Le opinioni

Ong italiane: ecco il nostro impegno nell’emergenza #covid19

Venerdì 27 marzo il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, ha invitato gli italiani ad un impegno comune per combattere il coronavirus: “Stiamo vivendo una pagina triste della nostra storia. Abbiamo visto immagini che sarà impossibile dimenticare. Alcuni territori, e in particolare la generazione più anziana, stanno pagando un prezzo altissimo. Ho parlato, in questi giorni, con tanti amministratori e ho rappresentato loro la vicinanza e la solidarietà di tutti gli italiani.

Tonino Cantelmi: dare speranza nell’angoscia

Qualche settimana fa è stato pubblicato da Avvenire un documento di ‘semplici fedeli legati da una traccia di amicizia operosa nella Fede cristiana, impegnati in opere sociali o in un reciproco aiuto per il bene comune’, intitolato ‘Perché sia accolta anche l’emergenza dello spirito’, in cui è stata espressa piena unità a papa Francesco e sostegno ai vescovi italiani per le difficili (e non sempre comprese) scelte che hanno dovuto assumere in questa emergenza per il coronavirus:

Da Bacau (Romania), tra le soste in diverse comunità rumene a Spoleto per arrivare in Valle D’Aosta. Incontri, ricordi e attese di un parroco di montagna.

Tra il 2007 e il 2009, appena ordinato sacerdote, fui mandato a Farcaseni, una delle più povere parrocchie della diocesi ma con credenti fervidi e generosi. Per la povertà molti di loro erano già andati  in Occidente per un pezzo di pane. Facevo anche l’insegnante di religione. Era un paese che contava 400 bambini, figli di simpatici contadini.

Là avevano fatto in una garage un gruppo di Azione Cattolica giovanile. Di chierichetti ne avevo una marea e, a Natale, un gruppo di famiglie di Milano mi mandava dei regali per loro, così diventava una ‘battaglia’ per chi voleva servire la Messa.

Mi ricordo che in quei due primi anni di sacerdozio avevo timore a predicare, volevo fare tutto ma all’omelia mi tremavano le gambe. Poi con gli anni mi è passato. Una volta un parroco mi chiamarono a predicare nel giorno dei morti, in un cimitero pieno, con migliaia di persone presenti: mi è andato bene ma non so come, forse ha lavorato lo Spirito Santo.

Nel 2009 il vescovo mi mandò in altre due comunità, più vicine al paese natale. Qui i cattolici erano di dialetto vecchio ungherese, quasi come se mons. Pietro sapesse che anche io avevo origini ungheresi. Sono stati due anni bellissimi: poter parlare il mio dialetto e sentirmi come a casa.

Ma mancava la strada per arrivare ogni domenica nella seconda comunità, nascosta in mezzo ad una foresta: in quel villaggio vivevano 76 famiglie e il comunismo non era arrivato. L’avevano respinta loro dall’inizio e il nuovo regime, gestito da Mosca, li aveva obbligati a rimanere chiusi, ma loro hanno preferito la foresta e soprattutto la loro libertà.

Hanno vissuto per circa 55 anni in isolamento totale: tutti contadini e allevatori, si sono costruiti la loro scuola e si sposavano tra di loro, ma sopratutto hanno mantenuto la loro fede. In tutti quegli anni ogni domenica arrivava a piedi un prete dalle parrocchie vicine, diceva la messa e battezzava i loro figli.

Per due anni ho fatto anche io la stessa cosa, anche se ormai era arrivata anche da loro la democrazia. Sono stati gli anni più belli della mia vita sacerdotale finora; ho pianto quando ho dovuto lasciarli (di solito non verso lacrime quando cambio comunità, ma quella volta l’ho fatto). Ricordo che a volte non avevano soldi per pagare un funerale ma mi davano una gallina, non la volevo per rispetto della loro povertà ma insistevano.

Quel villaggio si chiama Larguta, che significa in italiano ‘Una piccola valle’. Sempre in quegli anni per 6 mesi ho dovuto sostituire il sacerdote che era padre spirituale di una comunità di suore di Madre Teresa. E in quel periodo la mattina alle 6 dovevo essere da loro per celebrare la Messa. Sante donne: mi hanno insegnato ad amare i malati e i poveri.

“Santa Teresa di Calcutta ti ringrazio per questa esperienza!.. Per appartenere al cristianesimo non è necessario appartenere a una parrocchia o diocesi, ogni Chiesa locale è come sentirsi a casa”: questo mi ha detto il mio vescovo dandomi la benedizione prima della partenza. Ed io l’ho creduto ma non era proprio così. Il 15 settembre 2011 (è il giorno del mio compleanno) sono arrivato a San Giacomo di Spoleto, diocesi di Spoleto-Norcia. Là mi aspettava il mio nuovo parroco per cui dovevo fare il vice. ‘Da oggi questa è la tua nuova casa’.

Nel pomeriggio abbiamo preso la macchina e mi ha portato a conoscere il vescovo. Un uomo molto simpatico, deciso e alto, mons. Renato Boccardo, piemontese di origine, con una lunga carriera ecclesiastica in Vaticano. Mi ha accolto bene.

La mia missione era l’assistenza spirituale della comunità di lingua rumena della diocesi, così per non dimenticare la cultura materna. Mi impegnai per organizzare l’oratorio e sopratutto ero presente in confessionale. Si confessa parecchio in Umbria, certo è la terra di San Francesco. In un anno ho girato tutte le famiglie per conoscerle e portare loro la benedizione annuale.

Ma nel maggio del 2012 è arrivata una telefonata dalla Romania: dovevo essere trasferito in una diocesi del nord, dove c’è sempre la neve. Ero triste di lasciare i bravi umbri che mi accoglievano spesso nelle loro case per assaggiare il tartufo nero di Norcia; mi ero affezionato ai bambini con i quali avevo fatto un campo estivo, ma nella Chiesa bisogna anche obbedire.

Quando ho dovuto salutare il vescovo di Spoleto ho sentito le sue ultime parole con emozione ‘Mi spiace che te ne vai’ insieme al suo abbraccio paterno. Erano le 11,15 dell’8 settembre 2012 quando toccai per la prima volta la terra dei valdostani. Era il mio nuovo inizio in questa diocesi di montagna, Aosta.

Quel giorno non faceva freddo ma poi arrivò l’autunno e subito l’inverno. Da anni non vedevo tanta neve! E da quel settembre non mi sono mai mosso da questa diocesi, ottenendo nel settembre 2019 l’incardinazione in questa nuova mia seconda casa: diocesi della Valle d’Aosta.

Da settembre 2012 a settembre 2013 son stato viceparroco a Sant’Orso, la più antica chiesa di Aosta e ho ricoperto lo stesso incarico per la comunità calabrese della città nella chiesa di Sant’Anselmo. L’anno successivo il vescovo di Aosta mons. Franco Lovignana mi ha affidato tre comunità in Alta Valle: Arvier, Avise e Valgrisenche.

Wow! Era la mia prima esperienza come amministratore parrocchiale (equivalente al parroco) e l’ho fatto per sei anni. Sempre con la sua benedizione il vescovo mi ha mandato a Torino alla Facoltà teologica per seguire la Licenza in Morale sociale, che ho preso nell’ottobre del 2018.

Che grande grazia anche quei due anni vissuti in mezzo ai libri ad approfondire un tema molto caldo in Teologia. Tornando alle comunità e ai suoi fedeli, qui ho imparato tanto, ho imparato a fare il padre spirituale, a dimenticare me stesso e a vivere per gli altri senza eccezione, amare e basta.

E ve lo dico, i montanari non sono gente facile, ma siamo cresciuti e santificati insieme. Dopo questa esperienza, dal 15 settembre 2019 (ripeto, per me una data importante) sono stato trasferito in un’altra vallata, la Valle di Lys (c’è chi lotta per chiamarla Valle di Gressoney) a fare il parroco in quattro parrocchie: Lillianes, Fontainemore, Issime e Gaby. E da qui nasce un’altra storia, ora troppo prematura per essere raccontata…  

Poi, circa un mese fa, a febbraio, è arrivata anche l’epidemia di Coronavirus e la vita umana, sociale e implicitamente pastorale ha preso un altro tragitto. Concludo con un’unica frase: non so cosa Dio pensasse quando ha inventato il discepolato, o come lo chiamiamo noi il sacerdozio, ma vi assicuro che è una cosa stupenda, stupenda e difficile o semplicemente e misteriosamente stupenda!

(Fine)

Da Bacau (Romania), tra le soste in diverse comunità rumene a Spoleto per arrivare in Valle D’Aosta. Don Marian racconta la sua avventura

L’ambiente nel quale sono nato e cresciuto, a Bacau, periferia di una grossa città di 170.000 abitanti, era semplice. I miei nonni erano dei contadini. Il nonno materno Gyorgy ha fatto la guerra e per due anni è stato prigioniero dei russi in Crimea. Tornato a casa ha sposato Anna, una donna che diceva tre rosari al giorno e non mancava mai la Messa feriale.

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