Anna Foa racconta la storia di una casa del ghetto. A 70 anni dalla razzia di Roma

Condividi su...

Roma, 16 ottobre 1943. È il giorno della razzia degli ebrei di Roma. Poco più di un migliaio vengono arrestati. Torneranno a casa solamente in 16. Quel 16 ottobre, i nazisti hanno anche un obiettivo preciso. Un palazzo al numero 13 del Portico d’Ottavia, nel cuore del ghetto ebraico. Un palazzo che dà sulla piazza, dove ancora oggi le donne durante lo shabbat si siedono a parlare. Era l’unico palazzo a Roma abitato solamente da ebrei. I nazisti ne catturarono una trentina, utilizzando le liste che sembra venissero dai dati incrociati del censimento degli Ebrei del 1938 e dalle schede dei contribuenti.

Anna Foa, storica, di religione ebraica, editorialista dell’Osservatore Romano, ha vissuto per anni in quel palazzo di via Portico d’Ottavia. Non ha mai avuto il coraggio di scendere nello scantinato, giù nelle scale che danno verso i cunicoli, “strade verso il buio” dove addirittura una bambina fu partorita (“ed io ho sentito questa bambina al telefono, e mi ha raccontato la storia della sua nascita”, racconta la storica). Ma si è resa conto che in quel palazzo dalle scale ampie e dal bel cortile rinascimentale era avvenuto un pezzo di storia. È andata a cercare i protagonisti, i familiari di quanti vivevano in quel portico. Il risultato di questa sua ricerca è “Portico d’Ottavia 13”, un libro uscito per le edizioni Laterza in cui viene raccontata la storia della razzia nazista di ebrei. Ma è anche un affresco della Roma della guerra, dove nonostante tutto c’era una gran ricerca di normalità, perché “in fondo durante la guerra è importante sopravvivere”.

E per sottolineare questa normalità, Anna Foa racconta che la nonna “durante la Resistenza era in clandestinità, ma volle lo stesso andare a trovare i miei genitori, e a portar loro degli gnocchi che era riuscita a preparare. Per avvolgerli si era procurata un gran pezzo di carta, e una volta consegnati gli gnocchi si raccomandò che quel pezzo di carta le fosse restituito, perché lo aveva avuto in prestito. Ma i miei genitori vivevano in clandestinità in quella casa e un giorno furono costretti a scappare, eludendo la sorveglianza dei tedeschi. Ma quando mia nonna li vide non si preoccupò del fatto che potevano essere catturati. Esclamò: ‘E la carta?’”

Sono aneddoti, che raccontano come alla fine si trovi una normalità in tempo di guerra. Una normalità che vivevano anche gli abitanti di Portico d’Ottavia 13. Ma perché fu scelta quella particolare casa?

“È una casa molto visibile – spiega Anna Foa – e molto grande, ma non viene scelta in maniera particolare. I tedeschi entrarono in quella casa perché era abitata tutta da ebrei, e lì non potevi bussare ad una porta che non era la tua”. I tedeschi bussano porta per porta, dando a molti la possibilità di scappare. Come mai? “I tedeschi non hanno la forza per fare qualcosa di più, sono più di 300 uomini. Così gli uomini scappano dai tetti, le donne restano ad aspettare l’arrivo dei nazisti. Nessuno pensava che avrebbero preso anche donne e bambini, pensavano si cercassero uomini per il lavoro forzato… e invece non c’era mai stata distinzione di alcun tipo”.

Nel suo libro, Anna Foa ripercorre il cammino dei nazisti di Dannecker, dal pianterreno fino alle scale, racconta come bussano a tutte le porte con il calcio del fucile, mentre alcuni cominciano a mettersi in salvo, e una donna, Cesira Limentani, d’istinto prende il figlioletto di cinque anni e il piccolo di pochi mesi e salta dalla finestra, portandosi in salvo. I nazisti hanno una lista degli inquilini. È l’unica volta che ne useranno una. “Quando viene fatto notare che i tedeschi non hanno più usato le liste e che di ebrei ne sono stati catturati in fondo ‘pochi’, una delle risposte è che gli ebrei si sono nascosti. È stato detto, per esempio, al processo a Celeste Di Porto, l’ebrea che faceva da spia ai nazisti. Dal mio libro non risulta che si fossero nascosti. In quel palazzo abitavano anche quattro persone che sono poi state uccise nelle Fosse Ardeatine, e sono state prese in casa. Ma nessuno era andato a prenderli usando le liste. C’era stata una spiata. Ed è certo che nella razzia a Roma nel giorno delle Fosse Ardeatine, la mattina del 24 marzo, quando molti ebrei della zona furono arrestati grazie alle spiate di Celeste Di Porto, nessuno è andato nelle case. Si presume che queste liste non siano mai state usate dopo”.

Cosa è successo? Anna Foa avanza una ipotesi, basandosi su una lettera a Berlino dell’ambasciatore Weiszaeker dopo un incontro con il segretario di Stato vaticano Maglione, in cui era scritto: “Qui a Roma indubbiamente non saranno effettuate azioni contro gli ebrei”. “Certamente – dice Anna Foa – non si capisce che tipo di affermazione è… ma sembra lasciar suppore che si sia passati ad una sorta di accordo tacito o meno tacito in cui non ci sarebbero state razzie formalizzate. Sì, se avrebbero fatto un rastrellamento per strada e qualcuno sarebbe risultato ebreo sarebbe finito nei campi di sterminio, ma non ci sarebbe stato altro”.

C’è quindi la possibilità di un accordo diplomatico con il Vaticano, che in fondo sarebbe confermato anche dall’impegno della Santa Sede nel nascondere gli Ebrei (“il ruolo dei conventi è stato importantissimo”). E poi c’è anche il fatto che “gli italiani non si sono dimostrati particolarmente impegnati nell’arresto degli ebrei. Anche dei fascisti hanno reagito con forza, salvando gli ebrei. Per questo Herbert Kappler, il capo nazista della sicurezza a Roma, ha parlato anche di una resistenza della popolazione. In questo modo si è giustificato dei ‘soli’ 1026 ebrei deportati”.

L’apporto della Chiesa è stato dunque fondamentale per salvare gli ebrei. Anna Foa sottolinea che “Pio XII fece tutto il possibile per salvare gli ebrei di Roma, e tutti quelli che si rifugiarono nei conventi non vennero catturati”. Non c’era un rispetto religioso a fare sì che i nazisti non entrassero nei conventi. “A molti di essi – racconta Anna Foa – veniva applicata la targa di ‘zona extraterritoriale’. E dato che la Santa Sede era un Paese neutrale, i nazisti non vi entravano, rispettando la neutralità”.

È anche a questo che serve la sovranità della Santa Sede, quel “pezzo di terra che serve a portare avanti la nostra missione”, come sosteneva Pio XI. A Roma, poi, il rapporto tra ebrei e cristiani era oliato nel tempo. “Vivevano gli uni vicini agli altri, senza differenze – racconta Anna Foa – quando una donna ebrea partorisce nello scantinato, e un nazista sente il rumore, una donna, cattolica, salirà su dalle scale e gli spiegherà che sta partorendo sua sorella. E la bambina si salverà.”

Anche Papa Francesco, incontrando una delegazione ebraica, ha sottolineato il paradosso di una amicizia tra ebrei e cristiani che si è rinsaldata in tempo di guerra. E ha anche messo in luce l’importanza del Concilio per il dialogo tra le due religioni.

Anna Foa sottolinea che “forse, se la Chiesa avesse da subito partecipato al processo di ricostruzione della memoria della Shoah, se avesse fatto prima lo scatto concettuale che l’ha poi tirata fuori dall’antigiudaismo tradizionale, ecco forse non ci sarebbe stato nemmeno il dibattito su Pio XII e sulla sua leggenda nera. Se Pio XII avesse ricevuto Jules Isaac, come lo ha ricevuto poi Giovanni XXIII, forse non ci sarebbe stato terreno per fare attecchire questa leggenda nera”.

Ma in fondo, aggiunge, “l’idea di un Papa che prende una posizione forte contro il nazismo è un’idae molto romantica. In tempo di guerra, però, c’è bisogno di azioni concrete. E Pio XII ha dimostrato concretamente il suo amore per il popolo ebraico di Roma”.

151.11.48.50