La Concordia come forma di accoglienza
Agrigento, novembre 2013. Cori in Concordia, nella Valle dei Templi il Canto della Pace.
Solidarietà, accoglienza e rispetto dei diritti fondamentali universali dei migranti sono i temi principali che ispirerano la manifestazione “Cori in Concordia” che si è svolta ad Agrigento dal 22 fino ad oggi . L’ evento, organizzato dall’Associazione Filarmonica Santa Cecilia di Agrigento e diretto dal maestro Giuseppe Liberto, insigne compositore e Direttore emerito della Cappella Musicale Pontificia Sistina, giunge quest’anno alla sua VIII edizione.
Concordia
La concordia è il distintivo caratteristico del vero discepolo di Cristo che vive nella beatitudine della pace. La concordia non elimina le differenze, non rende tutti uguali, anzi, le differenze, alimentate dalla concordia, costruiscono la civiltà dell’amore. Per i suoi discepoli Cristo chiede ed esige l’unità dell’essere “una cosa sola”, indispensabile perché il mondo creda: Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri (Gv 13, 34-35). La concordia nell’unità è invocata da Gesù nella sublime preghiera che il Maestro innalza per quelli che credono in lui: ”Che tutti siano uno, come tu, Padre, sei in me ed io in te che anch’essi siano in noi in modo che il mondo creda che tu mi hai mandato (Gv 17, 20-21).
Quest’unità è prospettata su due dimensioni: quella invisibile, che è la comunione alla stessa unità trinitaria e quella visibile che è capacità di convincere il mondo che Gesù è l’inviato dal Padre e che il Padre ama gli uomini come ama il Figlio suo (cf Gv 17, 21 23). La concordia nell’unità costituisce la fortissima testimonianza della divina missione di Cristo e della sua Chiesa.
La prima comunità cristiana, nata dal cuore della Pentecoste, viveva con convinzione e con entusiasmo il comandamento nuovo, per questo era una comunità spirituale, pacifica e missionaria. Animata dalla forza dello Spirito, portava la salvezza di Gesù a tutti gli uomini. Il segno caratteristico del loro stile di vita era, appunto, la concordia nella comunione: La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola (Atti 4, 32). Il sacramento della concordia era meraviglia allo sguardo e stimolo alla volontà per quanti volevano abbracciare la fede. In seguito, però, in quelle comunità si annidò il tarlo diabolico della frantumazione della carità. Ogni gesto di discordia, infatti, rimane lacerazione del Corpo di Cristo. San Paolo, venuto a conoscenza che nella comunità cristiana di Corinto vi erano divisioni, invia la prima lettera nella quale, dopo averli esortati a essere tutti unanimi nel parlare…e in perfetta unione di pensiero e di sentire, scrive: Infatti a vostro riguardo, fratelli, mi è stato segnalato…che tra voi vi sono discordie. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: ”Io sono di Paolo”, “Io invece sono di Apollo”, “Io invece di Cefa”, “E io di Cristo”. E’ forse diviso il Cristo? (1, 10-13a). Le discordie nella comunità ecclesiale, per Paolo, costituivano, infatti, un’autentica lacerazione del Cristo mistico.
Accoglienza
Fin dagli inizi della sua missione Gesù proclama un anno di grazia. La parola “grazia” è da intendersi come “accoglienza” (Lc 4, 19). L’evangelista Luca parla, infatti, di “accoglienza” della Parola (8, 13), del Regno (18, 17), dei discepoli (9, 5.48, 10, 8.10), dell’accoglienza dei peccatori da parte di Gesù.
La mutua accoglienza ha un grande valore perché è accesso alla vita.
L’accoglienza amabile e sincera non ha nulla a che fare con la debolezza di carattere, con le sdolcinature ipocrite di falsa gentilezza, tanto meno con l’ilare imbecillità degli inetti. L’umiltà e la semplicità aprono il cuore all’accoglienza che si manifesta attraverso la mite amabilità dell’incontro con gli altri. L’amabile mitezza è dono squisito che lo Spirito elargisce a chi possiede libertà di coscienza, umiltà di cuore e povertà di spirito. Chi non pratica queste beatitudini sarà come quel ricco epulone che non ha né sguardo di cuore per vedere il “mendicante”, né braccia spalancate capaci d’accogliere il fratello. Il suo sguardo è rinchiuso in se stesso perché ha il cuore impietrito, le mani giunte e inchiodate le braccia ingessate.
Il mendicante è colui che non è accolto, altrimenti non sarebbe tale! Ricordiamo il povero Lazzaro che, coperto di piaghe e bramoso di sfamarsi, stava alla porta del ricco epulone rivestito di porpora e di lino finissimo, che stava lì a banchettare lautamente ogni giorno e non si accorgeva di chi gli chiedeva accoglienza! E’ parabola di Gesù che è drammatica storia quotidiana (cf Lc 16, 19-31). La ricchezza abitualmente divide e isola. Solo la concordia è capace di spalancare cuore e braccia per accogliere quei poveri che gridano aiuto.
Accogliere è aprirsi alla vita.
Accogliere è ricevere e donare.
Accogliere è accorgersi che l’altro è tuo fratello in umanità.
L’accoglienza è come il mare: unisce ciò che divide.
La mutua accoglienza è arricchente come l’incantevole bellezza: non è utile bisogno ma estesi gratuita che infiamma l’anima e spalanca il cuore.
Un mosaico è bello soltanto se non manca nessuna pietruzza e se ogni singola tessera concorda con l’armonia dell’insieme.
La storia di ogni comunità dovrebbe essere come un mosaico di preziose pietruzze coordinate l’una con l’altra, sino a comporre la sinfonica storia della vita personale e comunitaria.
Nella travagliata storia contemporanea, la concordia dovrebbe sempre essere forma d’accoglienza come sublime arte capace di costruire l’edificio delle comunità che convivono di reciproco e incantevole amore.



























