Le dinamiche, oltre che la storia, di un’istituzione millenaria

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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 20.02.2024 – Vik van Brantegem] – È in libreria da ieri 20 febbraio 2024, il nuovo libro di Massimo Franco Secretum. Intervista con Mons. Sergio Pagano. Papi, guerre, spie: i misteri dell’Archivio Vaticano svelati dal Prefetto che lo guida da un quarto di secolo (Solferino 2023, 428 pagine [QUI]).

Massimo Franco è nato a Roma nel 1954. Editorialista politico del Corriere della Sera, ha lavorato per Avvenire, Il Giorno, Panorama. È membro dell’International Institute for Strategic Studies di Londra. Tra i suoi libri ricordiamo Il Vaticano secondo Francesco (Mondadori 2014), Imperi paralleli (Mondadori 2005; il Saggiatore 2016), L’assedio (Mondadori 2016) e, con Solferino, L’enigma Bergoglio (1ª edizione 2020, 2ª edizione 2023), C’era una volta Andreotti (2021) e Il monastero (2022).


Mons. Sergio Pagano è nato a Terrusso di Bargagli (Genova) il 6 novembre 1948. Entra fra i Barnabiti a Genova nel 1966 e compie studi filosofici e teologici all’Università Urbaniana di Roma. Ordinato sacerdote nel 1977, si diploma paleografo-archivista nel 1978 e si laurea in teologia nel 1981. Chiamato a Roma per prestare servizio in Archivio Segreto Vaticano (rinomato Archivio Apostolico Vaticano da Papa Francesco il 22 ottobre 2019), viene nominato Scrittore dell’Archivio nel 1981. Consegue la laurea in teologia al Pontificio Ateneo S. Anselmo di Roma nel 1981. Nel 1989 è nominato Archivista e nel 1995 Viceprefetto. Papa Giovanni Paolo II lo omina Prefetto il 7 gennaio 1997. Il 29 settembre 2007 è elevato da Papa Benedetto XVI alla sede titolare vescovile di Celene. È Accademico dei Lincei.

Mons. Pagano, uno degli alti prelati della Santa Sede meno conosciuti ma più rispettati in Vaticano, conosce a fondo verità e misteri di quello che è stato definito «la centrale dell’intelligence d’Europa». L’Archivio Apostolico Vaticano è uno scrigno prezioso che custodisce milioni di documenti della Santa Sede, accumulati fin dalla sua fondazione nel 1611. Per la prima volta, questo studioso, tanto riservato che erudito, nel libro intervista a Massimo Franco apre uno sguardo su quanto è racchiuso nel deposito sotterraneo, chiamato “bunker”, lungo 86 chilometri lineari che ospita faldoni su faldoni che custodiscono storie edite, documenti più riservati ma anche ancora segreti. Il giornalista Massimo Franco ha potuto visitare questo luogo in esclusiva per questo libro Secretum, che rivela anche le ragioni che nel 2019 hanno spinto Papa Francesco a rinominare l’Archivio Segreto in Apostolico.

«Il termine secretum», spiegò Mons. Pagano, «entrato a formare la denominazione propria dell’istituzione, prevalsa negli ultimi secoli, era giustificato, perché indicava che il nuovo Archivio, voluto da Paolo V verso il 1610-12, altro non era che l’archivio privato, separato, riservato del Papa. Così intesero sempre definirlo tutti i pontefici e così lo definiscono ancora oggi gli studiosi, senza alcuna difficoltà. Questa definizione, del resto, era diffusa, con analogo significato, presso le corti dei sovrani e dei principi, i cui archivi si definirono propriamente secreti».

Ma il cambio di nome è sola una delle «chicche», che emergono da una miniera di fatti, aneddoti, intrecci, leggende, che aiutano a conoscere le dinamiche, oltre che la storia, di un’istituzione millenaria. Ne emerge una rilettura inedita e spiazzante di alcuni passaggi storici fondamentali e uno spaccato degli anni più difficili dei pontificati che si sono succediti, ma anche quadri della vita di tutti i giorni.

Tante le faccende, che Mons. Pagano ha avuto il compito di studiare e rendere pubblici. Dalla razzia degli Archivi Vaticani da parte delle truppe di Napoleone, che li trasferì a Parigi, alla rete di spie papali a caccia dei “modernisti”. Dalle carte del processo a Galileo Galilei, che successivamente è stato riabilitato dalla Chiesa, alla documentazione sui “silenzi” di Papa Pio XII sulla Shoah. Dai finanziamenti di Papa Benedetto XV al Partito Popolare, a quelli degli Americani alla Santa Sede per consentire di fare il Conclave proprio alla morte del Pontefice che aveva speso tutto. Dalla prima televisione arrivata in Vaticano nel 1949, ai cardellini dei quali amava circondarsi Papa Pacelli. Dalle lettere dei grandi della storia, come Giacomo Leopardi, che non voleva pagare le tasse, o Giuseppe Garibaldi, che offriva “le sue braccia”, e dunque anche le sue armi, a Papa Mastai. Dai rapporti tormentati con la Cina comunista, a quelli con la povera gente che chiedeva aiuto al Papa per comprare delle scarpe ai figli.

Per quanto riguarda i tempi recenti, ci sono due eventi che hanno destato interesse. Per primo, nell’Archivio Apostolico Vaticano non c’è nessun documento sul caso di Emanuela Orlandi, ha assicurato Monsignor Pagano. Innanzitutto, perché l’Archivio non può contenere i documenti più recenti: «Qui non abbiamo una riga». Ma secondo Mons. Pagano potrebbe esserci poco anche in altre “casseforti” in Vaticano: «Quel che seppi alcuni anni or sono dall’allora archivista della Prima Sezione della Segreteria di Stato, Monsignor Assunto Scotti, sacerdote da me molto stimato, è che nel loro Archivio ci era solo, come di prassi, una cartella con echi di stampa sul caso che nominavano il Vaticano». Considerato l’avvio del procedimento al Tribunale vaticano, «se si troveranno documenti su quel caso, saranno certo consegnati agli inquirenti», ha aggiunto il Prefetto dell’Archivio Apostolico Vaticano. Sono affermazioni – peraltro conforme a quanto ripetuto in passate da altri alti prelati informati dai fatti – che ovviamente hanno fatto andare nuovamente su tutte le furie Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela: «Nessun documento su Emanuela nell’Archivio Vaticano? Non è possibile».

Poi, La lettura, l’inserto al Corriere della Sera del 18 febbraio 2024, ha anticipato il dialogo su una questione di cui ci siamo occupati a suo tempo (Commento meditato sul Pater Noster… – 15 novembre 2018 [QUI]), dal titolo Che errore cambiare le parole del Padre nostro. Se si tratta di spiegarla e interpretarla, ma non si può modificarla a piacere. Mons. Pagano esprime la sua autorevole opinione: «Per la Sacra Scrittura la Chiesa ha avuto sempre una venerazione, la definisce Parola di Dio. E se è di Dio, come possiamo noi cambiarla? Studiarla, comprenderla, ma non cambiarla. Chi ha operato questo sventurato cambiamento, (…), ha studiato le fonti? Si è reso conto della incoerenza scritturale del cambiamento rispetto al passo dei Vangeli sinottici di Matteo, Marco e Luca? Credo si sia perso il senso genuino del testo latino: “L’oro è saggiato dalla fiamma, per vedere se è puro o no; gli uomini, per vedere se sono probi, se sono buoni, devono essere saggiati dalla tentazione”. Ma la tentazione non è voluta da Dio per dannare, osserva Bellarmino, o per mettere in difficoltà. Serve per vedere se tu sai stare in piedi o no su un terreno che è franoso».

Domenica scorso 18 febbraio, la liturgia ci ha ricordato che «lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana» (Mc 1,12-15). Si tratta di un esercizio che misura la forza della fibra spirituale, nella lotta operato con le armi giuste. Quindi, se Mons. Pagano si dice contrario alla modifica del Padre nostro, perché contrasta con l’insegnamento di Gesù Cristo, si può apprezzarne la fedeltà alla Parola di Dio. A conclusione di questo articolo riportiamo il testo integrale delle domande di Massimo Franco e le risposte di Monsignor Sergio Pagano sul tema, riportate da La lettura.

Da una lettera di Giacomo Leopardi custodita nell’immenso patrimonio di documenti custodito nell’Archivio Apostolico Vaticano si evince un problema legato alle tasse, si legge in Secretum. Leopardi scrive nella lettera del 14 settembre 1836 a Mons. Gabriele Ferretti, Nunzio Apostolico nel Regno delle Due Sicilie dal 1833 al 1837: «Io dimoro, come Vostra Eccellenza sa, a Napoli e per errore mi hanno compreso tra i contribuenti alle spese per la guardia civica di questa capitale». Mons. Pagano chiosa: «Sì, era un po’ tirchio», «non voleva pagare le tasse, Leopardi. Curioso». Leopardi nella missiva scrive anche: «Sono venuti i gendarmi. Ma io sono di Recanati, sto qui per caso».

Se nel libro si toccano i temi più delicati del pontificato di Papa Pio XII, come la lettera del gesuita Lothar König, che lo metteva a conoscenza dell’esistenza dei campi di concentramento nazisti, emergono anche storie che strappano il sorriso, come il fatto che lo stesso Papa Pacelli pranzava sempre da solo e liberava i cardellini nella stanza per avere compagnia.

Mons. Pagano sfata anche tante leggende, come il fatto che nell’Archivio Apostolico Vaticano siano custoditi chiodi della Crocifissione di Cristo. Un giornale qualche anno fa scrisse che «i Marziani veramente esistono, che erano sbarcati sulla terra con le loro astronavi in un non lontano passato, e che il Vaticano nasconderebbe alcuni teschi dei marziani grigi. Sciocchezze catastrofiche», commenta Mons. Pagano.

Che errore cambiare le parole del Padre nostro
Se si tratta di spiegarla e interpretarla, ma non si può modificarla a piacere
Corriere della Sera – La Lettura, 18 febbraio 2024

Il dialogo

Lei cosa pensa dei cambiamenti di toni — qualcuno dice perfino dottrinali — intervenuti negli ultimi anni, l’aggiornamento delle preghiere come il «Pater noster», questa scelta di rivolgersi ai fratelli e alle sorelle…
«Lei sfonda una porta aperta. Io sono, forse, in buona compagnia o forse in minima compagnia, scarsa o nutrita non lo so, ma del tutto perplesso e contrario, per quel che vale la mia opinione, a questo modo di procedere. Tuttavia, è il pensiero di qualcuno che conosce un poco di storia e che studia, e che pensa e che vede i precedenti. Ad esempio: a me ha fatto un grande dispiacere, mi ha dato un’amarezza che resta, il cambiamento deciso dalla Conferenza Episcopale Italiana del Padre nostro in lingua italiana, che è un’assurdità».

Che cosa le è dispiaciuto? Il cambiamento della formulazione quando si dice, nella preghiera, «non ci indurre in tentazione»?
«Mi è dispiaciuto il modo in cui è stato cambiato il Padre nostro, e anche i termini del cambiamento deliberato. Anzitutto il modo. Era fino a ieri saggia norma nella Chiesa, e speriamo che torni a esserlo in futuro, che, quando si trattava di ostacoli o difficoltà che si possono incontrare riguardo al testo della Sacra Scrittura, sia greco-latino, sia anche nelle lingue volgari, e che possono causare sconcerto nei fedeli, che prima di cambiare bisognasse sempre spiegare. Che il passo del Padre nostro “non ci indurre in tentazione”, così tradotto già nelle prime versioni in lingua italiana, e tradotto ottimamente dal testo latino, fin dal XVI secolo, creasse qualche difficoltà al senso comune dei fedeli che lo recitavano, è cosa scontata».

Davvero ritiene che sia scontato? Crede che da tempo ci si ponesse e si ponga un problema di interpretazione di quell’espressione?
«Già il Cardinale Roberto Bellarmino nel suo Catechismo del 1597 rilevava che c’erano difficoltà a comprendere quel passo. Ma si guardò bene, e con lui Clemente VIII, dal cambiarlo. Prese a spiegarlo. Cito un passo da una recente riedizione del Catechismo: “Non intendo bene quelle parole, non c’indurre in tentazione; perciocché pare che voglia dire che Dio suol indurre gli uomini in tentazione, e noi lo preghiamo che non lo faccia. Indurre in tentazione o sia tentare al male, o sia far cadere in peccato, è proprio del demonio, e non appartiene in conto veruno a Dio, il quale ha in odio grandemente il peccato”. Ma secondo il modo di parlare della Scrittura Santa, quando si parla di Dio, indurre in tentazione non vuol dir altro se non permettere che uno sia tentato o sia vinto dalla tentazione. Più chiaro di così. Spiegato così il testo, non occorreva alcun cambiamento, anche in italiano. Per la Sacra Scrittura la Chiesa ha avuto sempre una venerazione, la definisce Parola di Dio. E se è di Dio, come possiamo noi cambiarla? Studiarla, comprenderla, ma non cambiarla. Chi ha operato questo sventurato cambiamento, almeno tale a mio modo di vedere e con il dovuto rispetto, ha studiato le fonti? Si è reso conto della incoerenza scritturale del cambiamento rispetto al passo dei Vangeli sinottici di Matteo, Marco e Luca? Credo si sia perso il senso genuino del testo latino: “L’oro è saggiato dalla fiamma, per vedere se è puro o no; gli uomini, per vedere se sono probi, se sono buoni, devono essere saggiati dalla tentazione”. Ma la tentazione non è voluta da Dio per dannare, osserva Bellarmino, o per mettere in difficoltà. Serve per vedere se tu sai stare in piedi o no su un terreno che è franoso. Ma mi lasci fare un’ultima considerazione. Anche ai tempi di Galileo, quando lo scienziato pisano chiamava in causa diversi passi della Sacra Scrittura che apparivano a lui, scienziato e cattolico, ormai opporsi al nuovo sistema copernicano, e tali erano in verità, né Papa Urbano VIII, né ancora Bellarmino, né la Santa Sede osarono toccare quei passi che avevano un senso letterale antiscientifico. Cosa si fece? Non cambiare, ma spiegare. Preso atto delle ragioni di Galileo, i teologi e gli esegeti ripensarono la dottrina dell’ispirazione dei libri sacri, pur di non toccare quel testo stabilito e sacro. Erravano gli scriventi, non lo Spirito Santo ispiratore della Scrittura. Siamo proprio certi che questo cambio delle parole del Pater sia un progresso? Io, per mio conto, continuo a dire il Pater in latino, così sorpasso a piè pari quel brutto cambiamento».

Scusi Monsignor Pagano: se la CEI ha deciso questo cambiamento lessicale, c’è da credere che il Papa l’abbia avallata, no?
«Penso di sì, penso che sia stata avallata, chissà com’è stata giustificata, motivata. Io non sono nessuno, ovviamente, ma torno a ripetere che esprimo solo il mio parere personalissimo, perché mi è lecito esprimere un parere. E da studioso non posso ammettere una traduzione del genere perché tradisce il senso originale dell’orazione insegnataci da Gesù».

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