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Papa Francesco ai fedeli del Myanmar: custodite la fede

Nella festa dell’Ascensione papa Francesco dalla basilica di san Pietro ha celebrato la messa per la comunità dei fedeli del Myanmar residenti a Roma, riflettendo sul bisogno di custodire la fede:

Patriarca Moraglia chiede l’intercessione di san Marco

Venezia ha festeggiato san Marco, il suo patrono, domenica scorsa, le cui ceneri arrivano nell’892, che secondo una leggenda erano state trafugate dalla città di Alessandria d’Egitto ad opera di due marinai, Rustico di Torcello e Bon di Malamacco. Però un’altra , leggenda narra che san Pietro aveva consigliato a  Marco di recarsi prima ad Aquileia, poi ad Alessandria d’Egitto con lo scopo di convertire gli infedeli di quel paese. In una tempesta, la nave dove era imbarcato Marco, si riparò  in una delle poche capanne di pescatori che sorgevano sull’isola di Rialto.

L’Italia ha celebrato la Liberazione

“Questa giornata, per gli italiani, rappresenta la festa civile della riconquista della libertà. La vittoria dell’umanità sulla barbarie. Il giorno di un nuovo inizio, pieno di entusiasmo, portato a compimento con la Costituzione Repubblicana del 1948”.

Catania: la devozione sprona all’impegno

“Ai nostri giorni, sorelle e fratelli carissimi, ai cristiani è chiesto con forza e con urgenza di dimostrare, quotidianamente e con una esistenza ricca di fraternità e di solidarietà, che il vero amore per il Signore non impoverisce la nostra esistenza, ma, anzi, rende straordinariamente fecondo il nostro amore per il prossimo. La nostra è una stagione propizia per questa testimonianza che possiamo condividere con i vari appartenenti ad ogni autentica forma di credenza e vita religiosa”.

Giorno della Memoria: mai dimenticare

Il 27 gennaio di ogni anno si celebra in tutto il mondo il Giorno della Memoria: il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche dell’Armata Rossa arrivarono ad Auschwitz svelando al mondo l’orrore del campo di concentramento, uno dei luoghi del genocidio nazista, liberandone i pochi superstiti.

Non c’è modo più efficace che ricordare quell’orrore, e farlo conoscere alle nuove generazioni, con il racconto di chi l’ha vissuto, come Liliana Segre, che al termine dello scorso anno ha raccontato ai ragazzi la sua deportazione nel campo di concentramento: “Dai vagoni piombati saliva un coro di urla, di richiami, di implorazioni: nessuno ascoltava. Il treno ripartì. Il vagone era fetido e freddo, odore di urina, visi grigi, gambe anchilosate; non avevamo spazio per muoverci. I pianti si acquietavano in una disperazione assoluta”.

Un minuzioso racconto del suo viaggio: “Io non avevo né fame, né sete. Mi prese una specie di inedia allucinata come quando si ha la febbre alta; quando riuscivo a riflettere pensavo che forse, senza di me, Papà avrebbe potuto scappare da San Vittore, saltare quel muro come aveva proposto un altro internato, Peppino Levi, o forse no. Mi stringevo a Lui, che era distrutto, pallido, gli occhi cerchiati di rosso di chi non dorme da giorni. Mi esortava a mangiare qualcosa, aveva ancora per me una scaglia di cioccolato; la mettevo in bocca per fargli piacere, ma non riuscivo a inghiottire nulla”.

Un racconto in treno: “Nel centro del vagone si formò un gruppo di preghiera: alcuni uomini pii, fra i quali ricordo il signor Silvera, si dondolarono a lungo recitando i Salmi; mi sembrava che non finissero mai: erano i più fortunati. Le ore passavano, così le notti e i giorni, in un’abulia totale: era difficile calcolare il tempo. Pochissimi avevano ancora un orologio e anche quei pochi privilegiati non lo guardavano più. Ogni tanto vedevo qualcuno alzarsi a fatica per cercare di capire dove fossimo, guardando dalle grate, schermate con stracci per riparare dal gelo quel carico umano. Si vedeva un paesaggio immerso nella neve, si vedevano casette civettuole, camini fumanti, campanili”.

Ed alla fine la scoperta della destinazione: “Anch’io e il mio Papà scendemmo e vedemmo per la prima volta, scritto con il gesso sul vagone: ‘Auschwitz bei Katowice’. Capimmo che quella era la nostra meta. Il treno ripartì quasi subito e la notizia della nostra destinazione gettò tutti in una muta disperazione. Fu silenzio in quel vagone in quegli ultimi giorni.

Nessuno più piangeva, né si lamentava. Ognuno taceva con la dignità e la consapevolezza degli ultimi momenti. Eravamo alla vigilia della morte per la maggior parte di noi. Non c’era più niente da dire. Ci stringevamo ai nostri cari e trasmettevamo il nostro amore come un ultimo saluto. Era il silenzio essenziale dei momenti decisivi della vita di ognuno. Poi, poi, all’arrivo fu Auschwitz e il rumore assordante e osceno degli assassini intorno a noi”.

Attraverso il racconto si comprende quanto sia importante ricordare; una recente ricerca Eurispes (ottobre 2020) rivela infatti che i negazionisti aumentano anche in Italia: in circa 15 anni la percentuale di chi non crede all’orrore della Shoah è passata dal 2,7% al 15,6% con un 16% che sostiene che la persecuzione sistematica degli ebrei ‘non ha fatto così tanti morti’.

Un’altra testimonianza arriva da don Patrick Desboisè, nato nel 1955 nella Borgogna francese (Saône-et-Loire), nipote di un deportato nel campo di concentramento di Rawa-Ruska, che riporta alla luce la storia del nonno cominciando il cammino di ricerca sulle tracce degli ebrei dell’Est, assassinati dai nazisti nel corso della Seconda guerra mondiale:

“Tra il 1941 e il 1944, circa 1.500.000 di ebrei che vivevano in Ucraina, in seguito all’invasione tedesca dell’Unione sovietica, sono stati assassinati mediante fucilazione. Soltanto una minoranza di questi ebrei è stata deportata nei campi di sterminio nazisti. La quasi totalità è morta sotto il tiro delle pallottole degli Einsatzgruppen (unità mobili SS di massacro), delle Waffen-SS, della polizia nazista o dei suoi collaboratori dell’Est europeo.

Il fenomeno della Shoah per fucilazione, conosciuto e raccontato dagli storici, nelle sue linee essenziali, ma noto anche alle truppe alleate, non è mai stato ricostruito in modo sistematico, ed è rimasto fino a oggi poco studiato”.

Anche suor Maria Rosa Bernardinis, priora del monastero Santa Rita da Cascia, invita a riflettere sul valore della memoria: “La memoria è un dovere concreto, che ci parla del passato ma ci chiama ad agire nel presente, per costruire un futuro libero da odio, violenza e indifferenza. Facciamo memoria di ciò che è stato, per lasciare oggi un segno migliore nella storia, marchiata ancora da guerre e discriminazioni che attentano alla vita di tutti”.

La Madre priora sottolinea che il significato della memoria include anche un’azione per il cambiamento: “Il verbo zachar, che arriva dalla lingua ebraica, ricorre oltre 200 volte nella Bibbia. Il suo significato è sia ricordare che agire. La memoria, infatti, è una forza viva che ci fa scegliere cosa lasciare alla storia di oggi, sulla quale si regge già il domani del mondo.

Le milioni di vite sterminate dal regime nazista solo 80 anni fa, insieme ai tanti conflitti che affliggono il presente, ci dicono che non stiamo andando nella giusta direzione. Non basta condannare il male perché non si ripeta, ma occorre impegnarsi, tutti e ogni giorno, per fare il bene”.

D’altra parte l’esperienza della santa casciana è una chiara testimonianza: “Santa Rita, che ha vissuto un tempo di vendette, avrebbe potuto girarsi dall’altra parte o peggio arrendersi e dire che la vita era dura per pensare di cambiare il suo mondo e la sua gente.

Invece, no, Rita ha scelto di scrivere una storia diversa, illuminata dall’amore di Dio. Quella scelta ha cambiato tante storie, durante oltre cinque secoli e tutt’ora. Al pari la nostra scelta può cambiare la nostra vita e la storia dell’umanità, oggi e domani. Scegliamo, con Santa Rita, la strada dell’amore, dell’umiltà, del dialogo e della pace, per salvarci dall’odio che distrugge la vita”.

Ed  invita a non dimenticare gli attuali ‘olocausti’: “Per intercessione di Santa Rita preghiamo il Signore per tutte le vittime di genocidio nel mondo, quelle di ieri e quelle di oggi. Perché milioni di uomini, donne e bambini, anche in questo momento, vengono sterminati, torturati e trattati in modo disumano.

Come nei centri per migranti della Libia, che l’alto commissario Onu per i rifugiati ha definito campi di concentramento e dove recentemente una giovane eritrea è stata bastonata in una sala delle torture.

Chiediamo con forza a Dio di illuminare la coscienza di tutti noi e soprattutto di quella politica cieca e indifferente, che guarda solo al potere e ne giustifica ogni mezzo. Che il Signore doni a chi deve intervenire la volontà di cessare definitivamente questo inferno in terra”. 

(Foto: Conferenza episcopale polacca)

Mazara del Vallo in festa per la liberazione dei pescatori

Sono in navigazione verso Mazara del Vallo gli equipaggi del ‘Medinea’ e ‘Antartide’, liberati giovedì scorso a Bengasi, dopo la visita del premier Giuseppe Conte e il ministro degli esteri, Luigi Di Maio, al generale Khalifa Haftar. I due pescherecci sono partiti venerdì e stanno navigando in direzione della Sicilia, dove contano di arrivare nella mattinata di domani. A Mazara del Vallo da giovedì è festa tra i familiari che vivono ancora le loro giornate all’interno dell’aula consiliare del Comune, come ha affermato mons. Domenico Mogavero:

La Chiesa per la protezione dei pescatori chiede il rilascio di quelli siciliani

“Infine, in questa Giornata Mondiale della Pesca, il mio pensiero va ai pescatori di tutto il mondo che vivono disagi e difficoltà. Vorrei menzionare, in particolare, i diciotto pescatori di diverse nazionalità provenienti da Mazara del Vallo, in Sicilia, che sono trattenuti in Libia dal 2 settembre, senza possibilità di comunicare con le loro famiglie. Queste continuano ad aspettare con ansia informazioni sui loro cari e l’opportunità di parlare con loro. Ma, soprattutto, sono impazienti di riunirsi. Per questa semplice ragione umanitaria, faccio appello ai Governi e alle Autorità nazionali competenti affinché risolvano questa penosa situazione e trovino una soluzione positiva attraverso un dialogo aperto e sincero”.

Liberi p. Macalli e Chiacchio

Ieri dopo due anni sono stati liberati, a pochi giorni dalla giornata missionaria, p. Pierluigi Maccalli e Nicola Chiacchio, che stanno bene e rientrano in Italia, come ha riferito l’Aise: “Abbiamo eseguito intense attività di intelligence realizzate in contesti territoriali caratterizzati da estrema complessità e pericolosità. Il buon esito dell’operazione, oltre a mettere in luce la professionalità, le capacità operative e di relazione dell’intelligence, ha evidenziato anche l’eccellente opera investigativa dell’Autorità giudiziaria italiana”.

A Bologna la Chiesa ha ricordato i liberatori polacchi

La festa della Liberazione celebrata in ricordo della liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo è stata anche un’occasione per ricordare i soldati alleati, che hanno dato un grande contributo alla liberazione dell’Italia. Infatti prima del 25 aprile, il 21 aprile fu liberata la città di Bologna con il contributo dei soldati polacchi del 2° Corpo d’Armata del gen. Anders che prima di arrivare in città combattevano con grandi perdite dal 9 al 15 aprile per rompere la difesa tedesca. La mattina del 21 aprile, le unità del II Corpo d’Armata polacco furono accolte con ovazione dalla cittadinanza, con molti morti tra i soldati polacchi: 300 soldati furono uccisi e 600 feriti.

Papa Francesco ha pregato per i medici e i sacerdoti morti per coronavirus

Nella Messa di questa mattina a Santa Marta papa Francesco ha ringraziato i medici, gli infermieri e i sacerdoti impegnati nell’assistenza ai malati di Covid-19, additandoli come esempio di eroismo, in quanto rischiano la vita. Infatti fino ad oggi sono 24 i medici morti nella loro attività accanto a quanti sono stati colpiti dal Covid-19 e quasi 5000 gli operatori sanitari contagiati; mentre sono circa 50 i sacerdoti deceduti a causa di questa epidemia:

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