiale.

Leone XIV non è una vittima del pregiudizio di cui fu Benedetto XVI, e non è un provocatore come fu Papa Francesco. Ha il suo profilo, che trascende le divisioni. Ed è per questo che sa come parlare ai giovani. Quando è con loro, cambia spesso lingua – principalmente tra spagnolo, italiano e inglese – e trasmette il suo messaggio con chiarezza in tutte le lingue. È un’esperienza che deriva dai suoi anni da missionario, ed è più di questo. È anche qualcosa di innato in lui.

Resta da vedere se il cambiamento nel cardinalato, che ha portato all’elezione di Leone XIV, rappresenti anche un cambio generazionale per la Chiesa. In breve, se Leone XIV si stia rivolgendo ad una Chiesa sempre più anglofona, e quindi sempre più dotata di ragionamenti pragmatici, linguaggio esplicito e messaggi semplici e d’impatto.

L’enciclica che il Papa sta scrivendo fornirà diverse risposte a questo proposito. Prevost parla inglese, ma nei suoi tre mesi da Papa ha dimostrato una profonda comprensione di un’altra forma di espressione: quella del mondo occidentale e della tradizione della Chiesa. La prossima enciclica sarà il primo documento nella storia della Chiesa la cui editio typica sarà in inglese? E in che modo la lingua cambierà lo stile del Papa?

Questi sono i nuovi elementi da tenere d’occhio nei prossimi passi di Papa Leone XIV. Un Papa americano, moderno, occidentale. Un americano calmo, fondamentalmente.

Questo articolo nella nostra traduzione italiana è stato pubblicato dall’autore in inglese sul suo blog Monday Vatican [QUI].

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