I pm chiedono 4 anni e mezzo di carcere per l’ex Vescovo di Trapani, Miccichè, accusato di peculato con fondi dell’8 per mille

Mons. Francesco Micchichè
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 30.10.2024 – Ivo Pincara] – Quattro anni e sei mesi: è la condanna chiesta al Tribunale dal pm Sara Morri per il Vescovo emerito di Trapani, Mons. Francesco Miccichè (foto di copertina), accusato di peculato. Secondo l’accusa avrebbe fatto dirottare più di 400mila euro dell’8 per mille della Chiesa Cattolica in un conto corrente della Diocesi, a cui accedeva senza la necessità di rendicontazione. Gli episodi contestati coprono un periodo che va dal 2007 al 2012, riferiscono i quotidiani Il Giornale di Sicilia e la Gazzetta del Sud. Del caso abbiamo scritto il 12 marzo 2021: Il Vescovo emerito di Trapani Francesco Miccichè imputato a processo penale. L’accusa: 3 milioni di euro sottratti alla Diocesi. Attico a Roma da 800mila euro [QUI] e il 21 maggio 2012: Miccichè, il vescovo di Trapani commissariato dal Vaticano: “Non comprendo” [QUI].

Il 25 novembre 2019 i pm avevano chiesto dinanzi al gup Antonio Cavasino il rinvio a giudizio per Mons. Miccichè, accusato di peculato per essersi impossessato di fondi provenienti dall’8 per mille. I fatti contestati dalla Procura, risalenti al 2007, riguardavano due conti corrente su cui confluivano le risorse che l’allora Vescovo di Trapani avrebbe sottratto, mettendo “in atto un disegno criminoso con una serie di azioni realizzate in tempi diversi”.

La vicenda si inserisce nel più ampio contesto del “Caso Curia”, quando nel 2011 iniziarono le indagini sulla gestione finanziaria della Diocesi di Trapani e che nel tempo ha visto passare Mons. Miccichè da figura offesa a indagato e, infine, imputato. Tanto che nel 2012 venne rimosso da Papa Benedetto XVI, dopo la Visitazione Apostolico compiuta dall’allora Vescovo di Mazara del Vallo, Mons. Domenico Mogavero, e dopo l’indagine condotta dal sostituto procuratore Sara Morri con la guardia di Guardia di Finanza.

Secondo i pm Mons. Miccichè avrebbe creato un danno erariale appropriandosi di 544 mila euro, sottratti dai conti “Interventi Caritativi” ed “Esigenze di culto pastorale” della Diocesi di Trapani. Il reato contestato è il peculato perché il denaro sarebbe stato sottratto in violazione della legge 222 del 20 maggio 1985 e del regolamento che prevede l’impegno delle somme derivanti dall’8 per mille per “esigenze di culto della popolazione, sostentamento del clero, interventi caritativi a favore della collettività nazionale o di paesi del terzo mondo”.

Nell’ambito delle indagini inoltre emerse l’acquisto di un appartamento a Roma, in zona Barberini, che però nonostante fosse stato sequestrato un preliminare di vendita, era ancora formalmente intestato alla Diocesi di Trapani.

Nell’ottobre del 2018 Mons. Miccichè era stato ascoltato – su sua richiesta – dai pm trapanesi e nel gennaio del 2019 ottenne un’udienza con Papa Francesco.

Il processo riprenderà il 16 dicembre prossimo con l’arringa dell’Avvocato Mario Caputo, difensore del Vescovo Miccichè. La sentenza potrebbe arrivare lo stesso giorno. La Diocesi di Trapani si è costituita parte civile nel giudizio con l’Avvocato Umberto Coppola.

Mons. Francesco Miccichè è nato il 16 giugno 1943 a San Giuseppe Jato, in provincia di Palermo ed Arcidiocesi di Monreale. Dopo gli studi per la preparazione al sacerdozio, è ordinato presbitero il 28 giugno 1967, e fino al 1988 svolge il ministero presbiterale in varie parrocchie dell’Arcidiocesi di Monreale. Il 23 dicembre 1988 Papa Giovanni Paolo II lo nomina Vescovo titolare di Cusira e Ausiliare di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela. È consacrato vescovo il 24 gennaio 1989 nel duomo di Monreale dal Cardinale Salvatore Pappalardo, Arcivescovo metropolita di Palermo. Dopo nove anni di ministero episcopale come Ausiliare, il 24 gennaio 1998 è nominato Vescovo di Trapani.

Nel giugno 2011 la Santa Sede invia il Vescovo di Mazzara del Vallo, Mons, Domenico Mogavero come Visitatore Apostolico, per verificare la regolarità della gestione della diocesi, in particolare riguardo a due fondazioni legate alla diocesi, a seguito della denuncia di un suo stretto collaboratore, [omissis], poi sospeso a divinis. Nello stesso tempo la procura di Trapani apre delle indagini dalle quali Miccichè risulta “parte lesa” mentre 13 persone vengono iscritte nel registro degli indagati per vari reati tra cui frode, calunnia, appropriazione indebita e stalking.

Il 19 maggio 2012 Mons. Miccichè viene rimosso da Papa Benedetto XVI dalla cura pastorale della Diocesi di Trapani. In una lettera indirizzata ai fedeli della diocesi dichiara di accettare, ma di non condividere e non comprendere il “provvedimento estremo” che la Santa Sede ha assunto nei suoi confronti, affermando di essere vittima di un complotto. Nei giorni precedenti il sollevamento, alla Santa Sede era pervenuta una richiesta di rogatoria dalla procura di Trapani per conti allo IOR del prete sospeso a divinis [omissis]. Nel 2015 Papa Francesco, dopo aver appurato attraverso una commissione la sua innocenza, lo chiama a Roma per svolgere il suo ministero e nel 2021 lo nomina canonico della Basilica di Santa Maria Maggiore.

Nel 2008 Mons. Micchichè denuncia il giornalista Beppino Tartaro per un articolo pubblicato sul periodico trapanese Extra per presunta diffamazione a mezzo stampa nei suoi confronti. Beppino Tartaro viene prosciolto nel 2009, mentre il Direttore Nicola Rinaudo viene rinviato a giudizio. Nel 2013 Mons. Miccichè denuncia nuovamente il giornalista Beppino Tartaro per un articolo pubblicato su Extra. Il 22 marzo 2017 il Tribunale di Trapani ha assolto il giornalista dalle accuse.

Nel 2015 la procura di Trapani ha indagato Mons. Miccichè con l’accusa di appropriazione indebita e malversazione per un ammanco di due milioni di euro di fondi dell’8 per mille destinati alla sua diocesi e di diffamazione e calunnia nei confronti del suo ex economo. Nel dicembre dello stesso anno la seconda sezione penale della Cassazione ha confermato il sequestro da parte della Guardia di Finanza di opere d’arte, quadri, crocifissi e gioielli per quasi due milioni di euro trovati nella villa del vescovo e provenienti da diverse chiese di Trapani.

Ville e bed & breakfast con i soldi dell’8 per mille: l’ex Vescovo di Trapani nella bufera
La Procura indaga sul patrimonio di monsignor Miccichè. Spariti due milioni di euro destinati alla diocesi
di Alessandra Ziniti
la Repubblica, 15 dicembre 2015

Del progetto per la riabilitazione dei detenuti non c’è traccia, e neanche della struttura di assistenza ai disabili mentali. Il sostegno della Caritas da 100mila euro all’anno per l’attività delle parrocchie si è perso per strada e il contributo da 70mila al centro di accoglienza per migranti di Badia Grande non arriva ormai da più di dieci anni. È un fiume di denaro, quasi due milioni di euro provenienti dall’8 per mille destinato negli ultimi tre anni dalla CEI alla Diocesi di Trapani, quello che sarebbe finito nelle tasche dell’ex Vescovo di Trapani, Mons. Francesco Miccichè nei confronti del quale la Procura si appresta a chiudere l’indagine che lo vede accusato di appropriazione indebita, malversazione, diffamazione e calunnia nei confronti del suo ex economo, [omissis], verso il quale aveva cercato di stornare i sospetti per un misterioso ammanco nelle casse della Curia.

L’ipotesi accusatoria dei pm Di Sciuva, Morra e Tarondo coordinati dal procuratore Marcello Viola, dopo le importanti ammissioni dell’ex Direttore della Caritas trapanese Sergio Librizzi (nel frattempo condannato a nove anni di carcere per una brutta storia di ricatti e violenze sessuali ai danni di giovani extracomunitari), ha trovato ampia conferma nei riscontri della Guardia di Finanza che, seguendo il fiume di denaro uscito dai conti ufficiali dell’8 per mille della Curia trapanese, è riuscita a ricostruire un groviglio di bonifici, giroconti e false fatture che avrebbero consentito all’alto prelato di impossessarsi di grosse somme che avrebbe investito nell’acquisto di appartamenti e ville, a cominciare da quella mastodontica (in parte adibita a bed and breakfast) di Monreale nella quale è andato a vivere insieme alla sorella e al cognato dopo la sua rimozione dall’incarico decisa da Papa Benedetto XVI in seguito all’apertura dell’indagine nei suoi confronti.

Con Papa Francesco (come dimostrano alcune foto ufficiali e finite agli atti dell’inchiesta) Miccichè ha tentato diverse volte un approccio per chiedere – come raccontano indiscrezioni – un incarico e la cittadinanza vaticana che potrebbe sottrarlo alla giurisdizione italiana. L’ultimo incontro è di pochi giorni fa, il 9 dicembre, al termine dell’udienza generale del mercoledì quando tutti i vescovi (e nonostante la rimozione dall’incarico, in attesa della conclusione dell’indagine, Miccichè rimane vescovo emerito) senza obbligo di identificazione o di richiesta personale di udienza hanno la possibilità di accedere al pontefice. Dal Vaticano, però, nessuna risposta alla richiesta dell’alto prelato.

Una risposta, invece, è giunta ai pm che avevano fatto richiesta di rogatoria internazionale per sapere se Micciché fosse intestatario di un conto presso lo IOR dove effettivamente nella disponibilità del vescovo risulta un deposito di circa 400mila euro, una cifra consistente che – secondo gli inquirenti – non sarebbe compatibile né con il suo stipendio né tanto meno con la sua situazione patrimoniale personale. Di famiglia estremamente modesta, come avrebbe fatto Miccichè a mettere da parte tanta liquidità e soprattutto a fare tanti investimenti immobiliari (oltre alla villa di Monreale, un’altra a Trabia nel Palermitano, e tre appartamenti a Palermo, uno dei quali di particolare valore nella centralissima via Libertà intestato alla giovanissima nipote)?

Grazie ai fondi dell’8 per mille, è l’ipotesi accusatoria forte ora dei riscontri della Guardia di Finanza che ha seguito il percorso di bonifici partiti dai conti ufficiali della Curia, passati in parte da due ditte edili che avrebbero emesso false fatture per lavori mai svolti pagando poi mazzette in contanti al vescovo o a suoi presunti prestanome, persone che – nonostante risultino come destinatari di quei soldi – non hanno mai avuto alcun rapporto con la Curia.

A fronte di questo vorticoso giro di denaro, le verifiche dei pm hanno riscontrato come buona parte delle attività che avrebbero dovuto essere attuate con i fondi dell’8 per mille, così come previsto dai rendiconti ufficiali, non siano mai state effettuate. E d’altra parte che questo fosse il meccanismo con il quale Miccichè si sarebbe impossessato dei fondi dell’8 per mille lo ha ammesso nei mesi scorsi anche il sacerdote che per anni è stato suo complice, il Direttore della Caritas Sergio Librizzi. In cambio del silenzio sui suoi “rapporti vietati” con i giovani extracomunitari che obbligava a prestazioni sessuali per una buona parola nell’iter di concessione del permesso di soggiorno, Don Librizzi aveva acconsentito a firmare al suo vescovo false attestazioni sull’impiego effettivo dei fondi dell’8 per mille.

Un ulteriore tassello a conferma della solidità dell’impianto accusatorio è arrivato dalla pronuncia della Seconda sezione penale della Cassazione che ha confermato il sequestro di opere d’arte, quadri, crocifissi di valore e gioielli per quasi due milioni di euro trovati nella villa di Mons. Miccichè e provenienti da diverse chiese di Trapani.

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