Se tu credi, sarà! Come difendersi dalla boria (e cazzimma)

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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 21.01.2024 – Vik van Brantegem] – Con la boria – sostantivo femminile che significa tronfia ostentazione d’importanza o di superiorità, atteggiamento di vanitosa ostentazione di sé, dei propri meriti, reali o immaginari – entriamo nel regno della cazzimma, di cui chi non è Campano e non ha mai avuto modo di sentire il termine, si chiederà giustamente di cosa si tratti, essendo un neologismo recente. Invece, da secoli e millenni, come società, troviamo particolarmente importante notare in qualcuno il complesso e sfaccettato, particolarmente inviso, vizio della boria.

“Boria” era una delle cinque parole in via di estinzione (insieme a denigrare, insigne, solerte e corroborare), scelte dalla casa madre del vocabolario Zanichelli per la campagna nella loro “difesa”, tre le più di tre mila parole che nel vocabolario Zingarelli sono accompagnate da un fiorellino, il simbolo grafico che le contrassegna come “parole da salvare”, che rischiano di essere dimenticate a vantaggio di sinonimi più comuni (perché gli atteggiamenti che descrivono non sono a rischio di estinzione…). Un richiamo anche visivo e un invito a utilizzare più spesso quelle voci “a rischio di estinzione”.
Zanichelli nel 2018 è “scesa” nelle principali piazze italiane (come anche Zingarelli nel 2019 con la campagna #paroledasalvare), con il progetto #laculturasifastrada, proponendo le cinque parole “da salvare” all’attenzione dei passanti e farle poi promuovere sui social. Alle parole scritte sulla strada erano aggiunto al semplice significato, anche l’etimologia, la data di prima attestazione in lingua scritta e qualche esempio d’uso.


«Lo sentì Eliab, suo fratello maggiore, mentre parlava con gli uomini, ed Eliab si irritò con Davide e gli disse: “Ma perché sei venuto giù e a chi hai lasciato quelle poche pecore nel deserto? Io conosco la tua boria e la malizia del tuo cuore: tu sei venuto per vedere la battaglia”. Davide rispose: “Che cosa ho dunque fatto? Era solo una domanda”» (1Samuele 17,28-29).

La boria è un vizio diabolico, nel senso etimologico del termine, un’inclinazione che porta separazione, divisione nella comunità, che ne mette a repentaglio l’unità, che è un valore supremo, per la comunità.

Abbiamo il tratto bombastico della burbanza, la spacconeria della vanagloria, le fanfaronate della millanteria, lo slancio della iattanza, la violenza della protervia, l’oltraggio della tracotanza (che possiamo anche far grecheggiare con la hybris). Abbiamo la sicurezza sbavatella della sicumera, il distacco dell’alterigia, che si fa più serio nell’alterezza, e che si declinano anche in atteggiamenti di sufficienza e di più complessa degnazione, o disdegno. Abbiamo la bizzarra fantasticheria di sé dell’albagìa, la sbrodolatura della prosopopea, la ricchezza ostentata della pompa, la linearità sprezzante dell’arroganza, il concetto della presunzione, il ridicolo della spocchia, la circoscrizione dell’immodestia, la vastità profonda dell’orgoglio, e l’ombrello generale della superbia. Mica male. Ma abbiamo anche la boria.

La boria ha la forza di un richiamo metaforico di successo universale: infatti è pianamente sorella della bora o meglio del latino “borea”, vento di tramontana. Questa forza ariosa si erge qui a simbolo per la vanità dell’aria, gonfia e senza sostanza, in continuità col darsi delle arie. Nella boria, questa vanità dell’aria può essere una metafora diretta che parte dal vento, ma l’intreccio simbolico dell’aria è fitto e articolato. Ad esempio, sappiamo che “aria” significa anche “espressione del volto, portamento” (quando ho un’aria felice, quando ho l’aria di nascondere qualcosa). Questo significato pare sia mutuato da un aire francese che aveva già anche il senso di “carattere” o “luogo d’origine”: l’aria di un paesello di montagna, l’aria di una grande città sul mare, è più della sola aria.

Così la boria è un serto di ostentazioni vane e pavoneggianti, un gonfiore d’apparenze di meriti veri o immaginati. Per la verità, anche piuttosto bolso, sol suo suono rospesco e l’aria enfatica. Posso parlare della boria con cui l’amico sminuisce la difficile prova che ci aspetta, della boria che troviamo ai vertici del comando. E con boria si sprezzano i piaceri semplici, come per esempio il piacere della buona tavola.
«A sentir lui ha fatto tutto da solo, che boria». Come difendersi dalla boria (o cazzimma) di uno sfigato che pensa e si comparta come uno grande, dall’atteggiamento di quello che ama farsi grande buttandosi sul muro basso, invadente e presuntuoso si comporta come se avesse i bambini di scuola elementare da educare e dalle quali vuole essere ossequiato come un Dio?

Nella cultura meridionale abbiamo anche la parola “cazzimma”, un’espressione napoletana (che potrebbe essere sentito come volgare, non senza torto, visto la sua etimologia), diffusa soprattutto nel lessico campano e utilizzata oggi per indicare un insieme e un intreccio di atteggiamenti negativi, in modo generico: “Autorità, malvagità, avarizia, pignoleria, grettezza”.

Il neologismo deriva dal linguaggio studentesco-adolescenziale napoletano alla fine degli anni cinquanta, prestato dal lessico dialettale con un significato differente, di cui una definizione precisa è stata data dal cantautore partenopeo Pino Daniele, che ha offerto una delle prime attestazioni di questa parola nella sua canzone manifesto A me me piace ’o blues del 1980, dove dichiara in modo provocatorio: «Tengo ‘a cazzimma e faccio tutto quello che mi va». In Storie e poesie di un mascalzone latino (Pironti 1994) ha spiegato: «Già, “’a cazzimma”. Chi non è napoletano e non ha mai avuto modo di sentire questo termine, si chiederà giustamente di che si tratti. Ebbè, “cazzimma” è un neologismo dialettale molto in voga negli ultimi tempi. Designa la furbizia accentuata, la pratica costante di attingere acqua per il proprio mulino, in qualunque momento e situazione, magari anche sfruttando i propri amici più intimi, i propri parenti […]. È l’attitudine a cercare e trovare, d’istinto, sempre e comunque, il proprio tornaconto, dai grandi affari o business fino alle schermaglie meschine per chi deve pagare il pranzo o il caffè».

In effetti ‘a cazzimma è innanzitutto la “furbizia opportunistica”, e colui che tiene ‘a cazzimma è propriamente un individuo furbo, scaltro, sicuro di sé, è il dritto che sa cavarsela, anche se ciò comporta scavalcare gli altri. Ma il termine copre uno spettro di significati o, per meglio dire, di atteggiamenti ben più ampio. ‘A cazzimma può infatti indicare anche semplicemente la “cattiveria gratuita”, come spiega, in un suo sketch, il comico Napoletano Alessandro Siani, il quale, a un ipotetico Milanese che gli chiede: “Cos’è la cazzimma?”, risponde così: “Nun t’o bboglio ricere, chest’è ’a cazzimma!” (non te lo voglio dire, questa è la cazzimma!).

Inoltre, i blog della rete ci forniscono alcuni esempi dell’uso di cazzimma con una connotazione quasi positiva per indicare una sorta di “atteggiamento grintoso, risoluto”: «Quella cazzimma ignorante, da gente vera, che non ha paura di nulla e di nessuno, che affronta la sfida con determinazione».

Per quanto riguarda l’etimologia di cazzimma, essa risulta abbastanza evidente, va cioè collegata al nome dell’organo sessuale maschile, con il suffisso napoletano -imma. Quindi, cazzimma è decisamente un termine dialettale napoletano che, da un precedente significato letterale di ambito fisiologico, a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso è passato ad indicare, per traslato, un atteggiamento opportunistico o prevaricante, sempre e comunque mirato a danneggiare, a coartare o a sopraffare gli altri.

In italiano non esiste un sinonimo esatto e univoco di cazzimma, parola che trasmette il significato, come fa notare ancora Pino Daniele, fin troppo comune «in una società come la nostra, dove certe volte il diritto diventa un optional e anche se non sai fare niente, puoi andare avanti con la cazzimma».

Quindi, come difendersi dalla boria, o della cazzimma, trovandoci nel Meridione? Con l’umiltà, consigliò Papa Clemente I (secolo I): «Coltiviamo, dunque, fratelli, sentimenti di umiltà mettendo da parte (Gc 1,21) ogni sorte di baldanza, boria, stoltezza ed ira e facciamo ciò che è scritto nella Bibbia. Dice infatti lo Spirito Santo: “Il saggio non si glori della sua saggezza, né il forte della sua forza, né il ricco della sua ricchezza, ma chi si gloria, si glori nel Signore, di ricercarlo e di praticare il diritto e la giustizia” (Cf. Ger. 9,23-24; 1Sam 2, 10; 1Cor. 1, 31; 2Cor. 10,17). Ricordiamo soprattutto le parole che il Signore Gesù disse quando insegnava la mitezza e la magnanimità. Così infatti disse: “Siate misericordiosi per ottenere misericordia; perdonate per essere perdonati; come farete, così sarà fatto a voi; come date, così sarà dato a voi; come giudicate, così sarete giudicati; come praticate la benevolenza, così sarà praticata a voi; la misura con la quale misurate, con la stessa sarà misurato a voi” (Cf. Mt. 6,14-15; 7,1-2,12; Lc. 6,31,36-38). Rafforziamoci in questo comandamento e in questi precetti, per procedere umili ed ubbidienti alle sue sante parole. Dice infatti la sua santa parola: “A chi volgerò il mio sguardo, se non al mite, al pacifico e a chi teme le mie parole?” (Is. 66,2)».

Nel Vangelo troviamo tre parabole, che Gesù propone ai suoi discepoli riguardante tre grandi tentazioni delle prime comunità e che insegnano in modo attuale per ogni tempo come difendersi dalla boria. Insegnano anche che tutto avviene con pazienza, che i tempi non si possono affrettare, che le cose hanno bisogno del loro tempo.

1. La parabola della zizzania (Mt 13,24-30) dice: «Nessuno è più degli altri». La tentazione di essere una comunità di eletti.
Tante persone dicono: “Io non sono come te e tu non sei come me. Io sono più di te”; oppure l’opposto: “Tu sei più di me”, per cui io non valgo niente e sono un nulla”.
Invece, per Gesù non esistono quelli da eliminare ma solo quelli da recuperare: prostitute, pubblicani, lebbrosi, eretici, considerati zizzania dagli scribi e dai farisei. I giusti lottano per escludere. Mentre i farisei e gli scribi sono preoccupati che qualche impuro si intrufoli nella loro purezza, Gesù è preoccupato che qualche uomo non entri al pranzo del suo regno. I buoni lottano per includere.

2. La parabola del granello di senapa (Mt 13,31-32) dice: «Non cercate il grande risultato». La tentazione del miracolismo.
Tante persone vivono dicendo: “Guarda ciò che faccio; guarda chi sono!”. Poiché io sono così bravo, così bello, così potente, così ricco, così simpatico, così figo… che “non puoi non amarmi”.
Invece, Gesù insegna che l’amore non si merita né per doti, né per qualità, né per santità. L’amore è un dono, un regalo. Non cercare di conquistare ciò che non si può conquistare. L’amore si dà gratuitamente: non chiede niente in contraccambio. L’amore si riceve gratuitamente: godine e assaporalo quando lo ricevi ma non pretenderlo.
Gli ebrei avevano l’immagine del loro regno come di un grande cedro, l’emblema della grandezza, della nobiltà, della forza, dell’immortalità. Per questo il regno veniva visto come un cedro inamovibile, meraviglioso, piantato su di un alto monte, così che tutti potevano vedere. Il regno di Gesù, invece, è come un chicco di senape che viene gettato, ma una volta cresciuto è più grande delle “altre piante dell’orto”, non sull’alto monte ma nell’orto di casa.

3. La parabola del lievito (Mt 13,33): «Non dite “impossibile” ciò che non sapete». La tentazione dello scoraggiamento.
Tante persone dicono: “È difficile. Non ce la faccio. Non ho le capacità. Non è per me”. La dinamica è: “Siccome questa cosa è faticosa, se mi dico che è impossibile mi evito la fatica”. Dichiarano impossibili molte cose che sarebbero possibili con l’impegno e con dei cambiamenti. Tutto è difficile prima di essere facile.
Virgilio disse: “Possono perché credono di potere”. La paura trasforma il possibile in impossibile. La fede trasforma l’impossibile in possibile. Se non si crede di potercela fare, sicuramente, non ce la farà.
Il grande generale giapponese Nobunaga decise di attaccare anche se aveva solo un soldato per ogni dieci soldati nemici. Era sicuro che avrebbero vinto, ma i suoi soldati erano pieni di dubbi. Mentre erano in cammino verso il campo di battaglia, si fermarono ad un santuario. Dopo aver pregato, Nobunaga uscì e disse: “Ora getterò in aria una moneta. Se viene testa vinceremo. Se croce, prederemo. Ora il destino rivelerà il suo gioco”. Gettò in aria una moneta. Venne testa. I soldati erano così desiderosi di combattere che vinsero facilmente la battaglia. Il giorno dopo un assistente disse a Nobunaga: “Nessuno può cambiare il destino”. “Giustissimo”, disse Nobunaga, mostrandogli una moneta che aveva testa su entrambe le facce. Se tu credi, sarà!

Fonti: Unaparolaalgiorno.it, Accademiadellacrusca.it, Qumrân2.net e Corriere.it.

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