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La Domenica della Parola di Dio scalda il cuore

Nella lettera apostolica ‘Aperuit illis’ papa Francesco aveva sottolineato il valore della Parola di Dio per l’identità della vita cristiana: “E’ uno degli ultimi gesti compiuti dal Signore risorto, prima della sua Ascensione. Appare ai discepoli mentre sono radunati insieme, spezza con loro il pane e apre le loro menti all’intelligenza delle Sacre Scritture”.

Petizione “No violenza sulle donne, no a Cally a Sanremo”

Testo della Petizione lanciata da Angela Rosauro, Dirigente scolastico IC Donizetti Pollena Trocchia, che al momento ha ottenuto già 13.478 firme.

Spett.le Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi
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I sottoscritti dirigenti scolastici, docenti di scuola dell’infanzia, di scuola primaria, di scuola di primo e secondo grado, assistenti amministrativi, collaboratori scolastici, genitori degli alunni di ogni ordine e grado delle scuole pubbliche d’ Italia,
a nome di tutti i bambini e le bambine e di tutti i ragazzi e le ragazze a cui ci rivolgiamo ogni giorno affinché costruiscano un armonico progetto di vita personale e sociale,
ritengono che sia vergognoso nonché pericolosissimo, in termini educativi e formativi, che sia concessa la partecipazione al festival della canzone italiana di Sanremo, al rapper Junior Cally che non disdegna nelle sue canzoni definire le donne e il rapporto con esse attraverso i seguenti ” versi”:
“Lei si chiama Gioia , beve e poi ingoia.
Balla mezza nuda, dopo te la da.
Sì chiam Gioia, perché fa la troia,sí, per la gioia di mamma e papà. Questa non sa cosa dice, porca troia, quanto chiacchiera? L’ ho ammazzata, le ho strappato la borsa, c’ ho rivestito la maschera.
State buoni, a queste donne alzo le minigonne
me la chivo di brutto mentre legge Nietzsche Ci scopimo Giusy Ferreri ( la cantante)
lo sai che fottimo Greta Menchi ( una influencer) lo sai voglio fottre con la Canalis ( la conduttrice)
queste puttne con le Lelly Kelly non sanno che fottono con Junior Cally”

I sottoscritti ritengono che la Rai in quanto servizio pubblico non debba consentire che questo tipo di messaggi possano raggiungere e nemmeno sfiorare il Festival della canzone italiana, pena un’accusa infamante di complicità e favoreggiamento della violenza sulle donne.
Nel convincimento di un’immediata e chiara presa di posizione si porgono distinti saluti

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Ovviamente, c’è chi osserva: “Il rapper non ha mai ricevuto così tanta pubblicità: a nessuno sarebbe importato nulla degli inconsistenti testi delle sue canzoni se non fossero stati riportati da tutti i giornali. Sono d’accordo sulla protesta per come viene usato il denaro pubblico, ma certe proteste si fanno semplicemente ignorando e facendo estinguere da sola una manifestazione oramai melensa”.
Certamente il rapper si fa pubblicità (e non da escludere che tutta la “bagarre”, iniziando con l’invito… è stata montata ad arte, pianificata come una diabolica campagna di marketing, in vista della montagna di soldi che girano in quel ambiente). Ma parimenti si attivano degli anticorpi. Io propendo (ovviamente) per la seconda opzione (parlane, lo faccio “di mestiere”, da comunicatore professionale…) per cui mi difendo, insieme ad (alcuni) amici e (pochissimi) colleghi cattolici. Per inciso, vorrei sottolineare che non si tratta di parlare di musica, di gusti musicali e certamente non del Festival di Sanremo (a cui, se mi ricordo ben, non ho mai degnato attenzione). Si tratta di una questione etica ed educativa, di bambini e giovani in età vulnerabile. Se di fronte a loro si sta zitti – preferendo di non sostenere questa operazione di marketing (e certamente con il silenzio non si contrasta) – si diventa collusi e corresponsabili di un mondo futuro terribile, “disumano” (in cui sì, ci sarà acqua – e pure “etico”, come scrive La Civiltà Cattolica (che ci fa sapere che ha l’inventato acqua e neanche tanto calda, però almeno etico) – ma non ci saranno più “umani”, creati ad immagine e somiglianza di Dio, e saranno rimasti (eventualmente) solo “animali”, che non sanno cosa sia l’etica ed “educano” soltanto per istinto, per la sopravvivenza dei geni più forti, più abili, più furbi, ecc. ecc..).
Nella sua omelia durante la Santa Messa per la festività liturgica di Sant’Agnese, ieri 21 gennaio 2020 a Sant’Agnese in Agone a Piazza Navona, di cui è Diacono titolare, il Cardinale Gerhard Ludwig Müller ha detto: “Già da bambina Agnese seppe distinguere chiaramente tra l’unico vero Dio e i tanti falsi idoli venerati dai pagani. Il mondo è stato creato per l’uomo, gli serve da abitazione e fonte per procurarsi il cibo. L’uomo esiste in virtù di se stesso ed è creato naturalmente orientato verso Dio, Colui nel quale soltanto il nostro cuore trova riposo. Coloro che sono creati a immagine e somiglianza di Dio vivono nella consapevolezza della loro dignità di essere figli e figlie di Dio. E perciò non temiamo né le forze distruttive della natura, né i capricci del destino o l’ira dei tiranni. Non pratichiamo un culto della personalità dei ricchi, belli e potenti. La gloria del mondo è passeggera e tutti gli uomini sono mortali. «Perché il salario del peccato è la morte; ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 6, 23)”.
Per inciso, è opportuno spiegare, ha osservato un stimato amico, che è un cretino, non Satana”. Certamente, ho risposto, non è Satana, solo un povero disgraziato. Ma è anche bene far capire, che il Male si serve dei cretini. Ovviamente, non si serve solo di loro, non l’ho escluso e non è mia intenzione di escluderli, ricordandomi la massima: “Quos Deus perdere vult, dementat prius”.

Concludo – per il momento, proseguirò – con una citazione di un amico: “Dedicato a chi pensava, molto poco umilmente e molto presuntuosamente, che quelle su Sanremo fossero sterili polemiche e per di più pilotate dalla ‘Spectre’, la fantomatica agenzia di spionaggio internazionale da 007 di James Bond!”.

Papa Francesco: l’ospitalità ecumenica è una ‘grazia’

Al termine dell’udienza generale odierna papa Francesco ha rivolto un augurio ai popoli orientali, che festeggiano il calendario lunare, invitandoli a pregare per la pace: “Il prossimo 25 gennaio, nell’Estremo Oriente e in varie altre parti del mondo, molti milioni di uomini e donne celebreranno il capodanno lunare. Invio a loro il mio saluto cordiale, augurando in particolare alle famiglie di essere luoghi di educazione alle virtù dell’accoglienza, della saggezza, del rispetto per ogni persona e dell’armonia con il creato. Invito tutti a pregare anche per la pace, per il dialogo e per la solidarietà tra le nazioni: doni quanto mai necessari al mondo di oggi”.

Luca Del Pozzo sul saggio di Benedetto XVI nel libro “Dal profondo dei nostri cuori”: un’opera magistrale

Marco Tosatti ha ospitato ieri mattina, 21 gennaio 2020 sul suo blog Stilum Curiae una riflessione di Luca Del Pozzo [*] – profonda e attenta – del saggio di Benedetto XVI che è incluso del libro sul celibato sacerdotale “Dal profondo dei nostri cuori” del Cardinale Robert Sarah.
Soltanto al mio ritorno dalla visita al Reparto di Oncoematologia Pediatrica dell’Università degli Studi di Campania “Luigi Vanvitelli” – un’esperienza molte forte, su cui avrò da riflettere ancora molto (soprattutto nel profondo del
mio cuore) – ho potuto leggere il testo di Luca Del Pozzo, che adesso condivido qui.

Buona lettura… e buona meditazione (“perché – come commentava oggi l’amica Roberta Carta – libri di Ratzinger vanno ‘meditati’ piuttosto che letti”).

Il saggio di Benedetto XVI “Il sacerdozio cattolico”: un’opera magistrale
di Luca Del Pozzo
Stilum Curiae, 21 gennaio 2020
Scorrendo le pagine del saggio di Benedetto XVI, intitolato “Il sacerdozio cattolico”, che compare nel volume del card. Sarah “Dal profondo del nostro cuore”, nei giorni scorsi al centro di roventi quanto, in molti casi, strumentali polemiche, non si può non concordare con Nicolas Diat, curatore dell’opera, quando afferma che “Il testo qui offerto è, dunque, qualcosa di eccezionale”. Eccezionalità data dal fatto che si è al cospetto “non di un articolo o di appunti raccolti nel corso del tempo, ma di una riflessione magistrale, insieme lectio e disputatio”. Il che, unitamente al fatto che il libro è dedicato “a tutti i sacerdoti”, pone il lavoro di Ratzinger su un piano decisamente diverso da quello di un semplice contributo teologico. D’altra parte, che non si tratti di una riflessione meramente accademica ma di un saggio che nasce da un’esigenza precisa e per uno scopo altrettanto preciso, è lo stesso Autore a dirlo a chiare note fin dall’incipit: “Di fronte alla persistente crisi che il sacerdozio attraversa da molti anni, ho ritenuto necessario risalire alle radici profonde della questione”. E quali siano le “radici profonde” della questione Benedetto XVI lo spiega subito dopo: esse consistono in un “difetto metodologico nell’accoglienza della Scrittura come Parola di Dio”. Torna qui tra le righe, come già aveva esplicitato nella magistrale trilogia su Gesù di Nazareth, la critica all’adozione del metodo storico-critico quale unico criterio interpretativo dei testi biblici. Col risultato di “de-sacralizzare” o “secolarizzare” le Sacre Scritture, che diventerebbero meri testi da analizzare come si analizza un qualsivoglia scritto dell’antichità. Ma così facendo la Bibbia viene svuotata del suo proprium: che è quello di essere sì un corpus di testi scritti da uomini, ma sotto l’ispirazione di Dio. Le conseguenze di questo approccio (sviluppatosi in ambito protestante e adottato nelle facoltà teologiche cattoliche con troppa disinvoltura) sono presto dette: rifiutandosi di leggere l’Antico Testamento alla luce del Nuovo, abbandonando cioè quella visione unitaria e ricapitolatrice, in Cristo, della storia della salvezza, gli esegeti sono giunti ad una “…teologia senza culto. Non hanno compreso che Gesù, al posto di abolire il culto e l’adorazione dovuti a Dio, li ha assunti e portati a compimento nell’atto d’amore del suo sacrificio”. Sta qui la radice della crisi: nel non aver compreso che il culto in “spirito e verità” non voleva affatto dire abolizione del culto, ma un culto nuovo che comporta, sottolinea Benedetto XVI, “un’offerta della totalità della propria vita nell’amore”; detto altrimenti, è il passaggio da un sacerdozio dove si offre a Dio qualcosa, a sacerdozio dove il sacerdote offre sé stesso a Dio, fedelmente all’offerta di sè fatta da Cristo. “Il sacerdozio di Cristo – prosegue Ratzinger – ci fa entrare in una vita che consiste nel diventare uno con lui e nel rinunciare a tutto ciò che appartiene solo a noi”. Ecco chiarito “il fondamento della necessità del celibato, come anche della preghiera liturgica, della meditazione della Parola di Dio e della rinuncia ai beni materiali”. Già questi pochi, densi cenni basterebbero a mettere a tacere ogni discussione sul celibato. A meno di non voler snaturare il sacerdozio cattolico e ridurlo, come avviene in ambito protestante, a semplice “funzione” come se fosse un mestiere come un altro (e molto ci sarebbe da dire sul più generale processo di protestantizzazione del cattolicesimo, in atto da decenni nel totale o quasi disinteresse di buona parte dei pastori), è di tutta evidenza che ci troviamo di fronte ad una realtà che chiama in causa, come tutto ciò che attiene alle cose di Dio, primariamente la fede. Senza la quale non solo il celibato, ma il cristianesimo tout court non ha alcun senso. Ma torniamo al saggio di Benedetto XVI. Nella prima parte Ratzinger ricostruisce in chiave esegetica la formazione del sacerdozio neotestamentario, da cui emerge con chiarezza, da un lato, che il “carattere laicale del primo movimento di Gesù e il carattere dei primi ministeri inteso non in senso cultuale-sacerdotale non si basa affatto necessariamente su una scelta anti-cultuale e anti-giudaica, ma è invece conseguenza della particolare situazione del sacerdozio veterotestamentario, per la quale il sacerdozio è legato alla tribù di Aronne-Levi”. Dunque, nessuna preclusione né chiusura da parte di Gesù e dei suoi discepoli nei confronti del culto. Dall’altro lato, emerge altrettanto chiaramente come Gesù si riallacci e faccia sua la critica dei profeti al culto (ad esempio nella disputa sull’interpretazione dello Shabbat) e dia vita ad un nuovo culto, che necessariamente necessita di un nuovo Tempio e di un nuovo sacerdozio. In tale ottica, commenta Benedetto XVI, è naturalmente decisiva l’Ultima cena, dove Gesù “…riprende la tradizione del Sinai e si presenta così come il nuovo Mosè”, ma allo stesso tempo “…riprende la speranza della Nuova Alleanza formulata in modo particolare da Geremia, preannunciando così un superamento della tradizione del Sinai al centro del quale sta egli stesso quale sacrificante e sacrificato a un tempo. È importante considerare che quel Gesù che sta in mezzo ai discepoli è il medesimo che dona loro se stesso nella sua carne e nel suo sangue e così anticipa la Croce e la risurrezione. Senza la risurrezione il tutto non avrebbe senso”. Un aspetto importante che il Papa emerito sottolinea è che “in tutto questo nulla è detto direttamente sul sacerdozio. E tuttavia, comunque, è evidente che l’antico ordine di Aronne è superato e Gesù stesso si presenta come il Sommo Sacerdote”. Non solo. “In questo modo – prosegue Ratzinger – si fondono la critica del culto da parte dei profeti e la tradizione cultuale che parte da Mosè: l’amore è il sacrificio”. Lo scarto tra vecchio e nuovo sacerdozio si riflette evidentemente anche sulla questione precipua del celibato. Se infatti il “rapporto fra astinenza sessuale e culto divino era assolutamente chiaro nella coscienza comune d’Israele”, pur in un contesto in cui “matrimonio e sacerdozio risultavano senz’altro tra loro conciliabili”, l’esigenza, sviluppatasi molto presto, di celebrare quotidianamente l’Eucarestia comportò per i sacerdoti cristiani una situazione “radicalmente cambiata” rispetto a quella veterotestamentaria. “Tutta la loro vita – scrive Ratzinger – è in contatto con il mistero divino ed esige un’esclusività per Dio la quale esclude un altro legame accanto a sé, come il matrimonio, che abbraccia l’intera vita…Si potrebbe dire che l’astinenza funzionale si era trasformata in astinenza ontologica”.
Nella seconda parte del saggio Benedetto XVI interpreta tre testi biblici alla luce dell’ermeneutica illustrata nella prima parte. Essi sono i versetti 5-6 del salmo 16, il versetto 8 del capitolo 10 insieme con i versetti 5-8 del capitolo 18 del Deuteronomio, e Gv 17,17. Tre testi dai quali Ratzinger ricava i caratteri fondamentali del sacerdozio cattolico: il vivere di Dio e per Dio, vero e unico fondamento – “il suolo della sua esistenza” – della vita del sacerdote; lo stare davanti al Signore e Lui servire, laddove il termine “servire” racchiude molteplici aspetti tra cui l’obbedienza alla Sua volontà (sul punto si rimanda direttamente al testo che, ad avviso di chi scrive, concentra in poche righe una magistrale lezione sul vero significato della libertà); infine, l’essere consacrati/santificati nella Verità, ciò che per Ratzinger è l’essenza dell’ordinazione sacerdotale: “essere sempre di nuovo purificati e pervasi di Cristo così che è Lui a parlare e agire in noi, e sempre meno noi stessi”.

La densità e la profondità delle considerazioni svolte da Benedetto XVI, qui sinteticamente (e malamente) riassunte, mettono ancora più risalto lo squallore dello spettacolo cui ci è toccato assistere nei giorni scorsi. Quando è stato chiaro fin da subito che accanirsi sulla forma editoriale del libro in questione voleva dire guardare al dito per non vedere la luna.
La luna essendo il monito, senza se e senza ma, messo nero su bianco da Benedetto XVI a difesa del celibato sacerdotale. Come se qualcuno possa credere sul serio che faccia una qualche differenza se ciò che Ratzinger scrive sul celibato compare in un libro a quattro o a due mani o con altra veste editoriale. Suvvia, non scherziamo. Il punto qui è solo uno: c’è stata una presa di posizione, ferma e inequivocabile, da parte di Benedetto XVI su una questione che se non gestita nel giusto modo rischia di avere conseguenze devastanti.

Con l’aggravante che le conseguenze non sarebbero limitate all’Amazzonia, di cui con tutto il rispetto ci interessa assai poco, potendosi estendere potenzialmente a tutta la Chiesa dal momento che, com’è noto, l’Amazzonia è solo il grimaldello con cui i novatori comodamente seduti altrove (ad esempio in Germania) vogliono continuare nella loro opera di “modernizzazione”. Tutto il resto sono chiacchiere e distintivo. Tra l’altro, quando si parla di celibato spesso e volentieri viene sottaciuto un aspetto niente affatto marginale: posto che lo sanno pure i muri che esistono spinte e forze potenti all’interno della Chiesa per sdoganare l’omosessualità, non è difficile immaginare che qualora la disciplina del celibato venisse rivista, immancabilmente verrebbe posta la questione del matrimonio tra preti omosessuali. Certo, bisognerebbe prima normalizzare l’omosessualità. Ma visto l’andazzo, chi può dire che non accadrà? Una cosa almeno appare certa fin d’ora: tanto più adesso che anche Benedetto XVI ha parlato, è quanto mai auspicabile che la questione del celibato, in sé delicata e complessa più di quanto non si voglia far credere, venga maneggiata con estrema cura onde evitare problemi un pelo più seri di una (presunta) bagatella editoriale. E senza dimenticare che qualora le cose non dovessero andare per il verso giusto, nulla esclude che Benedetto XVI non torni a far sentire la sua voce. Staremo a vedere. Nel frattempo, vale la pena ribadire che non c’è alcuna esigenza né emergenza che giustifichi la revisione della disciplina del celibato. La verità è che anche in occasione del sinodo amazzonico è scattato implacabile un meccanismo ben collaudato quanto semplice: crei un caso partendo da una situazione particolare per farlo diventare un problema generale e poter aver così il pretesto per “ammodernare”. Qualche esempio recente? Unioni civili, divorziati risposati, suicidio assistito, e ora gli indigeni dell’Amazzonia a corto di preti. Esempi accomunati dal fatto che se vai a vedere i numeri parliamo di cifre da prefisso telefonico internazionale. Qualcuno ha mai visto code di omosessuali fuori dai municipi o di divorziati risposati fuori dalla chiese o di richiedenti l’eutanasia negli ospedali? Io no. E il motivo è presto detto: perché parliamo, appunto, di fake-emergenze. Con l’Amazzonia è lo stesso; mettendo da parte per un momento il non banale dettaglio, come ha ricordato il card. Müller, che l’Eucarestia non è un diritto che qualcuno possa reclamare, la realtà vera dei tanto osannati popoli indigeni (e qui a Roma ne abbiamo avuto un qualche assaggio) è ben diversa e lontana da come la racconta certa narrativa. È altrove che risiedono coloro che sono interessati a smantellare il celibato o a consentire alle donne l’accesso al sacerdozio et similia, illudendosi che una Chiesa più aperta possa fermare l’emorragia di fedeli in atto, con conseguente tracollo delle finanze di parrocchie e diocesi, in primis della malmessa (tutto attaccato) chiesa tedesca. Non solo. A rendere il tutto ancora più grottesco, il fatto che sono proprio quelle stesse realtà – leggasi: le comunità protestanti in Germania – alle quali ammiccano i novatori di ieri e di oggi la miglior prova della miopia di una simile operazione nella misura in cui è arcinoto che il protestantesimo in Germania è in crisi (per usare un eufemismo), e questo nonostante del celibato manco l’ombra. Vorrà dire qualcosa? Una prova ulteriore della confusione che c’è oggi, confusione che spesso e volentieri si traduce in un approccio troppo pragmatico alle questioni che rischia di ridurre sempre più la Chiesa ad una realtà umana, troppo umana, accanto ad altre realtà umane. Pragmatismo che nella fattispecie ha funzionato grosso modo così: a) per poter svolgere la sua missione la Chiesa necessita di sacerdoti; b) in Amazzonia di sacerdoti non ce ne sono a sufficienza; c) ergo, servono soluzioni per sopperire alla carenza. Punto. La debolezza di tale approccio è che trascurando, perché magari ritenuta inutile a fini pratici, una seria riflessione circa le cause del fenomeno (come invece fa Ratzinger), si rischiano di proporre soluzioni dal respiro corto. Detto altrimenti: se è vero, come è vero, che la scarsità di clero è solo un sintomo di una malattia più profonda, logica vorrebbe che si cercasse prima di capire di che malattia si tratta e poi adoperarsi per curarla nel modo più opportuno. Se all’opposto sbagli diagnosi, o peggio non la fai neanche, magari riesci a mettere una toppa sul breve termine, ma presto o tardi i nodi verranno di nuovo al pettine. Con un conto che nel frattempo potrebbe essere molto più salato. E da dove venga la crisi delle vocazioni e la scarsità crescente del clero è noto a tutti, almeno a quelli che hanno occhi per vedere: si chiama crisi di fede, con buona pace delle analisi psico-socio-antropologiche che, in ambito ecclesiale, lasciano sempre il tempo che trovano. Ma proprio l’origine della crisi ci porta dritti al punto. Perché la Chiesa ha già al suo interno i necessari anticorpi. È vero, la crisi del sacerdozio è un fenomeno che va oltre i confini dell’Amazzonia (e d’altra parte era chiaro fin dall’inizio dove si volesse andare a parare). Ma c’è un ma. Dato dal fatto che a fronte di seminari sempre più vuoti, esistono movimenti e realtà ecclesiali laicali che invece sono pieni di vocazioni. Stiamo parlando di tutti quei carismi sorti negli anni attorno al Vaticano II, dove non solo le istanze del rinnovamento conciliare hanno trovato attuazione nel giusto modo, ma che anche hanno avuto l’indubbia quanto provvidenziale missione di puntellare la barca di Pietro nella turbolenta stagione postconciliare (e sarebbe interessante approfondire, anche per il discorso che stiamo facendo, come mai questi carismi vengano sovente investiti da un clericalismo di ritorno anche virulento, da parte di certo clero evidentemente ancora sensibile alle sirene di una visione del sacerdozio più come potere che come servizio). Prevengo l’obiezione: trattasi di piccoli numeri, uno zero virgola in rapporto alle dimensioni del problema. Forse è vero (o forse no). In ogni caso la domanda resta: come mai i movimenti ecclesiali sono pieni di giovani, ragazzi e ragazze, che scelgono la vita sacerdotale o contemplativa? La risposta è presto detta: perché ciò che li contraddistingue, al di là del carisma specifico, è che tali realtà sono in grado di attrarre e di risvegliare nei giovani quella cosa che altrove non trovano: la fede, appunto. È da qui che il bisognerebbe (ri)partire. Sempre che, ovvio, la Chiesa abbia ancora una qualche coscienza del suo essere, in ultima istanza, una realtà la cui origine e la cui meta non sono di questo mondo, e che in questo mondo è solo di passaggio.

[*] Luca Del Pozzo (Fermo, 1967), sposato, due figli, vive e lavora a Roma. Laurea in filosofia e Baccalaureato in teologia, manager, giornalista pubblicista e saggista. Laurea in filosofia, baccalaureato in teologia, giornalista pubblicista, saggista.
Attualmente è Responsabile relazioni esterne per Shell Italia E&P (Esplorazione e Produzione). Precedentemente era per dieci anni in Terna, dove seguiva il settore stampa con Gianni Buttitta come responsabile comunicazione. Nell’arco di vent’anni di vita lavorativa nel settore della comunicazione d’impresa – con circa 2.400 contatti stampa attivi – ha maturato una significativa esperienza professionale in relazioni con i media, di tipo sia istituzionale sia industriale ed economico-finanziario, gestione delle relazioni con le parti interessati, comunicazione in situazioni di crisi, formazione di consenso e relazioni esterne, operando nelle principali società energetiche.
Segue per interesse, formazione e vita vissuta – da cattolico praticante (uno di quelli che mette Dio in cima alla scala di valori e non ha paura di ammetterlo) – le vicende del cattolicesimo.
Nel 2005 ha pubblicato “Cattolicesimo e modernità. La «metafisica civile» di Augusto Del Noce”.
Quando non lavora cerca di recuperare – non sempre riuscendoci – il tempo sottratto alla famiglia, che nella sua personale scala di valori viene subito dopo Dio ma precede la Patria (in cui, nonostante tutto, si ostina a credere).
Passioni: i viaggi con la moglie, i libri, lo sport (un’era geologica fa praticava discretamente tennis e windsurf, ora si limita a sporadiche epifanie in palestra), il Milan – tifoso da sempre (anche quando era in B) e per sempre – il cinema, la musica (Pink Floyd su tutti), la buona tavola – rigorosamente carnivora – e il buon vino.
Nella galleria dei suoi autori di riferimento compaiono (alla rinfusa): S. Paolo, S. Agostino, Dante, S. Francesco, B. Pascal, A. Manzoni, A. Rosmini, R. Guardini, S. Kirkegaard, M. Heidegger, A. Del Noce, M. Buber, A.J. Heschel, H. de Lubac, G. Bernanos, Curato d’Ars, Y. Congar, J. Taubes, M. Mc Luhan, J. Danielou, K. Barth, D. Bonheffer, L. Bouyer, G. Prezzolini, G. Papini, G. Guareschi, P.P. Pasolini, T.S. Eliot, F. Dostoevskij, L. Tolstoj, L. Sestov, A. Cechov, M. de Unamuno, M. de Cervantes, J. H. Newman, O. Wilde, W. Shakespeare, N. Gomez Davila, G.K. Chesterton, J.R.R. Tolkien, C.S. Lewis, F. Furet, E. Gilson, R.H. Benson, V. Solovev, J. Dumont, P. Gaxotte, F. O’Connor, W. Withman, R. Conquest, R. Scruton, E. Waugh, C. Dawson, R. Stark, C. McCarthy, K. Haruf, E. Zemmour, P.Bruckner, W. Faulkner, J. Ratzinger, K. Wojtyla (e molti altri).

Il card. Bassetti invita i vescovi a stare vicino al popolo

“Sappiamo per esperienza che, quando le persone, in particolare i giovani, incontrano la Parola, ne ricavano una ricchezza inenarrabile, che conduce a scelte di vita donata nelle forme più diverse. Nasce da questa convinzione la nostra adesione alla scelta del Santo Padre di istituire la Domenica della Parola di Dio: la celebreremo per la prima volta domenica prossima, 26 gennaio”.

Presidente Rai Foa: “Amadeus riporti Sanremo nella giusta dimensione”. “Eticamente inaccettabile la partecipazione di Junior Cally”

Il coraggio di fare la scelta di non scegliere il male.

In un articolo due giorni fa (Occorre ricominciare a distinguere il bene dal male, anzitutto per proteggere i più piccoli. Urge!), ho condiviso un Editoriale (del 15 gennaio 2020, che ha aperto il caso) dello studioso di comunicazione e formazione Marco Brusati sul suo blog Dire Oltre, in cui ha rilevato drammatiche criticità nel fenomeno devastante di un cantante di grande successo, decretato in rete da ragazzini sempre più bambini, il 28enne rapper Junior Cally, all’anagrafe Antonio Signore, che in “Strega”, un suo brano del 2017, incita all’odio, allo stupro e al femminicidio.
Visto che il rapper romano in questione, che si esibisce con la maschera, è stato invitato al 70̊ Festival di Sanremo “all’insegna della donna”, Brusati investiga come la donna viene trattata nel suo repertorio. Con l’analisi delle canzoni già presenti in rete – decisamente in contraddizione con un Festival di Sanremo “pop e non sessista”, osserva Brusati -, scopriamo che la donna è rappresentata come insultabile oggetto di piacere o come trofeo tribale, non importa se sia giovanissima o anziana.
In conclusione del suo Editoriale, Marco Brusati scrive: “Credo che sia arrivato il tempo di interrompere questa normalizzazione e ricominciare a distinguere il bene dal male, il grano dal loglio, anzitutto per proteggere i più piccoli. Conseguentemente credo che gli inviti, come vengono fatti, così possano essere ritirati. Anche al Festival. Non come punizione, ma come cura medicinale per il bene comune”.
Oggi, finalmente, possiamo registrare un’intervento molto autorevole contro l’annunciata partecipazione al Festival di Sanremo del rapper: “Scelte come quella di Junior Cally sono eticamente inaccettabili per la stragrande maggioranza degli italiani”, ha Marcello Foa.
Il Presidente della Rai chiede di intervenire al direttore artistico Amadeus (che all’inizio di ottobre 2019 aveva dichiarato: “”Mi riservo la scelta di inviare gli inviti agli artisti di intervenire” [*]): “Sanremo deve rappresentare un momento di condivisione di valori. Amadeus lo riporti nella giusta dimensione”. L’artista (parola grossa, pensando al suo reportorio) si difende (con la classica toppa peggio del buco): “Rap è finzione, non mio pensiero”. Nel frattempo Amadeus fa una gaffe: “Donne di Sanremo ovviamente tutte molto belle” e i social insorgono.
Dopo aver espresso “forte irritazione per scelte che vanno nella direzione opposta rispetto a quella auspicata”, Foa aggiunge, che “il Festival, tanto più in occasione del suo 70° anniversario, deve rappresentare un momento di condivisione di valori, di sano svago e di unione nazionale, nel rispetto del mandato di servizio pubblico”. ll Festival, continua il Presidente della Rai, dovrebbe “promuovere il rispetto della donna e la bellezza dell’amore. La credibilità di chi canta deve rientrare fra i criteri di selezione. Chi nelle canzoni esalta la denigrazione delle donne e persino la violenza omicida, e ancora oggi giustifica quei testi avanzando pretese artistiche, non dovrebbe beneficiare di una ribalta nazionale”. Poi conclude: “Speriamo che il direttore artistico, che gode di stima anche per essere persona moderata e di buon senso, sappia riportare il Festival nella sua giusta dimensione”.
Applausi per il Direttore della Rai.

[*] 70̊ Festival di Sanremo: Amadeus smentisce le notizie sulla commissione e conferma “Sceglierò io i Big in gara”
È stato lo stesso conduttore e direttore artistico a precisare che la commissione composta da Mazzi, Fasulo, Martelli e De Amicis si occuperà solo dei Giovani
Sanremonews.it, 3 ottobre 2019
A poche ore dalle notizie riguardo la nomina della commissione artistica del 70̊ Festival di Sanremo interviene proprio Amadeus per specificare come si divideranno i compiti per la scelta dei cantanti in gara.
Alla notizia diffusa da AdnKronos ha risposto lo stesso Amadeus che ha tenuto a precisare come sarà lui ad occuparsi in prima persona (e da solo) della selezione dei Big, mentre la commissione composta da Gianmarco Mazzi, Claudio Fasulo, Massimo Martelli e Leonardo De Amicis lavorerà solo sui Giovani.
Amadeus ha dichiarato: “Devo chiarire un malinteso, la commissione che presiedo è al lavoro sui Giovani e terminerà il suo lavoro con i Giovani. Sui Big, da direttore artistico e musicale del Festival, mi riservo la scelta di inviare gli inviti agli artisti”.

“Acies ordinata”. Manifestazione con la preghiera silenziosa a München. Tra i partecipanti Arciv. Carlo Maria Viganò

“Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo” (2Cor 12,7-9).

Ieri, 18 gennaio 2020, Festa della Cattedra di San Pietro a Roma, oltre cento cattolici, provenienti da tutto il mondo – tedeschi, italiani, americani, austriaci, brasiliani, canadesi, cileni, estoni, francesi e inglesi – hanno preso parte alla manifestazione “Acies ordinata” a München – riferisce Corrispondenza Romana -, che si sono ordinatamente schierati, secondo il modello precedenti delle precedenti manifestazioni svoltesi a Roma il 19 febbraio e il 29 settembre 2019, recitando il rosario, in silenzio, per lo spazio di un’ora, dalle ore 14.00 alle 15.00, nella centrale Odeonsplatz, davanti alla Theatinerkirche e alla Feldernhalle, la loggia costruita nel XIX secolo per celebrare gli eroi cattolici della Baviera. La grande piazza, era delimitata ai suoi angoli da quattro stendardi riproducenti i simboli degli Evangelisti Matteo, Marco, Luca e Giovanni. La manifestazione si è conclusa con il canto collettivo del Credo, in cui, per esprimere il loro amore alla Chiesa, i partecipanti hanno alzato il tono della voce al canto delle parole Et unam Sanctam Catholicam Ecclesiam.

È stata, in Germania, la prima manifestazione pubblica di cattolici contro la Conferenza Episcopale Tedesca, presieduta dal 12 marzo 2014 dal Cardinale Reinhard Marx, dal 30 novembre 2007 è Arcivescovo di München und Freising e dal 13 aprile 2013 membro del Consiglio dei cardinali, chiamati a consigliare Papa Francesco nel governo della Chiesa universale e a studiare un progetto di revisione della Curia romana.
Con “Acies ordinata” i partecipanti hanno chiesto chiarezza a Papa Francesco che non ignora le posizioni dei vescovi tedeschi né il loro obiettivo, che è quello di estendere alla Chiesa universale le decisioni vincolanti del loro sinodo permanente e ai vescovi tedeschi chiedono di essere coerenti nel seguire il percorso sinodale fino al suo logico traguardo, che è la costituzione di una nuova chiesa dal volto germanico-amazzonico, separata dalla Chiesa cattolica, apostolica, romana.

“Acies ordinata” è un titolo tradizionalmente attribuito alla Madonna per raffigurarla come un esercito schierato a battaglia in maniera combattiva e ordinata. In un comunicato stampa gli organizzatori hanno affermato: “Siamo laici, provenienti da tutto il mondo, perché ciò che è in gioco è il futuro non solo della Chiesa tedesca, ma della Chiesa universale. È l’ora della chiarezza e della coerenza e chiediamo la fine delle dissimulazioni e degli inganni. Lo chiediamo, con il rosario in mano, in una città in cui, nel 1609, fu stipulata, in difesa della fede, una santa Lega tra gli Stati tedeschi cattolici. L’8 novembre 1620, 400 anni fa, nella battaglia della Montagna Bianca, le forze unite del Sacro Romano Impero e della Lega cattolica, guidata dal duca Massimiliano di Baviera, costituirono un’Acies ordinata che, al grido di ‘Santa Maria’, combatté e vinse l’esercito nemico. Costituiamo anche noi un’Acies ordinata e chiediamo alla Regina degli Angeli e dei santi, in particolare a san Gaetano di Thiene, davanti alla cui chiesa siamo riuniti, di assisterci nella nostra pacifica difesa della fede e della civiltà cristiana”.

Tra i sacerdoti che accompagnavano la manifestazione con la preghiera conclusasi con il canto corale del Credo, ai lati della piazza, era presente anche l’Arcivescovo Carlo Maria Viganò, giunto a Monaco in incognito per sostenere con la sua presenza i partecipanti.

Successivamente si è svolta una Conferenza Stampa presso la Literaturhaus nella centralissima Odeonplatz, alla quale sono intervenuti: il giovane austriaco che ha buttato nel Tevere l’idolo Pachamama, Alexander Tschugguel (La Chiesa come una ONG!); la giornalista francese, Jeanne Smits (Perché non accettiamo il rivoluzionamento del ruolo della donna nella Chiesa); il Direttore di LifeSiteNews, John-Henry Westen (Le sue mani grondano sangue); il membro dell’Associazione Tradizione Famiglia Proprietà, José Antonio Ureta (Le cinque imposture pseudo-sinodali del “cammino” tedesco); il Direttore di Remnant, Michael J. Matt (Un Percorso Sinodale verso l’Olocausto Spirituale); lo storico della Chiesa e scrittore, Presidente della Fondazione Lepanto, direttore della rivista Radici Cristiane e dell’agenzia di informazione Corrispondenza Romana, Roberto de Mattei (Appello ai cattolici tedeschi contro la Kirchensteuer). Gli interventi potrete trovare per esteso, con delle note biografiche degli intervenuti e una galleria biografica dell’”Acies ordinata”, sul sito Cooperatores Veritatis.

Interventi molto forti, che chiamano in causa il Cardinale Marx. John-Henry Weston conclude suo intervento con: “Cardinale Marx, ascolti ora le parole di Cristo: si penta e creda nel Vangelo! Il vero Vangelo. Fino a quando lei non si pentirà, noi esorteremo i Cattolici ad evitarla e ad ignorare i suoi insegnamenti. Lutero usò parole orribili per descrivere erroneamente l’epistola di San Giacomo definendola “non degna di un apostolo”, ma quelle parole con tutto il loro orrore descrivono perfettamente le sue azioni. Si penta e creda nel Vangelo (Marco 1:15)”.

Il Professore Roberto de Mattei ha lanciato un appello ai cattolici tedeschi affinché si oppongano alla Kirchensteuer, la tassa sulle religioni e principale fonte di finanziamento della Conferenza episcopale tedesca: “Rivolgo un appello ai cattolici tedeschi, perché cessino di pagare la cosiddetta Kirchensteuer, il prelievo di una quota di reddito, a seconda della propria appartenenza religiosa. E’ inammissibile che l’unica possibilità di sottrarsi a questo prelievo forzato sia una dichiarazione obbligata di abbandono della Chiesa (Kirchenaustritt) a cui segue automaticamente una scomunica de facto. La Conferenza Episcopale Tedesca ha decretato infatti che coloro che sottoscrivono la Kirchenaustritt non possono più confessarsi, fare la comunione o la cresima e, al momento della morte, non potranno ricevere un funerale cattolico. Senza pronunciare esplicitamente la parola scomunica, la Conferenza episcopale tedesca colpisce coloro che escono dalla Chiesa per ragioni fiscali con l’esclusione dalla vita sacramentale, che costituisce l’essenza della scomunica (can. 1331 § 1). Essi possono essere riammessi ai sacramenti solo dopo aver ritirato la loro dichiarazione ed essersi impegnati a far fronte ai loro obblighi finanziari. (…) Comprendiamo il doloroso problema di coscienza. Tuttavia, pagare la Kirchensteuer significa cooperare direttamente a quel processo di secolarizzazione della Chiesa in Germania e nel mondo che i vescovi tedeschi promuovono sul piano ideologico e sostengono sul piano finanziario. Pagare la Kirchensteuer significa, in questo momento, sostenere il Synodalen Weg. Per questo, il rifiuto di finanziare la Conferenza Episcopale tedesca non significa voltare le spalle alla Chiesa e tantomeno abbandonare la fede cattolica, ma anzi difenderla. E’ il bene, non solo della Chiesa in Germania, ma della Chiesa universale, che ci spinge a rivolgere un appello ai cattolici tedeschi: cessate di pagare la Kirchensteuer! Deponiamo questo appello ai piedi di Maria, Patrona Bavariae, protettrice invincibile della Germania e Madre della Chiesa”.

Papa Francesco ai pescatori: non perdete la religiosità popolare

“Sono lieto di incontrarvi e vi saluto tutti cordialmente. Ringrazio il vostro Vescovo per le sue parole, come pure i sacerdoti qui presenti, che accompagnano spiritualmente il vostro lavoro e le vostre famiglie”: con queste parole papa Francesco ha salutato una settantina di pescatori della diocesi di San Benedetto del Tronto, accompagnati dal vescovo, mons. Carlo Bresciani, da don Giuseppe Giudici, dal sindaco, Pasqualino Piunti.

Papa Francesco: la Parola di Dio non è incatenata

Con l’udienza generale odierna nell’aula Paolo VI papa Francesco ha concluso il ciclo di catechesi sugli Atti degli Apostoli con l’ultima tappa di san Paolo a Roma: “Il viaggio di Paolo, che è stato un tutt’uno con quello del Vangelo, è la prova che le rotte degli uomini, se vissute nella fede, possono diventare spazio di transito della salvezza di Dio, attraverso la Parola della fede che è un fermento attivo nella storia, capace di trasformare le situazioni e di aprire vie sempre nuove”.

Papa Francesco: il Battesimo è un atto di giustizia

‘Nella festa del #BattesimodiGesù riscopriamo il nostro Battesimo: come Gesù è il Figlio amato del Padre, anche noi rinati dall’acqua e dallo Spirito Santo siamo figli amati di Dio, fratelli di tanti altri fratelli’: con questo twitter papa Francesco ha ricordato ancora una volta ciò che è il fondamento per il cristiano, il battesimo. 

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