Sonríe cada día, Vive cada instante. 61° viaggio di solidarietà e speranza in Colombia. Yanira e la vita di strada
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 02.06.2024 – Vik van Brantegem] – Il 3 maggio abbiamo iniziato il racconto del 61° viaggio di solidarietà e speranza in Colombia di Mons. Luigi (Don Gigi) Ginami, dal tema Sonríe cada día, Vive cada instante. Nel suo primo report ha raccontato che la data del 3 maggio ha un significato particolare nella sua vita [QUI]. Nel secondo report, che abbiamo pubblicato il 4 maggio [QUI], Don Gigi ha riferito delle tre nuove valigie che porta nel cuore: la benedizione del Vescovo Francesco durante la corsa nella natura di Bergamo prima della partenza, la lettera di Blanca che ha letto venerdì 3 maggio 2024 durante la cerimonia di inaugurazione del refettorio dei bambini del quartiere Esmeralda a Bogotà (di cui parla nel suo terzo report che abbiamo pubblicato il 5 maggio [QUI]) e il caffè che si era promesso di prendere con Nicola al suo ritorno. Il 10 maggio abbiamo riportato il quarto report Docce e droga [QUI], in cui Don Gigi parla del progetto di docce e bagni per gli abitanti di strada a Medellin.
Il 12 maggio abbiamo presentato il quinto report Ventuno giugno [QUI], con cui Don Gigi ci ha spiegato fondamento e senso del suo impegno con la Fondazione Santina, nonché la ragion d’essere di sacerdote, il carattere sacerdotale, vivere “in persona Cristi”, il senso della sua vita. E questo espresso in modo indelebile sul suo corpo con un tatuaggio molto particolare, effettuato in tempi diversi e in luoghi diversi nel mondo.
«Quando il Signore ha uno scopo con te,
nessuno lo ferma» (Yanira López).
Oggi riportiamo il sesto report Testimonianza di Yanira, il volto di speranza N. 47, mentre nell’articolo a seguire anticiperemo il testo dell’Introduzione a questo libretto, dal titolo Nella notte stellata di Gaza, a firma del Dott. Marco De Murtas; inoltre, nell’articolo a seguire presenteremo anche la presentazione del libretto Il tatuaggio, che Don Gigi ha aggiornato al 23 maggio 2024, aumentando il volume a 160 pagine [QUI].
Report 61/6 – Testimonianza di Yanira, il volto di speranza N. 47
Chi è Yanira López? Chi sono io in questo momento? Partiamo da oggi, e poi torniamo indietro.
In questo momento, Yanira López vive a Bogotà, in Colombia. Sono madre di tre figli, di 23, 26 e 27 anni.
Mi sto dedicando a un lavoro molto bello, in una fondazione e posso servire le persone bisognose. In questo momento ho un lavoro, preparo un pasto giornaliero per i poveri dal martedì al venerdì, oltre a gestire un guardaroba dove vengono forniti vestiti nuovi, tutto questo in base alle donazioni che arrivano. E sempre il mercoledì, con l’aiuto del banco alimentare, viene effettuato un servizio di cibi non deperibili destinati ai più poveri. È qui che mi trovo in questo momento.
Lavoro anche con il carcere, con il Ministero Penitenziario nel carcere di La Modelo (prima ero nel Picota) a Bogotá. Sono con loro da sette anni, con il Movimento chiamato Giovanni XXIII. All’interno del carcere svolgiamo un servizio di evangelizzazione e catechesi, portando loro la nostra testimonianza di vita: a volte le parole servono più della testimonianza e spesse volte racconto proprio la mia storia.
Com’è stato il mio processo di conversione? Sono cresciuta in una famiglia piuttosto umile, nella periferia di Bogotá, uno strato sociale molto povero, con un padre alcolizzato, una madre a cui piaceva fumare erba o sigarette. Ed anche mia madre beveva; una donna molto volgare e aggressiva. Mio padre viaggiava molto; era un uomo che lavorava viaggiando, quindi, lo vedevamo raramente in casa. Mia madre, non avendo un’istruzione, era una donna che lavorava sempre facendo pulizie nelle case di famiglia, nei ristoranti. Partiva alle quattro del mattino e tornava alle otto di sera.
Purtroppo, questa condizione è molto comune in America Latina. Quando una madre ha più figli e il padre non è presente, allora chi svolge il ruolo di madre e chi si prende cura dei fratelli, è la sorella o il fratello maggiore. Siamo stati cresciuti da mia sorella maggiore, una ragazzina di 12 anni, una ragazza inesperta, che si comportava come mia mamma con noi: era spesso aggressiva e irruente e ci insultava con parolacce.
La mia prima esperienza traumatica mi è capitata a soli cinque anni. Il nostro padrone di casa era un uomo di 55 anni. C’erano più o meno 12 bambini in questa abitazione e questo demonio giocava con noi piccoli come il gatto con il topo, ci rincorreva ed il primo che agguantava si appartava con lui e lo abusava. Ricordo con terrore che quando riusciva a raggiungermi, si arrampicava in una lavanderia, mi tirava giù le mutande e abusava di me solo all’età di cinque anni.
Da quel fatto nasce in me una forte ribellione. Divento una ragazza molto ribelle, molto furba e mi trasformo in una bambina molto problematica. Comincio a scendere in strada intorno agli otto anni, esco, comincio a fumare, a fumare marijuana, sigarette, a consumare liquori, a inalare coca. E così, purtroppo, una piccola bambina che è oziosa e senza Dio, il diavolo la mette su di una bruttissima strada. Ho così cominciato a vagare per le strade, a chiedere l’elemosina. Chiedevamo vestiti, cibo. In casa tutti avevamo molta fame a causa dell’alcolismo di mio padre, perché la sua priorità era sempre il bere. Quindi, quando veniva da lunghi viaggi, prima si ubriacava e per noi di casa non rimaneva nulla del suo guadagno per vivere. Dovevamo così uscire per cercare qualcosa da mangiare. Pensate, che in alcuni momenti tiravamo fuori le bucce delle patate dalla spazzatura e le friggevamo per poterle mangiare. Ricordo che poverina mia sorella minore veniva sfamata da mia madre non con il latte ma con una bottiglia di acqua e zucchero. Erano situazioni vissute a causa dell’irresponsabilità e del vizio di nostro padre.
Inizio così la mia vita per strada senza volerlo, ed arrivo così ad un quartiere malfamato, chiamato e conosciuto come Calle del Cartucho. In poche parole, era un luogo di prostituzione, traffico di armi, di persone senza fissa dimora, tossicodipendenza, sequestri, minori costretti ad avere rapporti sessuali, omicidi, camere di tortura, pentole per raffinare la droga, escrementi, ricchi che vendono il loro oro per la droga. Questo era il Bronx, il più grande mercato di droga del Sud America e una delle zone più pericolose del mondo.
Si trovava nel centro di Bogotà, appena a mezzo chilometro dal Palazzo Presidenziale e dal Palazzo di Giustizia della Colombia. Si trattava di due strade collegate tra di loro a forma di “L”, per decenni terra di criminali e tossicodipendenti. Dall’anno 1998 questo fetido luogo non esiste più].
Lì arrivo all’età di 10 anni o giù di lì. Ho iniziato a fare uso di droghe, mi hanno insegnato a rubare, mi hanno insegnato ad essere una ragazza bugiarda e problematica. E questa era la mia vita. A volte me ne andavo, tornavo a casa.
Una volta chiesi a mia madre di darmi il permesso di andare a ballare, lei non me lo diede ed io con molta arroganza uscii comunque. Quella notte da una discoteca quattro uomini mi trascinano fuori verso le tre del mattino ed uno ad uno mi violentarono ripetutamente con un linguaggio aberrante, con parolacce orribili e degradanti. Dopo questo inferno, verso le sei del mattino mi liberano e tornai a casa. Lo dissì a mia madre, sperando di trovare conforto da un’amica, invece mia madre con la sua ignoranza e forte della sua squallida esperienza che fa? Mi prepara una bevanda che procuri l’aborto nel caso in cui fossi rimasta incinta.
Sono cresciuta così con tanti complessi di inferiorità, perché sono stata vittima di bullismo in famiglia, a casa, con i miei fratelli. Ho subito molti soprusi: botte, molte parolacce ed aggressioni da parte dei miei fratelli. Vivevo con molta paura in casa e mi sentivo vittima con un forte complesso di inferiorità.
Ricordo il fatto più orribile e riguarda mio padre. Lui era completamente ubriaco ed iniziò a picchiare con tutta la violenza possibile nostra madre davanti a noi. Colpi così forti e furiosi, ma così forti, che davanti ai nostri increduli e spaventati occhi ruppe a lei una gamba. Ricordo tutto perfettamente, anche il rumore di quella frattura che mi bruciò il cervello. È stato un trauma per tutti noi, molto difficile da superare.
Questo è quello che vivevo in casa: le percosse, i maltrattamenti, la violenza delle parole. Mia madre era molto aggressiva, ci colpiva con tutto quello che trovava. Questa fu la goccia che fece traboccare il vaso ed ho preso la decisione: non voglio più vivere qui, preferisco la strada, preferisco el Cartucho. Per strada ho trovato la libertà, per strada ho fatto quello che volevo, per strada ero una donna molto ribelle.
Casualmente incontro il padre dei miei figli, un giovane con problemi uguali o peggiori dei miei. Mi insegna a rubare in modo diverso, anche lui è un tossicodipendente ed alcolizzato. Con lui ero aggressiva perché ero in preda ad un odio estremo per mia madre nel vedere come lei trattava mio padre e ho iniziato a ripetere gli stessi modi con il mio compagno. Stavo molto male nel ricordare mia madre con le mani ferite, i suoi occhi neri gonfi di botte, ferite nel corpo e le labbra gonfie e tagliate per le percosse: tutte botte provocate da mio padre. Il mio nuovo compagno mi stava riducendo come lei. Quest’uomo mi picchiava.
Cominciavo a vivere nelle carceri, negli ospedali, a chiedere l’elemosina per strada. Vivevamo per strada, letteralmente sotto i ponti, facevamo “capanne di cartone”, con la plastica, e quella era la nostra vita.
Così sono rimasta incinta del mio primo figlio e quest’uomo me lo ha ucciso a botte davanti a me. Un giorno mi scoprono a rubare e mi inviano al carcere minorile. Beh, la mia famiglia non ha dato un centesimo per me, così sono stata detenuta per otto mesi. Quando sono uscita dal carcere, purtroppo l’unico che mi attendeva era il mio compagno.
Lo perdono, torno da lui e rimango incinta del mio secondo figlio. Ho sempre vissuto le mie gravidanze per strada e negli ostelli, pagando la permanenza giorno per giorno. Per mangiare frugavamo nella spazzatura. La mia spazzatura preferita erano i panifici e le pasticcerie perché nella loro spazzatura potevo trovare biscotti, torte, pane. E quello era il nostro cibo. Qui a Bogotà la gente buona ha l’abitudine di lasciare sacchetti di cibo vicino ai luoghi dove gli abitanti di strada cercano rifiuti, in tal mondo possono mangiare qualcosa di più decente.
Quella era la mia vita, quella era la nostra vita, questo è quello che mi ha insegnato il mio compagno. E l’ho sempre perdonato perché è stato il primo a dirmi che mi amava. Diceva che mi amava e io perdonavo sempre. Quattro mesi dopo la nascita del mio bambino, ho iniziato a lasciarlo a mia madre, perché la mia priorità era il vizio: la mia priorità era il bere. E anche mio figlio, all’epoca, era una seccatura. Non avevo modo di accudirlo, io vivevo nella strada. Ho lasciato lui da mia madre appena sono rimasta incinta di mia figlia.
Rimango incinta per la terza volta e porto la mia bambina di nuovo da mia madre; mentre la terza figlia che ho dal mio compagno la affido ad una vicina, le ho detto di occuparsene: e non sono più tornata. Il mio dio a quei tempi era la droga, era l’alcool ed era quell’uomo con cui stavo.
La mia vita peggiora nel Cartucho: di giorno in giorno sono sempre più dipendente dalla droga. Decido di separarmi dal padre dei miei figli, mi ero stancata di tanti maltrattamenti. Ci siamo accordati: io sarei rimasta al Cartucho e lui sarebbe andato a vivere in altri quartieri di Bogotá.
Ed entro così nel mondo della prostituzione. All’interno del mondo della prostituzione vengo coinvolta in una banda di ladri che drogano le persone per rubare i loro averi. Questa banda esigeva da me assoluta dedizione ed obbedienza, così tentai di scappare e tentarono di uccidermi.
Mi stabilisco a vivere in un quartiere vicino di nome San Bernardo [dove la Fondazione Santina ha intenzione di costruire docce per gli abitanti di strada che saranno inaugurate nel 2025]. In questa nuova residenza pago giorno per giorno il mio posto letto e mi trasformo in “fattorino”: uscivo di notte per comprare per i miei clienti droga o alcool per un misero guadagno di circa 25 centesi di euro per commissione. E uscire in centro la sera è molto pericoloso. Molte volte hanno ucciso le ragazze accanto a me e mi sono detta che ero molto fortunata. Ma ora mi sto rendendo conto di quanto il Signore si sia preso cura di me, mi abbia protetto e mi abbia salvato così tante volte.
Un giorno, poiché mi ero drogata tutta la notte, mi sono svegliata completamente fatta. Rrano le tre del pomeriggio, perché i tossicodipendenti non distinguono più il giorno dalla notte. Vado a cercare cibo vicino ad un ristorante, che presta il suo servizio ai medici dell’ospedale La Samaritana. A quel ristorante, dove pranzano tutti i medici, si va a fare la fila alle tre del pomeriggio con un sacchetto vuoto: lo si consegna alle cameriere, che raccolgono tutti gli avanzi e ci danno la nostra porzione di cibo. Quella porzione per noi era come un buffet, perché ci sono pezzi di carne, pollo, patatine fritte, quindi è un pranzo prelibato per i tossicodipendenti. Dopo aver mangiato quei prelibati rifiuti, mi metto a camminare lungo il lato di Plaza Bolívar, a poca distanza vi è una chiesa. Non so perché entro in quella chiesa e vedo un quadro della Vergine Maria, Lei mi ammalia e io scoppio in un pianto irrefrenabile. Mentre guardo il quadro le dico: “Ma tu sei mamma?” Fisso di nuovo il quadro e ripeto: “Tu sei una madre?” “Anche io voglio essere mamma, insegnami come essere mamma!” e continuo sempre rivolta a Lei: “Voglio cambiare il pannolino ai miei figli, voglio portarli a scuola, voglio portarli all’asilo. Voglio essere mamma, non lo sono mai stata, insegnami per favore, mi piace molto fare questo. Ho bisogno che tu mi insegni, che mi aiuti ad essere madre”.
Sono uscita da quella chiesa piangendo. Ho pianto tutto il pomeriggio. Quel giorno pioveva. Per smettere di piangere ho comprato mezza bottiglia di brandy e ho iniziato a bere, nella sbronza sono tornata alla mia vita “normale”. Passano circa quindici giorni da quando ero entrata in chiesa e mi sveglio in preda agli effetti di pesanti droghe, c’era un problema in quell’ostello dove vivevo. Avevano rubato una borsa con un centinaio di dosi di basuco [è nota come basuco o anche texe, ovvero “ladro di cervelli”, come l’hanno ribattezzata le madri dei tossicodipendenti sudamericani. È un tipo di droga ancora non molto conosciuta, estremamente economica e devastante per la salute, una sostanza elaborata con gli scarti chimici della lavorazione della cocaina, che provoca una dipendenza quasi immediata].
Questo furto nell’ostello è una cosa gravissima e su chi ricade la colpa? La fanno ricadere su di me. Sono sconvolta, qui ho visto uccidere per un fiammifero, squartano le persone le gettano in sacconi nella spazzatura. Rischiavo la morte. La donna che condivide con me la stanza mi urla: “scappa prima che ti ammazzino!” Mi metto a correre ed i cancelli stranamente non sono chiusi e si aprono: è incredibile! Sono fuori, mi metto a correre, mi dicevo piangendo: la mia vita è finita! La mia vita è finita! Corro per otto isolati. Giungo nel mio quartiere, sono anni che non ci torno, che non vedo i miei figli, l’unica cosa che avevo erano tre foto. Le tre foto le avevo sempre guardate in quegli anni e si stavano deteriorando, ma quello che succedeva alle foto succedeva anche ai miei figli, anche loro si stavano deteriorando, stavano soffrendo, stavano male…
Sono una donna totalmente alcolizzata, una tossicodipendente dai lineamenti terribili; sono una donna di strada, una prostituta. I miei fratelli mi rifiutano, non mi vogliono e mia madre lo stesso. Incontro per caso mio fratello, il quale con il tono del disprezzo mi dice: “Senti grassa, perché non torni a fumare il basuco così dimagrisci!” Poi cambia tono e mi dice in modo autentico: “Io sto pregando tanto per te, io prego tanto per te!” Dovete sapere che mio fratello aveva partecipato in passato al culto satanico e, dopo aver avuto un incontro personale con Dio, si era convertito e da allora offriva l’Eucaristia ed il Santo Rosario quotidiano per me: non si stancava di pregare la Vergine Maria per la mia conversione. In modo serio mi dice: “Ti invito a un gruppo di preghiera, devi pregare il rosario, devi cambiare”. Rido di lui, ma poi accolgo la sua proposta e mi innamoro del Santo Rosario. Mi porta in un gruppo di preghiera chiamato Maria Vergine della Medaglia Miracolosa e lì mi innamoro del Santo Rosario.
Non conoscevo Dio e non sapevo cosa volesse dire che Egli è un Padre pieno di amore, perché spesso chi vive per la strada, ha alle spalle, come me, un pessimo padre ed una famiglia divisa. Non mi rendevo conto che prima di parlare ai miei figli di un Dio pieno di amore, dovevo parlare a Dio dei miei figli.
E così nella mia ignoranza, ero una drogata, iniziai a chiedere a Dio secondo i miei gusti e non secondo i suoi desideri su di me. Ho detto a Dio: “Beh, Dio, se tu esaudisci i miei desideri, ho bisogno che tu mi mandi un uomo che mi sostenga, perché non posso vivere a casa mia e se vuoi che cambi, mandami un uomo che mi mantenga”. Quando il Signore vuole cambiare la tua vita, ha un proposito su di te, nulla lo può fermare. Così Dio mi permette di conoscere una persona del mondo. Quest’uomo aveva soldi, aveva tanti soldi e mi ha portato subito a vivere con i miei figli. Ho riavuto i miei tre figli piccoli. Venendo da una storia di droga e prostituzione, senza denaro e sbandata, per la mia debolezza ho iniziato ad idolatrare questo uomo. Lui infatti non era tossicodipendente pur essendo aggressivo ed alcolizzato. Avevo dunque paura di consumare droghe a motivo di lui.
Avevo una casa, ero al sicuro con i miei figli, non dovevo più dormire per strada e non dovevo dipendere da mia madre e dai miei fratelli. Lui mi accoglie con i miei tre bambini piccoli, mi ha esortato a battezzare i miei figli, mi ha portato a vivere nel lusso, mi ha comprato la camera da letto, mi ha comprato una sala da pranzo; non riuscivo a crederci, ecco perché idolatravo così tanto quest’uomo. Vivevo ora in condizioni così dignitose, sono passata dal dormire tra i rifiuti a dormire in un letto. Ancora oggi ringrazio Dio che mi concede di dormire in un letto pulito. Se i tossicodipendenti sapessero quanto è bello dormire in un letto, penso che deciderebbero davvero di andarsene dalla strada.
Così mi sono innamorata del Santo Rosario. Ho pregato il Santo Rosario. Mi alzavo alle quattro e mezza del mattino. Essendo una donna che prima viveva di notte, non mi è stato difficile alzarmi all’alba. Recitando il Rosario, piano piano iniziai a smettere di drogarmi e dopo circa sette mesi che pregavo il Rosario la dipendenza scomparve. Cominciai invece a sentire disgusto del bere e del fumare. Iniziai a convivere con stati di ansia ed angoscia che provocano le droghe, ma grazie alla Vergine Maria non ho mai avuto bisogno di un centro di riabilitazione, non ho mai avuto bisogno di niente. Ho semplicemente pregato il Rosario ogni giorno e Gli ho chiesto di rimuovere quella dipendenza dalla mia vita e dal mio corpo. Ma l’ho fatto per piacere a questo uomo e mai per piacere a Dio.
La strada non è stata facile, alcune volte sono ricaduta, durante il tempo della mia disintossicazione scappavo di casa e poi tornavo. Beh, sono state tappe difficili, ma non c’è stato un giorno in cui non abbia pregato il Rosario. Qualunque cosa accadesse, pregavo il mio Rosario. Mi sposo in Chiesa, perché è nato in me il desiderio di servire il Signore. Mi vergognavo di vivere in unione libera. Mi vergognavo che il Signore vedesse che non ero sposata. Così mi sono sposata, dopo sette anni di convivenza con quest’uomo mi sono sposata. Abbiamo vissuto insieme quattordici anni: sette di convivenza e sette da sposati. Ho iniziato a lavorare, sono diventata sarta. Avevo imparato ad essere sarta nel carcere: le suore me lo insegnarono. Mi ricordo che quando ero in prigione. litigavo con loro dicendo che mi insegnavano una professione che non averi mai svolta: chi pensava che dopo molti anni invece avrei vissuto di quel lavoro? Facevo la sarta. Il Signore ci conosce molto bene e apprendere ad essere sarta in carcere era in previsione della mia vita futura, anche se io non lo sapevo.
Adoravo sempre più mio marito: i miei occhi erano solo per lui al punto da trascurare anche i bambini per essere a lui gradita. Divento possessiva e gelosa. La nostra famiglia si componeva di me, mio marito e i miei tre figli che iniziarono a vivere con me quando Juan David aveva sette anni, Caterina sei e la bambina più piccola, Maria Isabel, due anni e mezzo. A loro dicevo di chiamare il mio sposo papà, perché solo di lui dovevano avere immagine paterna.
Finché giunge un triste giorno, quando mia figlia all’età di undici anni mi racconta che il padrigno l’aveva abusata. E così mia figlia mi racconta quanto successo. Ed il suo racconto mi riporta indietro nel tempo. Quando mio zio abusava di me ed io ne parlavo con mia madre, lei mi diceva di stare zitta e di non fare problemi. Non si rendeva conto che così distruggeva la mia identità femminile e scatenava in me un profondo vuoto nel cuore. Quando nel nostro cuore si crea un vuoto di amore, anche se non diventiamo tossicodipendenti o alcolizzate o prostitute possiamo generare in noi una profonda dipendenza dagli uomini a motivo della nostra traumatica esperienza da bambine. Spesso in tali situazioni di miseria non incontriamo Dio e così riempiamo quel vuoto di amore con il vizio, magari nascosto. Molte di noi cercano così genitori adottivi per i propri figli, come a me è successo, ma non ci rendiamo conto che questi piccoli vengono abusati o palpeggiati. E non siamo più in grado di far uscire di casa quest’uomo. Perché è lui che ci sostiene.
Mi illudevo che il mio sposo mi amasse… ero tentata di pensare ad una bugia di mia figlia! Se pensiamo così, distruggiamo la vita dei nostri figli. Mentre mia figlia mi raccontava, in me si faceva avanti nel dolore la convinzione che questo uomo purtroppo era solo uno dei diversi che avevano attraversato la mia vita. Ed ho risposto a mia figlia: ”Figlia mia prima di Luis ci sei tu!” Dico al mio sposo: “La ragazza mi ha detto che hai abusato di lei, vado dalla polizia”. E l’ho buttato subito fuori casa. Ricordo ancora l’ora, erano le sette di sera.
Fa male, sì, fa tanto male, perché è stata una convivenza di quattordici anni. Ma prima di tutto, c’era mia figlia e non avevo intenzione di uccidere i sogni di mia figlia, non avevo intenzione di uccidere i suoi obiettivi, avevo già ucciso la sua infanzia con la mia droga ed il mio alcolismo.
E così in quel giorno ringraziai Dio per avermi illuminato la mente e mi dissi: “Non sono l’unica donna che da sola mantiene tre figli! Non voglio abbandonarli ancora, hanno già sofferto troppo, non ho intenzione di abbandonarli di nuovo”.
Inizio la mia vita con i miei piccoli. Mi afferro di più al mio gruppo di preghiera, alla mia famiglia, a quella famiglia che il Signore mi ha regalato. E comincio a rendermi conto che c’erano dei veri problemi in me: inizio una mia personale Via Crucis nel riconoscere i miei madornali errori. Inizio a pregare il Signore che mi aiuti a risolvere i miei problemi, perché da sola non ce la posso fare. Sto cominciando a rendermi conto che non posso camminare da sola nel mondo, che devo contare su un Padre e una Madre che ci sono sempre vicini. Inizio a chiedermi: “Chi è Dio mio Padre, Gesù e la Beata Vergine Maria?” Comincio a pregare di più ed ad osservare il digiuno; perché lo dice il Signore stesso, ci sono demoni che escono solo con il digiuno e la preghiera. Comincio a mettere il mio digiuno nella mia preghiera, inizia la guarigione. È lì che comincio davvero a guarire il mio cuore.
Il Signore ci dice: “Venite a me, voi che siete stanchi e oppressi, e io vi solleverò”. Ed è vero, ero così stanca del mondo. Ero così stanca di così tanti uomini. Ero un disastro per i molteplici abusi sessuali subiti. Qui ne ho raccontati solo alcuni, ma ero un vero disastro. A motivo di questi abusi e maltrattamenti permettevo tutti questi abusi sessuali per essere accettata nel gruppo, ma facendo così sono divenuta come uno straccio che si usa e poi si getta via. Piano piano mi rendo invece conto che ero una creatura preziosa agli occhi di Dio e che Gesù aveva dato la vita per me. Ho iniziato così a lottare contro tutti questi problemi ed errori.
Il giorno in cui sono cambiata, tutto intorno a me è cambiato. Odiavo mia madre, odiavo mio padre, non amavo completamente i miei figli a causa dei problemi che avevo nel cuore; Quando incominciai a guarire il mio cuore, mi resi conto di quanto amavo mia madre, e capii che mia madre aveva avuto un’infanzia ancora peggiore della mia e che lei non poteva dare qualcosa che non aveva mai ricevuto.
Solo Dio può guarire la nostra storia malata. Il Signore mi ha reso una persona nuova, mi ha restituito alla vita vera. Pensate, che ero senza capelli quando ero drogata, perché quando mi sballavo sentivo degli animali nel mio cervello e li strappavo via, ma quello che in realtà compivo era di strapparmi i capelli. Cambiando il mio cuore anche il mio viso cambiò, cambiò tutto di me: il modo in cui parlavo, mi comportavo e vestivo, il modo in cui pensavo. Oggi ho dei sogni, ho degli obiettivi che avevo nella mia infanzia e che il Signore in questa nuova vita ha realizzato uno dopo l’altro. La cosa più bella che posso oggi vedere è che nessuno dei miei tre figli è alcolizzato, nessuno di loro si droga, devo ringraziare il Signore e a Lui dico: “Grazie che mi hai tirato fuori da quell’inferno, so che i miei figli non passeranno mai quello che io ho passato”.
Certamente ho i miei problemi come ogni persona, però non passa giorno che io non dica al Signore: confido in te, credo in te; so che riservi ai miei figli qualcosa di meraviglioso. Oggi, mio figlio Juan David è uno studente di ingegneria all’Università Nazionale; la seconda Cristina vive in Italia ed è una insegnante e la più piccola Maria Isabel sta realizzando quel sogno tanto atteso di essere madre e dare al figlio quell’amore che a me è mancato.
Ecco, io pensavo di essere spazzatura perché il mondo me lo aveva fatto credere, ma arriva un sacerdote e mi dice: “Tu sei preziosa e vali tanto”. Pensate, che un anno prima di scoprire gli abusi sessuali di mio marito sulle due mie figlie Caterina e Maria Isabel, io prestavo il mio servizio di volontariato nel carcere La Picota di Bogotà nel settore degli abusatori sessuali. Vedete come il Signore mi stava preparando ad affrontare il trauma di quando avrei scoperto che mio marito era lui stesso un abusatore, ma delle mie due figlie? Quindi il Signore non manda prove che noi esseri umani non possiamo superare. Dobbiamo pensare che dai nostri errori possiamo rialzarci: tutti abbiamo dei problemi, ma dobbiamo superarli, dobbiamo rialzarci! Non posso rimanere nel mio turbolento passato: che sono stata violentata, che ero ubriaca, che ero… No, non devo rimanere in quel triste passato. Siamo nati a immagine e somiglianza di Dio ed abbiamo la piena libertà di decidere chi servire. Dobbiamo renderci conto, qui sulla terra, se serviamo il diavolo o Dio. Seguiamo veramente Dio? Portiamo Gesù nel nostro cuore e nella nostra casa: dalle nostre chiese in cui preghiamo dobbiamo poi portarlo nelle nostre case, e vederlo presente proprio lì dove viviamo con i nostri cari. Dobbiamo dire a Gesù: “Signore, io e la mia casa serviremo solo te”.
Ora ho il mio lavoro in questa Fondazione, distribuiamo generi alimentari, consegniamo un piatto di cibo, i miei figli sono lì ad aiutare: servono a tavola e lavano i piatti… Si sentono incoraggiati, si sentono felici.
Dobbiamo arrenderci al Signore. Dobbiamo pregare. Sì, voglio che il Signore cambi la mia vita, ma quanto tempo dedico a Gesù nella mia giornata? Eppure gli chiedo di cambiarmi. Il Signore dice: “Chiedete che vi sia dato”. Devi chiederglielo, devi dirglielo, devi insistere su di lui, fino a quando non lo stanchi: “Signore, voglio che tu mi tolga questa droga; lo voglio e tu aiutami nella lotta”. Dobbiamo combattere! Perché chiedo a lui di togliermi dalla dipendenza, ma ogni giorno continuo a consumare, attendendo tutto da lui. Questo non va bene: devo lottare con tutte le mie forze. E poi pregare insieme alla comunità, perché l’esempio degli altri è un grande aiuto, una grande cura.
Ti siedi in silenzio per mezz’ora, quindici minuti al giorno. Non dirgli nulla perché è il Signore che parlerà alla tua anima; e così la preghiera, l’adorazione del Santissimo Sacramento, la lettura della Parola di Dio ti toglieranno tutte le sciocchezze che avevi in testa. Dio toglierà da te tutta la spazzatura che hai nel cuore.
Infine raccomando il culto mariano: lei intercede per noi. Le madri che hanno figli tossicodipendenti, devono pregare Gesù: “Signore, so che tu cambierai mio figlio!” Santa Monica la mamma di Sant’ Agostino per tanti anni ha chiesto la conversione del figlio… e noi ci stanchiamo di attendere un anno o due? No, devi pregare! Non c’è preghiera che non raggiunga il cielo. Non c’è lacrima che non raggiunga il cielo.
Abbracciate i vostri figli, amateli. Date loro amore, approfittatene. Anche se sei un tossicodipendente, approfittane. Perché da un momento all’altro puoi lasciare questo mondo. Tieni in braccio i tuoi piccoli bambini, dì loro quanto li ami. E approfitta di quei momenti che sono così irreparabili. Non fare come me: io ho perso tutti quei bellissimi momenti della mia vita con i miei figli: credetemi, è una fase che non sarà mai più recuperata. Teniamoci stretti al Rosario, non c’è nulla che la Madonna lasci inascoltato.
Grazie per avermi ascoltato.
Yanira López
Fondazione Domus Colombia
Bogotá DC, 10 maggio 2024




























