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‘Non abbiate paura’: per non dimenticare i diritti umani

Sabato 10 dicembre ad Oslo sono stati assegnati i premi Nobel per la pace ad Ales Bialiatski, attivista bielorusso noto per il suo lavoro con il ‘Viasna Human Rights Centre of Belarus’, a ‘Russia’s Memorial’ ed ad ‘Ukraine’s Center for civil Liberties (Ccl)’.

Nella dichiarazione il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella ha sottolineato il valore dei diritti umani: “E’ dal 10 dicembre 1948 che l’adozione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani afferma il rispetto della persona e delle sue libertà fondamentali come diritto che appartiene a tutta l’umanità”.

Il presidente Mattarella ha richiamato le ultime drammatiche vicende riguardanti i diritti umani: “Il tema ‘Dignità, libertà e giustizia per tutti’ richiama, quest’anno, a traguardi che non sono stati raggiunti in tante parti del mondo.

Lo dimostrano drammaticamente la brutale aggressione subita dal popolo ucraino, la repressione contro quanti si oppongono alle violenze sulle donne, financo con inaccettabili sentenze capitali, e i tentativi di sopprimere le voci dei giovani che manifestano pacificamente per chiedere libertà e maggiori spazi di partecipazione.

Colpiti sono sempre i più vulnerabili e indifesi. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani impegna tutti i membri della Comunità internazionale a comportamenti coerenti con tali altissimi e irrinunciabili principi”.

Bialiatski, prigioniero in Bielorussia, ha inviato un messaggio letto dalla moglie Natalia Pintchuk, che ha ritirato il Premio Nobel, in cui ha richiamato l’invito di san Giovanni Paolo II a non aver paura ad inizio del pontificato: “Non abbiate paura! Queste le parole che disse papa Giovanni Paolo II negli anni ’80 quando venne nella Polonia comunista. Allora non disse altro, ma fu sufficiente. Perché so che viene sempre la primavera dopo l’inverno”. Poche ma forti parole rivolte ad un mondo che si è dimenticato il valore dei diritti umani.

Nel frattempo Amnesty International fa sapere che venerdì 9 dicembre un tribunale di Mosca ha condannato Ilya Yashin, ex consigliere di un municipio della capitale russa, a otto anni e mezzo di carcere.

Yashin è stato giudicato colpevole di ‘aver consapevolmente diffuso false informazioni’ sulle forze armate russe, un reato introdotto dall’articolo 207.3 del codice penale dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina.

Secondo la pubblica accusa, in un post pubblicato su YouTube il 7 aprile, Yashin aveva ‘affermato sulla base di informazioni da lui ritenute credibili’ che le forze armate russe stavano uccidendo civili ucraini nella città di Bucha e aveva proseguito con espressioni ‘denigratorie’ nei confronti delle autorità russe.

Inoltre Amnesty International ha reso note le generalità e altri dettagli di almeno 44 minorenni uccisi dalle forze di sicurezza iraniane durante le proteste in corso e ha denunciato i metodi crudeli con cui le loro famiglie vengono costrette a restare in silenzio e sono ostacolate nello svolgimento di funerali e commemorazioni.

Secondo le ricerche di Amnesty International, 34 dei 44 minorenni sono stati uccisi da proiettili mirati al cuore, al capo e ad altri organi vitali. Altri quattro sono stati uccisi da pallini di metallo esplosi da breve distanza; cinque, tra cui una ragazza, sono morti a seguito di pestaggi; infine, una minorenne è morta dopo essere stata colpita al capo da un candelotto lacrimogeno.

L’età di 39 delle vittime di sesso maschile andava dai due ai 17 anni; una bambina aveva sei anni, le altre quattro tra i 16 e i 17 anni. I minorenni rappresentano finora il 14% del totale delle persone uccise durante le manifestazioni. In 12 casi le autorità iraniane hanno attribuito le loro morti ad ‘azioni di terroristi’, suicidi, overdose, morsi di cani o incidenti stradali.

Il 60% dei minorenni uccisi dalle forze di sicurezza apparteneva alle minoranze oppresse baluci e curda: 18 delle 44 vittime erano baluci, 10 curde. 

Di fronte a tali situazioni non possiamo chiudere gli occhi!

Giorgio Parisi è Nobel per la fisica

“L’assegnazione del premio Nobel al fisico Giorgio Parisi inorgoglisce tutta l’Italia e anche il Consiglio nazionale delle ricerche, con il quale il fisico ha sempre intrattenuto stretti rapporti di collaborazione proseguiti ancora di recente con le attività svolte in associatura al nostro Istituto Nanotec.

Prof. Minnetti: i premi Nobel per l’economia per combattere la povertà

“La povertà è l’ultima sfida per la società nel suo insieme, intellettualmente e moralmente, va oltre l’economia. Penso che potremo ridurla non sradicarla. Quando avevo 8 o 9 anni ho letto che Marie Curie aveva speso il suo primo premio Nobel in attrezzature per ricerche sulle radiazioni. Io spero di fare lo stesso per la ricerca sulla lotta contro la povertà”.

Così ha dichiarato l’economista francese, Ester Duflo, premiata con il Nobel dell’economia insieme all’economista indiano Abhijit Banerjee e a quello americano Michael Kremer, per aver utilizzato un approccio di natura sperimentale volto a combattere o quantomeno alleviare la povertà. La loro ricerca ha migliorato la capacità di combattere la povertà globale.

Per comprendere meglio il valore di questa assegnazione ai tre economisti abbiamo intervistato il presidente del Movimento Politico per l’Unità in Italia, prof. Silvio Minnetti, chiedendogli di spiegarci il motivo dell’assegnazione del premio Nobel per l’economia ai tre economisti che hanno fatto studi sulla lotta contro la povertà:

“La globalizzazione inventa sempre nuove forme di povertà e di fragilità. Un fenomeno che mina la dignità umana e sollecita un lavoro di ricerca e di impegno comune. I tre economisti, Ester Duflo (seconda donna a ricevere il Nobel per l’economia dopo Elinor Ostrom nel 2009), Micheal Cremer e Abhijit Banerijee, hanno la consapevolezza che la povertà è l’ultima sfida nel suo insieme dei tempi attuali.

Essi hanno affrontato il tema con particolare rigore scientifico senza inquadrarlo in una particolare dottrina politica. Hanno smontato la teoria dell’uomo forte che risolve tutti i problemi della nazione. Hanno individuato la ricetta contro la povertà. Non basta considerare la redistribuzione del reddito di un dato Paese.

Occorre valutare gli aspetti specifici sul campo per trovare una giusta misura di sviluppo, rafforzare le istituzioni locali, in modo da sostenere il tessuto comunitario che crea le precondizioni per uscire dalla trappola della povertà. Il nuovo approccio punta sulla rilevanza del livello culturale e di alfabetizzazione come pure l’importanza del considerare le radici profonde storiche come cause della povertà.

Si tratta di un approccio tecnico preciso: scomporre il problema globale della povertà in tanti piccoli sotto-problemi, più facili da aggredire uno ad uno. Si pensi per esempio al ruolo decisivo della Tv nazionale per l’innovazione culturale. Pensiamo in Italia negli anni ‘60 al programma ‘Non è mai troppo tardi’ del maestro Manzi. Serve una efficace cooperazione nel sistema studiando i livelli ed i tipi di produzione fino a proporre un mix giusto utilizzato nei Paesi sviluppati rispetto a quelli in via di sviluppo.

Perciò si coopera consentendo di arrivare al completamento di differenti singole ‘task’ di produzione, realizzando una maggiore ricchezza: per esempio più di 5.000.000 ragazzi indiani hanno beneficiato di programmi scolastici di tutoraggio correttivo in vista del mondo del lavoro. Il lavoro scientifico dei tre premi Nobel va nella direzione di un uso intelligente della ragione umana, auspicato da Chiara Lubich”.

Quale visione economica propongono i tre premiati?

“Si muovono sulla scia di Amartya Sen e dell’economia dello sviluppo, delle capabilities, cioè della capacitazione delle persone con abilità e competenze, per migliorare il loro benessere, eliminando i fattori di povertà assoluta e relativa”.

Allora, in cosa consiste l’economia dello sviluppo, proposto dai tre economisti?

“L’economia dello sviluppo è un settore dell’economia che analizza gli squilibri tra paesi industrializzati ed economie arretrate o in via di sviluppo. Schumpeter nel 1911 esponeva la sua ‘Teoria dello sviluppo economico’, un modello dinamico di sviluppo. Dopo la Seconda Guerra mondiale, a partire dalla decolonizzazione, si cominciò a parlare di economie sottosviluppate.

Dapprima si identificò lo sviluppo con la crescita e l’industrializzazione. Poi si passò alla teoria degli stadi di Gerschenkron e Rostow. Il sottosviluppo è lo stadio primitivo di un percorso lineare storico, mentre le nazioni sviluppate si troverebbero ad uno stadio successivo.  Nurkse mise in relazione lo sviluppo con la crescita della produzione, identificando così nella formazione del capitale il fattore centrale per accelerare lo sviluppo. Lewis analizzava il ruolo del risparmio nella crescita economica.

Negli anni ’80 e ’90 dello scorso secolo si analizzò la ‘crisi del debito’ e le cause della povertà, gli aiuti e la qualità di vita degli strati poveri delle popolazioni, dall’altro il motore della crescita. Un modello particolare di approccio all’economia dello sviluppo è quello della crescita endogena, La crescita non dipende solo dalla disponibilità di capitale fisico ma anche di capitale umano e di capitale sociale, quindi istruzione, ricerca, aumento della popolazione”.

Anche papa Francesco, nei suoi interventi, ha proposto più volte un’economia inclusiva: quale visione economica propone la Chiesa?

“Papa Francesco propone una critica alla economia dello scarto e al modello neoliberista della automatica ricaduta positiva dei benefici del mercato su tutti. E’ invece una ‘economia che uccide’ e che genera sempre nuove esclusioni e povertà.  Per questo ha convocato i giovani economisti ed imprenditori ‘under 35’ alla Davos francescana di Assisi, dal 26 al 28 marzo 2020, con l’obiettivo di trovare un nuovo paradigma per un’economia dell’inclusione del bene comune in un nuovo umanesimo, del XXI secolo dopo la crisi del comunismo e del neoliberalismo, per evitare la cultura dello scarto”.

L’Economia di Comunione può essere una soluzione per ridurre questo ‘gap’ tra ricco e povero?

“L’Economia di Comunione può essere una delle risposte, insieme a tutte le altre forme di economia civile, perché scommette sulla redistribuzione della ricchezza nel mondo stesso dell’impresa, con un terzo degli utili destinato alla formazione di uomini nuovi, un terzo per i poveri e per far nascere nuove imprese, con i poveri ma tanti protagonisti, un terzo per investire e sviluppare l’impresa stessa nell’innovazione e nella cura dei beni relazionali, dello sviluppo sostenibile e della legalità”.

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