Le opinioni

Censis: gli italiani non si fidano più di nessuno

A Roma è stato presentato il 53° Rapporto Censis sulla società italiana, facendo emergere il ritratto di un’Italia che è sopravvissuta alla crisi, ma che è diventata più ansiosa e preoccupata per il suo futuro; sempre più individualista e con scarsa fiducia negli altri. L’incertezza è lo stato d’animo con cui il 69% degli italiani guarda al futuro, mentre il 17% è pessimista e solo il 14% si dice ottimista.

E’ il costo dell’allentamento della rete di protezione dello Stato sociale e della rottura dell’ascensore che blocca in basso chi parte svantaggiato. Il 69% degli italiani è convinto che la mobilità sociale è ferma. Il 63% degli operai è convinto di non riuscire a uscire dalla sua condizione socio-economica attuale. Il 64% degli imprenditori e dei liberi professionisti teme invece la scivolata in basso.

Il Censis ha rilevato che non è più sufficiente ‘rattoppare’ per una ripartenza socio economica del Paese: “L’anno che si va chiudendo segna, infatti, l’inizio di un diverso modo di osservare l’orizzonte italiano del futuro e rafforza l’impressio­ne che l’adeguamento verso il basso non può proseguire senza limiti, senza porre argini o individuare punti di sostegno per frenare lo sgretolamento, per provare ad ancorarsi e tentare un cambio di direzione”.

Per una ripartenza il Censis ha sottolineato che occorrono attivare alcune ‘piastre’ per alimentare almeno un piccolo cambio di rotta rispetto alla direzione attuale: “Una prima piastra è nella dimensione manifatturiera, industriale, del nostro sistema produttivo e nella sua capacità di innovare e, almeno in parte, di trainare la crescita.

Le nubi nere all’orizzonte dell’economia mondiale e le ipotesi di una nuova guerra dei dazi e delle valute, subdola e silenziosa, alimentano a ragione tanti interrogativi sulla capacità di resistenza delle industrie italiane, ma non c’è dubbio che nell’arena internazionale il nostro Paese, con le sue fab­briche, esprime ancora un’idea forte di qualità e di capacità competitiva.

Una seconda forma di piastra di ancoraggio per limitare il trascinamento verso il basso è nel consolidamento strutturale in alcune aree geografiche vaste del nostro Paese: dal nuovo triangolo industriale tra Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna alla fascia dorsale lungo l’Adriatico…

La terza piastra è la nuova sensibilità ai problemi del clima, della qualità ambientale e della tutela del territorio, anche in risposta a stimoli non solo interni. Restano certo irrisolti i nostri problemi di fragilità strutturale dell’ambiente naturale e costruito, ma è fuor di dubbio che la speranza di provare, almeno in parte, a metterci mano muove a una spontanea e diffusa partecipazione.

L’economia circolare è ancora un tema buono per convegni e dibattiti pubblici, ma la mobilitazione sull’ambiente come potenziale sostegno appare un processo strutturale, tanto economico quanto sociale”.

Eppoi il Censis ha sottolineato che il risparmio ‘privato’ mostra una chiave interpretativa ap­pare più incerta: “La liquidità disponibile delle famiglie ha permesso una sostanziale tenuta sociale, a fronte di risorse pubbliche sempre meno adeguate e meno efficienti.

In parte per ragioni politiche, con l’attacco alla ricchezza e al contante e la tracciatura delle spese individuali, in parte per la percezione d’insicurezza, la piastra del risparmio sembra restare una polizza assicurativa più che una opportunità. Resta però un sistema di ancoraggio, nell’attesa che le risorse finanziarie rientrino in qualche modo nel sistema economico e produttivo”.

Di contro il rapporto del Censis ha messo in evidenza anche alla costruzione di tanti ‘muretti a secco’ dei singoli, che si erigono per non far franare la collina: “Sono esempi di muretti a secco la fitta rete di incubatori e acceleratori di imprese innovative nei quali diverse migliaia di giovani tentano una esperienza imprenditoriale, in un contesto finanziario e amministrativo generalmente povero, dove però una buona intuizione può diventare una buona impresa”.

Davanti a tale scenario il Censis osserva un’azione politica incompiuta: “Un decennio si conclude, ma sul piano politico non può dirsi compiuto. Viviamo, in questo senso, in un Paese privato di un passaggio in avanti a lungo promesso, ma che non c’è mai stato. Basti pensare alle tante, troppe, riforme strutturali annunciate, ma mai concretamente avviate.

Non si vede ambito nel quale non è mancata solo una solida visione di società possibile, ma anche il tentativo di una timida ancorché concreta rimodulazione dei processi: nella scuola, nella giustizia, nella sanità, nella fiscalità, nel quadro istituzionale”.

E’ un duro ammonimento ai limiti della politica che non sa decidere, e quindi si è disconnessa dalla realtà: “Non per aver scelto, ma per non averlo fatto, la politica ha fallito e ha smarrito se stessa. Vedendo cadere al suo punto più basso l’interesse a fare politica, a essere presenti e partecipi alla responsabilità collettiva, l’affidabilità delle sue parole, gli italiani non si sentono orfani: più semplicemente si sono disconnessi dalla politica, limitandosi al più ad osservarla, come in un reality”.

Ed ecco i numeri che mostra un Paese che non sa più guardare in avanti e non sa più ‘trasmettere’ speranza; il dato preoccupante di questo ‘stallo’ riguarda le famiglie: dal 2011 la ricchezza immobiliare delle famiglie ha subito una decurtazione del 12,6% in termini reali. E il 61% degli italiani non comprerebbe più i Bot, che hanno ormai rendimenti microscopici. Crollate le certezze, non si vedono alternative valide.

Anzi, secondo il 74% nei prossimi anni l’economia continuerà a oscillare tra mini-crescita e stagnazione, e il 26% è sicuro che è in arrivo una nuova recessione. Di conseguenza il 74% degli italiani si è sentito molto stressato per questioni familiari, per il lavoro o senza un motivo preciso.

A dimostrare il cattivo stato di salute psicologica degli italiani c’è, nel triennio 2015-2018, il consumo di ansiolitici e sedativi, che è aumentato del 23% mentre gli utilizzatori sono ormai 4.400.000 (800.000 di più di tre anni fa). Il 75% degli italiani non si fida più degli altri, il 49% ha subito nel corso dell’anno una prepotenza in un luogo pubblico (insulti, spintoni), il 44% si sente insicuro nelle vie che frequenta abitualmente, il 26% ha litigato con qualcuno per strada.

Inoltre il 44,8% degli italiani prevede un futuro sereno per la propria famiglia, mentre la percentuale scende al 21,5% con riferimento al destino del Paese. Paura, inquietudine, preoccupazione si applicano dunque al Paese e ai suoi scenari evolutivi molto più che alla propria famiglia. Le ricette per fronteggiare la situazione suggerite dagli italiani sono: favorire gli investimenti privati con incentivi e sgravi fiscali per le imprese (64,9%), riduzione degli impedimenti burocratici (17,2%), rafforzamento degli investimenti pubblici (17,9%).

Il 69% degli italiani è convinto che la mobilità sociale è bloccata; il 63,3% degli operai crede che in futuro resterà fermo nell’attuale condizione socio-economica, perché è difficile salire nella scala sociale; il 63,9% degli imprenditori e dei liberi professionisti teme invece la scivolata in basso. Inoltre, il 38,2% degli italiani è convinto che nel futuro i figli o i nipoti staranno peggio di loro, il 21,4% non sa bene che cosa accadrà e solo il 21% pensa che staranno meglio di loro. Il ceto medio (43%), dagli impiegati agli insegnanti, è più persuaso che figli e nipoti staranno peggio.

Il sentimento di abbandono ha generato anche una radicale sfiducia nella politica. Oggi solo il 19% degli italiani parla frequentemente di politica quando si incontra. Il 76% non ha fiducia nei partiti (la percentuale che sale all’81% tra gli operai e all’89% tra i disoccupati). Il 58% degli operai e il 55% dei disoccupati sono scontenti di come funziona la democrazia in Italia.

E quindi il 48% degli italiani è portato a pensare che ci vorrebbe un ‘uomo forte al potere’ che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni (e il dato sale al 56% tra le persone con redditi bassi, al 62% tra i soggetti meno istruiti, al 67% tra gli operai). Però gli italiani hanno fiducia nell’Europa: il 61% dice no al ritorno alla lira (è favorevole il 24%), il 62% è convinto che non si debba uscire dall’Unione europea (è favorevole il 25%), il 49% si dice contrario alla riattivazione delle dogane alle frontiere interne della Ue.

Prof. Minnetti: i premi Nobel per l’economia per combattere la povertà

“La povertà è l’ultima sfida per la società nel suo insieme, intellettualmente e moralmente, va oltre l’economia. Penso che potremo ridurla non sradicarla. Quando avevo 8 o 9 anni ho letto che Marie Curie aveva speso il suo primo premio Nobel in attrezzature per ricerche sulle radiazioni. Io spero di fare lo stesso per la ricerca sulla lotta contro la povertà”.

Così ha dichiarato l’economista francese, Ester Duflo, premiata con il Nobel dell’economia insieme all’economista indiano Abhijit Banerjee e a quello americano Michael Kremer, per aver utilizzato un approccio di natura sperimentale volto a combattere o quantomeno alleviare la povertà. La loro ricerca ha migliorato la capacità di combattere la povertà globale.

Per comprendere meglio il valore di questa assegnazione ai tre economisti abbiamo intervistato il presidente del Movimento Politico per l’Unità in Italia, prof. Silvio Minnetti, chiedendogli di spiegarci il motivo dell’assegnazione del premio Nobel per l’economia ai tre economisti che hanno fatto studi sulla lotta contro la povertà:

“La globalizzazione inventa sempre nuove forme di povertà e di fragilità. Un fenomeno che mina la dignità umana e sollecita un lavoro di ricerca e di impegno comune. I tre economisti, Ester Duflo (seconda donna a ricevere il Nobel per l’economia dopo Elinor Ostrom nel 2009), Micheal Cremer e Abhijit Banerijee, hanno la consapevolezza che la povertà è l’ultima sfida nel suo insieme dei tempi attuali.

Essi hanno affrontato il tema con particolare rigore scientifico senza inquadrarlo in una particolare dottrina politica. Hanno smontato la teoria dell’uomo forte che risolve tutti i problemi della nazione. Hanno individuato la ricetta contro la povertà. Non basta considerare la redistribuzione del reddito di un dato Paese.

Occorre valutare gli aspetti specifici sul campo per trovare una giusta misura di sviluppo, rafforzare le istituzioni locali, in modo da sostenere il tessuto comunitario che crea le precondizioni per uscire dalla trappola della povertà. Il nuovo approccio punta sulla rilevanza del livello culturale e di alfabetizzazione come pure l’importanza del considerare le radici profonde storiche come cause della povertà.

Si tratta di un approccio tecnico preciso: scomporre il problema globale della povertà in tanti piccoli sotto-problemi, più facili da aggredire uno ad uno. Si pensi per esempio al ruolo decisivo della Tv nazionale per l’innovazione culturale. Pensiamo in Italia negli anni ‘60 al programma ‘Non è mai troppo tardi’ del maestro Manzi. Serve una efficace cooperazione nel sistema studiando i livelli ed i tipi di produzione fino a proporre un mix giusto utilizzato nei Paesi sviluppati rispetto a quelli in via di sviluppo.

Perciò si coopera consentendo di arrivare al completamento di differenti singole ‘task’ di produzione, realizzando una maggiore ricchezza: per esempio più di 5.000.000 ragazzi indiani hanno beneficiato di programmi scolastici di tutoraggio correttivo in vista del mondo del lavoro. Il lavoro scientifico dei tre premi Nobel va nella direzione di un uso intelligente della ragione umana, auspicato da Chiara Lubich”.

Quale visione economica propongono i tre premiati?

“Si muovono sulla scia di Amartya Sen e dell’economia dello sviluppo, delle capabilities, cioè della capacitazione delle persone con abilità e competenze, per migliorare il loro benessere, eliminando i fattori di povertà assoluta e relativa”.

Allora, in cosa consiste l’economia dello sviluppo, proposto dai tre economisti?

“L’economia dello sviluppo è un settore dell’economia che analizza gli squilibri tra paesi industrializzati ed economie arretrate o in via di sviluppo. Schumpeter nel 1911 esponeva la sua ‘Teoria dello sviluppo economico’, un modello dinamico di sviluppo. Dopo la Seconda Guerra mondiale, a partire dalla decolonizzazione, si cominciò a parlare di economie sottosviluppate.

Dapprima si identificò lo sviluppo con la crescita e l’industrializzazione. Poi si passò alla teoria degli stadi di Gerschenkron e Rostow. Il sottosviluppo è lo stadio primitivo di un percorso lineare storico, mentre le nazioni sviluppate si troverebbero ad uno stadio successivo.  Nurkse mise in relazione lo sviluppo con la crescita della produzione, identificando così nella formazione del capitale il fattore centrale per accelerare lo sviluppo. Lewis analizzava il ruolo del risparmio nella crescita economica.

Negli anni ’80 e ’90 dello scorso secolo si analizzò la ‘crisi del debito’ e le cause della povertà, gli aiuti e la qualità di vita degli strati poveri delle popolazioni, dall’altro il motore della crescita. Un modello particolare di approccio all’economia dello sviluppo è quello della crescita endogena, La crescita non dipende solo dalla disponibilità di capitale fisico ma anche di capitale umano e di capitale sociale, quindi istruzione, ricerca, aumento della popolazione”.

Anche papa Francesco, nei suoi interventi, ha proposto più volte un’economia inclusiva: quale visione economica propone la Chiesa?

“Papa Francesco propone una critica alla economia dello scarto e al modello neoliberista della automatica ricaduta positiva dei benefici del mercato su tutti. E’ invece una ‘economia che uccide’ e che genera sempre nuove esclusioni e povertà.  Per questo ha convocato i giovani economisti ed imprenditori ‘under 35’ alla Davos francescana di Assisi, dal 26 al 28 marzo 2020, con l’obiettivo di trovare un nuovo paradigma per un’economia dell’inclusione del bene comune in un nuovo umanesimo, del XXI secolo dopo la crisi del comunismo e del neoliberalismo, per evitare la cultura dello scarto”.

L’Economia di Comunione può essere una soluzione per ridurre questo ‘gap’ tra ricco e povero?

“L’Economia di Comunione può essere una delle risposte, insieme a tutte le altre forme di economia civile, perché scommette sulla redistribuzione della ricchezza nel mondo stesso dell’impresa, con un terzo degli utili destinato alla formazione di uomini nuovi, un terzo per i poveri e per far nascere nuove imprese, con i poveri ma tanti protagonisti, un terzo per investire e sviluppare l’impresa stessa nell’innovazione e nella cura dei beni relazionali, dello sviluppo sostenibile e della legalità”.

Il card. Parolin traccia il compito della diplomazia per la pace

Giovedì 28 novembre è stato inaugurato dal segretario di stato vaticano, card. Pietro Parolin, l’Anno Accademico 2019-2020 dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che nella ‘lectio magistralis’ ha ricordato il ruolo della diplomazia per la pace:

“La dottrina della Chiesa, ben cosciente dell’autonomia delle realtà temporali chiama, infatti, il popolo di Dio attraverso tutte le possibili vie a favorire la necessaria interazione tra la scienza, con le sue teorie e le sue scoperte, e la visione cristiana ‘affinché il senso religioso e la rettitudine morale procedano di pari passo con la conoscenza scientifica e con il continuo progresso della tecnica’.

La Chiesa, del resto, pone grande attenzione agli sforzi che quotidianamente si compiono nell’ambito della conoscenza e del sapere, non mancando però di valutarne di volta in volta il senso e la portata. E questo per incoraggiare che soluzioni e vantaggi siano adottati per il bene della persona, delle sue aspettative, dei suoi diritti fondamentali, sapendo così di concorrere a quella coesione sociale oggi tanto necessaria e attesa”.

Un Paese non si sviluppa se al suo interno non c’è armonia: “Il futuro di un Paese, infatti, si potrà edificare solo attraverso l’impegno comune delle sue diverse componenti volto a favorire lo sviluppo, la crescita, la formazione, la competenza, ma senza sacrificare la stabilità delle istituzioni e il rispetto della loro azione, e mai dimenticando i valori che sono parte della identità di un popolo e di una nazione. Questo consentirà anche di fronteggiare e superare le avversità e le sfide che ogni èra propone, evitando così che possano trasformarsi solo in veicoli di insicurezza o di rassegnazione”.

Quindi ha delineato anche il ruolo dell’Università: “Un metodo che domanda un ruolo attivo dell’Università non pensata più come dispensatrice di un sapere teorico o come ambiente che si compiace dei traguardi conquistati dai suoi studenti o dai suoi docenti, ma Università come soggetto capace di aprirsi non solo alle sfide, ma di superare anguste barriere attraverso lo studio, la conoscenza e l’analisi di quanto la circonda”. 

Riprendendo l’enciclica di san Giovanni XXIII, ‘Pacem in terris’, di cui papa Francesco ha sottolineato l’attualità a Nagasaki,  il card. Parolin ha sottolineato la correlazione tra pace e diplomazia: “La pace infatti, se resta ‘anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi’ come la descrive san Giovanni XXIII nella Pacem in terris, non si slega dai fatti, dai contrasti e dalle esigenze del vivere quotidiano di cui protagonisti o almeno spettatori sono le persone, compresi i diplomatici.

Lo ha spiegato molto bene Papa Francesco la scorsa domenica, recandosi in due luoghi simbolo, Hiroshima e Nagasaki, dove per la prima volta si fece uso bellico di armamenti nucleari per porre fine a una guerra… Un’indicazione da cui si ricava la diretta correlazione tra la pace e l’azione diplomatica nella quale è evidente che gli atteggiamenti personali sono essenziali veicoli di pace, anche quelli in apparenza di minor rilievo. L’esperienza ci mostra che in quanti si avvicinano all’azione diplomatica della Santa Sede è sempre presente un interrogativo: per quale fine agisce la diplomazia pontificia?”

Entrando nello specifico del tema ha chiarito il ruolo della diplomazia pontificia: “Guardando alla struttura della diplomazia pontificia l’obiettivo della piena comunione tra il Romano Pontefice e le chiese locali non solo è essenziale per la vita e le attività di queste ultime, ma ne è la caratteristica anche quando essa opera con i diversi Paesi e di conseguenza con i Governi.

La comunione nella Chiesa e della Chiesa è essenziale ai modi di annuncio della Buona Novella a tutte le genti ed è la base di ogni dialogo”. Il ruolo fondamentale della diplomazia è aprire cammini di dialogo: “Ed è proprio il dialogo che, da sempre, anche nelle situazioni più difficili è voluto, si instaura e sviluppa anche in ragione della pace. Potremo dire che per la Santa Sede si tratta di un impegno strutturato, volto cioè a conoscere i fatti e le situazioni interpretandole alla luce dei principi evangelici e delle regole internazionali, non tralasciando mai gli elementi che pur minimamente possono favorire la concordia e non la contrapposizione, la soluzione delle dispute e non il loro allargamento”.

Ha anche sottolineato l’importante ruolo diplomatico svolto dal card. Angelo Roncalli: “Ma spesso si dimentica quanto il diplomatico Angelo Roncalli si sia sempre adoperato per la pace nel suo servizio in Bulgaria, Turchia, Grecia, Francia. Lo testimoniano i contenuti nel suo Giornale dell’anima, lo scrigno letterario dove egli amava annotare fatti e circostanze che lo coinvolgevano nella sua missione di diplomatico pontificio. Ebbene, basta leggerne poche righe per aver chiaro quale peso avesse il suo desiderio di operare a favore della pace…

Un’indicazione che ci porta alle radici più profonde della diplomazia pontificia e che permette di ritrovarne il metodo, valido ancora oggi pur di fronte alle molteplici realtà, anche dolorose, presenti nelle relazioni internazionali. La guerra, la violazione dei principi e delle norme, la perdita del senso di umanità sono realtà che viviamo e alle quali si accompagnano incertezze e prospettive buie.

Di fronte a tale quadro per la Santa Sede l’obiettivo è di rendere operante la visione cristiana e il magistero ecclesiale, coniugandolo sempre alla relazione tra il governo centrale della Chiesa e le realtà locali con le loro esigenze e peculiarità”.

Inoltre ha ricordato il valore delle relazioni diplomatiche del Vaticano: “ Poi lo stabilire relazioni diplomatiche con gli Stati, oggi ben 180 con tradizioni, visioni religiose e ideologiche diverse… Questo le impone di ricercare i punti di contatto rispetto alla dottrina della Chiesa, quei semina Verbi, i ‘raggi della Sua verità’ come ebbe a definirli san Giovanni Paolo II”.

Infine ha ricordato il ruolo delle organizzazioni intergovernative: “Non da ultimo va considerata la presenza nelle Organizzazioni intergovernative universali, regionali o di gruppo, la cui competenza spazia nei diversi settori in cui si manifestano gli interessi dei Paesi e quelli più generali della famiglia umana.

La presenza nel multilaterale consente alla Santa Sede di perseguire il grande obiettivo della pace declinandolo nelle sue diverse sfumature: dal disarmo allo sviluppo, dall’educazione alla proprietà intellettuale, dal commercio alle telecomunicazioni e si potrebbe continuare. La Chiesa ne sostiene da sempre l’importanza e la funzione, come ha fatto di recente Papa Francesco…

Un sostegno oggi ancor più necessario di fronte all’empasse che spesso investe le Istituzioni multilaterali e la diplomazia ad esse collegata. Una crisi che la diplomazia pontificia nota e studia, ma che certamente non può condividere, tanto meno aggiungendosi al coro di quanti decretano l’inutilità del foro multilaterale, magari per avanzare la sopravvenienza di interessi particolari.

Nelle Organizzazioni intergovernative il percorso verso decisioni che coinvolgono tutti i Paesi è sempre faticoso e spesso comporta di sacrificare l’ego del nazionalismo o l’impellenza dell’interesse particolare”.

Ha concluso affermando il ruolo della diplomazia di fronte ai conflitti: “E’ di fronte a questi scenari che la diplomazia deve riscoprire il suo ruolo, quale forza che agisce preventivamente rispetto alle minacce alla pace e alla sicurezza, cercando di sostenere ogni sforzo, di cogliere ogni segnale anche minimo in grado di suscitare la cultura dell’incontro e del dialogo, offrendo delle alternative praticabili alle armi, alla violenza, al terrore.

Nel concorrere a delineare scenari di pace, alle finalità della diplomazia operativa, il diplomatico pontificio aggiunge la consapevolezza che ‘la pace non è più di un ‘suono di parole’ se non si fonda sulla verità, se non si costruisce secondo la giustizia, se non è vivificata e completata dalla carità e se non si realizza nella libertà’.

E’ questo il solco in cui si inserisce la Santa Sede quando si rende parte attiva nell’opera di scongiurare i conflitti o nell’accompagnare processi di pace e di ricerca di soluzioni negoziali agli stessi”.

Quindi una diplomazia capace di costruire la pace: “Una diplomazia, dunque, veicolo di dialogo, di cooperazione e di riconciliazione, che poi diventano tutte vie alla pace se sostituiscono le rivendicazioni reciproche, le contrapposizioni fratricide, l’idea di nemico e il rifiuto dell’altro. Soprattutto una diplomazia capace di concorrere a costruire la pace sostituendosi all’uso della forza, e cioè a quella strada considerata più breve, ma certamente non risolutiva”.

Da Firenze per un umanesimo dell’ospitalità

La Facoltà teologica dell’Italia centrale ha ospitato a Firenze l’incontro con p. Christoph Theobald, docente di teologia fondamentale e di dogmatica al Centre Sèvres di Parigi, sul tema ‘Umiltà, disinteresse, beatitudine. Rileggere il Convegno ecclesiale di Firenze’, svoltosi nel capoluogo toscano nel 2015, in cui il papa parlò di ‘umiltà, disinteresse, beatitudine’, come tre tratti da prendere in considerazione per una esaustiva meditazione sul nuovo umanesimo cristiano:

Giornata contro la violenza sulla donna: un invito a denunciare

“Non abbiate paura, non siete sole. Non abbiate paura di denunciare, ce la potete fare. C’è sempre una via d’uscita. Siete preziose. Ogni gesto, ogni voce che vi faccia pensare il contrario, non è vero e non corrisponde alla vostra identità”: così si è espressa Marta Rodríguez, coordinatrice dell’attività accademica e di ricerca dell’Istituto di studi superiori sulla donna dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, in un’intervista a Vatican News in occasione della giornata contro la violenza sulla donna.

Fesmi: ‘Non indurite il vostro cuore’

Le riviste missionarie italiane della Fesmi insieme all’indomani del Sinodo: “Quanti pregiudizi abbiamo visto in queste settimane sull’Amazzonia. Per questo moltiplicheremo i nostri sforzi per andare avanti a raccontarla: Vi vedo un po’ inquieti, forse non capite di che cosa ha bisogno l’Amazzonia… Noi abbiamo una nostra visione, questo ci avvicina a Dio, la natura ci avvicina a poter contemplare di più il volto di Dio, a contemplare l’armonia con tutti gli esseri viventi. Mi sembra che non vi tornino i conti, vi vedo preoccupati, dubbiosi di fronte a questa realtà che noi cerchiamo. Non indurite il vostro cuore”.

Papa Francesco alla pastorale carceraria: siate vicini alle famiglie

Nei giorni scorsi papa Francesco i responsabili della pastorale carceraria in occasione dell’incontro sullo Sviluppo Umano Integrale e la Pastorale Penitenziaria Cattolica, denunciando la grave situazione dei carcerati: “Molte volte la società, mediante decisioni legaliste e disumane, giustificate da una presunta ricerca del bene e della sicurezza, cerca nell’isolamento e nella detenzione di chi agisce contro le norme sociali, la soluzione ultima ai problemi della vita di comunità.

In ricordo della caduta del Muro di Berlino

La costruzione del Muro di Berlino e, soprattutto la sua caduta, formano parte dei momenti più importanti della storia del Novecento. Questo muro divise Berlino in due parti per ben 28 anni, separando fra di loro familiari e amici. Terminata la II Guerra Mondiale, dopo la frattura della Germania, anche Berlino fu divisa in quattro zone: sovietica, statunitense, francese e inglese.

Chiesa italiana a fianco dei lavoratori

Giorni tesi per la situazione dell’ex-Ilva, dopo l’addio di ArcelorMittal; intanto il Tribunale di Milano ha fissato per il 27 novembre l’udienza sul ricorso cautelare dei commissari, invitando ArcelorMittal, tramite una nota firmata dal presidente Roberto Bichi, a ‘non porre in essere ulteriori iniziative e condotte in ipotesi pregiudizievoli per la piena operatività e funzionalità degli impianti’ dello stabilimento siderurgico. 

Il Forum di Etica civile propone un ‘Patto tra le generazioni’

Si è conclusa con la firma del ‘Patto tra le generazioni’ da parte di tutti i 20 soggetti promotori la terza edizione del Forum di Etica civile svoltosi a Firenze, sabato 16 e domenica 17 novembre, di fronte a quasi 200 partecipanti giunti da tutta Italia: ‘Verso un patto tra generazioni: un presente giusto per tutti’ era il titolo della due-giorni fiorentina che ha messo a tema le questioni legate al rapporto intergenerazionale, nelle sue implicazioni sociali, economiche e politiche.

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