La Manifestazione per la Vita a difesa del diritto alla vita, dal concepimento alla morte naturale. Per una società che guarda al futuro

Neo nato
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 23.06.2024 – Vik van Brantegem] – Si è svolta ieri a Roma – come abbiamo annunciato [QUI e QUI] – l’annuale Manifestazione Nazionale per la Vita, che ha visto 30.000 persone da tutta Italia sfilare con un corteo di famiglie per le vie della Capitale, per difendere il diritto alla vita dal concepimento alla morte naturale, in un clima festoso tra musica e testimonianze per dire: «Scegliamo la vita», per una società che guarda al futuro. Il Portavoce di Pro Vita & Onlus, Jacopo Coghe: «Il governo faccia rivoluzione su natalità e famiglia». Papa Francesco: «Sulla vita umana non si fanno compromessi».

L’atmosfera della Manifestazione Nazionale per la Vita a Roma era come sempre quella di una gioiosa festa di piazza, senza polemiche, niente aggressività, con soltanto sorrisi, canti e coreografie proposte dai giovani. Ha sfilato il variopinto popolo della vita, composto da persone di tutte le età e condizioni, da bambini nel grembo della mamma che stanno per nascere e quelli già nati nei passeggini o trotterellando, fino ai numerosi giovani, famiglie piccole e grandi, anziani, alcune persone diversamente abili, sacerdoti, religiosi e religiose, consacrati e consacrate, laici. Tutti uniti dalla stessa voglia di dire che c’è bisogno di un’Italia che creda nella vita, la promuova, la sostenga e ne difenda l’unicità.

In un contesto, in cui i cosiddetti “pro choice” (cioè, che scelgono l’aborto, anche se i loro genitori non li hanno abortiti) vengono opposti ai “pro life” (cioè, coloro che difendono la vita, grato ai loro genitori che hanno scelto la vita), gli organizzatori hanno rimarcato che la vera, e unica davvero libera “scelta”, è quella di accogliere la vita. Il Portavoce di Pro Vita & Famiglia Onlus, Jacopo Coghe, tra i promotori e co-organizzatori della Manifestazione Nazionale per la Vita, ha dichiarato: «Si è alzata forte a Roma la voce di migliaia di persone per chiedere la fine dell’aborto, una pratica barbara e disumana che sopprime la vita dei un essere umano inerme e innocente nel grembo materno. La vita umana inizia nel momento del concepimento e la legge deve riconoscere la personalità giuridica e i diritti umani fondamentali del concepito. Nessuna società sarà mai veramente giusta, inclusiva ed egualitaria senza il rispetto del diritto universale a nascere. Di fronte a una crisi demografica devastante che sta facendo collassare l’intero sistema sociale italiano, come confermato recentemente anche dall’OCSE, chiediamo al Governo di mettere in cantiere una vera e propria rivoluzione socio-economica per sostenere le famiglie e rilanciare la natalità: servono riforme fiscali, abitative e lavorative strutturali per agevolare la formazione di famiglie giovani, stabili e aperte all’accoglienza di più figli. Apprezziamo e sosteniamo il cambio di rotta politico confermato anche dalle Elezioni Europee e dalla polemica sul riferimento all’aborto nel documento finale del G7, ma la drammaticità della situazione impone di passare adesso molto più concretamente all’azione, mettendo a bilancio tutti i miliardi che servono per l’elettroshock demografico di cui l’Italia ha bisogno per non morire».

«La posta in gioco è la dignità della vita»

Nel corso della Manifestazione Nazionale per la Vita è stato letto il messaggio inviato per l’occasione da Papa Francesco, che ha esortato i manifestanti ad andare avanti con coraggio, nonostante ogni avversità, nella difesa della vita umana dal concepimento alla morte naturale, sulla quale, ha detto il Santo Padre, «non si fanno compromessi!». «La posta in gioco», continua il Santo Padre, «cioè la dignità assoluta della Vita umana, dono di Dio creatore, è troppo alta per essere oggetto di compromessi o mediazioni. (…) Testimoniando la bellezza della vita, e della famiglia che la accoglie, costruiamo una società che rifiuti la cultura dello scarto in ogni fase della esistenza: dal più fragile nascituro all’anziano sofferente, passando per le vittime della tratta, della schiavitù e di ogni guerra».

Le testimonianze

Dal palco in piazza della Repubblica sono state condivise tre testimonianze molto significativa. Una donna ha raccontato il pentimento per aver abortito in passato su pressione del compagno e senza nessun aiuto o sostegno da parte dei consultori e dello Stato; un giovane ha raccontato la sua esperienza di disabile abbandonato alla nascita e restituito a una vita piena e felice; una famiglia ha condiviso la gioia di accogliere figli nonostante la precarietà economica.

La prima a parlare è stata una donna che venticinque anni fa ha abortito e che ha raccontato in modo efficace la sua storia. Ventitreenne, studentessa fuori sede, il fidanzato la persuase ad abortire; in consultorio, nessuno le propose un’alternativa, nessuno stette ad ascoltarla veramente, e seppero solo dirle di “fare in fretta” perché si era al limite del terzo mese. Tutti i dettagli di “quel giorno” le sono rimasti impressi nella mente e nel cuore, e l’angoscia di ciò che ha vissuto si è stemperata successivamente solo prendendo coscienza fino in fondo dell’accaduto in una confessione. La speranza le è tornata quando ha compreso che quelle ferite avrebbero potuto diventare “feritoie” da cui far passare la Grazia e la sua testimonianza, che ora porta con coraggio e passione in giro per l’Italia. Un altro passo fondamentale è stato dare un nome a quel bimbo mai nato, al quale ora pensa come a “Marco”: come molte altre donne che hanno vissuto la stessa esperienza, ne immagina i compleanni, se lo vede giovanotto cui piace il calcio e che ha completato i suoi studi. Una testimonianza la cui verità era palpabile, e che ha commosso profondamente non pochi ascoltatori.

Poi ha parlato Francesco, un giovane doppiamente “accolto”: accolto nel suo essere portatore di disabilità, accolto nel suo essere straniero, nato in un altro Paese e abbracciato da una famiglia italiana. Francesco si è rivolto a coloro che osteggiano le posizioni pro-life, e li ha invitati a considerare come la logica conseguenza del loro proclamarsi “inclusivi” e “accoglienti” sia proprio accogliere i più piccoli, deboli e fragili – i bimbi non ancora nati, soprattutto quando portatori di disabilità.

Infine, ha testimoniato Teresa, una giovane mamma, che con il marito ha scelto di accogliere la vita nonostante le difficoltà economiche. Compiendo scelte di sobrietà (accettare abiti o giochi usati, non cercare le “firme”, non pretendere di avere “tutto pronto” prima di diventare genitori) e fidandosi della Provvidenza, si può scegliere la vita anche se uno solo dei genitori lavora. La realizzazione della donna – ha sottolineato Teresa – non passa solo dagli studi o dalla professione: una donna può essere pienamente realizzata se fa “solo” la mamma (come se essere “solo” una mamma fosse semplice).

Accanto al Colosseo i partecipanti sono stati accolti da alcuni stand informativi, da bottigliette d’acqua fresca, dalla musica del complesso rock “The Sun” e da altre testimonianze.

I Portavoce della della Manifestazione Nazionale per la Vita, Maria Rachele Ruiu e Massimo Gandolfini (nella foto sopra al centro), hanno ricordato l’importanza di motivare ed essere motivati nel promuovere la causa della vita, coinvolgendo conoscenti, diffondendo i principi e i valori pro vita, e soprattutto mantenendo coraggio e speranza, anziché lasciarsi abbattere da chi ritiene la lotta per la vita come già persa in partenza.

«Non possiamo assistere rassegnati allo tsunami che sta colpendo il cuore e la mente degli uomini, delle donne, dei giovani del nostro tempo. Sostenere la natalità e la famiglia – “culla della vita”, come l’ha definita Papa Francesco – significa lavorare per la felicità del nostro Paese, ecco perché domani a Roma sono invitati davvero tutti», ha detto Massimo Gandolfini in un’intesta a Tempi [QUI].

Toccante la testimonianza di Arturo Mariani, campione di calcio che ha partecipato con la Nazionale Amputati agli Europei e ai Mondiali. Non ha perso una gamba per incidenti o malattie, è nato così. Ed è nato perché i suoi genitori, sebbene avvertiti “in tempo” della sua disabilità, hanno scelto di dire “sì” alla vita. Arturo non cessa di ringraziarli, sebbene riconosca che la sua vita ha conosciuto fin da prestissimo la sofferenza – fisica e psicologica – di dover convivere con una disabilità. Tuttavia, ricorda Arturo, chi non conosce difficoltà e dolore nella propria vita? Eppure, nonostante ciò, la vita è bella e vale la pena di essere vissuta. Arturo riconosce che, al “sì” dei suoi genitori, è seguito un suo personalissimo “sì” alla vita, in cui ha scelto di vedersi non come “disabile” ma come “pro-abile”, non come “Arturo-senza-una-gamba” ma come “Arturo-con-una-gamba”, Arturo che poteva fare cose impensabili con ciò che aveva e che ha. E così al sì dei suoi genitori e al suo è seguito un ulteriore sì, pronunciato insieme con la sua sposa Maria Laura: un sì da cui è nata una bellissima bimba, Benedetta, che ha riscosso la più grande ovazione del “popolo della famiglia” e ha rotto di commozione la voce del suo fierissimo papà.

Postscriptum

L’ossimoro di Tarquinio

«Parlo da cattolico. E da cattolico dico che la dizione proposta prevedeva nient’altro che il pieno impegno per un aborto sicuro. Non è nulla di diverso da quanto prevede l’applicazione della 194 quindi non si capisce cosa abbia da eccepire Meloni. Come si può rifiutare un’affermazione come questa? Chi è contro l’aborto sicuro vuole tornare alle mammane». Il neo europarlamentare del Partito Democratico Marco Tarquinio parla così del Presidente del Consiglio dei Ministre, il 15 giugno 2024 in un’intervista a La Stampa.

«Può l’ex Direttore di Avvenire sostenere l’aborto e dirsi cattolico?» La domanda è stata posta il 19 giugno 2024 da Fabio Fuiano su Corrispondenza Romana [QUI], in un articolo che riportiamo di seguito.

In una intervista rilasciata il 15 giugno scorso al quotidiano La Stampa il giornalista Marco Tarquinio, ex Direttore di Avvenire e ora eletto come europarlamentare nelle liste del Partito Democratico, ha avuto da ridire nei confronti della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in seguito all’esclusione della parola “aborto” dai documenti finali del G7 che si è tenuto a Fasano, in provincia di Brindisi, dal 13 al 15 giugno. Spiega Tarquinio che, rifiutando la dizione proposta sull’aborto nella bozza delle conclusioni del G7 «Giorgia Meloni si pone al di fuori della legge italiana». E continua: «Parlo da cattolico. E da cattolico dico che la dizione proposta prevedeva nient’altro che il pieno impegno per un aborto sicuro. Non è nulla di diverso da quanto prevede l’applicazione della 194, quindi non si capisce cosa abbia da eccepire Meloni […] chi è contro l’aborto sicuro vuole tornare alle mammane». E ha concluso dicendo che la Presidente Meloni «continua a utilizzare questi argomenti come propaganda». Secondo Tarquinio, la Premier starebbe facendo «la generalessa su questioni costituzionali o su temi sensibili per acchiappare consensi più che per risolvere i problemi del Paese. È un modo bellicistico di affrontare questioni che, da uomo di pace, ritengo che invece vadano demilitarizzate perché riguardano la vita delle persone». Nella medesima intervista, Tarquinio sembra avere un giudizio positivo sull’operato del Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron, in particolar modo dopo l’inserimento dell’aborto nella Costituzione. Anzitutto, la questione sollevata è di lana caprina, dal momento che il documento finale del G7 afferma, testualmente, che «si reiterano gli impegni espressi nel comunicato finale del G7 di Hiroshima per un accesso universale, adeguato e sostenibile ai servizi sanitari per le donne, compresi i diritti alla salute sessuale e riproduttiva per tutti». Non si cita la parola “aborto”, ma esso è egualmente contenuto nella risoluzione finale dietro opportuna perifrasi, ormai ben rodata in gran parte dei documenti ufficiali che toccano il tema.

Quanto alle parole di Tarquinio, proprio perché pronunciate da un uomo che si definisce Cattolico, suscitano un sentimento di profondo sdegno. Qualsiasi cattolico minimamente consapevole del Magistero della Chiesa sul punto, recentemente ribadito anche dal Dicastero per la Dottrina della Fede nel documento Dignitas infinita, non può non percepire un netto ossimoro tra il dirsi Cattolico e, allo stesso tempo, a favore di un aborto che si ardisce a definire “sicuro”. Il documento, risalente solo allo scorso aprile, ricorda, molto opportunamente, le forti parole del Pontefice Giovanni Paolo II, una pietra tombale sulle affermazioni del giornalista: «Fra tutti i delitti che l’uomo può compiere contro la vita, l’aborto procurato presenta caratteristiche che lo rendono particolarmente grave e deprecabile. […] Ma oggi, nella coscienza di molti, la percezione della sua gravità è andata progressivamente oscurandosi. L’accettazione dell’aborto nella mentalità, nel costume e nella stessa legge è segno eloquente di una pericolosissima crisi del senso morale, che diventa sempre più incapace di distinguere tra il bene e il male, persino quando è in gioco il diritto fondamentale alla vita. Di fronte a una così grave situazione, occorre più che mai il coraggio di guardare in faccia alla verità e di chiamare le cose con il loro nome, senza cedere a compromessi di comodo o alla tentazione di autoinganno. A tale proposito risuona categorico il rimprovero del Profeta: “Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre” (Is 5, 20). […] nessuna parola vale a cambiare la realtà delle cose: l’aborto procurato è l’uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita» (DI, n. 47).

Come può la soppressione di un essere umano innocente nel grembo materno, definirsi “sicura”? Non lo è né per il figlio, barbaramente ucciso con le tecniche più disparate a seconda dell’epoca gestazionale, né per la donna che, pur non morendo fisicamente (anche se alle volte accade), sperimenterà il profondo tormento della coscienza per aver posto per sempre fine alla vita di quel figlio innocente. Ne sanno qualcosa quei sacerdoti che ricevono, nel silenzio assordante del sigillo sacramentale, confessioni di donne che mai arriveranno alla ribalta della cronaca come quelle che, mentendo, affermano di aver abortito e di “stare benissimo”. Non si tratta di “retorica per acchiappare consensi”, ma di dura e triste realtà.

Quanto al discorso, ormai abusato, sulle mammane, si rimanda il lettore ad un articolo recentemente pubblicato su Corrispondenza Romana (n. 1839 del 20 marzo 2024), intitolato L’aborto clandestino non si debella legittimandolo [QUI], nel quale si riportava la rigorosa argomentazione di Mario Palmaro, nel suo libro Aborto & 194. Fenomenologia di una legge ingiusta (Sugarco 2008, 270 pagine [QUI]), a sfavore di una legalizzazione dell’aborto al fine di reprimerne la pratica clandestina. Appare utile ricordare un commento che lo stesso Palmaro fece nel medesimo volume su quel triste processo, che ha colpito tanti cattolici, per il quale si metabolizzano le leggi ingiuste, fino a mutare completamente il proprio giudizio. Processo nel quale anche l’ex Direttore di Avvenire è coinvolto. Parole attuali, oggi ancor più di quando furono scritte: «C’è un tragico processo che le leggi ingiuste innescano nella società e nella testa della gente, cattolici inclusi: digerire, assimilare, assorbire poco alla volta l’ingiustizia, in un primo tempo dicendo che sì, è una cosa sbagliata, ma che ormai non c’è più la possibilità di eliminarla; dopo qualche anno, il giudizio politico − “Non abbiamo la forza per eliminare quella legge” − si trasforma in un giudizio morale e filosofico-giuridico: “Quella legge tutto sommato non è poi così cattiva, anzi è buona”». E proseguiva osservando: «Un atteggiamento che ricorda quella volpe che, nella celebre favola di Esopo, non riuscendo a raggiungere l’uva perché troppo in alto, se ne va dicendo: “Non era ancora matura”. È accaduto con il divorzio. È già avvenuto con la fecondazione artificiale omologa (che viene ormai praticata in alcuni ospedali cattolici). Ora tocca all’ aborto legalizzato. Ma non è ancora detta l’ultima parola: la verità, per quanto sostenuta da un piccolo numero di persone, non muore» (pp. 58-59).

Il neo-europarlamentare del PD Marco Tarquinio, per 14 anni, dal 2009 al 2023 ha diretto il quotidiano dei vescovi italiani, cioè la principale voce ufficiale dei Cattolici nel nostro Paese. Le posizioni che ha apertamente espresso il 15 giugno spiegano perché in questi quattordici anni, l’organo della Presidenza della CEI, ha sempre ostacolato la nascita di un autentico movimento pro-life in Italia.

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