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In Vaticano un simposio sulle cure palliative

In una società che fa dell’efficienza un mito assoluto e, di conseguenza, considera i malati e gli anziani un peso, occorre ‘reinventare una nuova fraternità’: è questa la ‘sfida antropologica e sociale dei nostri giorni’ evidenziata da mons. Vincenzo Paglia, parlando del simposio internazionale ‘Religione ed etica medica: cure palliative e salute mentale degli anziani’, che si svolge fino al 12 dicembre all’Augustinianum di Roma.

Il presidente della Pontificia Accademia per la vita ha presentato il convegno, organizzato insieme al World Innovation Summit for Health (Wish) nell’ambito di una collaborazione mirata a promuovere la diffusione delle cure palliative “sia per rispondere alla tentazione che viene dall’eutanasia e dal suicidio assistito, sia soprattutto per far maturare una cultura della cura che permetta di offrire una compagnia di amore sino al passaggio della morte”.

In tal senso, Sultana Afdhal, amministratore delegato di Wish (che è un’emanazione della Qatar Foundation), ha ricordato la dichiarazione congiunta, firmata con la Pontificia Accademia per la vita nel gennaio di quest’anno, e che è diventata la base per un documento orientativo sulle cure palliative approvato da un folto gruppo di leader delle religioni abramitiche.

Nell’intervento mons. Paglia ha spiegato il tema del simposio: “I due temi scelti per questo Congresso sono le Cure Palliative e la Salute Mentale nell’invecchiamento. Si tratta di due ambiti importanti per il futuro delle nostre società e non solo per l’assistenza sanitaria, perché i malati e gli anziani sono considerati persone che non hanno più nulla da offrire. Non sono produttivi, non servono, costituiscono un peso per le nostre società che fanno dell’efficienza un mito assoluto”.

Contro questo ‘atteggiamento’ della ‘cultura dello scarto’ il presidente della  Pontificia Accademia per la Vita ha sottolineato che essa “è impegnata a promuovere una cultura delle Cure Palliative a livello della Chiesa Cattolica ovunque nel mondo.

Abbiamo già realizzato vari Congressi su questo tema sia in Italia che in Europa; negli Stati Uniti con la firma di una Dichiarazione comune con la Chiesa Metodista; in Brasile, in Libano e in Qatar, dove nel gennaio 2018 ho firmato proprio con la dott.ssa Sultana Afdhal una Dichiarazione congiunta. Da non dimenticare poi il Position Paper sui temi del fine vita e delle Cure Palliative, firmato proprio in Vaticano il 28 ottobre con i rappresentanti delle tre Religioni abramitiche”.

Inoltre è stato pubblicato anche “un Libro Bianco per la Promozione e la Diffusione delle Cure Palliative nel mondo, preparato da un gruppo internazionale di esperti. Il testo è disponibile in inglese, tedesco e italianoe lo stanno ricevendo le Università Cattoliche e gli Ospedali Cattolici nel mondo per poter far crescere non solo la conoscenza, ma soprattutto la pratica delle Cure Palliative”.

Insomma il convegno vuole promuovere una ‘cultura palliativa’ per una maturazione di una ‘cultura della cura’: “Assistiamo da un lato a un crescente invecchiamento della popolazione; dall’altro alla diffusione di una cultura eutanasica, perché malati terminali ed anziani sono considerati da scartare in un mondo centrato su profitto ed economia e le politiche sanitarie spesso cedono ad una mentalità contabile.

Invece sappiamo bene quanto le cure palliative siano protagoniste del recupero di un accompagnamento integrale del malato nell’ambito della medicina contemporanea. E sappiamo che possiamo curare, anche quando non possiamo più guarire, facendo quadrare l’attenzione alla persona con i bilanci economici”.

Una sessione del congresso sarà dedicato alla cura dei bambini durante la malattia terminale: “Se infatti agli uomini e alle donne del nostro tempo nel momento della fragilità serve un accompagnamento integrale, ancora di più questo è vero quando si tratta di minori. Una sezione specifica dei nostri lavori è dedicata a un ambito delicatissimo e doloroso: le cure palliative pediatriche. Quando la sofferenza colpisce i minori, i bambini, siamo ancora più scossi”.

Infatti le cure palliative riguardano le religioni abramitiche: “Una lettura dell’esistenza umana e della realtà che valorizzi l’esperienza religiosa consente di vedere e affermare un bene che va al di là della sola misura del calcolo. Il riconoscimento della costitutiva apertura alla trascendenza della persona consente di affermare che nella vita umana, anche quando è fragile e apparentemente sconfitta dalla malattia, vi è una preziosità intangibile.

A partire dall’incontro con il Creatore, ci è possibile individuare nella finitezza un aspetto della condizione umana che, pur suscitando nell’uomo ribellione e trasgressione, può aprirsi a un’altra lettura: il limite può essere riscoperto come luogo di relazione e di comunione.

E questo vale non solo per l’altro essere umano, ma anche verso la natura e la terra. L’io trova la sua più compiuta espressione nella relazione, cioè nel noi: due realtà tra loro non disgiungibili. Dobbiamo pazientemente restituire evidenza alla dinamica del reciproco legame tra l’io e il noi. L’umanesimo è costitutivamente solidale”.

Da Verona il rilancio di una ‘polifonia sociale’

‘Il Festival della Dottrina Sociale ha una sua continuità. Il prossimo anno sarà organizzato in 10 città’: ad annunciarlo è mons. Adriano Vincenzi, coordinatore del festival, che si è concluso all’auditorium di san Fermo Maggiore dopo le tre giornate che si sono svolte al Cattolica Center di Verona, con la sottoscrizione ufficiale e solenne della ‘Carta dei Valori per un impegno per la propria città’.

Il capoluogo veneto è l’esperimento pilota per una proposta nazionale che vede al centro la condivisione e la collaborazione costruttiva da parte di imprenditori, amministratori, lavoratori, esponenti della Chiesa, artisti. Un segnale importante per la classe politica e per una nuova Italia.

Dal 21 al 24 la IX edizione del Festival della Dottrina Sociale, apertasi con il videomessaggio di papa Francesco e la lettera del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è stata teatro di centinaia di testimonianze dell’impegno concreto dei cattolici in Italia e nel mondo. Sono intervenuti dalla Ministra alle Pari Opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti al sottosegretario all’Economia e le Finanze, Pier Paolo Baretta; da mons. Giuseppe Zenti, vescovo della città, al vescovo di Aleppo (Siria), mons. Antoine Audo; al card. Laurent Monsengwo Pasinya, arcivescovo nella Repubblica Democratica del Congo.

Un fitto programma di incontri e di tavole pensanti su come si può cambiare l’Italia conciliando economia, solidarietà e ed ambiente. Sono intervenuti anche nomi eccellenti del mondo dell’impresa, sindacale, universitario e del giornalismo. Tra gli altri, il prefetto Mario Morcone, direttore del Centro italiano rifugiati; il presidente del Forum delle Associazioni familiari, Luigi De Palo, e l’attore Pino Ammendola.

Il tema scelto per questa edizione è stato ‘Essere presenti: Polifonia Sociale’. Tante, infatti, le voci, in linea con la ‘polifonia’ del titolo, che hanno disegnato una rete di eccellenze e di esperienze positive. Una vera e propria ‘Assemblea costituente sociale’ per far ripartire l’Italia. Questa è stata la risposta dei cristiani a 360 gradi: dall’economia circolare alla famiglia, dalla scuola all’integrazione sostenibile, alla corretta gestione amministrativa del bene comune.

Con un occhio alla geopolitica internazionale, ai conflitti mediorientali e al rischio di neocolonialismo nel continente africano. Sono stati affrontati anche temi molto concreti, come quelli di un’economia sostenibile, che riesca a conciliare il sano bilancio aziendale con i valori cristiani, gli interessi della collettività, il welfare.

A Verona quindi il cambio di passo: la dottrina sociale dalla teoria ai fatti concreti. Ricette e proposte per la classe politica del futuro. Questa è stata la mission, andata a buon fine, del Festival, organizzato dalla Fondazione Segni Nuovi, che ha lo scopo di costruire una unità di pensiero e di azione tra i cattolici, mantenendo come riferimento la dottrina sociale della Chiesa.

La scuola e la famiglia sono stati i temi portanti del Festival della Dottrina Sociale, perché “l’Italia è fanalino di coda per la libertà di scelta educativa: la famiglia non può decidere il percorso di istruzione per i propri figli, a meno di non pagare di tasca propria, oltre alle tasse che paga allo Stato”, come ha prospettato Virginia Kaladich, presidente nazionale della Fidae, Federazione degli istituti di attività educative, durante il convegno ‘Libertà di scelta educativa: uno sguardo all’Europa’.

In particolare si è soffermata ad il illustrare il sistema scolastico: “Il sistema pubblico integrato è fatto di scuole statali e scuole paritarie, che vengono chiamate erroneamente ‘scuole private’ e che danno un contributo fondamentale di cui l’opinione pubblica spesso non è consapevole.

Le scuole paritarie hanno gli stessi obblighi delle scuole statali, com’è giusto che sia, ma non hanno lo stesso riconoscimento a livello economico. All’estero, la situazione è molto diversa. In Ungheria, dove siamo stati di recente e abbiamo incontrato il ministro dell’Istruzione, lo Stato si fa carico degli stipendi dei docenti.

La libertà che noi rivendichiamo non deve riguardare solo i cattolici ma tutti. Ed è per questo che abbiamo raccolto l’adesione di diversi partiti. Ma ci aspettiamo che il sostegno a questa richiesta sia trasversale e che nasca dall’opinione pubblica. Perché garantire a ogni famiglia la libertà educativa è un segno di grande rispetto degli individui”.

Alla presidente di Fidae ha fatto eco Luigi De Palo, presidente del Forum delle associazioni familiari: “La famiglia è un incredibile ammortizzatore sociale e si dovrebbe investire adeguatamente. Tanto più che non si tratta di trovare nuove risorse ma di utilizzare quelle che già adesso vengono frammentate tra i vari bonus, agevolazioni dell’Inps e così via”.

Molto concreta la proposta avanzata da De Palo: un assegno unico per ogni figlio da destinare alle famiglie, spiegando che il futuro sono i figli: “La politica ha sempre inteso il concetto di bene comune come una somma di interessi di singole categorie, mentre invece bisogna considerarlo come qualcosa che procura vantaggi a tutta la collettività.

Pensiamo ai figli. Per i genitori sono una gioia e tanti problemi, ma per il Paese sono soprattutto una risorsa. Perché senza figli non c’è futuro e chi decide di fare dei figli deve avere il massimo del sostegno dalla comunità nella quale vive”.

Riprendendo tali tematiche Gianluca Galletti, presidente dell’Ucid (Unione cristiana degli imprenditori e dirigenti) dell’Emilia Romagna ha affrontato la difficoltà di conciliare i valori prosaici dell’economia con l’etica e i principi di solidarietà sociale: “Le imprese vincenti sono e saranno quelle in grado di coniugare etica, economia e territorio. Perché è la qualità stessa del lavoro, e quindi dei prodotti che si realizzano, a crescere quando si pensa al vantaggio di tutti.

Non si tratta di teorie astratte ma di casi concreti: gli imprenditori che sono intervenuti oggi al convegno hanno parlato dei propri dipendenti chiamandoli per nome. E’ un segnale preciso del clima e dei rapporti che si instaurano in quei contesti lavorativi”.

Il festival era stato aperto dal messaggio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che aveva sottolineato la necessità di una società inclusiva, fondata sulla Carta costituzionale: “In un tempo di cambiamenti profondi è necessario l’impegno per guidarli nella fedeltà ai valori della nostra Carta costituzionale.

Un impegno, singolo e di gruppo, che deve saper puntare alla condivisione nell’aspirazione verso una società inclusiva, equa, tesa al raggiungimento del bene comune e dell’affermazione del principio della dignità di ogni persona”.

Anche nel video messaggio papa Francesco aveva offerto una risposta al tema del titolo scelto, declinando la presenza cristiana nella società: “Il cambiamento duraturo parte sempre dal basso. Non abbiamo bisogno di uomini forti ma, uniti nell’impegno, tutti costruttori di fraternità e tutti importanti: operai, imprenditori, professionisti, cittadini, umili e dotti”.

Mons. Delpini invita a studiare la Sacra Scrittura

Dopo il discorso alla città, in cui invitava a guardare il futuro, nel pontificale in onore di sant’Ambrogio mons. Mario Delpini ha invitato i fedeli a percorrere le strade intraprese dal santo ambrosiano: “La lettura attenta che medita le parole della Scrittura, l’ascolto commosso che si lascia raggiungere dalla voce del Buon pastore e il canto corale festoso e coinvolgente che è come un’esaltazione del silenzio”.

Queste indicate da sant’Ambrogio Sono le vie che portano al Mistero di Cristo: “ Il nostro cuore è inquieto finché non incontra Gesù, la verità di Dio. Oggi chiediamo al nostro Padre Ambrogio di esserci guida, maestro, testimone. Possiamo raccogliere dalle letture che la liturgia ha scelto per celebrare questa solennità le indicazioni per seguire gli insegnamenti di Ambrogio e sentirci incoraggiati: riusciremo ad approdare là dove si incontra Gesù”.

Riprendendo la lettera di san Paolo agli Efesini, l’arcivescovo di Milano ha sottolineato l’ardore del patrono ambrosiano nel dedicarsi alle Sacre Letture: “Il nostro cuore è inquieto finché non incontra Gesù, la verità di Dio. Oggi chiediamo al nostro Padre Ambrogio di esserci guida, maestro, testimone.

Possiamo raccogliere dalle letture che la liturgia ha scelto per celebrare questa solennità le indicazioni per seguire gli insegnamenti di Ambrogio e sentirci incoraggiati: riusciremo ad approdare là dove si incontra Gesù”.

Il riferimento è alle letture proprie del Santo Patrono, con la pagina del Vangelo di Giovanni al capitolo 10: “Ambrogio  testimonia  con  quale  intensità  si dedicava alla lettura e meditazione delle scritture, con quale profondità scavava nel testo per trarne luce per i suoi pensieri, forza per la sua opera pastorale, fortezza e chiarezza per resistere alle  insidie dei fraintendimenti, dei pensieri pigri, della omologazione alle ideologie del momento. Leggendo, studiando, meditando: siamo esposti al rischio della superficialità e temiamo in un impegno di lettura e di meditazione, una riduzione intellettualistica della comprensione del mistero”.

Ha sottolineato che sant’Ambrogio era affascinato dalla bellezza della Bibbia: “Il  mistero  che  trasfigura  la  nostra  vita  si  rivela  con  una confidenza: il Verbo affascina con una parola d’amore che ti raggiunge, talora sospirata con uno straziante desiderio, talora inattesa e sorprendente. Il Verbo diventa voce che chiama.

Ambrogio è tornato ripetutamente sulle parole del Cantico: vi ha trovato parole per dire della sua esperienza. Gesù è vivo! Gesù chiama! Gesù confida  il suo mistero con un fascino che assomiglia più a un abbraccio che a un discorso. La voce dell’Amato preferisce il silenzio, preferisce la notte.

Noi, sulle tracce di Ambrogio, desideriamo essere abitatori del silenzio: siamo pecore che ascoltano la voce del pastore: in un modo commovente ci parla il Signore che amiamo. Talora il rumore della città e della sua vita, talora una certa insofferenza e impazienza si presentano con la tentazione di abbandonare il silenzio che ascolta”.

Ed ha sottolineato il valore della coralità della preghiera: “Ambrogio ha insegnato a cantare il mistero. Il popolo di Dio nel momento drammatico della tensione che ha attraversato Milano per la questione delle basiliche ha trovato forza anche nel cantare insieme gli inni del vescovo. Anche la nostra fede, anche la nostra esperienza del mistero riceve talora la grazia di sperimentare l’esultanza, l’entusiasmo, la festa con cui il mistero diventa esperienza.

Forse l’indole milanese, piuttosto compassata, forse la decadenza delle forme musicali espressive della gioia della  fede, forse la scarsa educazione musicale precludono alle nostre assemblee di essere incoraggianti e festose proprio a motivo del cantare insieme”.

Ed infine l’invito allo studio della Bibbia, che non è un’alternativa ma necessità per comprendere la bellezza: “Il nostro Padre Ambrogio ci suggerisce quindi di desiderare la conoscenza e l’esperienza del mistero e indica strade diverse: la lettura attenta che medita le parole delle Scritture, l’ascolto commosso che si lascia raggiungere dalla voce del buon pastore, il canto corale festoso e coinvolgente come una esaltazione, il silenzio paziente e fiducioso.

Non sono vie alternative, non sono necessariamente tappe successive di un cammino di perfezione. Sono sempre vie aperte, ciascuno potrà cercare la sua, ogni età ha le sue preferenze, tutte, se percorse con umiltà e fede portano all’incontro con il Signore che desideriamo conoscere e seguire”.

Poi, al termine dell’Eucaristia, la preghiera a sant’Ambrogio e le intercessioni recitate dall’arcivescovo, dai concelebranti e dai seminaristi, nella Cripta, di fronte alle reliquie del Santo e dei martiri Gervaso e Protaso.

Il card. Parolin: san Nicola di Bari unione tra Oriente ed Occidente

L’ eparchia di Lungro degli Italo-Albanesi, in provincia di Cosenza, è una sede della chiesa bizantina cattolica in Italia di rito orientale, immediatamente soggetta alla Santa Sede e appartenente alla regione ecclesiastica della Calabria.

Ed il 5 dicembre sono terminate le celebrazioni per i 100 anni dalla creazione dell’Eparchia degli Italo – Albanesi dell’Italia continentale avvenuta il 13 febbraio del 1919 con il card. Pietro Parolin ha chiuso con queste parole al Solenne Vespro di San Nicola, nella cattedrale Eparchiale.

Ricordando le tappe del centenario il segretario di Stato vaticano ha sottolineato che la cattedrale conserva il ricordo di san Nicola: “In questa cornice, mentre celebriamo i solenni Vespri di san Nicola di Mira, patrono di questa Cattedrale, ci rendiamo conto di come risplendano non soltanto le luci delle candele e lo scintillio delle tessere dei mosaici che decorano la volta e le pareti, ma soprattutto la luce della santità, in particolare quella dei testimoni della Chiesa indivisa”.

Ha ricordato la bella storia del santo: “La vicenda di san Nicola e delle sue reliquie anticipa ed in qualche modo riproduce alcuni tratti dell’esistenza delle comunità bizantine italo-greche ed albanesi: in entrambi i casi, infatti, la luce dell’Oriente ha trovato accoglienza nell’Italia continentale, che ha offerto ai resti mortali del santo vescovo e taumaturgo un luogo ove poter essere venerate degnamente, nella Basilica che ancora oggi porta il suo nome a Bari, e ai vostri antenati rifugio e riparo nella loro fuga dalla violenza e dall’oppressione”.

La sua storia si intreccia con l’accoglienza: “Una storia di ‘pellegrinaggio’ e ‘accoglienza’, resa possibile dalla fede di chi si è messo in cammino; una storia che, come tesoro prezioso, riverbera ancora oggi i suoi raggi sull’Eparchia di Lungro, nella duplice direzione dell’annuncio del Vangelo alla società odierna e della testimonianza dell’unità nella diversità della Chiesa cattolica, attraverso la compresenza, in terra calabra, di presenze latine e bizantine, entrambe non dimentiche, seppur per strade diverse, di quel passato che vide in queste terre una presenza consistente di comunità greche, con Diocesi, chiese e monasteri, e in seguito lo stabilirsi di quelle arberesche”.

Analogamente è la cattedrale di Bari, che è sintomo di unità: “Di questa storia il mondo dell’ortodossia è consapevole, e a differenza di altri contesti più travagliati, non percepisce alcuna forzatura nell’unità poi stabilita dai vostri antenati con la sede di Roma e per questo affida alla vostra Eparchia una singolare vocazione per l’unione di tutti i cristiani.

In modo analogo la Basilica di san Nicola a Bari, che custodisce le reliquie del santo nella sua cripta e ogni anno si stupisce per il dono della manna che viene raccolta presso la sua sepoltura: un tempio pienamente inserito nel contesto occidentale, ma che rimane spalancato agli orizzonti al di là del mar Mediterraneo. Non per nulla, proprio dall’Oriente continuano a venire milioni di fedeli ortodossi, e si sentono a casa, potendo pregare l’unico Signore guardando al suo fedele discepolo san Nicola”.

Eppoi ha invocato il santo per la pace in Medio Oriente: “Non vogliamo dimenticare due intenzioni: quella della pace e della riconciliazione in Medio Oriente, secondo quanto indicato dal Santo Padre insieme ai Patriarchi di quella tormentata regione, Cattolici e non, nell’incontro del 7 luglio 2018; e quella che vedrà papa Francesco nel febbraio 2020 insieme ai Vescovi di tutti i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, con l’organizzazione della Conferenza Episcopale Italiana: sia occasione di un risveglio del ruolo e della missione dei cattolici nei diversi Paesi, nell’annuncio del Vangelo e in quella difesa della dignità della persona umana che da esso scaturisce”.

Ripercorrendo, con le parole della Bolla ‘Catholici Fideles’ di papa Benedetto XVI, la vicenda e la nascita dell’Eparchia, il card. Parolin è tornato a sottolineare la bellezza del rito dei Vespri bizantini: “La liturgia del Vespro bizantino prevede in modo suggestivo il canto dell’Inno Phos Ilaron, luce gioiosa, preceduta dall’incensazione del tempio e delle pietre vive che sono i Pastori e i fedeli che lo affollano:

il rito che si ripete non ci trovi spettatori distratti o presi dall’abitudine, incapaci così di stupirci per il significato e il mistero cui siamo ricondotti: è la certezza profonda che abita nel profondo del cuore del credente di sapere che ogni tenebra non ha e non può avere l’ultima parola sulla vita del discepolo di Cristo, di sapere che ‘amore è più bello dell’odio, l’amicizia è più bella dell’inimicizia, la fratellanza fra tutti noi è più bella dei conflitti’”.

In conclusione il card. Parolin ha ribadito che la bellezza si armonizza della carità: “In modo particolare vi raccomando la via della carità, concretizzata nella parabola del Buon Samaritano: a chi è senza speranza portate il conforto che nasce dalla certezza che Cristo cammina con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo, a chi è nella necessità recate secondo le vostre possibilità il conforto della solidarietà fraterna.

Il gesto della benedizione dei pani, e dell’artoclasia che pure animerà questo Vespro è rimando a questa dimensione concreta: il pane è frutto della terra e del lavoro dell’uomo, in maniera più evidente quando in molti dei vostri paesi e parrocchie le prosfore per il sacrificio eucaristico sono prodotte e impastate personalmente da alcuni fedeli.

Il pane benedetto invece nella festa di san Nicola è spezzato per nutrire ed essere portato nella vita di tutti giorni: la regola del cristiano è dunque quella del prendere, spezzare e condividere, come è stata la vita stessa del Figlio di Dio, nella sua Passione ‘volontariamente accettata’, come ama ripetere la liturgia bizantina”.

Mons. Delpini: benvenuto futuro

Nel Discorso alla Città di Milano, nella basilica di sant’Ambrogio, l’arcivescovo, mons. Mario Delpini, ha invitato a guardare con coraggio all’avvenire affidandosi alla promessa di Dio, facendo una panoramica degli avvenimenti cittadini nell’arco di 50 anni (della strage di piazza Fontana alla sollecitudine per le nuove generazioni, dal sostegno a famiglia e lavoro all’attenzione all’immigrazione e alla ‘casa comune’), ma concludendo con una visione cattolica:

“Io non sono ottimista, io sono fiducioso. Non mi esercito per una retorica di auspici velleitari e ingenui. Intendo dar voce piuttosto a una visione dell’uomo e della storia che si è configurata nell’umanesimo cristiano. Credo nella libertà della persona e quindi alla sua responsabilità nei confronti di Dio, degli altri, del pianeta. E credo nella imprescindibile dimensione sociale della vita umana, perciò credo in una vocazione alla fraternità”.

Come ogni anno il pastore della Chiesa ambrosiana si è rivolto a tutta la città, alle autorità civili, religiose, militari, economiche proponendo un cammino per la vita degli uomini, ‘Benvenuto, futuro!’: “Non coltivo aspettative fondate su calcoli e proiezioni. Sono invece uomo di speranza, perché mi affido alla promessa di Dio e ho buone ragioni per aver stima degli uomini e delle donne che abitano questa terra.

Non ho ricette o progetti da proporre, come avessi chissà quali soluzioni. Sono invece un servitore del cammino di un popolo che è disposto a pensare insieme, a lavorare insieme, a sperare insieme. Non è il futuro il principio della speranza; credo piuttosto che sia la speranza il principio del futuro”.

Nel discorso l’arcivescovo ha affrontato il tema del perdono con l’approfondimento del libro di sant’Ambrogio sulla ‘Penitenza’: “Anche se la Chiesa condanna il peccato, ‘prende però sulle spalle’ il peccatore, perché non si perda d’animo, non si senta cacciato, ma sia accompagnato verso un futuro migliore.

Il perdono dei peccati è come un inno alla promettente misericordia di Dio: la Chiesa ne è la voce. Perciò benvenuto, futuro! Perché sempre a ogni uomo e donna sono date la possibilità e la responsabilità di ricominciare. Lo sguardo cristiano sul futuro non è una forma di ingenuità per essere incoraggianti per partito preso: piuttosto è l’interpretazione più profonda e realistica di quell’inguaribile desiderio di vivere che, incontrando la promessa di Gesù, diventa speranza”.

Fondamentale in questo Discorso è proprio il tema della speranza, che fa da filo rosso per le riflessioni dell’arcivescovo: Lo sguardo cristiano sul futuro non è una forma di ingenuità per essere incoraggianti per partito presto, piuttosto è l’interpretazione più profonda e realistica di quell’inguaribile desiderio di vivere che, incontrando la promessa di Gesù, diventa speranza.

Non un’aspettativa di un progresso indefinito, come l’umanità si è illusa in tempi passati; non una scoraggiata rassegnazione all’inevitabile declino, secondo la sensibilità contemporanea; non la pretesa orgogliosa di dominare e controllare ogni cosa, in una strategia di conquista che umilia i popoli. Piuttosto la speranza: quel credere alla promessa che impegna a trafficare i talenti e a esercitare le proprie responsabilità per portare a compimento la propria vocazione”.

Richiamando la strage di piazza Fontana mons. Delpini ha messo in guardia e distingue tra chi si impegna per il bene comune e chi lo fa per interessi di parte: “Anche se è diffusa la tentazione di rinchiudere il proprio orizzonte nel presente e nell’immediato, per la preoccupazione di assicurarsi consensi e vincere in confronti che sono piuttosto battibecchi che dialoghi che condividono la ricerca del bene comune, io do il benvenuto al futuro, perché so che molti amministratori, politici, funzionari dello Stato, ricercatori, intellettuali sono alla ricerca di una visione di orizzonti e non solo di interventi miopi. Molti servitori onesti e tenaci del bene comune si interrogano su quale mondo lasceranno ai nipoti e si dedicano generosamente a renderlo migliore rispetto a quello che hanno ricevuto”.

Per questo l’arcivescovo ha sollecitato a pensare alle nuove generazioni in un  Paese sta sempre più invecchiando: “Il futuro sono i bambini. Una crisi demografica interminabile sembra desertificare il nostro Paese e ne sta cambiando la fisionomia. Le proiezioni sul domani sono allarmanti, sia per il mondo del lavoro, sia per la sostenibilità dell’assistenza a malati e anziani, sia per il funzionamento complessivo della società. Le prospettive sono problematiche, ma ancora più inquietanti sono le radici culturali…

Siamo autorizzati a pensare e a ripensare criticamente le nostre scelte. Io personalmente ho scelto di non avere figli. Ho sperimentato piuttosto la fecondità di una vita dedicata ai figli degli altri. Non ho figli, ma ho raccolto confidenze ed esperienze di molte famiglie e riesco a intuire la bellezza e la fatica di avere figli”.

La mancanza di bambini nasce anche da gravi situazioni di disagio sociale e da bisogni economici, che spesso sfociano nell’aborto: “Le difficoltà della gravidanza, la complessità delle situazioni, l’impulsività delle decisioni inducono talora le donne a interrompere volontariamente la gravidanza. Nel dramma dell’aborto nessuno può farsi giudice dell’altro.

Deve essere impegno di tutta la società aver cura che nessuna donna sia sola quando è in difficoltà, deve essere impegno delle comunità cristiane e di tutta la società che siano offerte alle donne, che vivono gravidanze difficili in situazioni difficili, tutte le premure possibili per trovare alternative all’aborto, una ferita che può sanguinare tutta la vita”.

Dopo i bambini ha rivolto un pensiero ai giovani: “Ringrazio tutti coloro che si dedicano all’istruzione, alla formazione, all’educazione nelle scuole. Dovremmo essere fieri sostenitori di un sistema pubblico di istruzione così capillare e così importante, offerto da scuole statali e paritarie, cattoliche e di ispirazione cristiana…

E’ necessario che si costruiscano alleanze tra tutte le istituzioni educative, scolastiche, sportive, le forze dell’ordine, le amministrazioni locali perché la sola repressione non è mai efficace. Sempre è necessario offrire motivazioni, accompagnamenti attenti e pazienti, sostegno nelle fragilità e nelle frustrazioni che la vita non risparmia a nessuno, interventi tempestivi, affettuosi e forti.

Siamo tutti chiamati a essere protagonisti nell’impresa di edificare una comunità che sappia anticipare e suggerire il senso promettente e sorprendente della vita e proporre una narrativa generazionale che custodisca i verbi del desiderare, del mettere al mondo, del prendersi cura e del lasciar partire”.

La famiglia, però, è nucleo centrale della città: “Chi ha a cuore il bene comune non può sottrarsi alla responsabilità di prendersi cura della famiglia. Da tempo si chiede che la politica fiscale consideri la famiglia un bene irrinunciabile per la società e ne promuova la serenità. Tutte le componenti della società (imprenditori, lavoratori, pensionati, giovani) non possono evitare di offrire risorse e condizioni per un reddito dignitoso che consenta di vivere sereni.

La questione della casa, delle case popolari in particolare, chiede di essere adeguatamente affrontata. Il rapporto tra impegno di lavoro e impegno di famiglia sia organizzato in modo equilibrato a sostegno della famiglia”.

Eppoi, parlando di accoglienza, ha affermato che il fenomeno migratorio deve essere affrontato culturalmente: “Dobbiamo liberarci dalla logica del puro pronto soccorso, dispendioso e inconcludente. Dobbiamo andare oltre le pratiche assistenzialistiche mortificanti per chi le offre e per chi le riceve, anche oltre un’interpretazione che intenda ‘integrazione’ come ‘omologazione’.

Si tratta di dare volto, voce e parola alla convivialità delle differenze, passando dalla logica del misconoscimento alla profezia del riconoscimento. Siamo chiamati a guardare con fiducia alla possibilità di dare volto a una società plurale in cui i tratti identitari delle culture contribuiscano a un umanesimo inedito e promettente, capace di diventare un cantico”.

Ed ha concluso il discorso sulla salvaguardia della ‘casa comune’: “Noi ci sentiamo incoraggiati a correggere gli stili di vita, a sostenere riforme strutturali, a vigilare con l’atteggiamento del buon vicinato che reagisce alla trascuratezza, al degrado, all’incoscienza. Lavoriamo per un’ecologia integrale che sappia considerare in armonia la dimensione ambientale, economica e sociale; promuoviamo un’ecologia culturale e della vita quotidiana”.

Ex Ilva, mons. Santoro dice no a industria della morte: ‘Fermiamo la devastazione ambientale’

Non bada a giri di parole mons. Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto. Per lui, non ha senso ‘che continui un’industria che porta morte e distruzione’. Oltre al suo ruolo all’interno della Chiesa è anche Presidente del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali dei cattolici italiani, motivo per il quale è andato al sodo alle domande dei giornalisti sul futuro dell’ex Ilva, durante la presentazione dei Lineamenta della Settimana sociale, in programma a Taranto nel 2021.

“Dobbiamo fermare la devastazione ambientale e non renderla devastazione sociale”, rivendica il Prelato, secondo il quale “bisogna arrivare all’introduzione di forme di produzione alternative al ciclo completo del carbonio – come ho già detto nel 2013 – facendo partire l’introduzione di gas e idrogeno come forme alternative: avranno efficacia nel futuro, ma se non partiamo adesso non arriveremo da nessuna parte”.

Secondo il vescovo “è inutile investire nel siderurgico, dobbiamo investire su altre forme produttive. Le innovazioni tecnologiche possono essere un aiuto e con il tempo possono portare alla sostituzione del ciclo completo del carbonio con il gas e l’idrogeno”.

Ecco infine l’appello alla politica: “La sensibilità locale deve avere una sinergia con Palazzo Chigi. Occorre una collaborazione tra ArcelorMittal e lo Stato per la diversificazione delle attività produttive sul territorio, investendo sull’eccellenza dell’agro-alimentare e valorizzando il mare e il turismo”.

Secondo il religioso, per l’ambiente occorre intervenire con celerità, perché su tale aspetto ‘ci giochiamo il futuro e il presente’ per tale ragione è auspicabile ‘un accordo con il Governo e con lo Stato’.

Card. Parolin: la famiglia centro della vita

Inaugurando l’Anno Accademico 2019-2020 dell’Istituto Teologico Giovanni Paolo II il segretario di stato vaticano, card. Pietro Parolin, ha affermato che la famiglia è scuola di libertà e di pace, specificando il compito dell’istituzione familiare per la comunità ecclesiale e per la società civile. In questo senso ha sottolineato l’intuizione di san Giovanni Paolo II:

“Dallo stesso papa, dal suo pensiero e dal suo ministero, esso ha ricevuto l’indirizzo e l’orientamento della sua speciale missione, corrispondente all’impegno che la Chiesa è chiamata a dedicare all’illuminazione dello splendore della verità cristiana iscritta nella storia dell’amore umano dell’uomo e della donna”.

Sulla linea di papa Wojtyla si colloca il magistero di papa Francesco: “La costituzione del nuovo Istituto Teologico per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, decisa da papa Francesco, rilancia l’attualità di quella ispirazione e invita ad elaborare e ad aggiornare la sua identità per corrispondere alle nuove esigenze della cultura teologica e della missione ecclesiale. Non va dunque sottovalutato il segno che questa ri-fondazione porta con sé.

Per il tramite autorevole del ministero petrino, la Chiesa pone in rilievo, con forza ancora maggiore, la necessità di costituire un centro accademico di studi e di formazione specialistica sul matrimonio e la famiglia come nodo di rete della costellazione delle istituzioni culturali che rappresentano il servizio pastorale della Santa Sede per la Chiesa universale, nel suo senso più alto e più ampio”.

Però resta la centralità della famiglia, che è sacramento: “La centralità di questa valorizzazione del mistero e del ministero, indissolubilmente umano e cristiano, della famiglia è oggetto di attenzione e di riflessione ormai ben presente alla sensibilità ecclesiale, sul piano pastorale come nell’ambito teologico. L’impegno speciale che vi è stato dedicato dal duplice Sinodo mondiale dei Vescovi, rilanciato dall’Esortazione apostolica Amoris laetitia, appare decisamente insediato nella coscienza ecclesiale”.

Secondo l’esortazione apostolica la famiglia è mediazione tra Chiesa e società: “Di questa indispensabile mediazione della famiglia, in certo modo, tutti ne sono consapevoli. Nella congiuntura odierna del legame sociale, tuttavia, questa consapevolezza appare piuttosto debole, remota, quasi evanescente. La famiglia si sente più minacciata nella sua vulnerabilità, che non convocata a valorizzare la sua forza, in ordine alla qualità del legame sociale”.

Nonostante la situazione attuale, che cerca in qualunque modo di relegare la famiglia in un angolo, essa resta fondamento della società: “La dedizione per l’alleanza dell’uomo e della donna, che si lascia plasmare nella forma della comunità familiare, è una scuola di libertà e di pace. Essa costituisce, proprio in questo modo, la matrice insostituibile della composizione umana degli affetti e della libertà responsabile, della comunità e della pacifica convivenza…

La dedizione richiesta per l’edificazione e la custodia della comunità familiare, naturalmente, non si realizza soltanto nella luce della sua estetica, ma anche attraverso le ombre della sua drammatica. La fede cristiana, per prima, ne deve essere profondamente consapevole”.

Quindi la famiglia cristiana è mediatore: “La famiglia cristiana è il mediatore maieutico normale di questa missione testimoniale e amorevole della potenza della grazia che riscatta l’alleanza dell’uomo e della donna e consente di portare gli uni i pesi degli altri.

Questa sussidiarietà diventa oggi cruciale per la restituzione di piena trasparenza e verità al mandato della riconciliazione con Dio: e della comunione fraterna che ne deve rappresentare l’evidenza non effimera nell’ambito della stessa comunità civile”.

Colletta Alimentare: 16.200.000 pasti donati

“Lavoro all’Ilva, ma non so quanto durerà, dichiara Desiré. Conosco l’importanza di un gesto, di un aiuto nei momenti più difficili e anche se ho paura per il mio domani essere qui ad aiutare per me è un onore”. “Ma Taranto non è solo Ilva, per Giuseppe, è molto di più, è il luogo dove ho incontrato persone che mi vogliono bene così per quello che sono e oggi questo bene volevo restituirlo”.

“Facendo la Colletta s’è accesa una luce, dice Alessandro, carcerato di Opera. Ci siamo sentiti uomini, e si sta bene”. I., brasiliana ci racconta “Voglio partecipare alla Colletta, è tanto che aspettavo di essere utile a qualcuno. Sono sempre io a chiedere ma finalmente con la Colletta ho l’occasione di poter dare”.

Queste sono solo alcune delle storie accadute durante la ventitreesima Giornata Nazionale della Colletta Alimentare, che si è tenuta ieri in circa 13.000 supermercati in tutta Italia, secondo la dichiarazione di Giovanni Bruno, presidente della Fondazione Banco Alimentare: “Anche quest’anno abbiamo avuto la riprova che si può vivere un gesto di solidarietà in qualunque condizione ci si trovi; non c’è situazione che possa mortificare il nostro desiderio di bene.

Come ci ha recentemente richiamato il papa, ‘…fissiamo lo sguardo sull’essenziale che non ha bisogno di tante parole’: proprio in questa prospettiva i numeri acquistano il loro più pieno significato”. Sono state raccolte 8.100 tonnellate, l’equivalente di 16.200.000 pasti (un pasto equivalente corrisponde a un mix di 500 gr di alimenti, stima adottata dalla European Food Bank Federation), sostanzialmente in linea con i risultati consolidati negli ultimi anni: quanto raccolto, insieme a quanto recuperato dal Banco Alimentare nella sua ordinaria attività durante tutto l’anno, sarà distribuito a circa 7.500 strutture caritative che assistono oltre 1.500.000 persone.

In oltre 13.000 supermercati, 145.000 volontari hanno invitato a donare alimenti a lunga conservazione, che nei mesi successivi verranno distribuiti a 7.569 strutture caritative (mense per i poveri, comunità per minori, banchi di solidarietà, centri d’accoglienza, ecc.) che aiutano più di 1.500.000 persone bisognose in Italia, di cui quasi 345.000 minori.

La preghiera di Benedetto XVI per la diocesi di Eisenstadt.

“Signore, aiutaci in questo nostro tempo ad essere e a rimanere veri cattolici – a vivere e a morire nella grandezza della Tua verità e nella Tua divinità”: sono le parole di Benedetto XVI contenute nella lunga preghiera scritta in occasione del 60° anniversario della diocesi austriaca di Eisenstadt. 

Loreto: mons. Dal Cin invita al Giubileo con gioia

“Cari lauretani e pellegrini, come non ringraziare il Signore dei tanti doni di questo tempo: la visita del Papa il 25 marzo scorso, l’iscrizione nel Calendario Romano Generale della memoria facoltativa della Beata Vergine Maria di Loreto, cosicché il 10 dicembre di ogni anno, in ogni parte del mondo, può essere celebrata la Memoria della Madonna di Loreto e, non ultimo, il grande dono dell’Anno Santo!”

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