Il valore della memoria storica e la necessità della tradizione

Massa rocciosa
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 24.05.2025 – Vik van Brantegem] – Oggi 24 maggio 2025 è un giorno importante per la memoria storica e la tradizione della Chiesa, per due motivi. Innanzitutto, per il discorso che Papa Leone XIV ha pronunciato nell’Udienza agli Officiali della Curia Romana, ai Dipendenti della Santa Sede, del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e del Vicariato di Roma. Poi, perché oggi si festeggia anche un grande santo, San Vincenzo di Lerino Abate. Di lui recita il Martirologio Romano: «Nel monastero di Lérins in Provenza, in Francia, San Vincenzo, sacerdote e monaco, insigne per dottrina Cristiana e santità di vita e premurosamente dedito al progresso delle anime nella fede».

Nel discorso che abbiamo riportato nell’articolo Custodi di memoria (che non è solo rivolta al passato, ma nutre il presente e orienta al futuro) e costruttori di unità, nella carità e nella verità [QUI], nonostante il Santo Padre ha sottolineato, che questo «incontro non è certo il momento per fare discorsi programmatici», comunque ha esposto dei concetti importi, con la chiarezza che lo distingue, tra cui il primo pensiero: «I Papi passano, la Curia rimane. Questo vale in ogni Chiesa particolare, per le Curie vescovili. E vale anche per la Curia del Vescovo di Roma. La Curia è l’istituzione che custodisce e trasmette la memoria storica di una Chiesa, del ministero dei suoi Vescovi. Questo è molto importante. La memoria è un elemento essenziale in un organismo vivente. Non è solo rivolta al passato, ma nutre il presente e orienta al futuro. Senza memoria il cammino si smarrisce, perde il senso del percorso. (…) lavorare nella Curia Romana significa contribuire a tenere viva la memoria della Sede Apostolica, nel senso vitale che ho appena accennato, così che il ministero del Papa possa attuarsi nel migliore dei modi».

Non abbiamo molte notizie sulla vita del monaco gallico San Vincenzo di Lerino. La sua notorietà è legata ad un libretto di 28 capitoli sulla tradizione della Chiesa, dal titolo Commonitorium. Fu scritto 434, tre anni dopo il Concilio di Efeso del 431. San Roberto Bellarmino lo definì “un libro tutto d’oro”. Si tratta di un manuale di regole di condotta da seguire per vivere integralmente il messaggio evangelico. Negli anni della lotta della Chiesa contro l’eresia pelagiana, il monaco Vincenzo, nato nella Francia settentrionale (forse nel Belgio), con i suoi scritti fornì un’arma molto efficace contro «le frodi e i lacci degli eretici».

Il canone di Vincenzo di Lerino è un passo estratto dal Commonitorium, in cui questo monaco ha cercato di stabilire una regola di Fede, che dovesse essere considerato universalmente valida per l’unità della Chiesa, di fronte al diffondersi nel suo tempo di insegnamenti Cristiani eterodossi quali il Nestorianesimo. In concomitanza a questo periodo caratterizzato da una serie di dispute dottrinali riguardanti la cristologia, Vincenzo di Lerino si fece portavoce della mentalità del nascente monachesimo di affidarsi alla sicurezza del Cristianesimo dell’età apostolica. Il Canone doveva essere unito alla fede della Chiesa universale rispetto a innovazioni e nuove dottrine che rischiavano di alterare e pregiudicare l’integrità della dottrina Cristiana ricevuta, affidandosi alla traditio apostolica tramandata autorevolmente dai Padri della Chiesa, perfetti eredi dell’insegnamento degli Apostoli e quindi dell’insegnamento di Cristo stesso.

San Vincenzo di Lerino e la necessità della tradizione
di Aurelio Porfiri
Liturgia e musica sacra, 24 maggio 2025

Sono abbastanza sicuro che molti, al di fuori dei circoli teologici, non hanno familiarità con il nome di Vincenzo, un prete e monaco nel monastero di Lérins che è vissuto nel V secolo e che la Chiesa festeggia il 24 maggio. In effetti è davvero un peccato, perché l’influenza che ha avuto sul pensiero Cristiano non è ancora svanita. Vincenzo era l’autore di Commonitorium (scritto nel 434), una sorta di manuale di insegnamenti Cristiani Ortodossi. Uno studioso descrive così l’importanza di questo libro:

«Le due idee principali che hanno attirato principalmente l’attenzione in tutto il libro sono quelle che riguardano la fedeltà alla Tradizione (III e XXIX) e il progresso della dottrina Cattolica (XXIII). Chiamato molto spesso il canone di Vincenzo di Lérins, che Newman considerava più adatto a determinare ciò che non è poi la dottrina Cattolica, è stato frequentemente coinvolto in controversie: secondo il suo autore, questo principio dovrebbe decidere il valore di un nuovo punto di dottrina prima del giudizio della Chiesa, Vincenzo lo propone come un mezzo per testare una novità che sorge da qualche parte in un punto della dottrina. Questo canone è stato variamente interpretato, alcuni scrittori pensano che il suo vero significato non sia quello che ha risposto allo scopo di Vincenzo, quando ce ne serviamo contro le idee di Agostino: è difficile negare che nonostante la lucidità della sua formula, la spiegazione del principio e la sua applicazione ai fatti storici non sia sempre stata facile; anche teologi come de San e Franzelin, che sono generalmente d’accordo nelle loro opinioni, sono qui in disaccordo. Vincenzo mostra chiaramente che il suo principio è da intendersi in un senso relativo e disgiuntivo, e non assolutamente e unendo i tre criteri in uno: ubique, semper, ab omnibus; l’antichità non deve essere intesa in un significato relativo, ma nel senso di un consenso relativo dell’antichità. Quando parla delle convinzioni generalmente ammesse, è più difficile stabilire se intende le convinzioni esplicitamente o implicitamente ammesse; in quest’ultimo caso il canone è vero e applicabile in entrambi i sensi, affermativo (ciò che è Cattolico) e negativo o esclusivo (ciò che non è Cattolico); nella prima, il canone è vero e applicabile nella sua affermazione; ma si può dire che sia così nel suo portato negativo o esclusivo, senza porre Vincenzo completamente in disaccordo con tutto ciò che dice sul progresso della dottrina rivelata?” (Ghellinck, J. (1912). St. Vincent of Lérins. Enciclopedia Cattolica: New York: Robert Appleton Company. Da New Advent).

Nonostante alcuni dubbi di questo studioso, non c’è dubbio che i criteri stabiliti da San Vincenzo sono un argine importante per la deriva nell’eresia.

Il canone a cui ci si riferisce è il seguente:

«Nella Chiesa Cattolica bisogna avere la più grande cura nel ritenere ciò che è stato creduto dappertutto, sempre e da tutti. Questo è veramente e propriamente Cattolico, secondo l’idea di universalità racchiusa nell’etimologia stessa della parola. Ma questo avverrà se noi seguiremo l’universalità, l’antichità, il consenso generale. Seguiremo l’universalità se confesseremo come vera e unica fede quella che la Chiesa intera professa per tutto il mondo; l’antichità, se non ci scostiamo per nulla dai sentimenti che notoriamente proclamarono i nostri santi predecessori e padri; il consenso generale, infine, se, in questa stessa antichità, noi abbracciamo le definizioni e le dottrine di tutti, o quasi, i Vescovi e i Maestri».

Questa è una dichiarazione classica di teologia. Questa idea di “universalità”, che è davvero profondamente Cattolica, non significa, ovviamente, sostenere idee che piacciano a tutti, ma aderire a ciò che è così evidente e a cui tutti credono come dimostrato in sé come verità di fede. Questa era anche l’idea che stava dietro al Motu proprio sulla musica sacra di San Pio X del 1903; “universalità” era una delle tre qualità richieste per la musica sacra che è degna di questo nome.

In un altro canone di San Vincenzo leggiamo:

«Come, dunque, dovrà comportarsi un Cristiano Cattolico se qualche piccola frazione, della Chiesa si stacca dalla comunione con la fede universale? Dovrà senz’altro anteporre a un membro marcio e pestifero la sanità del corpo intero. Se, però, si tratta di una novità eretica che non è limitata a un piccolo gruppo, ma tenta di contagiare e contaminare la Chiesa intera? In tal caso, il cristiano dovrà darsi da fare per aderire all’antichità, la quale non può evidentemente essere alterata da nessuna nuova menzogna. E se nella stessa antichità si scopre che un errore è stato condiviso da più persone o addirittura da una città o da una provincia intera? In questo caso avrà la massima cura di preferire alla temerità e all’ignoranza di quelli, i decreti, se ve ne sono, di un antico concilio universale. E se sorge una nuova opinione, per la quale nulla si trovi di già definito? Allora egli ricercherà e confronterà le opinioni dei nostri maggiori, di quelli soltanto però che, pur appartenendo a tempi e luoghi diversi, rimasero sempre nella comunione e nella fede dell’unica Chiesa Cattolica e ne divennero maestri approvati. Tutto ciò che troverà che non da uno o due soltanto, ma da tutti insieme, in pieno accordo, è stato ritenuto, scritto, insegnato apertamente, frequentemente e costantemente, sappia che anch’egli lo può credere senza alcuna esitazione».

È molto importante questo passaggio, pensando alle grandi difficoltà che stiamo vivendo nella Chiesa: cosa succederebbe se un’infezione dovesse prendere tutta la Chiesa e non solo una piccola parte di essa? Quindi, dovremmo attenerci alla tradizione.

La lezione di San Vincenzo non dovrebbe mai essere dimenticata, specialmente quando ci viene dato di vivere, come dicono i Cinesi, in tempi interessanti.

Articolo collegato

Papa Francesco e San Vincenzo di Lérins. Una lettura corretta e non “tagliata” – 23 agosto 2022 [QUI]

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