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Il Censis racconta l’Italia ai tempi del coronavirus

Giovane italiana

“Spaventata, dolente, indecisa tra risentimento e speranza: ecco l’Italia nell’anno della paura nera, l’anno del Covid-19. Il 73,4% degli italiani indica nella paura dell’ignoto e nell’ansia conseguente il sentimento prevalente in famiglia. In questi mesi, il 77% ha visto modificarsi in modo permanente almeno una dimensione fondamentale della propria vita: lo stato di salute o il lavoro, le relazioni o il tempo libero”.

Mons. Nosiglia: ‘Molto oltre la paura’

Si intitola ‘Molto oltre la paura’ la Lettera che mons. Nosiglia ha indirizzato a tutti i cittadini e agli abitanti del territorio in occasione della festa patronale di san Giovanni Battista. Quest’anno la Lettera è stata offerta anche alla diocesi di Susa, di cui ha assunto nell’ottobre 2019 la guida su richiesta di papa Francesco.

Il card. Bagnasco saluta Genova: tutto ti porta a Dio

“E’ per me un grande onore e una grande emozione essere qui oggi, a rivolgerle un saluto di gratitudine per i quattordici anni di episcopato durante i quali ha guidato come pastore la nostra arcidiocesi”: così mons. Nicolò Anselmi, vescovo di ausiliare di Genova, ha rivolto il saluto che conclude il periodo vescovile della città del card. Angelo Bagnasco.

Don Carrón invita a risvegliare l’umano

“La situazione che stiamo vivendo ci ha resi consapevoli che in questi anni abbiamo per certi versi vissuto come in una bolla, che ci faceva sentire sufficientemente al riparo dai colpi della vita. E così siamo andati avanti distratti, fingendo che tutto fosse sotto il nostro controllo. Ma le circostanze hanno scombinato i nostri piani e ci hanno chiamato bruscamente a rispondere, a prendere sul serio il nostro io, a interrogarci sulla nostra effettiva situazione esistenziale. In questi giorni la realtà ha squassato il nostro più o meno tranquillo tran tran assumendo il volto minaccioso del Covid-19, un nuovo virus, che ha provocato un’emergenza sanitaria internazionale”.

Paolo Gulisano: nella pandemia prendersi cura della persona

‘Pandemie. Dalla peste all’aviaria: storia, letteratura, medicina’: è il nuovo libro digitale, rieditato, del dott. Paolo Gulisano, che prende l’avvio da una frase di santa Ildegarda di Bingen: ‘Sia il corpo dell’uomo sia le sue azioni si possono vedere. Ma dentro di lui c’è molto di più, si tratta di cose che nessuno vede e conosce’.

Io sono la porta

La dura invettiva di Gesù nei confronti del potere religioso del suo tempo, credo dica qualcosa ai cristiani di oggi. A tutti coloro che rischiamo di rimanere sempre all’ingresso della felicità, per colpa di tristi ‘guardiani’, che attraverso l’arma della paura, fanno credere loro di essere sempre fuori luogo, inadatti e inadeguati, costringendoli a rinunciare ad entrare nel luogo della festa.

Prof. Ivo Lizzola: sconfiggere la paura nella comunione

“La paura è un pericolosissimo motore di conflitti e di difficoltà nel rapporto con l’altro, quando non ha luoghi per passare dentro la parola e l’incontro. Ci si sente così esposti da rendere cieca anche l’evidenza che c’è chi è molto più fragile di noi, verso cui è giusto essere più attenti. La paura, vissuta da soli, ci avvelena. Passare dalla paura alla veglia reciproca è possibile, ma ci vogliono dei percorsi di accompagnamento, di pedagogia sociale. Se non lo facciamo, rischiamo di impedire la costruzione del dopo”.

Mons. Pizzaballa: Gesù invita a fare esperienza

La meditazione del patriarca di Gerusalemme, mons. Giambattista Pizzaballa, è tratta dal sito del Patriarcato latino di Gerusalemme.

“Nel brano di Vangelo di oggi troviamo i discepoli chiusi nel cenacolo. L’evangelista Giovanni sottolinea chiaramente, per ben due volte (Gv 20,19.26), che le porte del luogo dove i discepoli si trovano sono chiuse. Al versetto 19 aveva anche chiarito il motivo di questa chiusura: la paura.

I discepoli, dunque, hanno paura, e sappiamo che la paura fa chiudere, blocca. Ma la paura non è l’unico motivo. Ce n’è un altro: i discepoli, in realtà, si sono chiusi nel cenacolo perché non aspettano nessuno. Dopo la morte di Gesù, tutto per loro era finito e non c’era più niente da attendere. In qualche modo, erano chiusi in un sepolcro, proprio come, qualche giorno prima, lo era stato Gesù.

Proprio lì, invece, Gesù viene, Gesù entra. Abbiamo detto, la Domenica delle Palme, che lo stile di Dio è quello di visitare, di entrare nella vita, di portare vita nuova. Ecco, il Risorto continua a visitare, proprio come aveva fatto infinite volte prima della sua passione e morte. E visita anche quando l’uomo non si aspetta più nulla, quando pensa che non può più accadere niente di nuovo. Lì il Signore viene.

Visita i suoi, chiusi nel sepolcro delle loro paure e ristabilisce una relazione, riapre un rapporto che si era interrotto. Lo fa, in modo particolare, con l’apostolo Tommaso. Potremmo dire che l’amore del Signore per i suoi discepoli conosce modi e attenzioni diverse, a secondo del bisogno di ciascuno.

E siccome Tommaso era assente alla sua prima venuta, e siccome non riesce a credere, Gesù si rivolge a Lui. Di questo incontro sottolineiamo due aspetti. Il primo è che avviene attraverso il corpo: mani, piedi, costato, piaghe…

Proprio come prima della sua passione Gesù era solito incontrare le persone nella concretezza del proprio corpo – toccando e facendosi toccare, accarezzando, abbracciando…- così a Tommaso incredulo Gesù offre il proprio corpo da toccare, da vedere, da amare. Come attraverso il proprio corpo guariva le ferite della malattia, così guarisce le ferite di Tommaso, la sua incredulità.

Il secondo aspetto riguarda il fatto che Gesù inviti Tommaso ad andare al di là dell’elemento fisico. Dopo che Gesù ha mostrato le sue ferite e chiesto di toccarle, non ci viene detto quale gesto Tommaso compia realmente (Gv 20,27); pochi versetti prima, nell’incontro con Maria di Magdala, Gesù aveva chiesto di non trattenere, di non fermarsi a toccare (Gv 20,17).

In tutti e due i casi si tratta di un ‘toccare’ nuovo, di fare esperienza dell’incontro con Gesù in un modo diverso rispetto a quanto erano abituati prima della Pasqua. Gesù chiede di partire da una fede rinnovata, capace di non fermarsi al Suo corpo crocifisso, di imparare a toccare il Corpo ecclesiale e spirituale del Signore.

Potremmo dire che questa chiamata ad un rapporto di fede ha lo scopo di far uscire gli apostoli dal loro sepolcro, dal loro guscio, dalle loro paure, dalla loro disperazione.

Saranno così capaci a loro volta di visitare, di raggiungere gli uomini là dove sono, nelle loro situazioni, e fare quello che Gesù ha fatto con loro, ovvero aprire gli occhi ad una nuova esperienza, far entrare un po’ di luce.

La prima comunità cristiana è nata da quell’esperienza di incontro con il Risorto, che ha donato loro lo Spirito e li ha inviati fuori dal cenacolo. E in questo modo quella piccola Chiesa è stata capace di toccare, a sua volta, le piaghe dei poveri e dei crocifissi di quel tempo e di tutti i tempi, di guarire, così, tanti corpi ammalati di solitudine, di isolamento, di paura.

Questo Vangelo, quest’anno, è quanto mai attuale. Perché da una parte siamo segnati dalla pesante esperienza di non poterci toccare, stringere la mano, abbracciare. Dall’altra, siamo forse chiamati a ‘toccare’ in modo nuovo, più profondo, a partire dalla comune esperienza del Signore che ci visita dentro le nostre situazioni di vita, tocca le nostre ferite, ci apre ad una coscienza di noi stessi come parte di un unico Corpo”.

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