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Da Bacau (Romania), tra le soste in diverse comunità rumene a Spoleto per arrivare in Valle D’Aosta. Incontri, ricordi e attese di un parroco di montagna.

Tra il 2007 e il 2009, appena ordinato sacerdote, fui mandato a Farcaseni, una delle più povere parrocchie della diocesi ma con credenti fervidi e generosi. Per la povertà molti di loro erano già andati  in Occidente per un pezzo di pane. Facevo anche l’insegnante di religione. Era un paese che contava 400 bambini, figli di simpatici contadini.

Là avevano fatto in una garage un gruppo di Azione Cattolica giovanile. Di chierichetti ne avevo una marea e, a Natale, un gruppo di famiglie di Milano mi mandava dei regali per loro, così diventava una ‘battaglia’ per chi voleva servire la Messa.

Mi ricordo che in quei due primi anni di sacerdozio avevo timore a predicare, volevo fare tutto ma all’omelia mi tremavano le gambe. Poi con gli anni mi è passato. Una volta un parroco mi chiamarono a predicare nel giorno dei morti, in un cimitero pieno, con migliaia di persone presenti: mi è andato bene ma non so come, forse ha lavorato lo Spirito Santo.

Nel 2009 il vescovo mi mandò in altre due comunità, più vicine al paese natale. Qui i cattolici erano di dialetto vecchio ungherese, quasi come se mons. Pietro sapesse che anche io avevo origini ungheresi. Sono stati due anni bellissimi: poter parlare il mio dialetto e sentirmi come a casa.

Ma mancava la strada per arrivare ogni domenica nella seconda comunità, nascosta in mezzo ad una foresta: in quel villaggio vivevano 76 famiglie e il comunismo non era arrivato. L’avevano respinta loro dall’inizio e il nuovo regime, gestito da Mosca, li aveva obbligati a rimanere chiusi, ma loro hanno preferito la foresta e soprattutto la loro libertà.

Hanno vissuto per circa 55 anni in isolamento totale: tutti contadini e allevatori, si sono costruiti la loro scuola e si sposavano tra di loro, ma sopratutto hanno mantenuto la loro fede. In tutti quegli anni ogni domenica arrivava a piedi un prete dalle parrocchie vicine, diceva la messa e battezzava i loro figli.

Per due anni ho fatto anche io la stessa cosa, anche se ormai era arrivata anche da loro la democrazia. Sono stati gli anni più belli della mia vita sacerdotale finora; ho pianto quando ho dovuto lasciarli (di solito non verso lacrime quando cambio comunità, ma quella volta l’ho fatto). Ricordo che a volte non avevano soldi per pagare un funerale ma mi davano una gallina, non la volevo per rispetto della loro povertà ma insistevano.

Quel villaggio si chiama Larguta, che significa in italiano ‘Una piccola valle’. Sempre in quegli anni per 6 mesi ho dovuto sostituire il sacerdote che era padre spirituale di una comunità di suore di Madre Teresa. E in quel periodo la mattina alle 6 dovevo essere da loro per celebrare la Messa. Sante donne: mi hanno insegnato ad amare i malati e i poveri.

“Santa Teresa di Calcutta ti ringrazio per questa esperienza!.. Per appartenere al cristianesimo non è necessario appartenere a una parrocchia o diocesi, ogni Chiesa locale è come sentirsi a casa”: questo mi ha detto il mio vescovo dandomi la benedizione prima della partenza. Ed io l’ho creduto ma non era proprio così. Il 15 settembre 2011 (è il giorno del mio compleanno) sono arrivato a San Giacomo di Spoleto, diocesi di Spoleto-Norcia. Là mi aspettava il mio nuovo parroco per cui dovevo fare il vice. ‘Da oggi questa è la tua nuova casa’.

Nel pomeriggio abbiamo preso la macchina e mi ha portato a conoscere il vescovo. Un uomo molto simpatico, deciso e alto, mons. Renato Boccardo, piemontese di origine, con una lunga carriera ecclesiastica in Vaticano. Mi ha accolto bene.

La mia missione era l’assistenza spirituale della comunità di lingua rumena della diocesi, così per non dimenticare la cultura materna. Mi impegnai per organizzare l’oratorio e sopratutto ero presente in confessionale. Si confessa parecchio in Umbria, certo è la terra di San Francesco. In un anno ho girato tutte le famiglie per conoscerle e portare loro la benedizione annuale.

Ma nel maggio del 2012 è arrivata una telefonata dalla Romania: dovevo essere trasferito in una diocesi del nord, dove c’è sempre la neve. Ero triste di lasciare i bravi umbri che mi accoglievano spesso nelle loro case per assaggiare il tartufo nero di Norcia; mi ero affezionato ai bambini con i quali avevo fatto un campo estivo, ma nella Chiesa bisogna anche obbedire.

Quando ho dovuto salutare il vescovo di Spoleto ho sentito le sue ultime parole con emozione ‘Mi spiace che te ne vai’ insieme al suo abbraccio paterno. Erano le 11,15 dell’8 settembre 2012 quando toccai per la prima volta la terra dei valdostani. Era il mio nuovo inizio in questa diocesi di montagna, Aosta.

Quel giorno non faceva freddo ma poi arrivò l’autunno e subito l’inverno. Da anni non vedevo tanta neve! E da quel settembre non mi sono mai mosso da questa diocesi, ottenendo nel settembre 2019 l’incardinazione in questa nuova mia seconda casa: diocesi della Valle d’Aosta.

Da settembre 2012 a settembre 2013 son stato viceparroco a Sant’Orso, la più antica chiesa di Aosta e ho ricoperto lo stesso incarico per la comunità calabrese della città nella chiesa di Sant’Anselmo. L’anno successivo il vescovo di Aosta mons. Franco Lovignana mi ha affidato tre comunità in Alta Valle: Arvier, Avise e Valgrisenche.

Wow! Era la mia prima esperienza come amministratore parrocchiale (equivalente al parroco) e l’ho fatto per sei anni. Sempre con la sua benedizione il vescovo mi ha mandato a Torino alla Facoltà teologica per seguire la Licenza in Morale sociale, che ho preso nell’ottobre del 2018.

Che grande grazia anche quei due anni vissuti in mezzo ai libri ad approfondire un tema molto caldo in Teologia. Tornando alle comunità e ai suoi fedeli, qui ho imparato tanto, ho imparato a fare il padre spirituale, a dimenticare me stesso e a vivere per gli altri senza eccezione, amare e basta.

E ve lo dico, i montanari non sono gente facile, ma siamo cresciuti e santificati insieme. Dopo questa esperienza, dal 15 settembre 2019 (ripeto, per me una data importante) sono stato trasferito in un’altra vallata, la Valle di Lys (c’è chi lotta per chiamarla Valle di Gressoney) a fare il parroco in quattro parrocchie: Lillianes, Fontainemore, Issime e Gaby. E da qui nasce un’altra storia, ora troppo prematura per essere raccontata…  

Poi, circa un mese fa, a febbraio, è arrivata anche l’epidemia di Coronavirus e la vita umana, sociale e implicitamente pastorale ha preso un altro tragitto. Concludo con un’unica frase: non so cosa Dio pensasse quando ha inventato il discepolato, o come lo chiamiamo noi il sacerdozio, ma vi assicuro che è una cosa stupenda, stupenda e difficile o semplicemente e misteriosamente stupenda!

(Fine)

Coronavirus: non tutti i mali vengono per nuocere

In questi giorni di emergenza sanitaria per via della diffusione del virus CV19 molte chiese e istituzioni cattoliche hanno sospeso le celebrazioni liturgiche e ogni altra attività; e non è difficile scorgere sul volto di tanti fedeli e devoti un certo disappunto per questi provvedimenti. Per tanti di loro non è giusto privare i fedeli del bene più prezioso che hanno: L’Eucarestia.

#lachiesachecè. Una Chiesa attenta e vivace anche da casa

«Mostriamo la #Chiesa che c’è. Che anche senza Messa pubblica resta aperta a tutti». È l’iniziativa lanciata in queste ore – caratterizzate dalla preoccupazione per il propagarsi del ‘Coronavirus’ – dalla giornalista Martina Pastorelli, che ha lavorato in televisione e si occupa da diversi anni di comunicazione aziendale, in Italia e all’estero, nei settori Corporate Image, Eventi e Ufficio Stampa.

Papa Francesco affida la Via Crucis al carcere di Padova

Papa Francesco ha scritto una lettera al direttore de ‘Il Mattino di Padova’, Paolo Possamai, nella quale ha detto che le meditazioni della Via Crucis di quest’anno sono state scritte dalla parrocchia della Casa di Reclusione ‘Due Palazzi’, ricordando che questo è anche l’anno di ‘Padova Capitale Europea del Volontariato 2020’, ma anche la ‘paura’ che molti vivono per il coronavirus:

La Quaresima e le tentazioni

‘Subito dopo lo Spirito Santo lo sospinse nel deserto e lì vi rimase per quaranta giorni’ (Mc 1,12).

Il periodo liturgico della Quaresima, ogni anno, inizia con la pagina del Vangelo in cui si narra delle tentazioni di Gesù. Tuttavia, se siamo onesti, possiamo notare una cosa sorprendente: non è Gesù che liberamente si sottopone a questa prova, ma è lo Spirito che, come dice il testo lo sospinge o meglio lo costringe, stando al verbo greco usato nel testo originario, nel deserto.

In altri termini è lo Spirito a muovere Gesù nel deserto per i ‘suoi’ quaranta giorni. Gesù rispetto all’azione esercitata su di lui dallo Spirito è inerte, passivo; Egli si lascia guidare, si consegna all’Amore che unisce Figlio e Padre in un vincolo indissolubile.

Perché? Egli si fa accompagnare in un luogo, il deserto, dove il popolo d’Israele, nei quaranta anni del suo interminabile pellegrinaggio, ha imparato, è diventato a poco a poco il popolo di Dio, il popolo che si fa condurre da Dio, fidandosi di lui. Per arrivare a fidarsi di Dio Israele ha impiegato del tempo e così è per ognuno di noi.

L’uomo, ogni uomo, è tentato e ha bisogno di tempo per scoprire in primo luogo cosa/chi lo tenta e, poi, vincere la tentazioni. Lo Spirito che abita nel cuore dell’uomo lo sa e, per questo, spinge Gesù, in un atto di solidarietà, anche controvoglia come lascia intendere il testo, nel deserto.

Qui egli deve imparare la grammatica dell’umano per essere capace di parlare al cuore dell’uomo, per essere la Parola capace di parlare a tutti, di intercettare i desideri più profondi degli uomini, guidandoli a salvezza.

La Chiesa, nella sua sapienza, non fa altro che donarci un tempo che non è suo, è un dono che le è stato consegnato e, dunque, deve essere tramandato, un tempo in cui riandare all’essenziale della nostra umanità per portare frutto, per porci in verità davanti a Dio e davanti ai fratelli e comprendere cosa/chi ci tenta.

Papa Francesco invita Roma ad essere città fraterna

Ieri, lunedì 3 febbraio, il Campidoglio ha dato il via alle celebrazioni ufficiali per i 150 anni dall’istituzione di Roma come Capitale d’Italia. Il programma di eventi dura un anno e si chiude il 3 febbraio 2021, al compimento dell’anniversario. 

Obiettivo finale: distruggere Cristo!

Dopo le recenti polemiche relative alla “copertina” del libro del cardinale Robert Sarah con il contributo del Papa Emerito Benedetto XVI, una nuova “vexata quaestio” cattura l’attenzione di tanti fedeli (certamente spiazzati e rattristati di fronte ad alcune incongruenze), che ha come protagonista l’arcivescovo emerito di Marines-Bruxelles, mons. André-Joseph Léonard, il quale in un suo recente appello (pubblicato nel sito www.hommenouveau.fr) – rivolto a Papa Francesco e a tutto l’episcopato – offre all’attenzione degli illustri destinatari qualche perplessità:

Emilia Romagna: i cattolici alla ‘sfida’ della sussidiarietà

Domenica 26 gennaio gli elettori dell’Emilia-Romagna sono chiamati al voto per eleggere il presidente della Regione e i componenti dell’Assemblea legislativa della Regione. Alla tornata elettorale sono chiamati alle urne 3.515.539 di cui 1.707.781 uomini e 1.807.758 donne.

Mons. Gallagher sottolinea l’importanza dell’Europa per i diritti

Marija Pejčinović Burić, Segretario generale del Consiglio d’Europa, nella scorsa settimana ha incontrato mons. Paul Richard Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati della Santa Sede, in occasione della celebrazione del 50° anniversario dello status di osservatore della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa, congratulandosi dell’impegno della Santa Sede a favore dell’Organizzazione e della cooperazione, fondata sui valori comuni, nel campo del patrimonio culturale e in molti altri settori, durante la sessione di apertura di un colloquio, ‘Costruire insieme l’Europa’, svoltasi all’Università di Strasburgo.

Papa Francesco: la Parola di Dio non è incatenata

Con l’udienza generale odierna nell’aula Paolo VI papa Francesco ha concluso il ciclo di catechesi sugli Atti degli Apostoli con l’ultima tappa di san Paolo a Roma: “Il viaggio di Paolo, che è stato un tutt’uno con quello del Vangelo, è la prova che le rotte degli uomini, se vissute nella fede, possono diventare spazio di transito della salvezza di Dio, attraverso la Parola della fede che è un fermento attivo nella storia, capace di trasformare le situazioni e di aprire vie sempre nuove”.

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