Le Edizioni San Paolo danno la parola a “u verru” – Prima parte

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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 14.10.2024 – Ivo Pincara] – È in libreria dal 19 settembre 2024 Uno così. Giovanni Brusca si racconta (Edizioni San Paolo 2024, 187 pagine) di Don Marcello Cozzi. Il libro presenta le “confessioni” di Giovanni Brusca (San Giuseppe Jato, 20 febbraio 1957), per la sua ferocia soprannominato in lingua siciliana “u verru” (il porco), oppure “lo scannacristiani”, collaboratore di giustizia e artefice dei più efferati delitti di mafia, con il racconto della sua “verità” sul suo passato, durante il colloqui con l’autore.

La presentazione del libro dell’editore: «”Sono stato ritualmente affiliato all’età di 19 anni, credo di essere stato uno dei più giovani nella storia di Cosa Nostra…”. Giovanni Brusca è l’uomo che il 23 maggio 1992 premette il telecomando che fece saltare in aria il giudice Falcone, sua moglie e gli uomini della scorta. Ma prima di quella data, per anni ha ucciso, imprigionato, minacciato, da vero uomo di mafia. La sua è stata una lunga esistenza nell’inferno della violenza come sistema di potere. In questo volume Brusca si racconta e – nel dialogo con Don Marcello Cozzi, esperto nell’accompagnamento ai pentiti di mafia e sacerdote abituato a confrontarsi con tragedie, ingiustizie e faticosi percorsi di riconciliazione – si espone al giudizio del lettore e si mette nelle mani di un mistero di misericordia più grande di lui. Il testo è il risultato di numerosi incontri tra Marcello Cozzi e Giovanni Brusca».

L’autore del libro

Marcello Cozzi (Potenza, 1963), lucano, è un sacerdote impegnato da decenni sul versante del disagio sociale, nell’educazione alla legalità, nel contrasto alle mafie e nell’accompagnamento ai pentiti di mafia e ai testimoni di giustizia. Attualmente è docente di Teologia in alcune università pontificie e Presidente della Fondazione nazionale antiusura “Interesse uomo”. È stato Vicepresidente nazionale di Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, Vicepresidente nazionale della F.A.I. – Federazione Italiana delle Associazioni antiracket e antiusura. Don Marcello Cozzi è stato anche componente del Gruppo di lavoro sulla “scomunica alle mafie”, con l’obiettivo di approfondire il tema, collaborare con i Vescovi del mondo, promuovere e sostenere iniziative, costituito per volontà di Papa Francesco dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale [1].

Gli ultimi suoi libri sono Ho incontrato Caino. Pentiti. Storie e tormenti di vite confiscate alle mafie (Melampo 2016), Lupare rosa. Storie di amore, sangue e onore (Rubbettino 2019) e Dio ha le mani sporche. Il grido degli innocenti, le angosce dei carnefici, l’arroganza dei boss (Edizioni San Paolo 2022).

Il protagonista del libro

«Giovanni Brusca, non ha saputo fornire neppure lui con esattezza il numero delle persone che ha ammazzato: “Molte più di cento, di sicuro meno di duecento”. Da oggi [31 maggio 2021] è un uomo libero, dopo aver scontato venticinque anni di carcere e con un ultimo sconto di 45 giorni. Ha saldato i suoi debiti con la giustizia.

Il fedelissimo di Totò Riina, autore della strage di Capaci e di uno dei delitti più atroci commessi da Cosa nostra, quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, sequestrato per più di 700 giorni e poi ucciso e sciolto nell’acido, solo per cercare di far tacere suo padre Santino, che aveva deciso di pentirsi. La stessa strada della collaborazione con la giustizia intrapresa poi proprio da Brusca e che – nonostante la sfilza di omicidi – gli ha consentito di evitare l’ergastolo, di ottenere permessi per “buona condotta” e sconti di pena.

Come è stato anticipato da L’Espresso, il pentito ha lasciato il carcere di Rebibbia e come disposto dalla Corte d’Appello di Milano sarà sottoposto a protezione, controlli e libertà vigilata per quattro anni. Era stato catturato il 20 maggio del 1996 insieme al fratello Vincenzo, in provincia di Agrigento. Era allora capomafia di San Giuseppe Jato e il ricercato numero uno di Cosa Nostra.
“Ho ucciso Giovanni Falcone. Ma non era la prima volta: avevo già adoperato l’autobomba per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Sono responsabile del sequestro e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, che aveva tredici anni quando fu rapito e quindici quando fu ammazzato. Ho commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento”, così aveva detto Brusca al giornalista Saverio Lodato [nel libro Ho ucciso Giovanni Falcone. La confessione di Giovanni Brusca (Mondadori 2017)].

I suoi permessi premio hanno suscitato indignazione, così come le sue reiterate richieste di ottenere i domiciliari. Lo stesso sentimento accompagna oggi, soprattutto da parte dei parenti delle sue vittime, il suo ritorno in libertà.
Brusca è stato formalmente condannato a trent’anni di reclusione ed ha ottenuto nel tempo almeno ottanta volte la possibilità di lasciare la sua cella. Nel 2004 fu addirittura arrestato durante uno di questi permessi perché sorpreso ad utilizzare un cellulare, in violazione delle regole. Nel 2010 fu poi accusato di continuare a curare i suoi affari dal carcere (in un’intercapedine dell’abitazione in cui vivevano la moglie e il figlio i carabinieri ritrovarono 188 mila euro) e finì sotto processo per estorsione, poi derubricata in violenza privata. A Natale del 2015 ottenne un altro permesso per trascorrere le feste in famiglia. Da oggi è libero» (Sandra Figliuolo, 31 maggio 2021).

La protesta per la presentazione del libro a San Giuseppe Jato

Nei giorni scorsi, il solo annuncio che il libro sarebbe stato presentato il prossimo 18 ottobre a San Giuseppe Jato, il paese di “u verru” (ricordiamo che significa “il porco” in lingua siciliana), ha generato non poche proteste: «Non bisogna dare più visibilità agli uomini di Cosa Nostra che hanno martoriato il territorio», ha detto Nicola Di Matteo, fratello minore del piccolo Giuseppe, sequestrato, strangolato e sciolto nell’acido l’11 gennaio 1996, dopo una prigionia durata quasi tre anni, per volere di “u verru”. Posizione non condivisa dal Sindaco del Comune jatino, Giuseppe Siviglia, da cui l’iniziativa è partita: «Capisco i familiari delle vittime. Ma il libro, a mio giudizio, ha un valore educativo: raccontando quella ferocia induce tutti a prendere le distanze».

Tutto ha inizio da una telefonata in riferimento al libro tra l’autore e il Sindaco, che ha dichiarato: «Secondo me si pone un problema di moralità e per questo è necessario presentarlo. Non potevo esimermi dall’invitare Don Cozzi. Decideremo insieme la data nei prossimi giorni. Ritengo che sia giusto presentarlo da noi per scuotere le coscienze della cosiddetta zona grigia, affinché anche queste persone passino dalla parte della legalità e collaborino con le Istituzioni». A queste parole è seguita l’ufficializzazione della data di presentazione, organizzata al Centro comunale che porta il nome di Paolo Borsellino.

Le parole del Sindaco non sono bastate a non far esplodere la protesta. Primi tra tutti dai componenti dell’opposizione in Consiglio comunale, che in una nota congiunta hanno dichiarato: «Noi siamo invece convinti che per scuotere le coscienze e per educare alla legalità vi sia bisogno dell’esempio positivo di donne e di uomini che per i loro ideali di libertà e di giustizia sono stati vittime della mafia».

Il Vicesegretario regionale e il Coordinatore provinciale dell’UDC, Salvino Caputo e Paolo Franzella, si sono scagliati contro «la presentazione del libro di Giovanni Brusca», chiedono l’intervento della Commissione antimafia regionale e di quella nazionale. «Consentire al carnefice Brusca di avere una platea pubblica per manifestare il proprio pensiero criminale e comunque per esternare motivazioni e pentimenti proprio nel comune di nascita e dove ha compiuto efferati omicidi, con il paradosso di una iniziativa pubblica, significa suscitare reazioni, rabbia e incredulità», hanno osservato.

Mafia, Brusca si racconta in un libro. Nicola, fratello del piccolo Giuseppe sciolto nell’acido: “Inaccettabile. Non lo presentino a San Giuseppe Jato”
di Saul Caia
Il Fatto Quotidiano,11 ottobre 2024

Il libro Uno così. Giovanni Brusca si racconta (Edizioni San Paolo) fa già discutere prima delle presentazioni. Il dialogo tra “u verru”, o anche noto come “scannacristiani”, boss pluriomicida e sanguinario, e Don Cozzi, che racconta il suo percorso fatto in carcere. Nelle mani di Brusca c’è il sangue dell’undicenne Giuseppe Di Matteo, sequestrato il 23 novembre 1993, incarcerato per oltre due anni e poi disciolto nell’acido l’11 gennaio 1996, solo perché figlio dell’uomo d’onore Santino Di Matteo, che aveva iniziato a collaborare con la giustizia. Nicola è il fratello minore di Giuseppe. Gli abbiamo chiesto cosa ha pensato quando ha saputo del libro.

“Siamo stanchi dopo trent’anni di parlare sempre delle stesse cose. Sono sinceramente arrabbiato. Tutti possono scrivono libri, possiamo vietare che raccontino le loro storie, che la gente li compri o li legga, però pubblicizzare questo libro di questo personaggio, è finita che siamo noi a dover chiedere scusa a lui, perché siamo noi che abbiamo sbagliato, mentre lui è la persona corretta”.

Non crede al pentimento di Busca?
“Come si fa a chiedere perdono dopo tutto quello che ha fatto? Sappiamo tutti la sua storia, ci sono le sentenze, ha anche “ammaccato anche un pulsante” (premuto il telecomando della strage di Capaci, ndr). Ha distrutto intere famiglie. Per quello che ha fatto a mio fratello, non c’è perdono. (Resta in silenzio per qualche istante) Lui per farsi perdonare, per questa cosa che dice di portarsi dentro, lo potrà fare solo un giorno quando nell’aldilà avrà davanti mio fratello, e gli chiederà scusa. Forse solo li potrà avere il perdono”.

Il libro potrebbe essere presentato in comune a San Giuseppe Jato, città che ha dato i natali alla famiglia Brusca, che ospita la statua dedicata a suo fratello e dove è stato ucciso.
“Per noi è inaccettabile. Farlo a San Giuseppe Jato a due passi da dove ha tenuto quel bambino in un bunker, c’è da rabbrividire solo a pensarlo. Vorrei dire al sindaco (Giuseppe Siviglia, ndr), se ha un minimo di umanità, da genitore con figli, e sapendo quanto si può soffrire per loro, non avrebbe neppure dovuto pensarci un attimo. Perché sta continuando a far soffrire mia mamma, dopo tutto quello che ha passato. Sono tre giorni che mia madre piange. Se vogliono presentare il libro, lo facciano lontano da questo paese e da questa gente, perché di queste persone non ne dobbiamo più parlare”.

Parlare del libro a San Giuseppe Jato riapre vecchie ferite.
“Ho letto che il sindaco in un’intervista ha invitato i familiari delle vittime alla presentazione libro. Ma sta scherzando! È fuori di testa! Lui non sta bene mentalmente! Non capisce il dolore che può creare in una mamma, vederla piangere da tre giorni per suo figlio, dopo tutto quello che gli hanno fatto. Mi preoccupo per mia madre e mi sale il sangue in testa. Ho solo rabbia. Noi uomini il dolore di una madre non lo possiamo capire, è la persona che vive per i figli, li hanno portati in grembo e hanno un amore enorme per tutta la vita”.

Se lei si trovasse davanti Brusca, come reagirebbe?
“Non lo vado certo a cercare, ma spero di non trovarmelo mai davanti, perché poi non sarei me stesso, non avrei il coraggio di usare violenza contro una persona, ma se fosse davanti a me non so cosa potrebbe succedere. Se dovesse passarmi in testa mio fratello, e potrei perderei la ragione. Mio fratello aveva 11 anni. Queste persone le abbiamo conosciute, ma all’epoca eravamo bambini e non potevamo sapere chi fossero e cosa facessero. Un ragazzino che paga le colpe di un padre. Ogni volta che ripenso a cosa hanno fatto a mio fratello, rabbrividisco (si sente la voce strozzata in gola), peggio di Auschwitz”.

In tutti questi anni, ha avuto risentimenti verso suo padre, per essere appartenuto a quel mondo mafioso che poi ha inciso sulla sua vita e in quella di suo fratello.
“Lui si è fatto la sua strada, le sue scelte, ma è qualcosa che non mi appartiene, sono estraneo e voglio restare lontano da tutta questa gente. Per l’assenza di mio fratello non do la colpa solo a chi lo ha ucciso, ma anche a mio padre per tutto quello di cui si è circondato. Certo che se fosse stato estraneo a quel mondo, tutto questo non sarebbe accaduto. È ovvio”.

C’è un momento in cui sua madre, Franca Castellese, parlando con suo padre Santino, lo invita a non far riferimenti alla strage di Borsellino. Lei cosa pensa di questo?
“Io posso parlare di quello che conosco, di altro no perché non conosco i fatti e non lo so veramente. Avevo 9 anni quando è stato rapito mio fratello, non sapevo e capivo nulla”.

In questi giorni è in sala c’è anche il film “Iddu” su Matteo Messina Denaro, lo vedrà?
“No, guardi, io sono nato in questi ambienti, da piccolo ho conosciuto e vissuto tutta questa gente, poi crescendo e riflettendo a chi avevo accanto e a quello che hanno fatto, non c’è neppure il bisogno di nominarle queste persone. Di vedere cosa scrivono o quello che fanno. Questa gente ha rovinato migliaia di famiglie, uccidendo i parenti, per cosa? Il potere dei soldi? Questi film e libri esaltano questa nuova generazione, che non sa a cosa va incontro. Esaltano questi ragazzi che sono disoccupati e senza lavoro, e ancora credono che quando c’erano i mafiosi in giro c’era la possibilità di avere un lavoro. Invece per arricchirsi i mafiosi hanno bruciato tutto, interi territori e distrutto famiglie e la vita della gente per bene. Su questi personaggi deve calare solo l’oblio e il silenzio”.

La replica alla protesta

Il Sindaco Giuseppe Siviglia ha replicato alla protesta per la presentazione a San Giuseppe Jato: «Questa vicenda è stata strumentalizzata, perché sono sicuro che coloro che hanno fatto dichiarazioni contro la presentazione del libro su Giovanni Brusca a San Giuseppe Jato non lo hanno letto e non conoscono l’autore, Don Marcello Cozzi. Il libro non elogia Brusca e neanche lo riabilita. Brusca rimane quello che è. Ma ci sono alcuni passaggi che vanno divulgati nei luoghi in cui lui è cresciuto. Noi facciamo antimafia e ritengo che l’antimafia unisca e non divida. Non penso, quindi, che né Libera, né il Centro Borsellino – dove verrà presentato il 18 ottobre – siano realtà che vogliano elogiare i delinquenti come Brusca».

Come riporta ANSA, «il sacerdote ha scelto di “camminare accanto a Caino, senza mai dimenticare il dolore per Abele”, come lui stesso definisce questo lavoro. All’incontro fra il boss mafioso e Rita Borsellino, la sorella del magistrato ucciso in via D’Amelio nel 1992, Don Marcello Cozzi dedica un capitolo del libro. Un incontro, avvenuto nel 2008 in una località segreta, che sarà cruciale per imprimere una svolta nella travagliata collaborazione di Brusca con la giustizia».

«”Al primo posto c’è il grido di dolore di Abele, delle vittime innocenti e questo è poco, ma sicuro”: Don Marcello Cozzi racconta i colloqui con Giovanni Brusca nel suo libro Uno così. “Non voglio convincere dell’autenticità dei racconti di Brusca” – spiega il sacerdote -, piuttosto “queste storie devono farci riflettere su ciò che è stato e su ciò che invece avrebbe potuto essere, se non ci fossero state certe condizioni”. Tanto più che “non servono a perdonare nessuno”. Il grido del dolore innocente, infine, “non può esser messo da parte – dice ancora Don Marcello -, ma rivendico anche il diritto di parlare con Caino. Anzi, quanto più ascolto il tormento di Caino, tanto più posso capire quanto sia lancinante il dolore di Abele”» (Mafia. Un sacerdote e il superboss: un libro (anche) su Caino e Abele di Pino Ciociola – Avvenire, 7 ottobre 2024 [QUI]).

Fanno discutere le presentazioni del libro che dà voce, ma senza sconti, a Giovanni Brusca e del film dedicato a Matteo Messina Denaro
Il libro su Brusca e Messina Denaro. Raccontare i mafiosi: errore o dovere educativo?
di Roberto Puglisi
Avvenire, 2 ottobre 2024

Può un sanguinario boss di Cosa Nostra ripercorrere una vita di orrori e darla alle stampe, per offrire il resoconto della sua stessa perdizione? La domanda risulta attuale alla luce delle furibonde polemiche divampate intorno alla presentazione del libro di “memorie” di Giovanni Brusca che si terrà comunque a San Giuseppe Jato (Palermo), luogo di nascita, epicentro di una biografia e involontario simbolo di una sterminata carriera criminale. L’opera (Edizioni San Paolo) si intitola “Uno così. Giovanni Brusca si racconta”. Un lungo dialogo, senza sconti, con Don Marcello Cozzi, sacerdote impegnato da anni nel delicatissimo terreno dell’educazione alla legalità.
Brusca è uno dei responsabili dell’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, strangolato e sciolto nell’acido, dopo una atroce prigionia. La tortura e la morte di un bambino innocente rappresentarono la “punizione” per suo padre Santino, collaboratore di giustizia.
Fu la mano di Brusca ad avviare il meccanismo collegato all’esplosivo che uccise Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta, il 23 maggio del 1992.
E tanto altro, di terribile, si potrebbe riferire. Ecco perché l’annuncio della ventura manifestazione letteraria, dato dal Sindaco del Paese, Giuseppe Siviglia, ha creato una comprensibile reazione che va oltre la scontata polemica politica.
«Non bisogna dare più visibilità agli uomini di Cosa nostra che hanno martoriato il territorio, bloccandone lo sviluppo e portando dolore e morte», ha detto Nicola Di Matteo, fratello di Giuseppe, martire della ferocia mafiosa ad appena quattordici anni. «Su questi personaggi – ha aggiunto – deve calare l’oblio, il silenzio. Non devono avere più alcuna possibilità di potere parlare. Brusca non si è mai mostrato veramente pentito per tutto il male compiuto in quegli anni. Dare a lui una ribalta è solo un grave errore che porta in noi che abbiamo sofferto altro dolore».
«Capisco i familiari delle vittime – ha risposto il Sindaco Siviglia –. Ma il libro, a mio giudizio, ha un valore educativo soprattutto per i giovani».
«Mi sembra opportuno valorizzare oggi il suo percorso di collaborazione con la giustizia – così è intervenuta Franca Imbergamo, la magistrata che raccolse le prime dichiarazioni del boss, diventato un collaboratore di giustizia –. Non si può certo definire lineare, come accade in molti percorsi di collaborazione, ma resta uno strumento processuale indispensabile. Ricordiamo che Brusca è stato un personaggio apicale nella struttura militare di Cosa Nostra. Il suo racconto può suscitare un comprensibile orrore, e per questo allora mi rifiutai di stringergli la mano. Ma poi ho potuto apprezzare la sua collaborazione e il suo racconto su circostanze controllate in modo obiettivo che hanno dato un grande contributo processuale».
E mentre San Giuseppe Jato vive l’inquietante ombra di un personaggio maledetto e ingombrante, non si è spenta l’eco delle accese discussioni per la proiezione, che non ci sarà, di “Iddu”, il film su Matteo Messina Denaro, nell’unico cinema di Castelvetrano (Trapani), altra zona inquinata dalla presenza di un gigantesco emblema del male. La decisione è stata presa dal titolare della sala, Salvatore Vaccarino, già Consigliere comunale e figlio dell’ex Sindaco Antonio, che con “la primula rossa” avviò un rapporto epistolare tramite nomi in codice, collaborando con i servizi segreti a caccia del super latitante. Un episodio controverso. «Io un film su Messina Denaro non l’avrei mai fatto – ha spiegato Vaccarino – perché credo sia un uomo da dimenticare».
Su entrambe le questioni è intervenuto il presidente della commissione Antimafia regionale, Antonello Cracolici. «Per quanto riguarda la presentazione del libro su Giovanni Brusca a San Giuseppe Jato, sarebbe stata necessaria una maggiore prudenza da parte del Sindaco – ha detto –. È evidente che anche la reazione dei parenti delle vittime testimonia che forse occorreva una capacità di ascolto e prevenzione delle possibili polemiche». E su Messina Denaro: «Faremo di tutto perché anche a Castelvetrano, al di là della qualità della pellicola che ognuno poi giudicherà, si possa vedere quel film».

«Se dovremo sorbirci anche il libro di Brusca, il nuovo bestia-seller – Il libro uscirà e chiunque sarà libero o no di comprarlo e addirittura leggerlo. So già che sarà un successone, so già che troverà donne e amici che gli scriveranno ammirati, so già che torneremo a parlare di questo. Per il momento però le polemiche sono altre e riguardano la presentazione del libro stesso. Nella città che ha dato i natali a questo galantuomo, San Giuseppe Jato, il Sindaco Giuseppe Siviglia ha annunciato la sua presentazione. “Bisogna educare le nuove generazioni alla legalità – ha concluso Siviglia –, mi auguro che presentandolo anche a San Giuseppe Jato possa cambiare qualcosa”. Pedagogo? Psicologo? Sognatore? Utopista? O semplicemente un politico? Non conosco il Sindaco, non posso saperlo. Possiamo tutti, però, riflettere sulla sua iniziativa di portare Brusca su un palco e dargli in mano un microfono per raccontare sé stesso alla folla. E mi accorgo di non capire quale di tutte queste cose sia la più criminale» (Luca Serafini – @altroPensiero.net, 2 ottobre 2024).

Uno come Giovanni Brusca. Il libro-dialogo del boss pentito con un sacerdote: “Sì, sono stato un mostro”
Don Marcello Cozzi racconta i suoi colloqui con l’uomo che uccise un bambino nell’acido e fece saltare l’autostrada nella strage di Capaci
di Lucio Luca
la Repubblica, 20 settembre 2024

Don Marcello Cozzi, ex Vcepresidente di Libera, accompagna da anni i pentiti di mafia nel loro difficile cammino verso una nuova vita che non potrà mai essere “normale” come quella degli altri. Nella sua missione sacerdotale a un certo punto gli è capitato di incrociare Giovanni Brusca, il mostro capace di sciogliere un bambino nell’acido e di sventrare un’autostrada per eliminare il nemico più forte di Cosa Nostra. Brusca, dopo l’arresto, ha cominciato a parlare acquisendo lo status di collaboratore di giustizia che a molti ha fatto accapponare la pelle ma, come ci ha insegnato proprio Giovanni Falcone, è l’unico vero grimaldello per mettere definitivamente in ginocchio un’organizzazione ancora potente come la mafia siciliana.

Adesso Don Cozzi ha deciso di raccontare in un libro il suo incontro con Brusca, le debolezze e i rimorsi del mostro – come si definisce lui stesso – il percorso che ha dovuto compiere per recuperare quella pace che, da assassino efferato, ha tolto a tante vittime e alle loro famiglie. Uno così. Giovanni Brusca si racconta (Edizioni San Paolo 2024), è appena andato in libreria. E va letto, anche se fa profondamente arrabbiare chi quel ventennio stragista firmato dai Corleonesi di Riina e Provenzano lo ha vissuto sul campo: da magistrato, da giornalista, da cittadino. “Sono diventato un mostro per vendere l’anima a Cosa Nostra” racconta Giovanni Brusca nel suo dialogo con Don Marcello. “Perché credevo in Totò Riina, e poi scopro che voleva farmi fuori – aggiunge – E allora mi sono chiesto a cosa fosse servito fare tutto quello che avevo fatto per un uomo che io vedevo come fosse Dio in terra. È vero, Cosa Nostra scomparirà se i suoi capi resteranno senza eserciti»

È un libro nel quale Cozzi, da esploratore dell’animo che non vuole fare sconti a nessuno, desidera soprattutto ascoltare, accompagnare e mettere in evidenza come ogni persona sia un mistero: “Fin da bambino ho convissuto con le forze di polizia – racconta Brusca a Don Marcello – a causa delle frequenti perquisizioni che venivano a farci in casa. E così è stato inevitabile farmi di loro un’idea pessima. I miei genitori, infatti, me li facevano vedere come fastidiosi e cattivi, come se tutti i guai giudiziari di mio padre (Bernardo, uno dei più pericolosi capimafia dei Corleonesi, ndr) fossero colpa loro. Se avessi avuto una scuola attenta, se quelli del Comune fossero venuti a cercarmi quando in quinta elementare mio padre mi ritirò dalla scuola per mandarmi dietro alle pecore, forse la mia vita non sarebbe andata come è andata e forse io non avrei pensato che era quello l’unico modo di vivere”.

Nel dialogo il boss ripercorre i giorni della sua affiliazione a Cosa nostra – “Sono stato ritualmente affiliato a 19 anni, credo che sia stato uno dei più giovani nella storia di Cosa Nostra” – e il primo coinvolgimento, seppure indiretto, in un omicidio: “Un giorno in paese si era saputo di un tentato omicidio e io non sapevo altro, ma poi i componenti di Cosa Nostra ne iniziarono a parlare davanti a me senza nessuna riserva. Il parlarne alla mia presenza stava a significare che mi stavano coinvolgendo nella cosa. A quel punto, essendo stato sempre una persona con spirito d’iniziativa e desideroso di dimostrare le mie capacità, d’istinto la prima cosa che pensai di fare fu di studiarmi da vicino le abitudini della vittima. Un giorno passò da casa mia Leoluca Bagarella e gli confidai che conoscevo benissimo le abitudini del potenziale bersaglio. Quando Leoluca, in modo anche provocatorio, mi propose se me la sentivo di ucciderlo insieme a lui, io non ci pensai due volte e senza troppo riflettere gli dissi che per me non sarebbe stato per nulla un problema. E difatti così accadde: nel giro di qualche ora portammo a termine l’operazione”.

Ed ecco il momento: “Quando mio padre rientrò da Napoli, mi chiamò e mi disse di rendermi disponibile per l’indomani perché dovevo accompagnarlo in un luogo. La mattina seguente mi disse di portarlo nella masseria di contrada Dammusi. A quel punto mi invitarono a entrare in una stanza dove c’erano altre persone e fra di loro Totò Riina che io già conoscevo e che per rispetto chiamavo parrino: pensavo di aver toccato il cielo con un dito, mi sentivo preso letteralmente dai ‘turchi’, anche se in realtà non capivo che stava iniziando la mia fine…”.

Gli incontri con Don Marcello Cozzi arrivano ad affrontare l’omicidio del piccolo Giuseppe di Matteo. E Giovanni Brusca tiene a ribadire al sacerdote: «Marcello, fu questa l’unica cosa che dissi: “Vedi cosa mi sta facendo fare suo padre”. Io a Giuseppe non l’ho mai chiamato ‘u cagnuleddu. Ma questo cambia poco, quello che ho fatto, ho fatto e nulla potrà mai assolvermi. Durante i processi le uniche volte che ho perso il controllo è quando sono dovuto ritornare su questa storia” racconta ancora Brusca, e a proposito del pentimento sottolinea: “Mi sono chiesto tante volte cosa significa chiedere perdono per la morte del piccolo Di Matteo. Non lo so. Mi accusano spesso di non mostrare esternamente il mio pentimento, ma io so che per un omicidio come questo non c’è perdono. Ecco perché mi chiedo: in simili casi, cosa significa chiedere perdono? Io lo so che è importante farlo, ma so anche che non serve né a tornare indietro né a farlo ritornare in vita, quel povero ragazzo. Anzi spesso penso che possa essere visto come l’ennesimo sfregio, una presa in giro. E allora mi dico che l’unico modo per rispettare il dolore che ho creato è stare in silenzio. Ma anche questo viene condannato” [2].

C’è anche il capitolo dell’arresto, un evento che ha cancellato tutte le certezze del sicario di mafia: “Mi colpì quando, uscendo dalla questura per essere portato in carcere, trovai fuori dal portone gente normale, gente onesta, che applaudiva ai poliziotti, urlava e mi gridava dietro cose irripetibili: mostro, bestia e altre cose simili. Ecco, per la prima volta toccavo con mano quello che realmente le persone pensavano di me. Quando finalmente ho preso coscienza del male che ho fatto, allora per me è stato come entrare in un incubo senza fine».

Con un’ammissione finale: “Sono stato fermato in tempo, ma anche con molto ritardo. Al punto in cui ero arrivato non so di cos’altro sarei stato capace”.

[1] Il caso del Gruppo di lavoro sulla “scomunica alle mafie” della Santa Sede, sciolto perché dichiarato “non più prioritario”

«Per onorare Rosario Livatino, primo magistrato beato nella storia della Chiesa, che ha esercitato coraggiosamente la professione come missione laicale, presso il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale è stato costituito un Gruppo di lavoro sulla “scomunica alle mafie”, con l’obiettivo di approfondire il tema, collaborare con i Vescovi del mondo, promuovere e sostenere iniziative». Lo comunicava una nota del Dicastero, in coincidenza con la cerimonia di beatificazione il 9 maggio 2021 ad Agrigento del giudice siciliano ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990. Vatican News sottolineava che l’iniziativa era «un ulteriore passo dell’impegno su queste tematiche del Dicastero presieduto dal Cardinale Peter Turkson che aveva già dato vita, nell’agosto 2018, a una rete globale internazionale contro corruzione, criminalità organizzata e mafie».

Coordinatore del Gruppo di lavoro sulla “scomunica alle mafie” fu Vittorio V. Alberti, officiale del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Ne fecero parte, oltre a Don Marcello Cozzi; Mons. Michele Pennisi, Arcivescovo metropolita di Monreale; Giuseppe Pignatone, Presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano; Don Luigi Ciotti, Presidente dell’Associazione Libera; Rosy Bindi, già Presidente della Commissione parlamentare antimafia; Don Raffaele Grimaldi, Ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane; e Monsignor Ioan Alexandru Pop, officiale del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi.

Prof. Vittorio V. Alberti spiegò a Vatican News [QUI] gli obiettivi: «Vogliamo sia chiaro che non è possibile appartenere alle mafie e far parte della Chiesa».

«La Chiesa ha fatto passi avanti nel percorso contro la mafia, ma bisogna fare uno scatto ulteriore. Le organizzazioni mafiose usano la religione come strumento di consenso e di potere. È allora necessario che ci siano pronunciamenti non solo verbali, ma scritti. Per dire in maniera chiara che la Chiesa taglia i ponti con la mafia», disse Don Luigi Ciotti, spiegando che il Gruppo di lavoro voluto dal Papa stava lavorando non solo all’inserimento della scomunica nei testi della Chiesa, ma anche ad alcune iniziative: «Nelle carceri, nei vari contesti c’è bisogno di una condanna forte del fenomeno, ma anche di una nuova pastorale». Un lavoro che era partito dalle parole di Papa Francesco che già nel 2015 ribadiva l’appello alla conversione per i mafiosi: «C’è già una scomunica di fatto, che entra in vigore a prescindere dalla scomunica de iure». Don Ciotti ha sottolineato che le parole pronunciate dall’altare, soprattutto nelle regioni meridionali, hanno segnato una chiara incompatibilità fra Vangelo e mafia. «Ma queste parole devono andare anche oltre, il Papa vuole che raggiungano la Chiesa universale, che non ha queste prese di posizione nella dottrina sociale o nel diritto canonico o nel catechismo». Ecco, fu detto, che allora gli appelli diventeranno presto dei testi ben precisi, per rilanciare l’impegno della Chiesa contro tutte le mafie del mondo.

Il 17 giugno 2017, una nota del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale sulle conclusioni del primo Dibattito Internazionale sulla Corruzione” aveva rivelato, che un documento della Chiesa universale era in preparazione. Si “approfondirà” la possibilità di scomunicare “per corruzione e associazione mafiosa”, si leggeva. Il gruppo di lavoro che ha dato vita al Seminario sulla corruzione aveva provveduto “all’elaborazione di un testo condiviso che guiderà i lavori successivi e le future iniziative. Tra queste, si segnala al momento la necessità di approfondire, a livello internazionale e di dottrina giuridica della Chiesa, la questione relativa alla scomunica per corruzione e associazione mafiosa”. All’incontro in Vaticano avevano partecipato anche quattro importanti magistrati italiani: il Presidente dell’anticorruzione Raffaele Cantone, il Capo della Dia Franco Roberti, il Procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone e il Procuratore aggiunto Michele Prestipino.

Qualche settimana prima del viaggio in Calabria nel mese di marzo del 2017, partecipando alla veglia per le vittime innocenti della mafia, organizzata alla parrocchia romana di San Gregorio VII dall’associazione Libera di Don Luigi Ciotti, Papa Francesco aveva chiesto “in ginocchio” ai mafiosi di convertirsi “per non finire all’inferno”. Parole che evocarono l’anatema di San Giovanni Paolo II durante la sua Visita Pastorale in Sicilia, nell’omelia per la Concelebrazione Eucaristica nella Valle dei Templi ad Agrigento, domenica 9 maggio 1993[QUI]):

«Questi che portano sulle loro coscienze tante vittime umane, devono capire, devono capire che non si permette uccidere innocenti! Dio ha detto una volta: “Non uccidere”: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio!  Qui ci vuole civiltà della vita! Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!»

All’anatema di San Giovanni Paolo II era seguita la definizione della mafia come “strada di morte”, pronunciata da Benedetto XVI il 3 ottobre 2010 a Palermo nella la sua prima e unica visita pastorale in Sicilia durante il suo Pontificato. Dopo aver ricordato le vittime della mafia, come Don Pino Puglisi, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, in Piazza Politeama incitò i giovani a non avere paura della criminalità organizzata: «Non cedete alle suggestioni della mafia, che è una strada di morte, incompatibile con il Vangelo».

Il 9 maggio 2021, nel giorno della beatificazione di Rosario Livatino, il giudice siciliano ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990, Papa Francesco rilanciò la scomunica: «Non solo appelli, anche una condanna nei testi della Chiesa». «Per onorare il primo magistrato beato nella storia della Chiesa, che ha esercitato coraggiosamente la professione come missione laicale, è stato costituito un Gruppo di lavoro “sulla scomunica alle mafie”».

Il gruppo di esperti era già al lavoro, con il compito di «approfondire il tema, collaborare con i vescovi del mondo, promuovere e sostenere iniziative», perché Il Papa voleva che la scomunica sia estesa a tutte le mafie, non solo quelle italiane.

Poi, il ripensamento dopo il cambio di guida al Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale: la Santa Sede ha bloccato il documento “sulla scomunica ai mafiosi”, perché “le priorità sono altre”. Tra le tante commissioni di questo pontificato, propria questa risulta essere “non prioritaria”.

Nel mese di luglio 2023 arrivò la notizia che il gruppo di esperti incaricati per redigere un documento “sulla scomunica ai mafiosi” «non si riunisce da mesi perché secondo il Cardinale [Michael Czerny] “il problema è solo italiano e le priorità sono altre”». Lo aveva anticipato Giacomo Galeazzi già il 21 gennaio 2023 su Lastampa.it, senza ricevere la dovuta attenzione: «Scomunica ai mafiosi, i vescovi la chiedono, il mondo la invoca ma il Vaticano frena. Ecco perché la sanzione fa paura. Ostacoli e ritardi nel giro di vite canonico in preparazione contro la criminalità organizzata. Gli effetti del cambio alla guida del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale».

La notizia fu data ai membri del Gruppo di lavoro dai vertici del Dicastero, riferì l’8 luglio 2023 Fabio Beretta su Ilfaroonline.it , come abbiamo riferito due giorni dopo [QUI]: «In Vaticano, infatti, tutte le attenzioni – in particolare quelle del suddetto Dicastero – sono rivolte ai confini est dell’Europa, dove infuria il conflitto tra Russia e Ucraina. Per carità, una guerra non è un problema da sottovalutare. Tutt’altro. Ma, a quanto pare, è il Cardinale Michael Czerny, gesuita, a sottovalutare il problema della mafia. Infatti, è proprio dalla sua nomina a Prefetto del Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale che la Commissione non viene più convocata. Formalmente non è stata sciolta, ma ad oggi non vi sono più riunioni perché secondo il porporato quello della mafia “è una questione solo italiana”. Parole che fanno male e che nei fatti sono smentite. Quello della mafia non è un problema che riguarda solo l’Italia. Con i loro tentacoli, le organizzazioni mafiose sono riuscite a prosperare in diverse nazioni, in Europa e non. Tant’è che diversi Conferenze Episcopali, soprattutto dall’America Latina, hanno chiesto aiuto al Vaticano su come comportarsi riguardo al peccato di mafia. Una definizione universale, infatti, non esiste. La Commissione era al lavoro proprio su questo. La scomunica pronunciata da Papa Francesco nella piana di Sibari traccia sì un confine netto tra religione cattolica e mafia ma, secondo alcuni canonisti, senza una definizione universale del peccato la scomunica non può essere effettiva. Ed è proprio a questo che la Commissione stava lavorando. Era anche pronto un documento di ben 4 pagine che però al Pontefice non è mai stato presentato perché, appunto, il “problema non è universale”. Eppure, sono state circa trenta le Conferenze Episcopali di tutto il mondo che hanno chiesto aiuti alla Santa Sede. Ma il Dicastero non ha risposto, ignorando anche l’aiuto di questi Vescovi che si erano proposti di collaborare in seguito a una lettera del Cardinal Turkson, Prefetto del medesimo Dicastero fino al 2021. Ricapitolando: il documento sulla scomunica ai mafiosi è pronto ma manca l’ok del Pontefice perché uno dei collaboratori più stretti dello stesso Bergoglio ritiene quello della mafia un problema “minore”. Eppure, l’Italia – e non solo – la guerra contro la mafia, iniziata anni fa, continua a combatterla. Lo Stato piange ancora oggi i suoi caduti. La Chiesa stessa li venera come martiri (basti pensare a Don Pino Puglisi o al giudice Livatino). Cosa si aspetta allora per agire? Qualcuno dalla Commissione ci dice che il discorso potrebbe essere ripreso dal Dicastero finita l’emergenza della guerra in Ucraina. Che dire, un’occasione sprecata».

[2] Nell’ultima intervista in carcere Giovanni Brusca disse: “Chiedo perdono, Cosa Nostra è una fabbrica di morte” (nel documentario in due parti Corleone, del regista Mosco Levi Boucault, per Arte Editions).

Seconda parte [QUI]

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