Il part time nel lavoro non è scelta libera

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Lunedì 6 maggio alla Sala Zuccari del Senato della Repubblica è stato presentato dal ‘Forum Disuguaglianze e Diversità’ il report ‘Da conciliazione a costrizione: il part-time in Italia non è una scelta. Proposte per l’equità di genere e la qualità del lavoro’, che contiene un’analisi di dati disponibili, delle elaborazioni che costruiscono una fotografia del fenomeno del part-time involontario e alcune proposte di policy per contrastarlo, elaborato da un gruppo di lavoro composto da Giorgia Amato, ricercatrice del ‘Forum Disuguaglianze e Diversità’, Susanna Camusso, senatrice del Partito democratico, Daniela Luisi, ricercatrice e membro dell’Assemblea del ‘Forum Disuguaglianze e Diversità’, Matteo Luppi, ricercatore dell’Inapp (Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche), Federica Pintaldi, dirigente di ricerca dell’Istat, e Silvia Vaccaro, responsabile comunicazione del ‘Forum Disuguaglianze e Diversità’.

Dai dati emerge con chiarezza come in Italia la diffusione del part-time sembra più dovuta alle esigenze delle imprese di ridurre il costo del lavoro che a quelle dei lavoratori e delle lavoratrici. Il fenomeno si può correlare agli interventi normativi, che hanno favorito la flessibilizzazione del lavoro. Il documento riporta stralci di cinque interviste a donne occupate con un contratto part-time di tipo involontario, che hanno indagato la storia lavorativa delle donne, i motivi alla base della scelta del part-time (esigenze individuali e/o del datore di lavoro) e l’eventuale presenza di condizioni di uso o abuso dell’orario di lavoro e la percezione di una prospettiva lavorativa futura.

Infatti in Italia, più della metà degli oltre 4.000.000 di lavoratori e lavoratrici part-time rilevati dall’Istat nel 2022, è in una condizione di part-time involontario: non ha scelto questa forma contrattuale ma l’ha accettata o subita per necessità o per assenza di altre possibilità. In 8 imprese su 10 l’incidenza delle donne in part-time sul totale dei dipendenti è oltre il 50%.

Inoltre, il 12% delle imprese usa il part-time in modo strutturale (oltre il 70% dei dipendenti): queste imprese sono meno attente alla qualità del lavoro: “Dai dati analizzati nel documento emerge con chiarezza come in Italia la diffusione del part-time sembra più dovuta alle esigenze delle imprese di ridurre il costo del lavoro che a quelle dei lavoratori e delle lavoratrici”.

L’analisi dei dati della ‘Rilevazione sulle forze di lavoro’ dell’Istat del 2022, con una lettura di genere, mostra che tra le donne, che rappresentano circa i tre quarti delle persone occupate a tempo parziale è più diffuso anche il ricorso al part-time involontario: pesa infatti per il 16,5% sul totale delle donne occupate contro il 5,6% degli uomini occupati.

Tra le persone impiegate in professioni non qualificate si registra il differenziale maggiore: 38,3% per le donne contro il 14,2% gli uomini. Il part-time involontario, inoltre, è più frequente tra le giovani donne: si parla del 21% delle occupate di 15-34 anni rispetto al 14% di quelle di 55 anni e oltre.

Oltre alla caratterizzazione di genere, i dati mostrano che il part-time involontario è più frequente anche nel Mezzogiorno, tra le persone straniere, tra chi possiede un basso titolo di studio e tra le persone con un impiego a tempo determinato: 23% contro il 9% del tempo indeterminato, e il 7% degli e delle indipendenti.

Oltre alla caratterizzazione di genere, il documento mostra che il part-time involontario è più frequente anche nel Mezzogiorno, tra le persone straniere, tra chi possiede un basso titolo di studio e tra le persone con un impiego a tempo determinato: 23% contro il 9% del tempo indeterminato, e il 7% degli e delle indipendenti.

Su tutti i contratti attivati nel primo semestre 2022, il 35,6% è a part-time, con consolidate differenze di genere: sul totale dei contratti attivati a donne quasi la metà (il 49%) è a tempo parziale contro il 26,2% dei contratti attivati agli uomini. Inoltre, se si guarda al tempo indeterminato, che rappresenta solo il 15% dei contratti attivati a donne, oltre la metà di questa quota (il 51,3%) è a tempo parziale.

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