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Papa Francesco invita ad annunciare con coraggio

“Ieri ho ricevuto una lettera di una suora che lavora come traduttrice nella lingua dei segni per i sordomuti e mi raccontava il lavoro tanto difficile che hanno gli  operatori sanitari, gli infermieri, i medici, con i malati disabili che hanno preso il Covid-19. Preghiamo per loro che sono sempre al servizio di queste persone con diverse abilità, ma non hanno le abilità che abbiamo noi”: questo è stato il pensiero di papa Francesco ad inizio della messa mattutina a Santa Marta nel sabato dell’Ottava di Pasqua, vigilia della Domenica della Divina Misericordia.

Beato Tommaso da Tolentino apre la via verso la Cina

Tommaso nacque a Tolentino intorno al 1250 ed entrato giovanissimo nell’Ordine Francescano, fu tra i più accesi sostenitori dell’ideale di povertà in conformità della Regola e per questo motivo fu imprigionato due volte. Liberato dal carcere per intervento del generale dell’Ordine, Raimondo Godefroy, fu insieme ad Angelo Clareno, Marco da Montelupone, Pietro da Macerata ed Angelo da Tolentino nella missione di Armenia.

Da Bacau (Romania), tra le soste in diverse comunità rumene a Spoleto per arrivare in Valle D’Aosta. Incontri, ricordi e attese di un parroco di montagna.

Tra il 2007 e il 2009, appena ordinato sacerdote, fui mandato a Farcaseni, una delle più povere parrocchie della diocesi ma con credenti fervidi e generosi. Per la povertà molti di loro erano già andati  in Occidente per un pezzo di pane. Facevo anche l’insegnante di religione. Era un paese che contava 400 bambini, figli di simpatici contadini.

Là avevano fatto in una garage un gruppo di Azione Cattolica giovanile. Di chierichetti ne avevo una marea e, a Natale, un gruppo di famiglie di Milano mi mandava dei regali per loro, così diventava una ‘battaglia’ per chi voleva servire la Messa.

Mi ricordo che in quei due primi anni di sacerdozio avevo timore a predicare, volevo fare tutto ma all’omelia mi tremavano le gambe. Poi con gli anni mi è passato. Una volta un parroco mi chiamarono a predicare nel giorno dei morti, in un cimitero pieno, con migliaia di persone presenti: mi è andato bene ma non so come, forse ha lavorato lo Spirito Santo.

Nel 2009 il vescovo mi mandò in altre due comunità, più vicine al paese natale. Qui i cattolici erano di dialetto vecchio ungherese, quasi come se mons. Pietro sapesse che anche io avevo origini ungheresi. Sono stati due anni bellissimi: poter parlare il mio dialetto e sentirmi come a casa.

Ma mancava la strada per arrivare ogni domenica nella seconda comunità, nascosta in mezzo ad una foresta: in quel villaggio vivevano 76 famiglie e il comunismo non era arrivato. L’avevano respinta loro dall’inizio e il nuovo regime, gestito da Mosca, li aveva obbligati a rimanere chiusi, ma loro hanno preferito la foresta e soprattutto la loro libertà.

Hanno vissuto per circa 55 anni in isolamento totale: tutti contadini e allevatori, si sono costruiti la loro scuola e si sposavano tra di loro, ma sopratutto hanno mantenuto la loro fede. In tutti quegli anni ogni domenica arrivava a piedi un prete dalle parrocchie vicine, diceva la messa e battezzava i loro figli.

Per due anni ho fatto anche io la stessa cosa, anche se ormai era arrivata anche da loro la democrazia. Sono stati gli anni più belli della mia vita sacerdotale finora; ho pianto quando ho dovuto lasciarli (di solito non verso lacrime quando cambio comunità, ma quella volta l’ho fatto). Ricordo che a volte non avevano soldi per pagare un funerale ma mi davano una gallina, non la volevo per rispetto della loro povertà ma insistevano.

Quel villaggio si chiama Larguta, che significa in italiano ‘Una piccola valle’. Sempre in quegli anni per 6 mesi ho dovuto sostituire il sacerdote che era padre spirituale di una comunità di suore di Madre Teresa. E in quel periodo la mattina alle 6 dovevo essere da loro per celebrare la Messa. Sante donne: mi hanno insegnato ad amare i malati e i poveri.

“Santa Teresa di Calcutta ti ringrazio per questa esperienza!.. Per appartenere al cristianesimo non è necessario appartenere a una parrocchia o diocesi, ogni Chiesa locale è come sentirsi a casa”: questo mi ha detto il mio vescovo dandomi la benedizione prima della partenza. Ed io l’ho creduto ma non era proprio così. Il 15 settembre 2011 (è il giorno del mio compleanno) sono arrivato a San Giacomo di Spoleto, diocesi di Spoleto-Norcia. Là mi aspettava il mio nuovo parroco per cui dovevo fare il vice. ‘Da oggi questa è la tua nuova casa’.

Nel pomeriggio abbiamo preso la macchina e mi ha portato a conoscere il vescovo. Un uomo molto simpatico, deciso e alto, mons. Renato Boccardo, piemontese di origine, con una lunga carriera ecclesiastica in Vaticano. Mi ha accolto bene.

La mia missione era l’assistenza spirituale della comunità di lingua rumena della diocesi, così per non dimenticare la cultura materna. Mi impegnai per organizzare l’oratorio e sopratutto ero presente in confessionale. Si confessa parecchio in Umbria, certo è la terra di San Francesco. In un anno ho girato tutte le famiglie per conoscerle e portare loro la benedizione annuale.

Ma nel maggio del 2012 è arrivata una telefonata dalla Romania: dovevo essere trasferito in una diocesi del nord, dove c’è sempre la neve. Ero triste di lasciare i bravi umbri che mi accoglievano spesso nelle loro case per assaggiare il tartufo nero di Norcia; mi ero affezionato ai bambini con i quali avevo fatto un campo estivo, ma nella Chiesa bisogna anche obbedire.

Quando ho dovuto salutare il vescovo di Spoleto ho sentito le sue ultime parole con emozione ‘Mi spiace che te ne vai’ insieme al suo abbraccio paterno. Erano le 11,15 dell’8 settembre 2012 quando toccai per la prima volta la terra dei valdostani. Era il mio nuovo inizio in questa diocesi di montagna, Aosta.

Quel giorno non faceva freddo ma poi arrivò l’autunno e subito l’inverno. Da anni non vedevo tanta neve! E da quel settembre non mi sono mai mosso da questa diocesi, ottenendo nel settembre 2019 l’incardinazione in questa nuova mia seconda casa: diocesi della Valle d’Aosta.

Da settembre 2012 a settembre 2013 son stato viceparroco a Sant’Orso, la più antica chiesa di Aosta e ho ricoperto lo stesso incarico per la comunità calabrese della città nella chiesa di Sant’Anselmo. L’anno successivo il vescovo di Aosta mons. Franco Lovignana mi ha affidato tre comunità in Alta Valle: Arvier, Avise e Valgrisenche.

Wow! Era la mia prima esperienza come amministratore parrocchiale (equivalente al parroco) e l’ho fatto per sei anni. Sempre con la sua benedizione il vescovo mi ha mandato a Torino alla Facoltà teologica per seguire la Licenza in Morale sociale, che ho preso nell’ottobre del 2018.

Che grande grazia anche quei due anni vissuti in mezzo ai libri ad approfondire un tema molto caldo in Teologia. Tornando alle comunità e ai suoi fedeli, qui ho imparato tanto, ho imparato a fare il padre spirituale, a dimenticare me stesso e a vivere per gli altri senza eccezione, amare e basta.

E ve lo dico, i montanari non sono gente facile, ma siamo cresciuti e santificati insieme. Dopo questa esperienza, dal 15 settembre 2019 (ripeto, per me una data importante) sono stato trasferito in un’altra vallata, la Valle di Lys (c’è chi lotta per chiamarla Valle di Gressoney) a fare il parroco in quattro parrocchie: Lillianes, Fontainemore, Issime e Gaby. E da qui nasce un’altra storia, ora troppo prematura per essere raccontata…  

Poi, circa un mese fa, a febbraio, è arrivata anche l’epidemia di Coronavirus e la vita umana, sociale e implicitamente pastorale ha preso un altro tragitto. Concludo con un’unica frase: non so cosa Dio pensasse quando ha inventato il discepolato, o come lo chiamiamo noi il sacerdozio, ma vi assicuro che è una cosa stupenda, stupenda e difficile o semplicemente e misteriosamente stupenda!

(Fine)

Leone XII il papa delle riforme

Nelle scorse settimane ‘Governo della Chiesa, governo dello Stato — Il tempo di Leone XII’, a cura di Roberto Regoli, Ilaria Fiumi Sermattei e Maria Rosa Di Simone (Ancona, Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche, n° 291, 2019, pagine 460), pubblicato per la celebrazione, nel 2023, del bicentenario dell’elezione al soglio pontificio del card. Annibale della Genga, è stato presentato alla Facoltà di Storia e beni culturali della Chiesa, presso la Pontificia Università Gregoriana.

Madre Tekla Famiglietti: una vita per Cristo

Era diventata amica di Fidel Castro per aprire dei conventi a Cuba ed in ogni parte del mondo apriva nuove case: madre Tekla Famiglietti per 37 anni abbadessa generale dell’Ordine del Santissimo Salvatore di Santa Brigida è morta all’età di 84 anni. Nel 2016 aveva lasciato la guida delle Brigidine. Il suo ultimo grande impegno come abbadessa è stata la canonizzazione di madre Elisabetta Hesselblad, che lei aveva conosciuto personalmente, nel giugno del 2016 a Roma.

Il papa invita a non dialogare con il diavolo

Nella prima domenica di Quaresima, papa Francesco, ancora un po’ influenzato, ha detto ai fedeli di non dialogare con il diavolo, annunciando che non parteciperà agli esercizi spirituali, iniziati nel pomeriggio ad Ariccia: “Purtroppo, a causa di un raffreddore, non potrò partecipare agli esercizi spirituali della Curia romana. Seguirò da qui”.

Papa Francesco: un anno di missione per i nuovi nunzi apostolici

La decisione papale di inserire nel curriculum formativo del personale diplomatico al servizio delle nunziature un anno da trascorrere in terra di missione arriva a pochi mesi dall’annuncio che papa Francesco aveva fatto nel discorso conclusivo del Sinodo per l’Amazzonia:

Mons. Piemontese: i protomartiri francescani siano modelli di vita

Con la solenne celebrazione nella chiesa di Sant’Antonio a Terni, santuario dei Protomartiri francescani, è stato ufficialmente aperto in diocesi l’ottavo centenario del martirio dei cinque protomartiri francescani originari della valle ternana: Berardo da Calvi (suddiacono), Pietro da S. Gemini (Converso), Ottone da Stroncone (sacerdote), Accursio e Adiuto di Narni (conversi), primi martiri dell’Ordine francescano, uccisi in Marocco il 16 gennaio 1220.

Mons. Vari: l’unità è la forma concreta della fede

“L’unità è la forma concreta della fede, la grammatica chiara a tutti, soprattutto a quelli che ci guardano con curiosa attenzione oppure con sospetto. L’unità è nelle mani di tutti”: lo ha scritto l’arcivescovo di Gaeta, mons. Luigi Vari, nella lettera pastorale, dal titolo ‘Come Itaca. Quello che abbiamo creduto è accaduto’: documento pastorale di verifica del cammino fatto del primo triennio alla guida della diocesi.

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