L’ex Presidente della Bolivia Evo Morales indagato per tratta di esseri umani, contrabbando e abusi
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 14.10.2024 – Ivo Pincara] – Non finiscono i guai per l’amico di Papa Francesco, Juan Evo Morales Ayma, ex Presidente dello Stato Plurinazionale della Bolivia, che ha incontrato più volte. Una storia di un’amicizia bolivariana rafforzata dal martirio del Padre Gesuita Luis Espinal. Dopo già essere stato colpito alcuni anni fa da un ordine di cattura per l’incriminazione di “terrorismo, genocidio e delitti contro la salute”, adesso per Morales è stato emesso un mandato di arresto, a seguito dell’accusa di tratta di esseri umani, contrabbando e stupro di una ragazza di 15 anni.
In occasione del Viaggio Apostolico in Bolivia, al momento dello scambio dei doni durante la Visita di Cortesia nel Palazzo del Governo a La Paz l’8 luglio 2015, Evo Morales ha regalato a Papa Francesco un “crocifisso”, che fece molto discutere. Si trattava della riproduzione di un oggetto disegnato dal gesuita Luis Espinal, difensore in Bolivia di operai e minatori, ucciso dai paramilitari del regime di Luis Garcia Meza il 22 marzo 1980, due giorni prima di Mons. Oscar Romero in Salvador. Invece che alla tradizionale croce, il Cristo è inchiodato ad una rivisitazione della “falce e martello”, simbolo comunista. All’arrivo all’aeroporto di El Alto, Morales aveva messo al collo di Papa Francesco una “chuspa”, il tradizionale contenitore di lana aymara contenente foglie di coca che si usa masticare o utilizzare per il the. La Bolivia è il maggiore produttore di coca.
11 ottobre 2024 – Il Procuratore di Tanja, regione meridionale della Bolivia, Sandra Gutiérrez, ha confermato l’emissione di un mandato di arresto nei confronti di Evo Morales, dopo che l’ex Presidente della Bolivia non si è presentato a testimoniare nel pomeriggio in un processo stupro e di tratta che lo vede coinvolto. Morales è accusato del presunto reato di tratta di esseri umani e contrabbando, che coinvolge una ragazza con cui ha avuto una figlia nata quando lei aveva 15 anni.
Secondo Gutiérrez, le memorie presentate dalla difesa dell’ex Presidente della Bolivia non gli impedivano di comparire oggi come testimone. “Stiamo lavorando su quanto prevede la legge, ovvero ottenere il mandato d’arresto per coloro che sono stati debitamente notificati senza alcuna violazione dei loro diritti. Il mandato d’arresto sarà semplicemente emesso affinché compaiano per presentare la loro dichiarazione informativa”, ha dichiarato Sandra Gutiérrez all’uscita dalla stazione di polizia del quartiere di Lourdes, nella città di Tarija, capitale dell’omonimo dipartimento che ha in carico il caso.
Poche ore prima, il difensore di Evo Morales, Avv. Jorge Pérez, aveva presentato due memorie per giustificare la mancata comparizione dell’ex Presidente della Bolivia, aggiungendo che un altro mandato d’arresto sarebbe illegale, considerando che attraverso un ricorso legale il caso dovrebbe essere trasferito al distretto giudiziario di Cochabamba, dove risiede Morales (ANSA).
4 ottobre 2024 – Il Presidente della Bolivia, Luis Arce, ha definito “estremamente delicato” il caso contro Morales accusato di traffico di esseri umani e stupro di una 15enne, annunciando che verrà “secretato” per non politicizzarlo e per proteggere la vittima. “È una questione estremamente delicata, è coinvolta una minorenne e dovrebbe essere chiaro a tutta la popolazione che il governo nazionale non userà mai un caso così delicato, che ha diverse implicazioni per la società, come una questione politica”, ha detto Arce ai media. Dal canto suo, la difesa di Morales ha accusato il governo di Arce di perseguitarlo (ANSA).
3 luglio 2020 – Il Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede N. 371 comunica che il Santo Padre Francesco ha nominato Capo Ufficio nella Pontificia Commissione per l’America Latina l’Illustrissimo Dottore Julio César Caballero Moreno. Esperto di comunicazione strategica e corporativa, giornalista professionista, già Ambasciatore di Evo Morales presso la Santa Sede (2016-2020).
18 gennaio 2020 – Il Consiglio dei Laici della Bolivia in una nota invita Evo Morales a non provocare conflitti sociali. Si riferisce in particolare alle continue “esortazioni a destabilizzare la sana convivenza pacifica” nel Paese, provenienti per lo più da gruppi legati al Movimento al Socialismo (Mas) creato dall’ex Presidente della Bolivia, Evo Morales.
“Esortiamo l’ex Presidente Evo Morales – scrive il Consiglio dei Laici della Bolivia – ad astenersi dal provocare conflitti sociali che rischiano di rompere l’armonia della Bolivia”. Si riferisce alle dichiarazioni di Morales che avrebbe sollecitato la creazione di milizie armate popolari simili a quelle venezuelane, anche se l’ex Presidente della Bolivia ha ritrattato le sue dichiarazioni. Ma per il governo di transizione e per diversi settori della società, le sue parole costituiscono una minaccia alla stabilità del Paese.
La tensione politica e sociale in Bolivia è aumentata ancora di più quando giovedì scorso, il governo ha militarizzato le strade, in un’operazione congiunta delle forze armate e della polizia, volta a contenere i possibili conflitti in vista della celebrazione, il prossimo 22 gennaio, della Giornata Nazionale della Bolivia.
L’azione del governo di transizione è stata vista come una minaccia da parte dei diversi gruppi sociali, in particolare i coltivatori di coca che hanno indetto marce per “difendere la democrazia” in diverse città del Paese. Allo stesso modo, i simpatizzanti del Mas hanno chiesto che il mandato ad interim del Presidente Jeannine Áñez termini in quella data, nonostante che la Corte Costituzionale le consenta di rimanere in carica fino a maggio, quando si terrà il primo turno delle elezioni. Il Ministro della Difesa ad interim, Luis Fernández López, ha riferito che le operazioni militari preventive, che dureranno fino al 24 gennaio, hanno lo scopo di dare pace e tranquillità a tutta la popolazione.
In questo contesto, il Consiglio dei Laici della Bolivia chiede anche al governo di transizione di portare avanti le sue azioni, sulla base delle leggi in vigore, nel rispetto dei diritti fondamentali degli individui, “dove ogni cittadino è trattato allo stesso modo e senza eccezioni, per garantire lo Stato di diritto che è stato violato dal governo precedente”. Dopo aver riaffermato il loro “diritto costituzionale a partecipare alla politica”, tutelato dalla legge della libertà di culto e aver rinnovato il loro “impegno, sostegno e lavoro per la pace e l’unità”, si invita “tutti a rimanere vigilanti e a pregare affinché la pace e il dialogo possano regnare, come si addice a qualsiasi missionario impegnato nella riconciliazione tra fratelli” (Vatican News).
11 agosto 2020 – Al culmine di una protesta che prosegue da sei giorni e che sta spaccando la Bolivia tra “indigeni” e “bianchi”, arriva una nuova incriminazione per l’ex Presidente della Bolivia, profugo in Argentina da un anno, dopo essere stato dimesso con la forza, costretto a fuggire di notte, a bordo di un aereo fornito dal Messico, con i Paesi confinanti che solo all’ultimo avevano concesso il sorvolo sugli spazi aerei che li riguardavano. Il Governo del Presidente transitorio Jeanine Añez, legittimato dalle Forze Armate, ha chiesto e ottenuto dalla Procura generale l’incriminazione di Juan Evo Morales Ayma per “terrorismo, genocidio e delitti contro la salute”, già colpito da un ordine di cattura per i due primi dei tre reati.
Sorretti dalla potente Centrale Operaia Boliviana (COB) migliaia di contadini, piccoli commercianti, autotrasportatori, hanno formato dei blocchi stradali che impediscono la circolazione e spezzano in due il Paese. Oltre al cibo e altri prodotti di base, c’è una grave carenza di bombole di ossigeno. La pandemia continua a colpire duro la popolazione e negli ospedali giacciono molti pazienti in terapia intensiva o hanno bisogno dei respiratori meccanici. Ci sono già state 31 vittime la settimana scorsa che le autorità sanitarie attribuiscono alla mancanza di ossigeno. Lunedì è entrato in azione l’esercito per proteggere i servizi pubblici, le infrastrutture strategiche e scortare i convogli sanitari. A Santa Cruz de la Sierra sono entrati in azione i “comitati civici” che avevano guidato la rivolta contro Morales. Ci sono stati scontri tra squadre di “bianchi” e pattuglie “indigene” che presidiano i blocchi stradali.
Jeanine Añez, che rappresenta la classe medio alta che per 13 anni è stata esclusa dal potere politico dominato dal ex leader dei cocaleros e fondatore del MAS, “Movimiento al Socialismo – Instrumento Político por la Soberanía de los Pueblos” (Movimento per il Socialismo – Strumento Politico per la Sovranità dei Popoli), aveva indetto per il 6 settembre, poi rinviate al 18 ottobre, le nuove elezioni presidenziali che devono sostituire del novembre del 2019, annullate per frode, avallato anche dal Segretario Generale dell’ONU António Guterres.
Dall’esilio in Argentina, Morales ha chiesto ancora ieri di levare i blocchi. Ha proposto a tutti i movimenti sociali e sindacali che lo appoggiano di accettare un “accordo definitivo e inamovibile” sullo svolgimento delle elezioni generali in Bolivia il 18 ottobre. Su Twitter ha rivolto un appello a considerare l’approvazione di una proposta elaborata dai movimenti sociali e dal Tribunale supremo elettorale. Il “verbale d’accordo” allegato al tweet, scrive Swissinfo, prevede la “garanzia” dello svolgimento definitivo delle elezioni il 18 ottobre “senza ulteriori rinvii”.
Ciononostante, il Governo ha comunque deciso di affidare alla magistratura una seconda indagine e di far incriminare Evo Morales, perché responsabile dei blocchi che hanno messo in ginocchio il Paese e concorso al decesso dei 31 malati di Covid-19.
10 novembre 2019 – Nel dopo Angelus Papa Francesco ha affidato alle preghiere dei fedeli anche la situazione di quella che ha definito “l’amata Bolivia, vicina alla mia patria”. Nel Paese sudamericano resta infatti alta la tensione politico-sociale innescatasi dopo le Elezioni presidenziali dello scorso 20 ottobre, che hanno visto la riconferma del Presidente Evo Morales, contestata da una parte della popolazione.
Inoltre, Papa Francesco ha invitato i Boliviani, in particolare gli attori politici e sociali, “ad attendere con spirito costruttivo, e senza alcune previe condizioni, in un clima di pace e serenità, i risultati del processo di revisione delle Elezioni, che è attualmente in corso”.
Intanto proprio in queste ore il Presidente della Bolivia, Evo Morales, ha annunciato la convocazione di nuove Elezioni presidenziali, alla luce del rapporto dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) che ha riscontrato gravi irregolarità nel voto del 20 ottobre. Il rapporto dell’OAS afferma che le Elezioni di ottobre dovrebbero essere annullate, perché sono state riscontrate “chiare manipolazioni” del sistema di voto. “Il primo turno delle Elezioni del 20 ottobre deve essere annullato e il processo elettorale deve ricominciare”, ha aggiunto l’OSA in una dichiarazione separata.
Morales, parlando in una conferenza stampa a La Paz, inoltre ha annunciato che sostituirà il Tribunale elettorale del Paese, che è stato oggetto di pesanti critiche a seguito di un inspiegabile interruzione del conteggio dei voti, avvenuta durante lo scrutinio.
Morales, che è salito al potere nel 2006 come primo leader indigeno della Bolivia, ha difeso la sua vittoria elettorale, ma aveva detto che si sarebbe anche attenuto ai risultati dell’audit dell’OAS (Vatican News).
15 dicembre 2017 – “Hermano Papa, buen dia!” (Fratello Papa buon giorno!), ha detto Evo Morales in occasione dell’Udienza privata in Vaticano. “Evo!”, lo ha salutato, per nome, Papa Francesco. Evo Morales ha incontrato suo amico Papa Francesco sei volte.
15 aprile 2016 – Il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza il Presidente della Bolivia, Evo Morales, il quale, successivamente, ha incontrato anche l’Arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati. Recita il Comunicato di rito della Sala Stampa della Santa Sede: “Durante i colloqui, svoltisi in un clima di cordialità, sono stati affrontati alcuni temi attinenti all’attuale congiuntura socio-economica del Paese, con speciale considerazione per le politiche sociali. Ci si è, quindi, soffermati sulle relazioni tra la Chiesa e lo Stato, evocando la lunga tradizione cristiana della Bolivia e il decisivo contributo della Chiesa alla vita della Nazione. Non si è mancato di fare riferimento anche a questioni di comune interesse, quali l’educazione, la sanità e l’aiuto ai più poveri”.
Morales ha donato al Santo Padre tre volumi sulla coca (Coca, una bio-banca, Coca, dieta citogenica e Coca, fattore anti-obesità). Il Papa li ha presi e ha ringraziato. Morales, parlando della bevanda tradizionale fatta con le foglie di coca ha detto: “Io la prendo e mi fa molto bene. Gliela raccomando. Così ce la fa per tutta la vita”. Un altro dono era una busta in legno di Tupac Katari, leader indigeno (1750-1781), capo aymara di una delle più significative rivolte indigene contro le autorità coloniali nell’Alto Perù, l’attuale Bolivia, che fu torturato e ucciso per squartamento. Quindi Morales ha dato al Papa una cartella con dentro dei documenti, tirandone fuori uno in particolare: “Qui c’è una letterina che le mandano i Movimenti Popolari“, ha detto, con riferimento al loro incontro mondiale dove il Papa intervenne nel luglio dell’anno scorso proprio in Bolivia, a Santa Cruz de la Sierra. Molto affettuoso il saluto con cui il Papa e Morales si sono salutati al termine dell’udienza.
Papa Francesco & Evo Morales
La storia di un’amicizia bolivariana
rafforzata dal martirio del Gesuita Espinal
Papa Francesco ha il dono di entrare facilmente in sintonia con i suoi interlocutori, come appare evidente ai giornalisti che lo accompagnano nei suoi Viaggi Apostolici. Ma in alcuni casi si coglie che nel momento di un incontro ufficiale, con protocolli e rituali rigidi, il Papa stabilisce un rapporto più profondo: nasce o si consolida un’amicizia.
È qualcosa che lo accomuna ai predecessori: in particolare a San Giovanni Paolo II che ebbe rapporti davvero di amicizia personale con Sandro Pertini e la coppia Carlo Azeglio e Franca Ciampi, così come Papa Benedetto XVI con Giorgio Napolitano. Mentre la tragedia di Aldo Moro disvelò un radicato rapporto dello statista con Mons. Giovanni Battista Montini, poi Paolo VI.
E tra tutti i Capi di stato amici, quello che con il Papa sembra avere maggiore confidenza e più frequenti interlocuzioni (generalmente riservate) è Evo Morales, l’indio rieletto in questi giorni alla guida dello Stato Plurinazionale della Bolivia. Morales, per esempio, partecipa in modo riservato in Vaticano agli incontri del Papa con i movimenti popolari e più volte si è recato a sorpresa a Santa Marta in simili occasioni.
A legare i due c’è certamente la visione bolivariana di un mondo pluripolare ed il sogno di un’America Latina che riscopra la sua dignità e sia in grado di incidere, come testimonia il Sinodo sull’Amazzonia voluto da Papa Francesco e che si chiude domani. Ma è anche il martirio di un confratello catalano di Bergoglio, per il quale Evo ha grande venerazione, ad offrire una chiave di lettura di questo rapporto.
Si deve alla sui generis personalità di Evo Morales un episodio particolare che destò scalpore in occasione del viaggio di Papa Francesco in Bolivia nel luglio 2015, quello del dono di un crocifisso formato con falce e martello, nel Palazzo presidenziale di La Paz, un omaggio a Luis Espinal, gesuita e cineasta vicino alla teologia della liberazione ucciso nel 1980 da gruppi paramilitari per l’impegno a favore delle classi sociali più povere del paese.
Padre Espinal aveva creato quel crocifisso per sostenere l’impegno a favore delle lotte sociali, e la fedele riproduzione donata da Morales è un ringraziamento al Pontefice per la vicinanza al popolo boliviano.
Papa Francesco si è recato a pregare sul luogo in cui fu torturato fino alla morte: “Ricordiamo qui un nostro fratello vittima di interessi, di quelli che lo hanno ucciso e che non credevano che lottava per la libertà della Bolivia, lui credeva nel Vangelo, e il Vangelo ha onorato”.
E in effetti in più occasioni Papa Francesco ha dichiarato appoggio totale al cammino di inclusione sociale della Bolivia, alla sua tutela delle nazionalità, idiomi, culture, al suo riconoscere i diritti delle minoranze al suo opporsi al dio denaro che scarta anziani e giovani. Per questo apparvero del tutto fuori luogo le reazioni polemiche a quel dono di Morales (Matteo Salvini addirittura si disse “schifato”), e alla fine suonò inadeguato il commento dell’allora Direttore della Sala Stampa della Sana Sede, Padre Federico Lombardi, S.I., che sembrò voler giustificare qualcosa di sbagliato.
Ben diverso l’atteggiamento di Papa Francesco che dichiarò di volersi portare a casa in Vaticano quel dono così particolare, camminando per così dire sui passi di Padre Luis Espinal Camps, gesuita originario della Catalogna, che la sera del 21 marzo 1980 stava uscendo dal cinema dove si era recato per recensire il film Los desalmados, quando venne caricato su un fuoristrada da degli sconosciuti: si trattava di un commando paramilitare, che lo rinchiuse nel macello di Achachichala, nei pressi di La Paz. All’alba del 22 marzo, il suo cadavere, con i segni delle numerose torture, fu ritrovato lungo la strada per Chacaltaya.
Due giorni dopo sarebbe accaduto il Salvador, a Mons. Óscar Arnulfo Romero y Galdámez, Arcivescovo metropolita di San Salvador, di dare la vita per lo stesso motivo. Oggi è venerato come San Romero d’America, martire. Per Padre Espinal, invece, il riconoscimento ufficiale del martirio non è ancora giunto, anche se la sua memoria rimane viva. Portano il suo nome organizzazioni e gruppi culturali, mentre il governo boliviano ha deciso che il 22 marzo di ogni anno sia la Giornata del Cinema Nazionale. Sì, perché la figura di questo gesuita, al quale Papa Francesco ha reso omaggio nella visita del 2015 in Bolivia, unisce in sé due messaggi: quello del Vangelo della Liberazione e quello della comunicazione, tema di non scarso rilievo se si vuole diffondere quel messaggio.
“Io ero curioso, non sapevo che Padre Luis Espinal, il gesuita torturato e ucciso laggiù, l’avesse ideato. Per me è stata una sorpresa. Si può qualificare questa scultura come un genere d’arte di protesta. In alcuni casi questo genere può essere offensivo. Ma Padre Espinal e stato ucciso nel 1980 e la teologia della liberazione era allora l’analisi marxista della realtà. Poi Padre Arrupe fermò questo connubio. Espinal era un entusiasta di questa analogia, un uomo speciale con tanta genialità. Per me non è stata una offesa. Ora quell’oggetto l’ho portato con me”, ha dichiarato Papa Francesco.
“Il Gesuita Catalano Espinal, scrittore, giornalista, critico cinematografico, aveva consacrato il suo talento a rivendicare i diritti degli ultimi. Con la parola e con la penna. Da quando era arrivato in Bolivia aveva iniziato a scolpire. Utilizzava materiale di scarto e lo lavorava per creare piccoli oggetti da regalare agli amici”. Anche questo era un messaggio per lui: dagli scarti – o dagli scartati direbbe Papa Francesco – possono nascere opere d’arte.
Nella sua visita in Bolivia, del resto, Papa Francesco si è dedicato a temi internazionali, partendo dalle parole dette ai cartoneros sulla necessità di cambiare del tutto il sistema vigente. “Perché quel mio intervento forte alla riunione dei movimenti popolari a Santa Cruz, in Bolivia? Io sono vicino a loro. Sono movimenti che hanno forza. Questa gente non si sente rappresentata dai sindacati perché dicono che sono diventati corporazioni e non lottano per i diritti dei più poveri. Allora la Chiesa non può essere indifferente, ha una dottrina sociale e dialoga bene con loro. Ma questo non significa che la Chiesa faccia un’opzione per la strada anarchica. No, non sono anarchici, sono lavoratori”.
Quando alcuni lo esortavano a “non esporsi”, a non assumere posizioni troppo esplicite nei confronti dei dittatori che si alternavano al potere, Padre Espina rispondeva: “Molti lasciano la Compagnia perché si innamorano. Devo forse lasciare anche io per essermi innamorato di questo popolo che mi onora con la sua fiducia?” Gli amici hanno, dunque, inciso sulla sua tomba un’unica frase: “Assassinato per aiutare il popolo”. Un innocente rapito, torturato e ucciso con 17 colpi di pistola a El Alto, la notte tra il 21 e il 22 marzo di 35 anni fa. Ad agire un gruppo di sgherri del dittatore Luis García Meza per cui la difesa appassionata degli ultimi e della libertà, portata avanti dal sacerdote-giornalista-critico cinematografico con la penna e la parola equivaleva alla più pericolosa minaccia. Perché Luis Espinal non sfidava il regime con le armi, bensì con il Vangelo. Era, dunque, necessario dargli una lezione esemplare perché scoraggiare quanti nella Chiesa volessero seguire il suo esempio. Il corpo massacrato di “Lucho” fu abbandonato al chilometro 8 della strada per Chacaltaya, dove ora c’è l’autostrada per La Paz.
Avvenire nell’occasione intervistò padre Xavier Albó, confratello e amico fraterno di Luis Espinal, ucciso per la sua difesa dei poveri e della democrazia. “La falce e il martello nel Crocifisso – ha spiegato il religioso -simboleggiavano, per lui, la necessità di dialogare sulle questioni di fondo. Sull’oppressione, la libertà, la dignità del lavoro. Andando oltre i comodi steccati dell’ideologia, in nome della quale i dittatori massacravano i cristiani accusandoli di essere marxisti”.
Padre Xavier ci tiene a precisarlo: “Lucho non è mai stato marxista. Aveva accese discussioni con i veri marxisti. Non ne comprendeva l’ateismo né i pregiudizi verso la fede. Per Espinal quest’ultima era il vero motore di liberazione e riscatto degli uomini e dei popoli”. A tanti, però – proprio come è accaduto ad altri uomini di Chiesa in Latino America, dal Beato Romero al gesuita Rutilio Grande – faceva comodo alimentare la confusione, per screditare quanti, nella Chiesa, si erano schierati evangelicamente al fianco dei poveri.
“Quel Crocifisso l’ha fatto nel suo ultimo anno di vita, ispirandosi al Cristo di Velázquez e aggiungendovi la falce e il martello. Pensi che, una volta, l’ho portato a una commemorazione per Lucho e mi si è rotta la falce. Ho dovuto incollarla. Meno male che quello per il Papa era nuovo”, ha confidato Padre Xavier.
Al martire Espinal, ora, è bene che si raccomandino i sinceri democratici della Bolivia, attesa da un percorso in salita dopo la rielezione di Morales, che comunque ha fatto triplicare in 13 anni tutti gli indicatori economici di quello che resta tuttavia un Paese povero. Carlos Mesa, che senza nessuna prova ha accusato il governo di frodi, ha dichiarato che non intende accettare il risultato.
Il timore è che come in Venezuela questi atteggiamenti irresponsabili dell’opposizione – espressione dell’oligarchia dei possidenti – possano saldarsi con gli interessi internazionali degli Stati Uniti che in Bolivia hanno favorito le sanguinarie giunte militari e i loro genocidi, nell’ultimo dei quali, nel 2003, l’ordine di sparare fu dato all’esercito e alla polizia da un governo in cui Mesa era Vice Presidente.
Chiamato a fare i conti con una Bolivia molto cambiata, soprattutto dal punto di vista economico e questo grazie alla validità delle politiche da lui messe in campo in questi 13 anni, Morales guida per un altro mandato il secondo Paese sudamericano per riserve di gas naturale, che però esporta solo in Argentina e Brasile, oltre a possedere le prime riserve mondiali di litio, minerale ricercatissimo dalle industrie automobilistiche, per il quale Evo vorrebbe sviluppare internamente tutto il ciclo produttivo, dall’estrazione del minerale alla produzione di batterie da vendere ai principali gruppi mondiali. Per questo la Bolivia desidera disporre di uno sbocco sul mare che le permetterebbe tra l’altro di far passare il gas attraverso delle pipeline, riducendo questa materia fossile allo stato liquido, per poi esportarla.
Esattamente un anno fa, però, la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia ha preso posizione su questa antica controversia diplomatica dell’America Latina decidendo con 12 voti a favore e 3 contrari che il Cile non ha l’obbligo giuridico di avviare negoziati con la Bolivia per concederle l’accesso sovrano all’Oceano Pacifico che il Paese andino rivendica come legittimo. Si tratta di una disputa che si trascina dal XIX secolo, risalente alla guerra del Pacifico (1879-1883), che vide il Cile opposto all’alleanza formata da Bolivia e Perù. Il Cile occupò militarmente il Corridoio di Atacama, appartenente alla Bolivia, e con esso il suo unico sbocco verso il mare. Nel 1904, un nuovo trattato rese ufficiale l’annessione. Ogni scontro diplomatico tra i due paesi riapre la vecchia ferita. La Bolivia ritiene che il Cile abbia approfittato della sua posizione di forza dopo la vittoria della guerra per appropriarsi dei suoi territori e che, privando la Bolivia del tratto di costa che le apparteneva prima del conflitto, abbia recato un gravo danno all’economia del Paese (AGI).




























