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A Roma le religioni fondano la pace

Si è concluso con un minuto di silenzio in memoria delle vittime di tutte le guerre e con la consegna del messaggio di pace l’incontro internazionale ‘Popoli fratelli, Terra futura’ organizzato a Roma dalla Comunità di Sant’Egidio.

Il momento finale si è tenuto ieri  pomeriggio al Colosseo con la preghiera ecumenica per la pace presieduta dal papa alla presenza dei rappresentanti delle Chiese e delle comunità cristiane e la cerimonia conclusiva introdotta da Andrea Riccardi con l’intervento della cancelliera tedesca Angela Merkel; quindi i messaggio di pace di Ahmad al-Tayyeb, grande imam di al-Azhar in Egitto, di Bartolomeo I, patriarca ecumenico di Costantinopoli, di Pinchas Goldschmidt, presidente della Conferenza dei rabbini europea, di Shoten Minegishi, monaco buddista Soto Zen in Giappone, di Lakshmi Vyas, presidentessa dello Hindu Forum of Europe, di Jaswant Singh, Gurdwara Shri Kalgidhar Sahib.

Nell’appello finale i rappresentanti delle religioni hanno sottolineato l’orrore delle guerre: “I popoli soffrono. Soffrono i profughi della guerra e della crisi ambientale, gli scartati, i deboli, gli indifesi. Spesso donne offese e umiliate, bambini senza infanzia, anziani abbandonati. I poveri, spesso invisibili, oggi invece partecipano in modo speciale alla nostra riunione: invocano per primi la pace. Ascoltarli, fa comprendere meglio la follia di ogni conflitto e violenza”.

 Ed hanno ribadito il ruolo delle religioni:  “Le Religioni possono fondare la pace ed educare ad essa. Le Religioni non possono essere utilizzate per la guerra. Solo la pace è santa e nessuno usi il nome di Dio per benedire il terrore e la violenza. Se vedete intorno a voi le guerre, non rassegnatevi! I popoli desiderano la pace.

La fraternità tra le religioni compie progressi, nonostante le difficoltà. Ringraziamo tutti gli amici del dialogo nel mondo e diciamo loro: coraggio! Il futuro del mondo dipende da questo: che ci riconosciamo fratelli. I popoli hanno un destino da fratelli sulla terra”.

Un appello al disarmo nucleare per costruire la pace: “Occorre fare la pace. La pace è anche rispettare il pianeta, la natura e le creature. La distruzione dell’ambiente è dovuta all’arroganza di un essere umano che si sente proprietario. Un io padrone diventa un io predatore, pronto al dominio e alla guerra”.

 Terra e popolo è un legame indissolubile: “La pandemia ha mostrato quanto gli esseri umani siano sulla stessa barca, legati da fili profondi. Il futuro non appartiene all’uomo dello spreco e dello sfruttamento, che vive per sé stesso e ignora l’altro.

Il futuro appartiene a donne e uomini solidali e a popoli fratelli. Possa Dio aiutarci a ricostruire la comune famiglia umana e a rispettare la madre terra. Davanti al Colosseo, simbolo di grandezza ma anche di sofferenza, ribadiamo con la forza della fede che il nome di Dio è pace”.

 Papa Francesco ha sottolineato la necessità della fraternità: “Lo diciamo avendo alle spalle il Colosseo. Questo anfiteatro, in un lontano passato, fu luogo di brutali divertimenti di massa: combattimenti tra uomini o tra uomini e bestie. Uno spettacolo fratricida, un gioco mortale fatto con la vita di molti. Ma anche oggi si assiste alla violenza e alla guerra, al fratello che uccide il fratello quasi fosse un gioco guardato a distanza, indifferenti e convinti che mai ci toccherà. Il dolore degli altri non mette fretta…

Oggi, nella società globalizzata che spettacolarizza il dolore ma non lo compatisce, abbiamo bisogno di ‘costruire compassione’. Di sentire l’altro, di fare proprie le sue sofferenze, di riconoscerne il volto. Questo è il vero coraggio, il coraggio della compassione, che fa andare oltre il quieto vivere, oltre il non mi riguarda e il non mi appartiene.

Per non lasciare che la vita dei popoli si riduca a un gioco tra potenti. No, la vita dei popoli non è un gioco, è cosa seria e riguarda tutti; non si può lasciare in balia degli interessi di pochi o in preda a passioni settarie e nazionaliste”.

Ed ha ricordato l’intuizione di san Giovanni Paolo II nel 1986: “Perché i popoli siano fratelli, la preghiera deve salire incessante al Cielo e una parola non può smettere di risuonare in terra: pace. San Giovanni Paolo II, che per primo invitò le religioni a pregare concordi per la pace ad Assisi nel 1986, sognò un cammino comune dei credenti, che si snodasse da quell’evento verso il futuro.

Cari amici, siamo in questo cammino, ciascuno con la propria identità religiosa, per coltivare la pace in nome di Dio, riconoscendoci fratelli. Papa Giovanni Paolo ci indicò questo compito, affermando: ‘La pace attende i suoi profeti. La pace attende i suoi artefici’.

Ad alcuni parve vuoto ottimismo. Ma negli anni è cresciuta la condivisione e sono maturate storie di dialogo tra mondi religiosi diversi, che hanno ispirato percorsi di pace. E’ questa la via. Se c’è chi vuole dividere e creare scontri, noi crediamo nell’importanza di camminare insieme per la pace: gli uni con gli altri, mai più gli uni contro gli altri”.

Infine ha sottolineato che occorre riscoprire la preghiera per curare il mondo: “La preghiera e l’azione possono riorientare il corso della storia. Coraggio! Abbiamo davanti agli occhi una visione, che è la stessa di tanti giovani e uomini di buona volontà: la terra come casa comune, abitata da popoli fratelli. Sì, sogniamo religioni sorelle e popoli fratelli! Religioni sorelle, che aiutino popoli a essere fratelli in pace, custodi riconciliati della casa comune del creato”.

(Foto: Comunità di Sant’Egidio)

L’Epifania dei popoli

Celebrazioni Eucaristiche in tante diocesi italiane per la Festa dei Popoli nella festività dell’Epifania. A Vicenza mons. Beniamino Pizziol, ha celebrato in Cattedrale, secondo le norme anti Covid, evidenziando che si è trattato di ‘una celebrazione meno solenne ma non meno intensa, perché i nostri cuori sono uniti’: “Voi arricchite la Chiesa con la vostra presenza, la vostra cultura e le vostre tradizioni”.

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