Le opinioni

Da Cefalù una lettera del vescovo ai giovani migranti

Il vescovo di Cefalù, mons. Giuseppe Marciante, ha scritto, alla vigilia del nuovo anno, ai giovani migranti della diocesi con un appello diretto per mantenere vivo il ‘sogno’: “Per un ‘pezzo di pane’ che vi garantisca vita e futuro avete lasciato tutto. Con lucido coraggio avete vissuto e continuate a vivere l’esperienza dello sradicamento e del trapianto in ambienti nuovi e diversi. Vivete esperienze che sicuramente danno ‘luce’ ai vostri sogni, per molti meritata e gratificante realizzazione di anni di studio. Sono certo che queste fughe quasi obbligate hanno comportato anche lacrime amare”.

Tafida: un teorema di vita

Ricordo dalle lezioni di matematica del liceo che, a conclusione delle dimostrazioni dei teoremi, si scriveva la sigla C.V.D. ‘come volevasi dimostrare’, a indicare che la validità della tesi avanzata era definitivamente acclarata.

Il Cardinale Joseph Zen ha scritto ai cardinali: “In Cina si uccide la Chiesa”. La pubblicazione su Stilum Curiae e Infovaticana

“One wonders: from which planet did our leaders in Rome descend? – Ci si chiede da quale pianeta siano discesi i nostri leader a Roma” (Cardinale Joseph Zen, 5 marzo 2019).

Questa mattina, Stilum Curiae in italiano (Joseph Zen scrive ai cardinali: in Cina si uccide la Chiesa) e Infovaticana in spagnolo (El cardenal Zen escribe a todos los cardenales del mundo alertando del “asesinato de la Iglesia en China”) hanno pubblicato questa mattina il testo della lettera che il Cardinale Joseph Zen Ze-kiun, Vescovo emerito di Hong Kong ha inviato il 27 settembre 2019 a tutti i i cardinali e che adesso ha deciso di rendere pubblica, insieme a due allegati, per denunciare la drammatica situazione della Chiesa nella Cina continentale, il silenzio di Papa Francesco (gli aveva promesso di interessarsi del problema e di rispondere ai suoi dubbi sull’accordo segreto, ma da allora non si è più fatto vivo) e di quello che chiama il Cardinale Zen la manipolazione delle parole di Papa Benedetto XVI sulla Cina da parte dei vertici della Santa Sede in particolare del Segretario di Stato di Sua Santità, il Cardinale Pietro Parolin.
Osserva Marco Tosatti su Stilum Curiae, sottolineando l’ovvia importanza del documento: “La lettera è stata resa nota proprio mentre in Cina sta per entrare in vigore (dal 1° febbraio) un regolamento che obbliga tutte le associazioni religiose a diffondere e propagandare i valori del comunismo cinese”.

Scrive Marco Tosatti, nel riportare su Stilum Curiae il testo della lettera e gli allegati: “Inutile dire che le ultime notizie che giungono dalla Cina continentale non possono fare altro che confermare e aumentare le preoccupazioni espresse da tempo da molte persone riguardo all’accordo provvisorio firmato da rappresentanti della Santa Sede e dal governo di Pechino. Buona lettura”.

La Redazione de “Il sismografo” riporta a sua volta la lettera e gli allegati, accompagnata da una nota sopra le righe, che denota in quale stato di coma si trova il giornalismo religiose, la narrazione vaticanista e para-vaticana, insieme ai livelli pietosi su cui si è abbassata “la buona educazione, la correttezza e la professionalità” (ammettendo se c’è ancora), che “le sue caratteristiche umane, morali e professionali”: “Diversi siti e vettori dei social media, quasi sempre in posizioni critiche nei confronti di Papa Francesco o semplicemente contrari al pontificato, pubblicano in queste ore il testo integrale in italiano (e in altri lingue) di ciò che presentano come la lettera del cardinale cinese Joseph Zen al Collegio cardinalizio lo scorso 27 settembre 2019. Vengono pubblicati insieme con la lettera due Allegati firmati dallo stesso cardinale Zen”.
Commenta Marco Tosatti puntualmente su Stilum Curiae: “IL SISMOGRAFO HA PAURA DI CITARE STILUM CURIAE SU ZEN. MISERIE… La lettera è ovviamente interessante. E infatti Il Sismografo, il sito paravaticano gestito dall’allendista Luis Badilla, l’ha ripresa e pubblicata integralmente. In questi casi la buona educazione, la correttezza e la professionalità – quando c’è – impongono che insieme al testo, preso da una fonte non proprio, si pubblichi anche il link del sito da cui lo si è copiato, e naturalmente gli si dia il credito dovuto alle fonti. Pura buona educazione, come lavarsi i denti dopo aver mangiato. Ma forse non usa, dalle parti del Sismografo. Ma forse quelli de Il Sismografo temono di citare siti come Infovaticana e Stilum Curiae, e si sono tranquillamente appropriati del testo nascondendosi dietro questa foglia di fico. (segue la citazione da Il Sismografo riportato sopra). Forse Badilla temeva di essere sgridato dai suoi committenti se avesse citato fonti ‘eterodosse’. Un comportamento del genere qualifica ampiamente una persona. E le sue caratteristiche umane, morali e professionali”.

Card Joseph Zen Ze-kiun consegna una lettera a Papa Francesco (Foto di Alberto Pizzoli/AFP).

Già in novembre 2018 il Cardinale Joseph Zen consegnò di persona una lettera di sette pagine a Papa Francesco, invitandolo a prestare attenzione alla crisi della chiesa sotterranea nella Repubblica popolare cinese, in cui descrivò in dettaglio la difficile situazione dei cattolici sotterranei i in Cina ed il loro grido di dolore. L’8 novembre 2019 ha detto a Uca News che i sacerdoti gli hanno lanciato un grido di dolore dopo l’accordo tra la Santa Sede e il regime comunista della Cina continentale sulla nomina dei vescovi: “(I sacerdoti) hanno detto che i funzionari li hanno costretti ad aprirsi, ad aderire all’Associazione patriottica cattolica cinese e ad ottenere un certificato di sacerdote con il motivo che il papa ha firmato l’accordo provvisorio sino-vaticano”.
Il Cardinale Zen ha sottolineato che l’accordo provvisorio segreto non è stato reso pubblico, il che significa che i fratelli e le sorelle della chiesa sotterranea non sanno cosa fare: “Alcuni sacerdoti sono fuggiti, altri sono scomparsi perché non sanno cosa fare e sono arrabbiati. L’accordo non è rivelato, e non sanno se ciò che i funzionari dicono sia vero o no”.
Il Cardinale Zen ha detto che la Chiesa nella Cina continentale sta affrontando nuove persecuzioni e che la Santa Sede sta aiutando il Partito comunista cinese a sopprimere la comunità sotterranea. Nella sua lettera ha descritto come la chiesa clandestina abbia visto confiscati soldi, con il clero che ha avuto parenti turbati dalle autorità, che vanno in carcere o addirittura perdono la vita per la fede. “Ma la Santa Sede non li sostiene e li considera come problemi, riferendosi a loro come coloro che causano guai e non sostengono l’unità. È questo che causa loro più dolorose”, ha detto il Cardinale Zen.
Nella lettera il Cardinale Zen affermò anche, che la Chiesa cinese non ha la libertà di eleggere i vescovi. “Il Papa ha detto che i membri della Chiesa cinese dovrebbero essere i profeti e talvolta criticare il governo. Sono molto sorpreso che non capisca la situazione della Chiesa cinese”, ha detto il Cardinale Zen.
Il 26 settembre, quattro giorni dopo la firma dell’accordo provvisorio segreto, il Papa ha scritto un messaggio ai cattolici cinesi e alla Chiesa universale spiegando le ragioni della firma dell’accordo: promuovere l’annuncio del Vangelo e stabilire l’unità della comunità cattolica in Cina. Inoltre, dopo la sua visita pastorale in Lituania, Lettonia ed Estonia dal 22 al 25 settembre, il Papa ha detto ai media sul suo volo di ritorno a casa che la gente dovrebbe “rendere omaggio a coloro che hanno sofferto per la fede”, specialmente in quei tre Paesi brutalmente calpestati dai nazisti e dal Partito comunista.
Il Cardinale Zen ha detto che le parole del Papa gli hanno fatto sentire che “non sembra sapere che la loro storia è anche la storia della Chiesa cinese e della situazione attuale”. Sospetta che il Papa sia stato ingannato da persone intorno a lui che non gli hanno raccontato la reale situazione della Chiesa nella Cina continentale.
Il Cardinale Zen ha criticato il Segretario di Stato Cardinale Pietro Parolin, che ha negoziato con il governo della Repubblica popolare cinese. “È molto esperto. Vede anche la brutta faccia della Cina e sa che non sono ragionevoli. Infatti, non si fida della parte cinese. Li usa solo per raggiungere lo scopo di stabilire relazioni diplomatiche”, ha detto.
Il Cardinale Zen ha ribadito che le lettere scritte alla Chiesa nella Cina continentale durante il Pontificato di Papa Benedetto XVI sono state tolte dal loro contesto, soprattutto per quanto riguarda l’esistenza della chiesa sotterranea. Ha detto: “Papa Benedetto XVI non parlava dell’anomalia della chiesa sotterranea stessa, ma la situazione in Cina non è normale. L’intervento del governo significa che la chiesa non può essere pura e porta all’anomalia, così i vescovi, i sacerdoti e i fedeli entrano nella clandestinità”.
Poiché il governo della Cina continentale interferisce ancora con la Chiesa, e i membri della Chiesa vogliono mantenere pura la loro fede, è impossibile chiedere che le chiese ufficiali e sotterranee si uniscano, ha detto il Cardinale Zen. “La nostra linea di fondo è il Papa. Non possiamo attaccarlo. Se questa volta il Papa si sbaglia, spero che ammetta l’errore; se non lo ammetterà, spero che il futuro papa indichi l’errore. Ma in fin dei conti, è ancora la decisione finale del Papa. Se non lo si segue, allora non c’è una regola, quindi i fratelli della terraferma non devono ribellarsi”, ha detto.
Il Cardinale Zen aveva fatto un precedente viaggio a Roma in gennaio 2018, durante il quale ha anche consegnato una lettera al Papa, questa volta per le preoccupazioni verso la Santa Sede che chiedeva a due vescovi riconosciuti (dalla Santa Sede) in Cina di farsi da parte e lasciare il posto ai vescovi illecitamente (ordinati dal Governo delle Cina continentale) (Fonte: UCA News).

“Affidate a lui tutte le vostre preoccupazioni e ansietà, perché egli ha cura di voi” (1 Pt 5:7)

Testo della lettera del Cardinale Zen e e due allegati, a tutti i membri del Collegio cardinalizio

Omnem sollicitudinem vestram proicientes in Eum, quoniam Ipsi cura est de vobis. 1 P. 5:7

27 settembre 2019

Cara Eminenza,
Mi scusi del disturbo che questa mia Le causerà. È che, in coscienza, credo il problema Che presento non riguarda solo la Chiesa in Cina, ma tutta la Chiesa, e noi cardinali abbiamo la grave responsabilità di aiutare il Santo Padre nel guidare la Chiesa.
Ora, dalla mia analisi del Documento della Santa Sede (28/6/19) “Orientamenti pastorali Circa la registrazione civile del Clero in Cina” risulta abbastanza chiaro che esso incoraggia i fedeli in Cina a entrare in una Chiesa scismatica (indipendente dal Papa ed agli ordini del Partito comunista).
Il 10 Luglio presentai al Papa i miei “dubia”. Sua Santità, il 3 Luglio, mi promise di interessarsene, ma fino ad oggi non ho sentito niente ancora.
Il Card. Parolin dice che quando oggi si parla della Chiesa indipendente non si deve più intendere questa indipendenza come assoluta, perché nell’accordo si riconosce il ruolo del papa nella Chiesa Cattolica.
Anzitutto non riesco a credere che ci sia tale affermazione nell’accordo e non la vedo (tra l’altro, perché tale accordo deve essere segreto e non è dato neanche a me, un Cardinale cinese, di averne visione?), ma, ancora più chiaramente, tutta la realtà dopo la firma dell’accordo dimostra che niente è stato cambiato, anzi, Il Card. Parolin cita dalla lettera di Papa Benedetto una frase completamente fuori del contesto, anzi, diametralmente in opposizione a tutto il paragrafo.
Questa manipolazione del pensiero del Papa emerito è grave mancanza di rispetto, anzi, deplorevole insulto alla persona del mitissimo Papa ancora vivente.
Mi fa ribrezzo anche che sovente dichiarano che ciò che stanno facendo è in continuità con il pensiero del papa precedente, mentre l’opposto è vero. Ho fondamento per credere (e spero un giorno di poter dimostrare con documenti di archivio) che l’accordo firmato è lo stesso che Papa Benedetto aveva, a suo tempo, rifiutato di firmare.
Cara Eminenza, possiamo assistere passivamente a questa uccisione della Chiesa in Cina da parte di chi dovrebbe proteggerla e difenderla dai nemici? Supplicando in ginocchio, vostro fratello
Card. Joseph ZEN, S.D.B.

“Dubia” del card. sugli Orientamenti pastorali della Sede circa la registrazione civile del Clero in Cina. (aggiornato 8 Luglio 2019)

Anzitutto sembra strano che un documento assai importante venga emanato dalla “Santa Sede”, senza specificazione di quale dicastero e con nessuna firma dell’autorità responsabile.
Nei paragrafi 1 e 2 il documento espone il problema e la linea generale di soluzione.
1) Il problema è che il governo rinnega le sue promesse di rispettare la dottrina cattolica e nella registrazione civile del clero richiede quasi sempre di accettare il principio di indipendenza, autonomia, autoamministrazione della Chiesa in Cina (si dovrebbe completare con quello che la lettera di papa Benedetto XVI dice al punto 7,8: assumere atteggiamenti, a porre gesti e a prendere impegni che sono contrari ai dettami della loro coscienza di cattolici”).
2) Di fronte alla situazione complessa e che non è sempre la stessa dappertutto, la Santa Sede dà una linea generale di come comportarsi:
da una parte non intende forzare le coscienze, e perciò chiede (omettendo di dire esplicitamente “al governo”) che si rispetti la coscienza cattolica;
dall’altra pone come principio generale che ‘”a clandestinità non rientra nella normalità della vita della Chiesa” (lettera papa Bendetto 8.10), cioè è normale che ne esca.
Riguardo alla citazione della Lettera di papa Benedetto XVI al punto 8,10, mi permetto di trascrivere quasi l’intero paragrafo:
(a) “Alcuni di essi (vescovi) non volendo sottostare a un indebito controllo, esercitato sulla vita della Chiesa, e desiderosi di mantenere una piena fedeltà al Successore di Pietro e alla dottrina cattolica, si sono visti costretti a farsi consacrare clandestinamente.”
(b) “La clandestinità non rientra nella normalità della vita della Chiesa,”
(c) “e la storia mostra che Pastori e fedeli vi fanno ricorso soltanto nel sofferto desiderio di mantenere integra la propria fede,”
(d) “e di non accettare ingerenze di organismi statali in ciò che tocca l’intimo della vita della Chiesa.”
P. Jeroom Heyndrickx e il card. Parolin amano citare solo la parte (b); papa Francesco (nel suo messaggio 26 Sett. 2018) aggiunge anche la parte (c); ma a me sembra che siano importanti anche la parte (a) e (d).
Il paragrafo mostra con chiarezza che la non normalità non è una scelta dei clandestini, la scelta è inevitabile. È la situazione che è anormale! È forse cambiata oggi questa situazione?
3) Il lungo paragrafo 3 cerca di provare che è giustificato ciò che si suggerirà nel par. 5.
Prima prova: la Costituzione garantisce la libertà religiosa.
Domando: Ma che cosa ci dice la lunga storia di persecuzione, nonostante la Costituzione?
Seconda prova: Dopo l’Accordo, “logicamente”, l’indipendenza non deve essere più intesa come indipendenza assoluta, ma solo relativa alla sfera politica.
Anzitutto dico: se non vedo il testo dell’Accordo, mi è difficile credere che abbiano veramente riconosciuto il “ruolo peculiare del successore di Pietro”.
Domando poi: C’è qualcosa di logico nei sistemi totalitari? Unica logica è che, al dire di Deng Xiaoping, “un gatto bianco è uguale a un gatto nero”, purché serva agli scopi del Partito.
Nell’immediato dopo-Accordo niente è stato cambiato nella politica religiosa del partito, tutto è stato ufficialmente riaffermato e i fatti lo comprovano.
Terza prova: Il contesto del dialogo “consolidato” Domando: Ma il documento non riconosce che il governo ha rinnegato le sue promesse, come affermato sia nel primo paragrafo, sia nel paragrafo 9 di questo documento?
Quarta prova: Tutti i vescovi sono legittimati.
Questo prova solo l’infinita generosità del papa o forse l’onnipotente pressione del governo, ma nei perdonati e “premiati” non vediamo alcun cambiamento, nessun segno di ravvedimento, ma chiari atti di baldanzoso trionfo, ridendo degli altri che hanno puntato sul cavallo sbagliato.
4) Il paragrafo 4 dice che le ragioni qui sopra giustificano un atteggiamento nuovo. Qui almeno c’è l’onestà di dire che ciò che si propone è una novità, e che perciò non è in continuazione con il passato, ma negando il passato come già passato, cioè come non più valido.
Si dice anche che la Santa Sede sta cercando di concordare col governo su una formula (che salvi capra e cavoli).
Ma ci domandiamo: “Una formula”? Quel che il governo chiede non è una dichiarazione di una teoria: è tutto un sistema, in cui non ci sarà più la libertà pastorale, ma in tutto si seguiranno gli ordini del Partito, fra cui la proibizione ai minori di 18 anni di partecipare a qualunque attività religiosa.
5) Nel par. 5 ci sono i veri orientamenti pastorali. In breve: si firmi pure tutto quello che richiede il governo, possibilmente con una precisazione scritta che nega poi quello che si firma. Se la precisazione scritta non è possibile, la si faccia verbalmente, con un testimone o senza. Basta che ci sia l’intenzione di non aver accettato in coscienza ciò che di fatto si ha firmato.
Si firma un testo contro la fede e si dichiara che l’intenzione è di favorire il bene della comunità, un’evangelizzazione più adeguata, la gestione responsabile dei beni della Chiesa.
Questa norma generale è ovviamente contro ogni principio di moralità. Se accettata giustificherebbe l’apostasia.
6) Nel par. 6 si dice che la Santa Sede comprende e rispetta chi in coscienza non accetta la regola sopra esposta. Ovviamente questa è compassione verso una minoranza “cocciuta” che non riesce ancora a capire la regola nuova. La laro attitudine è sbagliata, ma la Santa Sede “provvisoriamente” li tollera.
7) Il par.7 parla di certi doveri dei vescovi, citando un documento che non ha niente a che fare con la nostra questione.
8) Nel par. 8 si dice che i fedeli accolgano la decisione dei loro pastori. Cosa vuol dire? Che non hanno la libertà individuale di scegliere? E la loro coscienza non deve essere rispettata?
Ai fratelli che mi domandano sul da farsi, ho sempre dato la risposta: di rispettare le scelte degli altri e di rimanere fermi nella convinzione della propria coscienza. Questo perché non ho nessuna autorità di imporre agli altri i miei giudizi su ciò che è giusto o sbagliato.
Ma la Santa Sede non ha l’autorità e perciò il dovere di chiarire ai membri della Chiesa che cosa è giusto e che cosa è sbagliato? Lo ha fatto con questi “Orientamenti”? Lasciare la clandestinità è da incoraggiare, rimanere nella clandestinità è da tollerare? I Vescovi e sacerdoti hanno la scelta ed i fedeli no?
9) Al par. 9 si dice che la Santa Sede nel frattempo chiede (e di nuovo omette la parola “al governo”) che non si pongano in atto pressioni intimidatorie nei confronti delle comunità cattoliche non ufficiali, come è già avvenuto. (Questo di non nominare la parola “governo” è quasi come la tradizionale riverenza nel non menzionare il nome dell’imperatore.) Infine, si raccomanda a tutti di discernere la volontà di Dio con “pazienza e umiltà”. Ma io mi domando: è andata a farsi benedire la fermezza nella fede?
Poi dice che “il cammino presente è segnato pure da tante speranze, nonostante le difficoltà”. A me pare, invece, che i fatti distruggano ogni fondamento di speranza umana. In quanto a speranza in Dio, essa non può mai essere disgiunta dalla sincera volontà di voler anche soffrire secondo la Sua volontà.
Conclusione
Questo documento ha rovesciato in modo radicale ciò Che è normale e ciò che è anormale, ciò che è doveroso e ciò che è da tollerare.
La speranza dei suoi redattori forse è che la minoranza compatita morirà di morte naturale. Con questa minoranza intendo non solo i sacerdoti clandestini (ai quali da tempo non si danno dei Vescovi quando quegli anziani muoiano, ma neppure più Delegati, perché il vescovo ufficiale della diocesi è già legittimo), ma anche molti fratelli nella comunità ufficiale che con grande tenacia hanno lavorato per un cambiamento, sperando di essere sostenuti dalla Santa Sede, ma vengono invece incoraggiati ad accettare la sottomissione al governo, derisi dagli opportunisti vincitori.
Che il Signore non permetta il compimento di questi desideri, di chi vuole la morte della vera fede nella mia cara patria. Signore, pietà!

Orientamenti pastorali della Santa Sede circa la registrazione civile del Clero in Cina, 28.06.2019

Da tempo giungono alla Santa Sede, da parte di Vescovi della Cina Continentale, richieste di una concreta indicazione circa l’atteggiamento da assumere di fronte all’obbligo di presentare domanda di registrazione civile. Al riguardo, com’è noto, molti Pastori rimangono profondamente perplessi perché la modalità di tale registrazione — obbligatoria secondo i nuovi regolamenti sulle attività religiose, pena l’impossibilità di agire pastoralmente — comporta, quasi sempre, la firma di un documento in cui, nonostante l’impegno assunto dalle Autorità cinesi di rispettare anche la dottrina cattolica, si deve dichiarare di accettare, fra l’altro, il principio di indipendenza, autonomia e auto-amministrazione della Chiesa in Cina.
La complessità della realtà cinese e il fatto che nel Paese pare non esistere un’unica prassi applicativa dei regolamenti per gli affari religiosi, rendono particolarmente difficile pronunciarsi in materia. La Santa Sede, da una parte, non intende forzare la coscienza di alcuno. Dall’altra, considera che l’esperienza della clandestinità non rientra nella normalità della vita della Chiesa, e che la storia ha mostrato che Pastori e fedeli vi fanno ricorso soltanto nel sofferto desiderio di mantenere integra la propria fede (cfr. n. 8 della Lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi del 27 maggio 2007). Perciò, la Santa Sede continua a chiedere che la registrazione civile del Clero avvenga con la garanzia di rispettare la coscienza e le profonde convinzioni cattoliche delle persone coinvolte. Solo cosi, infatti, si possono favorire sia l’unità della Chiesasia il contributo dei cattolici al bene della società cinese.
Per quanto, poi, Concerne la valutazione dell’eventuale dichiarazione che si deve firmare all’atto della registrazione, in primo luogo è doveroso tenere presente che la Costituzione della Repubblica Popolare Cinese dichiara formalmente di tutelare la libertà religiosa (art. 36). In secondo luogo, l’Accordo Provvisorio del 22 settembre 2018, riconoscendo il ruolo peculiare del Successore di Pietro, porta logicamente la Santa Sede a intendere e interpretare l’«indipendenza» della Chiesa cattolica in Cina non in senso assoluto, cioè come separazione dal Papa e dalla Chiesa universale, ma relativo alla sfera politica, secondo quanto avviene in ogni parte del mondo nelle relazioni tra il Papa e una Chiesa particolare o tra Chiese particolari. Del resto, affermare che nell’identità cattolica non vi può essere separazione dal Successore di Pietro, non significa voler fare di una Chiesa particolare un corpo estraneo alla società e alla cultura del Paese in cui essa vive ed opera. In terzo luogo, il contesto attuale dei rapporti fra la Cina e la Santa Sede, caratterizzato da un consolidato dialogo fra le due Parti, è diverso da quello che ha visto nascere gli organismi patriottici negli anni cinquanta del secolo scorso. In quarto luogo, si aggiunga il fatto di grande rilievo che, nel corso degli anni, molti Vescovi ordinati senza il mandato apostolico hanno chiesto e ottenuto la riconciliazione con il Successore di Pietro, cosi che tutti i Vescovi cinesi sono oggi in comunione con la Sede Apostolica e desiderano una sempre maggiore integrazione con i Vescovi cattolici del mondo intero.
Di fronte a questi fatti, è legittimo aspettarsi un atteggiamento nuovo da >arte di tutti’ anche nell’affrontare le questioni pratiche riguardanti la Vita della Chiesa. Da parte sua, la Santa Sede continua a dialogare con le Autorità cinesi: sulla registrazione civile dei Vescovi e dei sacerdoti per trovare una formula che, nell’atto della registrazione, rispetti non solo le leggi cinesi ma anche la dottrina. cattolica.
Nel frattempo, alla luce di quanto sopra, se un Vescovo o un sacerdote decide di registrarsi civilmente ma il testo della dichiarazione per la registrazione non appare rispettoso della fede cattolica, egli preciserà per iscritto all’atto della firma che 10 fa senza venir meno alla dovuta fedeltà ai principi della dottrina cattolica. Se non è possibile mettere questa precisazione per iscritto, il richiedente la farà anche solo verbalmente e se possibile alla presenza di un testimone. In ogni caso, è opportuno che il richiedente certifichi poi al proprio Ordinario l’intenzione con la quale ha fatto la registrazione. Questa, infatti, è sempre da intendersi all’unico fine di favorire il bene della comunità diocesana e la sua crescita nello spirito di unità, come anche un’evangelizzazione adeguata alle nuove esigenze della società cinese e la gestione responsabile dei beni della Chiesa.
In pari tempo, la Santa Sede comprende e rispetta la scelta di chi, in coscienza, decide di non potersi registrare alle presenti condizioni. Essa rimane loro vicina e chiede al Signore di aiutarli a custodire la comunione con i propri fratelli nella fede, anche di fronte alle prove che ciascuno si troverà ad affrontare. Il Vescovo, da parte sua, “nutra e manifesti pubblicamente la propria stima per i presbiteri, dimostrando fiducia e lodandoli se lo meritano; rispetti e faccia rispettare i loro diritti e li difenda da critiche infondate; dirima prontamente le controversie, per evitare che inquietudini prolungate possano offuscare la fraterna carità e danneggiare il ministero pastorale” (Aposto/orum Successores, Direttorio per il ministero pastorale dei Vescovi, 22 febbraio 2004, n. 77).
È importante, poi, che anche i fedeli laici non solo comprendano la sopra descritta complessità della situazione, ma anche accolgano con cuore grande la sofferta decisione presa dai loro Pastori, qualunque essa Sia. La comunità cattolica locale li accompagni con spirito di fede, con la preghiera e con l’affetto, astenendosi dal giudicare le scelte degli altri, custodendo il vincolo dell’unità e usando misericordia verso tutti.
In ogni caso, nell’attesa di poter giungere attraverso un franco e costruttivo dialogo tra le due Parti, come accordato, ad una modalità di registrazione civile del Clero più rispettosa della dottrina cattolica, e quindi della coscienza delle persone coinvolte, la Santa Sede chiede che non si pongano in atto pressioni intimidatorie nei delle comunità cattoliche «non ufficiali», come purtroppo è già avvenuto.
Infine, la Santa Sede ha fiducia che tutti possano accogliere queste indicazioni pastorali come uno strumento per aiutare coloro che si trovano a dover fare scelte non facili, a compierle con spirito di fede e di unità. Tutti — Santa Sede, vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli laici — sono chiamati a discernere la volontà di Dio con pazienza e umiltà in questo tratto del cammino della Chiesa in Cina, segnato da tante speranze ma anche da perduranti difficoltà.
Dal Vaticano, 28 giugno 2019, Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù.
Santa Sede

Card. Grech e l’amore per la Chiesa

Negli ultimi giorni dello scorso anno è deceduto presso l’ospedale di Santo Spirito in Sassia il card. Prosper Grech, teologo agostiniano, docente emerito di varie università romane e consultore della Congregazione per la dottrina della fede. Il porporato, nato a Malta nel 1925, è stato autore di numerosi libri e articoli su riveste scientifiche in italiano e inglese.

Manovra, De Palo (Forum associazioni familiari): ‘2020 anno amaro della famiglia, il Governo ha altre priorità’

Dopo il sì alla Camera dei Deputati circa la richiesta di fiducia del Governo sulla Manovra economica, è intervenuto Gigi De Palo, presidente nazionale del Forum delle associazioni familiari. La sua è una netta bocciatura per la tematica di sua competenza:  “Le famiglie italiane sono stanche e molto deluse: dobbiamo registrare ancora una volta che le priorità del Governo sono state altre. L’anno della famiglia è sempre il prossimo”. 

Il volontariato marchigiano per un nuovo welfare

“Per essere sempre di più una Comunità nelle Marche, serve discutere di etica e di comportamenti positivi riconosciuti, come quelli che quotidianamente troviamo nei gesti degli oltre 40.000 volontari marchigiani, … dobbiamo anche disconoscere gli atteggiamenti ostili e l’indifferenza, dando valore alla solidarietà, un carattere che ci ha sempre contraddistinto ma che oggi, in una società in cui crescono le diseguaglianze, viene messo in discussione”.

Con queste parole si apre il ‘Manifesto per le Marche solidali’, il documento promosso da CSV Marche, Forum regionale terzo settore, Acli, Arci, Auser e Avis Marche, e presentato in occasione dell’evento ‘Ripartiamo dai valori’, organizzato ad Ancona per celebrare la Giornata internazionale del volontariato.

Un incontro al quale sono intervenuti i presidenti delle 6 organizzazioni promotrici, rappresentanti delle istituzioni (tra cui il Presidente della Regione Marche, che, impossibilitato a partecipare, ha inviato un video-messaggio) e del Consiglio regionale del volontariato, una platea di volontari e associazioni attive in numerosi settori (socio-assistenziale, donazioni, attività aggregative, salute mentale, pubblica assistenza…).

Nel manifesto le associazioni promotrici mettono in evidenza un punto importante per la società, la possibile fine della solidarietà: “Nell’attuale clima di diffidenza, cresciuto anche a causa di una politica che ne trae consenso, sempre più spesso le nostre organizzazioni finiscono nel mirino di attacchi strumentali e generalisti, sono chiamate a giustificarsi, a dimostrare trasparenza, a misurare progetti e bilanci.

Questo è il frutto di una narrazione parziale del nostro operato, è una tendenza che necessita di essere invertita attraverso il racconto reale del nostro impegno. La ricchezza di legami e di possibilità che noi offriamo a tutti i marchigiani che hanno voglia di essere cittadini attivi è ampissima. Donazione, ambiente, socio-sanitario, longevità attiva, promozione culturale e ricreativa, protezione civile sono solo alcuni dei campi nei quali siamo in prima linea, attraverso una forma di collaborazione sussidiaria con tutti i livelli di organizzazione pubblica”.

Il manifesto riconosce ancora di più la necessità di Europa: “Crediamo in un’Europa dove i volontari siano riconosciuti come fondamentali attori nella costruzione di una società coesa, sostenibile e inclusiva, basata sulla solidarietà e sulla cittadinanza attiva. Abbiamo bisogno di un’Europa capace di sostenere lo sviluppo di politiche e programmi che possano incoraggiare, inspirare e sostenere un associazionismo qualificato, preparato ed efficace.

Che sappia facilitare e incoraggiare la collaborazione intersettoriale di qualità, basata su buone pratiche per la promozione dei valori di cui siamo portatori, per l’affermazione a livello europeo del giusto ruolo del volontariato, che non è quello di sostituzione di lavoratori a basso costo ma di elemento rafforzativo della partecipazione dei cittadini, della coesione sociale e può essere volano per la creazione di nuovi posti di lavoro in professioni ed attività nuove rispetto a quelle già esistenti”.

Ed invita l’Italia a riconoscere l’operato del Terzo Settore e del volontariato: “Crediamo che l’Italia saprà uscire a testa alta da questo momento di crisi valoriale e saprà ritrovare la sua vocazione solidale, tendendo la mano a chi è più fragile. Per questo ci vuole l’aiuto di tutti noi, dobbiamo lottare ogni giorno per affermare i nostri valori, anche quelli che abbiamo sempre considerato ormai scontati. La cura dell’ambiente, l’aiuto verso chi è in difficoltà, l’equità sociale sembrano oggi in discussione nella nostra società. Il Terzo settore invece li traduce quotidianamente in azioni, per migliorare la condizione delle persone e dei territori”.

Infine l’intento del manifesto è quello di sancire il legame che unisce l’associazionismo marchigiano e rilanciare il ruolo che il volontariato può e deve giocare come protagonista di un nuovo welfare regionale: “Nella Regione Marche, grazie alla nostra capacità di dialogo, ai contenuti del nuovo piano sociale regionale e al percorso di recepimento della riforma del terzo settore, ci sono oggi le condizioni per promuovere un modello di welfare partecipato e sostenibile.

Possiamo ambire ad aggiungere alcuni elementi di efficacia al programma della L.328/2000, nell’ambito della sussidiarietà con le istituzioni chiedendo che siano potenziati gli strumenti istituzionali per realizzare veri percorsi di partecipazione che coinvolgano l’associazionismo e il Terzo Settore, che si possa davvero pianificare insieme in co-programmazione e promuovere co-progettazioni”.

Per questo il volontariato marchigiano è invitato ad essere protagonista del nuovo welfare: “Abbiamo di fronte sfide difficili; come tutti oggi siamo coinvolti in prima linea per la sostenibilità ambientale, a partire dalla lotta ai cambiamenti climatici, dove le conseguenze sempre più evidenti e drammatiche, fanno pagare il prezzo più alto alle persone e ai territori più deboli e fragili. Il volontariato può e deve giocare un ruolo determinante nell’accompagnare le Marche verso un nuovo modello di progresso, un coraggioso ‘green new deal’, per una comunità più bella, equa e solidale ed una economia ‘umanizzata’ più sostenibile, circolare e civile”.

Card. Tagle è prefetto dell’Evangelizzazione dei Popoli: ‘Apriamoci alle sorprese di Dio’

Il cardinale filippino Luis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila, è stato nominato nuovo Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, succedendo al card. Fernando Filoni, che contestualmente è stato nominato Gran Maestro dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme al posto del card. Edwin Frederick O’Brien, che lascia per raggiunti limiti di età.

La nomina del card. Tagle quale prefetto alla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, che quella che un tempo si chiamava Propaganda Fide’, è interessante in quanto propone una nuova visione della missione, come aveva raccontato nel 2018 al meeting dell’Amicizia tra i popoli, offrendo tre immagini per delineare quella che aveva definito ‘Chiesa rinnovata’: quella della porta, aperta per far uscire, ma anche per far entrare; quella di una grande tavola imbandita ‘che ha posto per tutti: è una tavola dove i beni e le risorse della terra devono essere condivisi specialmente con i più poveri’; infine l’immagine della costruzione di una vita nuova.

Infatti davanti a repentini cambiamenti papa Francesco ha sottolineato alcuni dei cambiamenti posti da questo momento di svolta nella storia: “La maggior parte dei cambiamenti sono ambivalenti dal momento che possono avere elementi sia positivi che negativi. Per esempio, la creazione di benessere e di produttività, ma anche la crescente ineguaglianza, così come l’esclusione e la corruzione, un costante richiamo al lavoro per il bene comune e anche il rifiuto dell’etica, l’invito ad una sicurezza globale ma pure una crescente aggressione e violenza.

Noi assistiamo anche a cambiamenti di carattere culturale, sociale, politico e religioso che si configurano come attacchi alla libertà religiosa: il fondamentalismo l’individualismo, il secolarismo, l’indifferenza, il relativismo, la disillusione, il ritorno del totalitarismo, l’imperialismo culturale e cosi via… Però la Chiesa è chiamata per essere il segno e lo strumento, o il sacramento, della nuova umanità in Gesù Cristo, il nostro capo sacramento di comunione”.

Ed ha proposto una Chiesa in grado di raccontare semplicemente la storia di Gesù: “Noi raccontiamo la storia di Gesù al mondo, con le nostre narrazioni, mentre ascoltiamo le storie del mondo con la porta compassionevole del cuore di Gesù… La Chiesa è cambiata, è rinnovata quando il vangelo e le grida del mondo s’incontrano alla sua porta. Seconda immagine, sedere a tavola. Gli asiatici amano mangiare, come gli italiani.

Mangiare non è solo una questione di cibo ma è riunirsi in una comunità, in una famiglia; la tavola è completa quando c’è cibo e ci sono storie umane che nutrono l’amicizia e la solidarietà. Una Chiesa rinnovata può essere paragonata a una grande tavola che ha posto per tutti: è una tavola dove i beni e le risorse della terra devono essere condivisi specialmente con i poveri, una tavola dove la gente che non ha niente da mangiare e non ha nessuno con cui mangiare può sedersi con dignità. Intorno alla tavola, la Chiesa è cambiata, è rinnovata dallo spirito di reciproca accettazione, partecipazione, interdipendenza e corresponsabilità”.

La Chiesa è viva se è incarnata dal Vangelo: “Durante il sinodo dei vescovi per l’Asia, nel 1998, convocato dal Papa Giovanni Paolo II ero un semplice prete, non ero vescovo, partecipavo come membro del Segretariato generale del sinodo. Un giorno, papa Giovanni Paolo II, dopo la preghiera, si è alzato e, fissando con gli occhi i vescovi asiatici, ha dichiarato: ‘Il Signore Gesù Cristo è nato in Asia, la chiesa è nata in Asia e dall’Asia è uscita per andare in tutte le parti del mondo’.

Cioè, che il volto del Signore Gesù Cristo è asiatico, non è un argomento astratto. Quando leggiamo, ad esempio, il Vangelo, il modo di parlare di Gesù Cristo, non tramite concetti ma tramite storie, parabole, è molto asiatico. Per radunare i discepoli, non usa un seminario o un colloquio ma una festa in cui c’è da mangiare.

Da noi, nelle parrocchie, quando abbiamo lo scopo di radunare i giovani, non invitiamo ad un seminario ma ad un pranzo e vengono 20.000 persone! E durante il pranzo, durante la cena, pian piano, non solo condividiamo il cibo ma anche le storie di vita e la storia di Gesù Cristo. Questo è il semplice volto: pian piano, i cristiani dall’Africa, dall’Asia, dal Sud America portano le espressioni culturali, sociali, nazionali, ma è lo stesso vangelo!”

La perdonanza celestiniana è patrimonio dell’umanità

Papa Celestino V, al secolo Pietro di Morrone, fu il papa che fece il ‘gran rifiuto’: in visita sulla sua tomba, il 28 aprile 2009, papa Benedetto XVI vi lasciò il suo pallio. Nel breve periodo in cui fu pontefice (dal 29 agosto al 13 dicembre 1294), Celestino V ha lasciato un segno indelebile alla città dell’Aquila e alla Basilica di Collemaggio dove fu incoronato papa: la ‘festa del perdono’ o perdonanza, che è stata proclamata patrimonio immateriale dell’umanità dell’UNESCO.

Alla notizia, il card. Giuseppe Petrocchi, arcivescovo dell’Aquila, ha ‘esultato’: “La Chiesa e la Città di L’Aquila esultano, unanimi, per questo prestigioso riconoscimento dell’Unesco, che rende la Perdonanza patrimonio immateriale dell’umanità.

La formidabile intuizione di Celestino V, che ha generato questa celebrazione religiosa e civile, ha un significato universale: cioè, vale per tutti e per ciascuno. Il tema del perdono non ha solo una portata spirituale, ma anche culturale e sociale. Il perdono è una chiave necessaria per aprire la porta della pace: a livello comunitario e personale”.

 Questo riconoscimento da parte dell’UNESCO rappresenta per l’arcivescovo “rappresenta, perciò, una spinta ulteriore ad approfondire e dilatare l’impegno del perdono, per testimoniare che solo l’amore, capace di oltrepassare la trincea del rancore e della contrapposizione, può vincere la logica del conflitto, spalancando orizzonti di dialogo costruttivo e di intese convergenti, ricche di verità e di bene: aperte a Dio e, proprio per questo, degne dell’uomo“.

Infatti nella scorsa festa della Perdonanza il card. Petrocchi che la misericordia del perdono si manifesta nella carità: “Un segno fondamentale, che attesta in noi l’azione della misericordia ricevuta e donata, è l’esercizio della carità, che è l’amore di Cristo diffuso nei nostri cuori dallo Spirito. Questo amore abbraccia tutti, nessuno escluso, ma testimonia un’attenzione speciale verso i  più bisognosi. Ciò vuol dire privilegiare gli ultimi: cioè rendere operativa ‘l’opzione dei poveri’.

La comunità cristiana, proprio perché ‘Chiesa dei poveri’, sta dalla parte degli ultimi, degli sconfitti, degli scartati: dove si trova qualcuno che soffre, lì la Chiesa erige la sua tenda. Nella categoria dei  poveri vanno compresi tutti quelli che mancano di qualcosa che è loro necessaria per vivere una esistenza dignitosa, sul piano umano e religioso”.

Quindi come è stato riconosciuto dall’UNESCO, la Perdonanza ha un valore sociale e culturale: “La Perdonanza va celebrata nell’Anima della Chiesa e nel Cuore della Città. Perciò, nel fare un  ‘bilancio’ della Perdonanza si dovrebbe assumere, come indice di successo, il cambiamento in  meglio, registrando, nel corso dell’anno, i progressi avvenuti nella mentalità e nello stile di gestione dei rapporti interpersonali, famigliari, culturali, sociali ed istituzionali.

L’Aquila ha una missione da svolgere, con le parole e nei fatti: quella di proclamare la Civiltà della Perdonanza. Per questo L’Aquila da Città ‘tra’ i monti deve, sempre di più, porsi come Città ‘sul’ monte  (in  senso  evangelico): capace di vivere e di diffondere, a livello planetario, il messaggio di Papa Celestino”.

Censis: gli italiani non si fidano più di nessuno

A Roma è stato presentato il 53° Rapporto Censis sulla società italiana, facendo emergere il ritratto di un’Italia che è sopravvissuta alla crisi, ma che è diventata più ansiosa e preoccupata per il suo futuro; sempre più individualista e con scarsa fiducia negli altri. L’incertezza è lo stato d’animo con cui il 69% degli italiani guarda al futuro, mentre il 17% è pessimista e solo il 14% si dice ottimista.

E’ il costo dell’allentamento della rete di protezione dello Stato sociale e della rottura dell’ascensore che blocca in basso chi parte svantaggiato. Il 69% degli italiani è convinto che la mobilità sociale è ferma. Il 63% degli operai è convinto di non riuscire a uscire dalla sua condizione socio-economica attuale. Il 64% degli imprenditori e dei liberi professionisti teme invece la scivolata in basso.

Il Censis ha rilevato che non è più sufficiente ‘rattoppare’ per una ripartenza socio economica del Paese: “L’anno che si va chiudendo segna, infatti, l’inizio di un diverso modo di osservare l’orizzonte italiano del futuro e rafforza l’impressio­ne che l’adeguamento verso il basso non può proseguire senza limiti, senza porre argini o individuare punti di sostegno per frenare lo sgretolamento, per provare ad ancorarsi e tentare un cambio di direzione”.

Per una ripartenza il Censis ha sottolineato che occorrono attivare alcune ‘piastre’ per alimentare almeno un piccolo cambio di rotta rispetto alla direzione attuale: “Una prima piastra è nella dimensione manifatturiera, industriale, del nostro sistema produttivo e nella sua capacità di innovare e, almeno in parte, di trainare la crescita.

Le nubi nere all’orizzonte dell’economia mondiale e le ipotesi di una nuova guerra dei dazi e delle valute, subdola e silenziosa, alimentano a ragione tanti interrogativi sulla capacità di resistenza delle industrie italiane, ma non c’è dubbio che nell’arena internazionale il nostro Paese, con le sue fab­briche, esprime ancora un’idea forte di qualità e di capacità competitiva.

Una seconda forma di piastra di ancoraggio per limitare il trascinamento verso il basso è nel consolidamento strutturale in alcune aree geografiche vaste del nostro Paese: dal nuovo triangolo industriale tra Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna alla fascia dorsale lungo l’Adriatico…

La terza piastra è la nuova sensibilità ai problemi del clima, della qualità ambientale e della tutela del territorio, anche in risposta a stimoli non solo interni. Restano certo irrisolti i nostri problemi di fragilità strutturale dell’ambiente naturale e costruito, ma è fuor di dubbio che la speranza di provare, almeno in parte, a metterci mano muove a una spontanea e diffusa partecipazione.

L’economia circolare è ancora un tema buono per convegni e dibattiti pubblici, ma la mobilitazione sull’ambiente come potenziale sostegno appare un processo strutturale, tanto economico quanto sociale”.

Eppoi il Censis ha sottolineato che il risparmio ‘privato’ mostra una chiave interpretativa ap­pare più incerta: “La liquidità disponibile delle famiglie ha permesso una sostanziale tenuta sociale, a fronte di risorse pubbliche sempre meno adeguate e meno efficienti.

In parte per ragioni politiche, con l’attacco alla ricchezza e al contante e la tracciatura delle spese individuali, in parte per la percezione d’insicurezza, la piastra del risparmio sembra restare una polizza assicurativa più che una opportunità. Resta però un sistema di ancoraggio, nell’attesa che le risorse finanziarie rientrino in qualche modo nel sistema economico e produttivo”.

Di contro il rapporto del Censis ha messo in evidenza anche alla costruzione di tanti ‘muretti a secco’ dei singoli, che si erigono per non far franare la collina: “Sono esempi di muretti a secco la fitta rete di incubatori e acceleratori di imprese innovative nei quali diverse migliaia di giovani tentano una esperienza imprenditoriale, in un contesto finanziario e amministrativo generalmente povero, dove però una buona intuizione può diventare una buona impresa”.

Davanti a tale scenario il Censis osserva un’azione politica incompiuta: “Un decennio si conclude, ma sul piano politico non può dirsi compiuto. Viviamo, in questo senso, in un Paese privato di un passaggio in avanti a lungo promesso, ma che non c’è mai stato. Basti pensare alle tante, troppe, riforme strutturali annunciate, ma mai concretamente avviate.

Non si vede ambito nel quale non è mancata solo una solida visione di società possibile, ma anche il tentativo di una timida ancorché concreta rimodulazione dei processi: nella scuola, nella giustizia, nella sanità, nella fiscalità, nel quadro istituzionale”.

E’ un duro ammonimento ai limiti della politica che non sa decidere, e quindi si è disconnessa dalla realtà: “Non per aver scelto, ma per non averlo fatto, la politica ha fallito e ha smarrito se stessa. Vedendo cadere al suo punto più basso l’interesse a fare politica, a essere presenti e partecipi alla responsabilità collettiva, l’affidabilità delle sue parole, gli italiani non si sentono orfani: più semplicemente si sono disconnessi dalla politica, limitandosi al più ad osservarla, come in un reality”.

Ed ecco i numeri che mostra un Paese che non sa più guardare in avanti e non sa più ‘trasmettere’ speranza; il dato preoccupante di questo ‘stallo’ riguarda le famiglie: dal 2011 la ricchezza immobiliare delle famiglie ha subito una decurtazione del 12,6% in termini reali. E il 61% degli italiani non comprerebbe più i Bot, che hanno ormai rendimenti microscopici. Crollate le certezze, non si vedono alternative valide.

Anzi, secondo il 74% nei prossimi anni l’economia continuerà a oscillare tra mini-crescita e stagnazione, e il 26% è sicuro che è in arrivo una nuova recessione. Di conseguenza il 74% degli italiani si è sentito molto stressato per questioni familiari, per il lavoro o senza un motivo preciso.

A dimostrare il cattivo stato di salute psicologica degli italiani c’è, nel triennio 2015-2018, il consumo di ansiolitici e sedativi, che è aumentato del 23% mentre gli utilizzatori sono ormai 4.400.000 (800.000 di più di tre anni fa). Il 75% degli italiani non si fida più degli altri, il 49% ha subito nel corso dell’anno una prepotenza in un luogo pubblico (insulti, spintoni), il 44% si sente insicuro nelle vie che frequenta abitualmente, il 26% ha litigato con qualcuno per strada.

Inoltre il 44,8% degli italiani prevede un futuro sereno per la propria famiglia, mentre la percentuale scende al 21,5% con riferimento al destino del Paese. Paura, inquietudine, preoccupazione si applicano dunque al Paese e ai suoi scenari evolutivi molto più che alla propria famiglia. Le ricette per fronteggiare la situazione suggerite dagli italiani sono: favorire gli investimenti privati con incentivi e sgravi fiscali per le imprese (64,9%), riduzione degli impedimenti burocratici (17,2%), rafforzamento degli investimenti pubblici (17,9%).

Il 69% degli italiani è convinto che la mobilità sociale è bloccata; il 63,3% degli operai crede che in futuro resterà fermo nell’attuale condizione socio-economica, perché è difficile salire nella scala sociale; il 63,9% degli imprenditori e dei liberi professionisti teme invece la scivolata in basso. Inoltre, il 38,2% degli italiani è convinto che nel futuro i figli o i nipoti staranno peggio di loro, il 21,4% non sa bene che cosa accadrà e solo il 21% pensa che staranno meglio di loro. Il ceto medio (43%), dagli impiegati agli insegnanti, è più persuaso che figli e nipoti staranno peggio.

Il sentimento di abbandono ha generato anche una radicale sfiducia nella politica. Oggi solo il 19% degli italiani parla frequentemente di politica quando si incontra. Il 76% non ha fiducia nei partiti (la percentuale che sale all’81% tra gli operai e all’89% tra i disoccupati). Il 58% degli operai e il 55% dei disoccupati sono scontenti di come funziona la democrazia in Italia.

E quindi il 48% degli italiani è portato a pensare che ci vorrebbe un ‘uomo forte al potere’ che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni (e il dato sale al 56% tra le persone con redditi bassi, al 62% tra i soggetti meno istruiti, al 67% tra gli operai). Però gli italiani hanno fiducia nell’Europa: il 61% dice no al ritorno alla lira (è favorevole il 24%), il 62% è convinto che non si debba uscire dall’Unione europea (è favorevole il 25%), il 49% si dice contrario alla riattivazione delle dogane alle frontiere interne della Ue.

Prof. Minnetti: i premi Nobel per l’economia per combattere la povertà

“La povertà è l’ultima sfida per la società nel suo insieme, intellettualmente e moralmente, va oltre l’economia. Penso che potremo ridurla non sradicarla. Quando avevo 8 o 9 anni ho letto che Marie Curie aveva speso il suo primo premio Nobel in attrezzature per ricerche sulle radiazioni. Io spero di fare lo stesso per la ricerca sulla lotta contro la povertà”.

Così ha dichiarato l’economista francese, Ester Duflo, premiata con il Nobel dell’economia insieme all’economista indiano Abhijit Banerjee e a quello americano Michael Kremer, per aver utilizzato un approccio di natura sperimentale volto a combattere o quantomeno alleviare la povertà. La loro ricerca ha migliorato la capacità di combattere la povertà globale.

Per comprendere meglio il valore di questa assegnazione ai tre economisti abbiamo intervistato il presidente del Movimento Politico per l’Unità in Italia, prof. Silvio Minnetti, chiedendogli di spiegarci il motivo dell’assegnazione del premio Nobel per l’economia ai tre economisti che hanno fatto studi sulla lotta contro la povertà:

“La globalizzazione inventa sempre nuove forme di povertà e di fragilità. Un fenomeno che mina la dignità umana e sollecita un lavoro di ricerca e di impegno comune. I tre economisti, Ester Duflo (seconda donna a ricevere il Nobel per l’economia dopo Elinor Ostrom nel 2009), Micheal Cremer e Abhijit Banerijee, hanno la consapevolezza che la povertà è l’ultima sfida nel suo insieme dei tempi attuali.

Essi hanno affrontato il tema con particolare rigore scientifico senza inquadrarlo in una particolare dottrina politica. Hanno smontato la teoria dell’uomo forte che risolve tutti i problemi della nazione. Hanno individuato la ricetta contro la povertà. Non basta considerare la redistribuzione del reddito di un dato Paese.

Occorre valutare gli aspetti specifici sul campo per trovare una giusta misura di sviluppo, rafforzare le istituzioni locali, in modo da sostenere il tessuto comunitario che crea le precondizioni per uscire dalla trappola della povertà. Il nuovo approccio punta sulla rilevanza del livello culturale e di alfabetizzazione come pure l’importanza del considerare le radici profonde storiche come cause della povertà.

Si tratta di un approccio tecnico preciso: scomporre il problema globale della povertà in tanti piccoli sotto-problemi, più facili da aggredire uno ad uno. Si pensi per esempio al ruolo decisivo della Tv nazionale per l’innovazione culturale. Pensiamo in Italia negli anni ‘60 al programma ‘Non è mai troppo tardi’ del maestro Manzi. Serve una efficace cooperazione nel sistema studiando i livelli ed i tipi di produzione fino a proporre un mix giusto utilizzato nei Paesi sviluppati rispetto a quelli in via di sviluppo.

Perciò si coopera consentendo di arrivare al completamento di differenti singole ‘task’ di produzione, realizzando una maggiore ricchezza: per esempio più di 5.000.000 ragazzi indiani hanno beneficiato di programmi scolastici di tutoraggio correttivo in vista del mondo del lavoro. Il lavoro scientifico dei tre premi Nobel va nella direzione di un uso intelligente della ragione umana, auspicato da Chiara Lubich”.

Quale visione economica propongono i tre premiati?

“Si muovono sulla scia di Amartya Sen e dell’economia dello sviluppo, delle capabilities, cioè della capacitazione delle persone con abilità e competenze, per migliorare il loro benessere, eliminando i fattori di povertà assoluta e relativa”.

Allora, in cosa consiste l’economia dello sviluppo, proposto dai tre economisti?

“L’economia dello sviluppo è un settore dell’economia che analizza gli squilibri tra paesi industrializzati ed economie arretrate o in via di sviluppo. Schumpeter nel 1911 esponeva la sua ‘Teoria dello sviluppo economico’, un modello dinamico di sviluppo. Dopo la Seconda Guerra mondiale, a partire dalla decolonizzazione, si cominciò a parlare di economie sottosviluppate.

Dapprima si identificò lo sviluppo con la crescita e l’industrializzazione. Poi si passò alla teoria degli stadi di Gerschenkron e Rostow. Il sottosviluppo è lo stadio primitivo di un percorso lineare storico, mentre le nazioni sviluppate si troverebbero ad uno stadio successivo.  Nurkse mise in relazione lo sviluppo con la crescita della produzione, identificando così nella formazione del capitale il fattore centrale per accelerare lo sviluppo. Lewis analizzava il ruolo del risparmio nella crescita economica.

Negli anni ’80 e ’90 dello scorso secolo si analizzò la ‘crisi del debito’ e le cause della povertà, gli aiuti e la qualità di vita degli strati poveri delle popolazioni, dall’altro il motore della crescita. Un modello particolare di approccio all’economia dello sviluppo è quello della crescita endogena, La crescita non dipende solo dalla disponibilità di capitale fisico ma anche di capitale umano e di capitale sociale, quindi istruzione, ricerca, aumento della popolazione”.

Anche papa Francesco, nei suoi interventi, ha proposto più volte un’economia inclusiva: quale visione economica propone la Chiesa?

“Papa Francesco propone una critica alla economia dello scarto e al modello neoliberista della automatica ricaduta positiva dei benefici del mercato su tutti. E’ invece una ‘economia che uccide’ e che genera sempre nuove esclusioni e povertà.  Per questo ha convocato i giovani economisti ed imprenditori ‘under 35’ alla Davos francescana di Assisi, dal 26 al 28 marzo 2020, con l’obiettivo di trovare un nuovo paradigma per un’economia dell’inclusione del bene comune in un nuovo umanesimo, del XXI secolo dopo la crisi del comunismo e del neoliberalismo, per evitare la cultura dello scarto”.

L’Economia di Comunione può essere una soluzione per ridurre questo ‘gap’ tra ricco e povero?

“L’Economia di Comunione può essere una delle risposte, insieme a tutte le altre forme di economia civile, perché scommette sulla redistribuzione della ricchezza nel mondo stesso dell’impresa, con un terzo degli utili destinato alla formazione di uomini nuovi, un terzo per i poveri e per far nascere nuove imprese, con i poveri ma tanti protagonisti, un terzo per investire e sviluppare l’impresa stessa nell’innovazione e nella cura dei beni relazionali, dello sviluppo sostenibile e della legalità”.

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