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Natale nelle diocesi: è nato il Salvatore

‘L’Emmanuele sia luce per tutta l’umanità ferita. Sciolga il nostro cuore spesso indurito ed egoista e ci renda strumenti del suo amore. In questo giorno di festa, doni a tutti la sua tenerezza e rischiari le tenebre di questo mondo’: il tweet natalizio di papa Francesco è un invito per ogni persona ad aprirsi alla ‘grazia’ di Dio, che ‘continua ad amare’ l’uomo, invitandolo a portare la ‘luce’ nel mondo.

Da Torino un augurio di Natale ai lavoratori

Nel pomeriggio l’arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia ha celebrato la santa messa della Vigilia di Natale per continuare il percorso di vicinanza, solidarietà e presenza della Chiesa torinese nel mondo del lavoro presso il piazzale antistante all’azienda ex Embraco, ora Ventures. Il tempo del Natale è il momento dell’Incarnazione di Dio nella realtà umana e si ricorderà a tutti la venuta del Figlio di Dio attraverso l’immagine della mangiatoia.

Da Torino mons. Nosiglia augura buon Natale

Mons. Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino, ha augurato ai cittadini di Torino e di Susa, il buon Natale, sottolineando la scelta di Dio di farsi uomo: “Il Figlio di Dio, per cui tutto esiste, ha scelto questa via semplice e sofferente per entrare nella storia degli uomini: è nato in una famiglia povera, è stato rifiutato prima ancora di nascere, ‘perché non c’era posto per sua madre e Giuseppe, nelle case della città’, ed è stato deposto in una mangiatoia di una stalla in mezzo agli animali”.

La Marcia per la pace sosta a Cagliari

Si terrà a Cagliari il prossimo 31 dicembre la tradizionale Marcia per la Pace, giunta alla 52ª edizione. È promossa, in occasione della Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio, dalla Commissione CEI per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, dall’Azione Cattolica Italiana, dalla Caritas italiana e da “Pax Christi” Italia. All’organizzazione contribuiscono anche il Comitato promotore della Marcia della Pace in Sardegna e il Centro di Servizio per il volontariato “Sardegna Solidale”, che da 32 anni propongono l’iniziativa a livello regionale nell’Isola.

Le relazioni e la scommessa sulla felicità promossa dall’associazione ‘Vita 21 Enna’

Lo scorso anno avevano realizzato, con successo, un calendario particolare, rivisitando sette noti capolavori dell’arte e sostituendo i protagonisti delle rappresentazioni artistiche con i componenti dell’associazione di genitori di figli con la sindrome di down, un’idea che metteva in armonica vicinanza una idea di bellezza e di perfezione spesso trascurata nella nostra società.

Vita 21 Enna’, è un’associazione nata sette anni fa grazie ad un gruppo di genitori di bambini con la sindrome di Down, e con grande entusiasmo hanno deciso di mettersi in movimento per affiancare e sostenere i componenti del nucleo familiare, facilitare l’inserimento di bambini e ragazzi con sindrome di Down nelle scuole, promuovere ed organizzare ogni attività atta a favorire l’integrazione delle persone con sindrome di Down nella società e nel mondo del lavoro.

Quest’anno, gli aderenti all’associazione ‘Vita 21 Enna’ hanno deciso di promuovere nelle scuole il progetto ‘Armonie di relazioni’, per guidare studenti e docenti a non concentrarsi sull’handicap degli allievi svantaggiati ma a porre il loro sguardo sulla persona e sul suo valore unico e prezioso.

Questo tema – relativo alla capacità e all’armonia relazionale – è stato trattato in queste ultime settimane nel corso del seminario ‘Scuola, famiglia, associazionismo – Costruire l’alleanza educativa per l’inclusione’, pensato per i docenti che frequentano il corso di specializzazione per le attività di sostegno didattico agli alunni con disabilità. Il seminario – promosso dalla Facoltà di Studi Classici, Linguistici e della Formazione dell’Università Kore di Enna – ha visto la partecipazione di circa cinquecento futuri giovani docenti di sostegno.

“Vogliamo portare il nostro contributo – dichiara Valeria Petralia, responsabile ‘Mondo Scuola’ dell’associazione – affinché la scuola possa diventare un luogo dove si sperimentano relazioni umane gioiose ed armoniose, in cui la disabilità e la diversità siano scoperta come valore”. Uno degli obiettivi è quello di far sperimentare la condizione di difficoltà di chi vive una disabilità in modo da stimolare empatia e comprensione; tutto questo – precisa Valeria Petralia – promuovendo “una nuova cultura di ‘integrazione al contrario’ e facendo leva sulla ‘risorsa compagni’ che si può manifestare attraverso abbracci affettuosi, attraverso un corpo che è dono per gli altri».

Le attività proposte dall’associazione ‘Vita 21 Enna’ sono un invito ad entrare in dialogo con chi vive o condivide il desiderio di essere felice, in una società dove talvolta le persone svantaggiate per una qualsiasi forma di disabilità non trovano spazio. Una scommessa sulla preziosità della vita umana che non ha paura della fragilità generata da uno svantaggio, un dettaglio, questo, che rappresenta l’aspetto programmatico della nostra esistenza, e che attraverso “Vita 21 Enna” il dottor Marco Milazzo – medico e presidente dell’associazione, insieme alle famiglie che la compongono – porta avanti da diversi anni, convinto che «la felicità sia una cosa seria. La più seria?”.

Sergio Mattarella: san Francesco è un punto di riferimento per l’Italia

Nei giorni scorsi il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto in dono dai frati del Sacro Convento di Assisi la ‘Lampada della pace di San Francesco’, in una cerimonia, svoltasi nella Basilica superiore di san Francesco, hanno preso parte, fra gli altri, il Legato Pontificio per la Basilica di San Francesco, card. Agostino Vallini, il Presidente della Cei, card. Gualtiero Bassetti, il Custode del Sacro Convento, p. Mauro Gambetti e il Ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese. Il Capo dello Stato ha anche visitato la Tomba di san Francesco e ha assistito al XXXIV Concerto di Natale.

Il riconoscimento, nelle ultime edizioni, era stato assegnato al Presidente delle Repubblica Colombiana, Juan Manuel Santos, ‘per lo sforzo tenuto nei processi di riconciliazione con le Farc’; alla Cancelliera tedesca, Angela Merkel che ‘nella sua Germania e in Europa, si è distinta nell’opera di conciliazione in favore della pacifica convivenza dei popoli’; e al Re di Giordania, Abdullah II, per ‘la sua azione e il suo impegno tesi a promuovere i diritti umani, l’armonia tra fedi diverse e l’accoglienza dei rifugiati’.

Nell’intervento il presidente della Repubblica ha sottolineato il ruolo dell’Italia per consolidare la pace: “La scelta storica dell’integrazione europea che ha consentito al nostro continente, per secoli attraversato da guerre sovente feroci, di porre insieme il futuro dei suoi popoli, è stata ed è una grande costruzione di pace.

L’Italia sviluppa la pace e la persegue non soltanto nei suoi rapporti con gli altri paesi, vicini e lontani, ma collabora attivamente per promuoverla dove non c’è, in ogni parte del mondo, anche in paesi lontani, e per consolidarla dove esiste. Lo fa con la sua azione politica, con la sua attività diplomatica, con le missioni dei suoi militari, in luoghi molto lontani, come Timor Est, in luoghi meno distanti come il Libano”.

Ed ha ricordato l’anniversario dell’incontro tra s. Francesco ed il sultano d’Egitto: “In un periodo in cui si assiste a numerosi e gravi conflitti e focolai di guerre regionali, a contrasti e scontri crudeli a carattere etnico, o per motivi pseudoreligiosi, in un periodo in cui rischiano di venir meno limiti agli armamenti nucleari e in cui si vedono sviluppare armamenti in tante parti del mondo vi è bisogno di un grande impegno per la pace, di una grande educazione alla pace.

Credo di poter dire, qui nella casa di San Francesco, che questa educazione ha un punto di partenza che si può esprimere con un semplice termine: insieme. Conoscersi, rispettarsi, apprezzarsi, operare insieme per il comune progresso. Quest’anno ricorrono 800 anni dal viaggio di Francesco presso il Sultano d’Egitto. Quello non fu il gesto visionario di un sognatore, ma è stato un gesto profetico di chi ha compreso che quello è l’approdo per costruire la pace, tanto più quest’oggi”.

Per il presidente della Repubblica il futuro si costruisce attraverso la pace, come garantisce la Costituzione Italiana: “Quello di costruire il futuro è il vero tessuto della pace. Vorrei rammentare che la nostra Costituzione non si limita al fondamentale richiamo alla pace in sede internazionale tra le Nazioni e tra gli Stati, con il suo articolo 11. Ma già dall’articolo 2, in tutto il tessuto del suo percorso, la Costituzione richiama, esorta, sollecita alla pace interna il nostro Paese”.

Concludendo il discorso ha invitato gli italiani ad essere sensibili alla pace: “E gli italiani non possono che essere particolarmente sensibili e attenti a questo tema, a questo altro fronte della pace, non potendo dimenticare la stagione drammatica e triste del terrorismo e ben conoscendo le conseguenze nefaste di lacerazioni profonde.

E’ una scelta di grande sagacia quella della nostra Costituzione che disegna, in tutta la sua architettura, un modello di Paese che si senta comunità di vita”. Riprendendo il pensiero di p. Gambetti, ha sottolineato che la pace di san Francesco è un impegno ‘serio’: “Quindi, Padre custode, il saluto di Francesco che lei poc’anzi ha rammentato ‘il Signore ti dia pace’ non è soltanto un’invocazione, è anche un impegno per ciascuna persona nel proprio ambiente, per ciascuno Stato nella comunità internazionale.

Perché, come lei ha poc’anzi ricordato al termine del suo intervento, il sogno di Francesco e di questa comunità del Sacro Convento della fraternità universale non è utopia, è un approdo per il quale operare, verso cui tendere, conoscendo le difficoltà che si frappongono, che sono grandi, ma con la consapevolezza che quello è l’approdo per la pace e per lo sviluppo del mondo. Non è utopia, è un approdo da costruire con convinzione, con determinazione e con grande consapevolezza”.

Le nuove sfide antropologiche: tra memoria e visione del futuro

“Le nuove sfide antropologiche: tra memoria e visione del futuro” è il tema del convegno internazionale che l’Università Europea di Roma ha organizzato l’11 e il 12 dicembre 2019 nel Pontificio Istituto Notre Dame di Gerusalemme, nell’ambito delle attività di Formazione Integrale.

A Camerino riaperta la cattedrale di san Venanzio

Le campane a festa di San Venanzio sono tornate a suonare a Camerino nella terza domenica di Avvento, che proietta il popolo cristiano al Natale. Infatti, sotto le navate secolari della basilica in otto mesi si è compiuto un piccolo miracolo ed i cavi in fibra di carbonio hanno proiettato la chiesa verso l’avvenire, grazia al lavoro di tante mani che hanno cancellato gli squarci delle devastanti scosse dei terremoti del 2016.

Artefici sono stati i coniugi Luciana Buschini e Giovanni Arvedi, che tramite la fondazione che porta i loro nomi, hanno donato per i lavori € 1.800.000 (contro € 4.000.000 preventivato dallo Stato) dopo aver contribuito anche alla realizzazione della scuola materna paritaria Santa Maria Ausiliatrice, gestita dalla parrocchia di san Venanzio.

Sotto la luce dei lampadari di cristallo della basilica e il soffitto splendente che lascia intravedere una sorprendente decorazione geometrica, il sindaco di Camerino, Sandro Sborgia, ha consegnato ai coniugi Arvedi e Buschini le chiavi della città e una pergamena, che li rende cittadini onorari della città ducale, per il loro altruismo, solidarietà ed impegno verso la comunità camerte, nel suo momento più buio dopo il terremoto, presenti anche mons. Francesco Giovanni Brugnaro, e mons. Antonio Napolioni, vescovo di Cremona, originario di Camerino.

Visibilmente commossi i coniugi Buschini ed Arvedi hanno ringraziato la città: “La soddisfazione più grande che ha una persona è quella di donare le cose agli altri, siamo venuti con mia moglie per sistemare la questione dell’asilo e abbiamo visto che la messa era celebrata in una tenda. A Camerino vi sono 8.000 ragazzi che studiano, la vita cristiana deve avere una sede più propria rispetto ad una tenda. Ci siamo rivolti al nostro vescovo Antonio, per questo gesto che merita la vostra comunità. Siamo onoratissimi per questa accoglienza molto familiare e così partecipata”.

In apertura della celebrazione l’arcivescovo di Camerino-San Severino Marche, mons. Francesco Massara, ha espresso gioia per la riapertura della basilica, in quanto è la dimostrazione che la ricostruzione può avvenire in tempi rapidi: “E’ il frutto di un percorso in cui sono state investite energie e risorse da parte di molti che hanno creduto all’importanza di quest’opera per il nostro presente e per il nostro futuro. Questa Basilica è la prova che la ricostruzione si può fare in tempi brevi e senza spreco di denaro.

Per restituire la vita a questo luogo divenuto drammaticamente silenzioso è stato necessario affrontare un impegnativo lavoro, non privo di ostacoli e difficoltà di vario tipo; ostacoli che sono stati superati con il contributo appassionato, ingegnoso e creativo delle tante persone coinvolte nell’opera, orgogliose di offrire la loro collaborazione non per la ricostruzione di un edificio qualunque, ma di un luogo-simbolo per tutti i camerti e per tutta la Diocesi”.

Inoltre ha invitato a non perdere la speranza, prendendo spunto dalla terza domenica di Avvento: “Carissimi fedeli, questo tempio è segno della presenza di Dio in mezzo alla nostra comunità, questa chiesa luminosa e splendida evoca in noi la Luce vera che è il Cristo. La sua imponenza ci fa sentire a casa; la sua bellezza e sontuosità, oggi particolarmente valorizzate, ci ricordano che quando Cristo abita la nostra vita, l’esistenza fiorisce, germoglia e diventa un giardino meravigliosamente adornato…

La riapertura di questa chiesa avviene simbolicamente nella terza domenica di Avvento il cui tema centrale è quello della gioia: ‘Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino’. La gioia che stiamo vivendo assume ora il suo più profondo significato e, dopo la riapertura di queste porte, si riverserà nella vita di ognuno di noi quale fonte sicura di vera e sincera contentezza, respiro di bellezza e motivo di consolazione e di speranza”.

A celebrare la messa è stato il nunzio apostolico in Italia, mons. Emil Paul Tscherrig, che nell’omelia ha invitato i cittadini a non cedere allo sconforto: “Questa occasione non può farci dimenticare ciò che rimane ancora da fare a Camerino ed in tutta la regione per riparare gli ingenti danni morali e materiali, causati dal terremoto…

La riapertura di questa Basilica rappresenta un forte segno di speranza, ci dice che la vita dell’uomo è sempre più forte della distruzione e della morte. San Venanzo, il vostro patrono, e tutti i martiri della Chiesa sono testimoni di questa verità”.  

Mattarella al Sermig: qui si lavora per la pace

‘L’emozione abita sempre all’Arsenale’: ha detto Ernesto Olivero durante la cerimonia per il 55° anniversario della fondazione del Sermig alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, per la presentazione del bilancio, che testimonia la vastità del bene che i quattro Arsenali e i suoi abitanti hanno contribuito a diffondere a partire da Torino, Madaba, San Paolo e Pecetto Torinese.

Un ‘condominio’ di 142.000 metri quadri diffuso su tre continenti, che ha prodotto 8.850 tonnellate di aiuti umanitari in tutto il pianeta, 3.680 interventi e progetti di sviluppo in 155 nazioni, 16.700.000 notti di ospitalità, 26.800.000 pasti, 476.000 visite mediche. Dietro ai numeri impressionanti ‘ci sono le vite delle persone, un metodo, una disciplina, una passione’, come ha ricordato Olivero.

I principi guida di questo modello economico alternativo, sono il pianificato che accoglie l’imprevisto, il donato che diventa restituito, l’abolizione dello spreco, il desiderio di riparare anziché scartare e la trasparenza dei bilanci. Come ha  puntualizzato il presidente della Repubblica la pace non è raggiunta una volta per tutte, ma va consolidata e difesa: “Ed è quello che qui avviene. Qui si lavora per la pace. Questo impegno attivo per la pace è quello che la garantisce”.

Nel discorso il presidente Mattarella ha sottolineato che la sua venuta era per vedere le ‘ultime’ novità del Sermig: “L’ l’arsenale è un luogo in cui si opera inizialmente per navi da guerra, poi è diventato anche per armamenti, in cui si lavora per costruire strumenti di guerra, navi o armi.

Il significato del SERMIG non è soltanto quello di aver trasformato, come sovente abbiamo detto in tanti, un luogo di guerra in un luogo di pace, ma è molto di più. Perché arsenale è un nome che evoca lavoro che si spiega per uno scopo, e qui si lavora per la pace”.

Il presidente dell Repubblica ha detto che la pace necessita di un lavoro continuo: “Perché la pace non è raggiunta una volta per tutte, non è soltanto, come tutti sappiamo bene, l’assenza di guerra. La pace va consolidata, sviluppata, difesa, va costantemente aggiornata e (ripeto) consolidata. E questo richiede lavoro, richiede opere di pace per consolidarla.

Ed è ciò che qui avviene, che ho visto avvenire all’eremo, che ho visto avvenire a Madaba, in Giordania, che so che avviene in Brasile, a San Paolo. Ma questa opera attiva, questo impegno attivo, concreto, costante per la pace è quello che la garantisce e può difendere da tanti pericoli che emergono di continuo, particolarmente in questo periodo”.

Ha quindi sottolineato che la pace è contagiosa, riferendosi alle parole di Olivero: “Ma anche la pace è contagiosa, anche la bontà è contagiosa. E metterla in pratica, chiamando altri a praticarla, moltiplicando e diffondendo questo impegno, è fortemente contagioso e importante…

Ecco, questo è quello che avviene qui al SERMIG, che avviene in Giordania, in Brasile: quello di incontrarsi con le persone, di aprirsi all’incontro con gli altri, di far uscire, emergere quel che c’è di potenzialmente buono in tutti e di procedere insieme in quella direzione. Questo è quello che è stato svolto e che si svolge qui, ed è questo il vero contributo alla pace, che spinge anche istituzioni, realtà politiche, realtà economiche”.

Infine ha ringraziato Olivero e tutti i collaboratori (tra cui soprattutto la moglie Maria, deceduta nello scorso maggio): “Ma vorrei dire, a nome di tutti, un grande ‘grazie’ a Ernesto. Quello che Ernesto e Maria hanno avviato qui, tanti anni fa, e che si è sviluppato con dimensioni di carattere economicamente rilevabili, imprevedibili allora, inimmaginabili, e che per tanta parte ancora, per me permangono inspiegabili, è non soltanto una grande opera in sé, ma è una semina che si diffonde in maniera importante, non soltanto per quello che è sorto in Giordania e in Brasile, ma per l’esempio che si diffonde e si trasmette nella nostra società, nel nostro Paese”.

Vittime di piazza Fontana: custodi della democrazia

Nella quinta domenica dell’Avvento ambrosiano, a pochi giorni dal 50° anniversario della strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969), nel Duomo di Milano è avvenuta la celebrazione eucaristica vespertina in suffragio delle vittime presieduta dall’Arcivescovo, mons. Mario Delpini, che prima della messa ha incontrato i parenti dei 17 morti.

Nel ‘Discorso alla Città’ dello scorso 6 dicembre mons. Delpini aveva ricordato la strage di 50 anni prima: “Quella strage provocò 17 morti e almeno 88 feriti e seminò sconforto e paura non solo tra i milanesi, ma in tutto il Paese, per il clima che si creò a partire da quell’evento”.

Mons. Delpini ha ricordato quegli anni, definiti la ‘notte della repubblica’: “In effetti si può dire che la nostra storia è sempre una notte, è sempre un dramma irrimediabile è sempre un enigma insolubile. Un dramma irrimediabile: le vittime di piazza Fontana hanno prodotto una ferita che non si può guarire, una perdita che non si può risarcire.  La nostra vicinanza ai parenti delle vittime, le parole di condoglianze e di solidarietà sono sempre una forma palliativa, un conforto patetico”.

L’arcivescovo di Milano ha sottolineato che non sono più sufficienti lo sdegno e la protesta: “Ma  non ci basta di rievocare quel 15 dicembre di 50 anni fa. Ci commuove rivedere le immagini di quella celebrazione che ha convocato tutta la città a piangere intorno alle 17 bare, ad ascoltare le parole del Vescovo della Chiesa Ambrosiana pronunciate per invitare un popolo sgomento a far fronte all’aggressione  incomprensibile. 

Continua a commuoverci. Ma non ci basta. Ascoltiamo e meditiamo le parole di coloro che offrono interpretazioni di quell’evento e di quel tempo. Ma non ci basta. Noi siamo incaricati di una  interpretazione teologica della storia. Siamo radunati per interrogare Dio e chiedergli conto della sua opera, della sua presenza, delle sue intenzioni, della sua volontà”.

Davanti alla storia Dio si fa presenza con Gesù: “La risposta di Dio non è quindi un discorso o una argomentazione, ma la presenza di un uomo, Gesù che percorre un tratto di strada, che abita un frammento del tempo, che parla con parole di uomo, e soffre con carne di uomo e muore con grido di uomo e ama con il cuore di Dio. A chi lo interroga sulla sua opera e gli chiede: dov’eri tu quando la mano omicida depositava la bomba? Dio risponde: ero sulla croce, sono sulla croce, accendo la luce che illumina ogni uomo”.

Quindi la ‘luce’ di Dio illumina le ‘notti’ della storia: “La risposta di Dio è quindi Gesù, luce del mondo, che accende in ogni uomo e donna di buona volontà la piccola luce che basta per indicare il cammino e tenere viva la speranza. Così procede la storia, così vive la speranza: abitano la terra i figli della luce. E’ ancora notte, ma una notte in cui ci siamo sorpresi, una notte abitata da uomini e donne, figli della luce,dediti al dovere, amici della democrazia, servitori dello Stato”.

L’omelia è chiusa dall’invito ad evitare ogni rassegnazione, ringraziando coloro che sono stati ‘fedeli’ alla democrazia: “Uomini e donne di ogni parte, di ogni partito, di ogni livello di responsabilità, figli della luce, hanno lavorato hanno sofferto, hanno pagato a caro prezzo la loro  fedeltà alla parola data, al compito assegnato.

Per questo si considerano conclusi gli anni di piombo, perché i figli della luce hanno abitato a Milano e in questo nostro paese. Ma l’enigma del male, la notte, continua a rendere oscura la storia. E i figli della luce continuano a fare luce.

Questo tempo, questa situazione ci chiama a distoglierci dalla rassegnazione e dalla paura, a lasciarci accendere da Colui che è la luce del mondo, a diventare figli della luce e figli del giorno, per vivere la pazienza di trasformare in luce le tenebre della terra, sotto ogni cielo”.

Alcuni giorni prima anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, aveva ricordato la strage di piazza Fontana, mettendo in risalto il compito della memoria: “Un attacco forsennato contro la nostra convivenza civile prima ancora che contro l’ordinamento stesso della Repubblica. Uno strappo lacerante; recato alla pacifica vita di una comunità e di una Nazione, orgogliose di essersi lasciate alle spalle le mostruosità della guerra, gli orrori del regime fascista, prolungatisi fino alla repubblica di Salò, le difficoltà della ricostruzione morale e materiale del nostro Paese. Quel 1969 fu segnato da 145 attentati dinamitardi”.

Una violenza cieca ed ‘antipopolare’ che non ha sconfitto la democrazia: “Ma i tentativi sanguinari di sottrarre al popolo la sua sovranità sono falliti. La Repubblica è stata più forte degli attacchi contro il popolo italiano. La violenza terroristica ha sottoposto a dura prova la coscienza civica dei nostri concittadini. Il comune sentimento di unità, patriottismo, solidarietà, è stato, con dolore ma con fermezza, più consapevole e più saldo dopo quegli assalti. 50 anni dopo piazza Fontana sentiamo, assieme ai familiari delle persone assassinate in quella circostanza, il dolore profondo per una ferita non rimarginabile recata alla nostra convivenza”.

Quindi la commemorazione delle vittime di piazza Fontana rappresenta un forte ‘baluardo’ per la democrazia: “Nelle vittime di Piazza Fontana trova radice l’interrogarsi del Paese sulla propria natura e sul suo destino. Quella stagione fu specchio dell’anima, della sofferenza del nostro popolo, chiamato a rafforzare una fedeltà laica e civile ai valori della Costituzione: il patto di cittadinanza, basato su principi fondativi, ideali civili, storia plurale ma comune, lasciatoci in eredità dalla Lotta di Liberazione.

Una fedeltà chiesta anzitutto ai servitori dello Stato: uomini degli apparati di sicurezza, Forze Armate, Magistratura, incaricati dalla comunità di vegliare sulla serenità del vivere civile. Non si serve lo Stato se non si serve la Repubblica e, con essa, la democrazia. L’attività depistatoria di una parte di strutture dello Stato è stata, quindi, doppiamente colpevole”.

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