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Verso l’apertura del Giubileo Lauretano

Il Giubileo Lauretano si aprirà domenica 8 dicembre con la messa celebrata dal Segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin, e si chiuderà il 10 dicembre 2020: domenica 8 alle ore 15,30 ci sarà la solenne processione in piazza della Madonna e l’apertura della Porta Santa nella Basilica della Santa Casa ed a seguire la celebrazione eucaristica.

Il giorno dopo dall’aeroporto ‘Raffaello Sanzio’ di Falconara partiranno tre statue della Madonna di Loreto per una ‘peregrinatio Mariae’ negli aeroporti civili e militari d’Italia e in numerosi aeroporti dei cinque continenti durante l’intero anno giubilare. Alle ore 17 si torna a Loreto invece per l’accensione del fuoco in attesa della ‘Venuta della Santa Casa’. Martedì 10 è la festa della Beata Vergine Maria e per l’occasione alle ore 10 ci sarà la solenne celebrazione presieduta da mons. Emil Paul Tscherring, nunzio Apostolico in Italia.

La devozione alla Madonna di Loreto da parte degli aviatori risale al secolo scorso, durante la Prima Guerra Mondiale, quando i reduci della guerra chiesero al papa Benedetto XV di poter avere una protezione speciale da parte della Madonna: i primi aerei vennero chiamati chiese volanti, poiché invocavano la protezione della Madonna di Loreto.

Alla presentazione dell’Anno Giubilare Lauretano in Vaticano,  mons. Fabio Dal Cin, delegato pontificio per il Santuario della Santa Casa di Loreto, ha invitato i fedeli a ‘volare alto’: “La Santa Casa, che secondo l’antica Tradizione è stata trasportata in volo dagli angeli, ha ispirato gli aviatori reduci della Prima Guerra Mondiale ad affidarsi alla Beata Vergine di Loreto. A quel tempo infatti gli aerei venivano popolarmente chiamati ‘case volanti’…

Tuttavia, l’evento giubilare non riguarda soltanto il mondo dell’aviazione (lavoratori e passeggeri), ma è rivolto a tutti i devoti della Madonna di Loreto, e a quanti giungeranno pellegrini alla Santa Casa da ogni parte del mondo per ricevere il dono dell’Indulgenza Plenaria”.

Richiamando la sua lettera pastorale mons. Dal Cin ha spiegato che questo Giubileo può essere occasione per la santità: “Sotto questo profilo, il Giubileo diventa un’occasione propizia per riscoprire la chiamata alla santità nel mondo contemporaneo, così come ci viene presentata da papa Francesco nell’Esortazione Apostolica ‘Gaudete et exsultate’”.

Poi ha spiegato i segni di questo Anno Santo: “Durante l’Anno Santo Lauretano, l’unica chiesa giubilare nel mondo sarà il Santuario della Santa Casa di Loreto. Tuttavia, per valorizzare pastoralmente i luoghi di culto dell’aviazione civile e militare, la possibilità di ricevere il dono dell’Indulgenza Plenaria viene estesa anche alle cappelle aeroportuali civili e militari, previa richiesta inoltrata alla Delegazione Pontificia da parte dell’Ordinario del luogo…

La connotazione del Giubileo è evidentemente mariana: lo richiama il logo ufficiale creato per l’evento, nel quale si possono leggere le parole Regina et Ianua Coeli (Maria Regina e Porta del Cielo), prese dalle Litanie Lauretane diffuse in tutto il mondo dal Santuario della Santa Casa.

Il logo esprime il significato del Giubileo: la Santa Casa sostenuta dagli angeli, la corona simbolo di regalità della Vergine e un aereo che punta verso l’alto, rappresentante l’umanità che è in viaggio verso quel desiderio di pienezza di vita presente nel cuore di ogni persona”.

Ha anche presentato l’inno ufficiale del Giubileo, composto da mons. Marco Frisina, sottolineando che il giubileo è un richiamo alla carità: “La gioia del Giubileo non può non essere anche gioia condivisa, che si traduce in concreta solidarietà soprattutto verso i più bisognosi. Per questo il Santuario propone due iniziative di carità: una per così dire ‘in casa’ e l’altra nella Terra Santa.

Quella locale, riguarda l’accoglienza dei giovani che passeranno a Loreto, sostando nel Centro Giovanile, che secondo le indicazioni di Papa Francesco promuoverà progetti educativi ispirati dall’esortazione post sinodale ‘Christus vivit’.

La seconda iniziativa è destinata a Nazareth, dove c’è l’altra metà della Casa di Maria; si tratta di fornire nuove attrezzature specialistiche per la nuova neonatologia dell’ospedale Sacra Famiglia e aiutare la locale Associazione Miriam nella lotta contro i tumori”.

Inoltre si promuoveranno anche progetti, che favoriscono la famiglia, i giovani e i malati: “In questo senso mi permetto di sottolineare un’iniziativa, che sarà promossa in questo Anno Santo. Si tratta dell’Agorà della famiglia (dal 3 al 10 maggio): una settimana di appuntamenti a carattere religioso, culturale e artistico per approfondire il tema della casa come luogo delle relazioni primordiali”.

Di seguito mons. Antonio Coppola, vicario episcopale per l’Aeronautica Militare Italiana, ha sottolineato il legame tra l’Aeronautica militare e la Madonna di Loreto: “L’Aeronautica Militare nascerà come Forza Armata solo tre anni dopo, il 28 marzo 1923, affidandosi immediatamente alla protezione della Beata Vergine Lauretana.

Il 2020 sarà per l’Aeronautica Militare un anno speciale, ricco di iniziative religiose, benefiche e culturali, sarà per tutti una preziosa occasione di riflettere e vivere la propria attività con passione, attenzione e professionalità, caratteristiche indispensabili per garantire al nostro Paese sicurezza e serenità… Tutto l’Anno Giubilare si concluderà con la celebrazione nella Basilica di San Pietro in Vaticano, il 10 dicembre 2020, con l’auspicio di avere tra noi il Santo Padre Francesco”.

Papa Francesco chiede ai seminaristi vicinanza e sinodalità

Nella settimana in cui ricorre il 50^ anniversario della sua ordinazione sacerdotale, papa Francesco ha occasione di parlare proprio della ‘bellezza della chiamata al sacerdozio ministeriale’, a colloquio con i membri del Pontificio Seminario regionale Flaminio, ‘Benedetto XV’ di Bologna, cui afferiscono otto diocesi dell’Emilia-Romagna, in occasione dei 100 anni dalla fondazione, ad opera di san Pio X.

A questi rappresentanti del ‘Buon Pastore in mezzo al suo Popolo’ in cammino di preparazione al sacerdozio, il papa ha parlato del Seminario, indicando tre aspetti identficativi: casa di preghiera, di studio e di comunione, salutando il card. Zuppi e mons. Bettazzi:

“Voi siete chiamati ad essere evangelizzatori nella vostra Regione, segnata anch’essa dalla scristianizzazione. Quanti sono più esposti al vento freddo dell’incertezza o dell’indifferenza religiosa, hanno bisogno di trovare nella persona del sacerdote quella fede robusta che è come una fiaccola nella notte e come una roccia alla quale attaccarsi.

Questa fede si coltiva soprattutto nel rapporto personale, cuore a cuore, con la persona di Gesù Cristo. E il Seminario è prima di tutto la casa della preghiera dove il Signore convoca ancora i ‘suoi’ in ‘un luogo appartato’, a vivere un’esperienza forte di incontro e di ascolto”.

Per il papa il seminario è il luogo della preghiera: “Sono gli anni più favorevoli per imparare a ‘stare con Lui’, gustando con stupore la grazia di essere suoi discepoli, imparare ad ascoltarlo, a contemplare il suo volto…

Qui l’esperienza del silenzio e della preghiera è fondamentale: è lì, nel rimanere alla sua presenza, che il discepolo può conoscere il Maestro, come da Lui è conosciuto, direbbe san Paolo. Ma è essenziale anche l’incontro con Gesù nel volto e nella carne dei poveri. Anche questo è parte integrante della formazione spirituale del seminarista”.

Il secondo aspetto sottolineato dal papa riguarda lo studio: “Il secondo aspetto che identifica il Seminario è quello dello studio. Lo studio fa parte di un itinerario mirato all’educazione di una fede viva, una fede consapevole, chiamata a diventare la fede del pastore. Lo studio, in questo cammino, è strumento privilegiato di una conoscenza sapienziale e scientifica, capace di assicurare fondamenta solide a tutto l’edificio della formazione dei futuri presbiteri.

E’ anche strumento di un sapere condiviso. Mi spiego. L’impegno di studiare, anche in Seminario, è chiaramente personale, ma non è individuale. Condividere le lezioni e lo studio con i compagni di Seminario è anch’esso un modo di entrare a far parte di un presbiterio.

Infatti, senza trascurare le inclinazioni e i talenti personali, anzi, valorizzandoli, in Seminario si studia insieme per una missione comune, e questo dà un ‘sapore’ tutto speciale all’apprendimento della Sacra Scrittura, della teologia, della storia, del diritto e di ogni disciplina”.

Il terzo aspetto sottolineato è la casa di comunione: “Anche questo aspetto è ‘trasversale’, come gli altri due. Parte da una base umana di apertura agli altri, di capacità di ascolto e di dialogo, ed è chiamato ad assumere la forma della comunione presbiterale intorno al Vescovo e sotto la sua guida.

La carità pastorale del prete non può essere credibile se non è preceduta e accompagnata dalla fraternità, prima tra seminaristi e poi tra presbiteri. Una fraternità sempre più impregnata della forma apostolica, e arricchita dai tratti propri della diocesanità, cioè da quelle caratteristiche peculiari del popolo di Dio e dei santi, specialmente dei santi preti, di una Chiesa particolare”.

Proprio soffermandosi sul concetto di fraternità il papa ha rimarcato quanto e come valga per i sacerdoti diocesani quella che lui stesso definisce ‘”vicinanze’: “Essere vicino a Dio nella preghiera, l’ho detto, si incomincia dal seminario. Essere vicino al vescovo, sempre vicino al vescovo: senza il vescovo la Chiesa non va, senza il vescovo il prete può essere un leader ma non sarà prete”.

Per la terza ‘vicinanza’ il papa è più preciso chiedendo sinodalità: “Questa è una cosa che a me fa soffrire, quando vedo dei presbiteri frammentati, dove sono l’uno contro l’altro, oppure tutti cortesi ma poi sparlano l’uno dell’altro. Se non c’è un presbiterio unito… Questo non significa che non si può discutere, no, si discute, si scambiano le idee, ma la carità è quella che unisce”.

Ed infine ha chiesto di essere vicini al popolo: “E la quarta vicinanza: la vicinanza al popolo di Dio. Per favore, non dimenticatevi da dove venite… Non sei venuto a fare la carriera ecclesiastica, come un tempo si diceva, in uno stile letterario di altri secoli. Vicinanza a Dio, vicinanza al vescovo, vicinanza al presbiterio, fra di voi, e vicinanza al popolo di Dio.

Se manca una di queste, il prete non funziona e scivolerà, lentamente, nella perversione del clericalismo o in atteggiamenti di rigidità. Dove c’è clericalismo c’è corruzione, e dove c’è rigidità, sotto la rigidità, ci sono gravi problemi”.

Contemporaneamente La Civiltà Cattolica ha pubblicato, a cura di p. Josè Luis Narvaja, gli ‘Scritti’ di padre Miguel Ángel Fiorito, gesuita argentino scomparso nel 2005, uno dei grandi maestri di spiritualità della Compagnia, il cui insegnamento ha formato generazioni di gesuiti latinoamericani, compreso il papa, che ha introdotto molti suoi libri:

“I suoi scritti distillano misericordia spirituale, insegnamenti per chi non sa, buoni consigli per chi ne ha bisogno, correzione per chi sbaglia, consolazione per il triste e aiuti per avere pazienza nella desolazione”.

Papa Francesco ha affidato Roma all’Immacolata Concezione

Come da tradizione papa Francesco si è recato a Santa Maria Maggiore, per una preghiera davanti all’icona della Salus Populi Romani, accompagnato dal card. Angelo de Donatis, vicario per la diocesi di Roma, per un omaggio floreale alla Madonna.

Papa Francesco ha recitato la preghiera da lui composta per l’Atto di venerazione dell’Immacolata: “Tu, Madre, ci rammenti che non è la stessa cosa essere peccatori ed essere corrotti: è ben diverso. Una cosa è cadere, ma poi, pentiti, confessarlo e rialzarsi con l’aiuto della misericordia di Dio. Altra cosa è la connivenza ipocrita col male, la corruzione del cuore, che fuori si mostra impeccabile, ma dentro è pieno di cattive intenzioni ed egoismi meschini”.

Papa Francesco ha affidato alla Madonna tutti gli uomini e le donne: “Tu, Madre, ci ricordi che noi siamo peccatori, ma non siamo più schiavi del peccato! Il tuo Figlio, con il suo Sacrificio, ha spezzato il dominio del male, ha vinto il mondo. Questo narra a tutte le generazioni il tuo cuore terso come cielo dove il vento ha dissolto ogni nube”.

Ha chiesto alla Madonna di discernere tra peccato e corruzione: “Quanto bisogno abbiamo di essere liberati dalla corruzione del cuore, che è il pericolo più grave! Questo ci sembra impossibile, tanto siamo assuefatti, e invece è a portata di mano”.

Ed ha affidato alla Madonna la città: “Per questo, o Vergine Maria, oggi io ti affido tutti coloro che, in questa città e nel mondo intero, sono oppressi dalla sfiducia, dallo scoraggiamento a causa del peccato; quanti pensano che per loro non c’è più speranza, che le loro colpe sono troppe e troppo grandi, e che Dio non ha certo tempo da perdere con loro.

Li affido a te, perché tu non solo sei madre e come tale non smetti mai di amare i tuoi figli, ma sei anche l’Immacolata, la piena di grazia, e puoi riflettere fin dentro le tenebre più fitte un raggio della luce di Cristo Risorto”.

Infine papa Francesco ha affidato i peccatori all’Immacolata Concezione: “Per questo, o Vergine Maria, oggi io ti affido tutti coloro che, in questa città e nel mondo intero, sono oppressi dalla sfiducia, dallo scoraggiamento a causa del peccato; quanti pensano che per loro non c’è più speranza, che le loro colpe sono troppe e troppo grandi, e che Dio non ha certo tempo da perdere con loro”.

Ha concluso la preghiera con un ringraziamento alla Madonna: “Ti ringraziamo, Madre Immacolata, di ricordarci che, per l’amore di Gesù Cristo, noi non siamo più schiavi del peccato, ma liberi, liberi di amare, di volerci bene, di aiutarci come fratelli, pur se diversi tra noi – grazie a Dio diversi tra noi!

Grazie perché, col tuo candore, ci incoraggi a non vergognarci del bene, ma del male; ci aiuti a tenere lontano da noi il maligno, che con l’inganno ci attira a sé, dentro spire di morte; ci doni la dolce memoria che siamo figli di Dio, Padre d’immensa bontà, eterna fonte di vita, di bellezza e di amore”.

Nell’Angelus il papa aveva sottolineato la bellezza del dogma dell’Immacolata Concezione, stabilito da papa Pio XII: “Maria non si perde in tanti ragionamenti, non frappone ostacoli al Signore, ma con prontezza si affida e lascia spazio all’azione dello Spirito Santo. Mette subito a disposizione di Dio tutto il suo essere e la sua storia personale, perché siano la Parola e la volontà di Dio a plasmarli e portarli a compimento.

Così, corrispondendo perfettamente al progetto di Dio su di lei, Maria diventa la ‘tutta bella’, la ‘tutta santa’, ma senza la minima ombra di autocompiacimento. E’ umile. Lei è un capolavoro, ma rimanendo umile, piccola, povera. In lei si rispecchia la bellezza di Dio che è tutta amore, grazia, dono di sé”.

Ha sottolineato che si è professata la ‘serva del Signore’: “Il ‘sì’ di Maria a Dio assume fin dall’inizio l’atteggiamento del servizio, dell’attenzione alle necessità altrui. Lo testimonia concretamente il fatto della visita ad Elisabetta, che segue immediatamente l’Annunciazione. La disponibilità verso Dio si riscontra nella disponibilità a farsi carico dei bisogni del prossimo.

Tutto questo senza clamori e ostentazioni, senza cercare posti d’onore, senza pubblicità, perché la carità e le opere di misericordia non hanno bisogno di essere esibite come un trofeo. Le opere di misericordia si fanno in silenzio, di nascosto, senza vantarsi di farle. Anche nelle nostre comunità, siamo chiamati a seguire l’esempio di Maria, praticando lo stile della discrezione e del nascondimento”.

Papa Francesco all’Acec: il cinema è comunione

L’autoreferenzialità ‘uccide sempre’ e dunque occorre che nella Chiesa si superino gli steccati: lo ha detto papa Francesco nell’udienza ai membri dell’Associazione cattolica Esercenti Cinema-Sale della Comunità (Acec) in occasione del 70° anniversario di fondazione, affidando loro tre compiti da svolgere, che consistono nella comunione, creatività e visione.

Essendo un appassionato di cinema, per papa Francesco il primo compito di un ‘comunicatore’ cattolico è la comunione: “Il cinema, si sa, è un grande strumento di aggregazione. Soprattutto nel dopoguerra ha contribuito in maniera eccezionale a ricostruire il tessuto sociale con tanti momenti aggregativi.

Quante piazze, quante sale, quanti oratori, animati da persone che, nella visione del film, trasferivano speranze e attese. E da lì ripartivano, con un sospiro di sollievo, nelle ansie e difficoltà quotidiane. Un momento anche educativo e formativo, per riconnettere rapporti consumati dalle tragedie vissute”.

Ed ha citato il cinema italiano del dopoguerra come capolavoro di comunicazione: “Mi piace citare il film ‘I bambini ci guardano’. E’ un lavoro bello e ricco di significati. Ma tutto il cinema del dopoguerra, quei grandi… Tutto il cinema del dopoguerra è una scuola di umanesimo. Voi italiani avete fatto questo, con i vostri grandi, non dimenticatevi di questo. E non parlo per sentito dire.

Quando eravamo bambini, i genitori ci portavano a vedere quei film, e ci hanno formato il cuore. Bisogna riprendere questi. Ho menzionato quello per la famiglia, ma sono tanti, tanti… Voi siete eredi di questa grande scuola di umanesimo, di umanità che è il cinema del dopoguerra”.

Il secondo punto è la creatività: “L’arte cinematografica, come ogni espressione artistica, è frutto della creatività, che rivela la singolarità dell’essere umano, la sua interiorità e intenzionalità. Quando un artigiano modella la sua opera, lo fa integrando testa, cuore e mani secondo un disegno chiaro e definito. Vi incoraggio a dare spazio alla creatività, immaginando e costruendo nuovi percorsi. La creatività è fondamentale: sappiamo benissimo come le nuove piattaforme digitali rappresentino una sfida per i media tradizionali”.

Ed ha chiesto agli operatori cinematografici di essere creativi: “Anche il cinema è interrogato dagli sviluppi offerti dalle moderne tecnologie. Le vostre associazioni e organizzazioni, se non vogliono diventare dei ‘musei’, debbono cogliere queste domande in maniera attiva e creativa. L’audacia, come avvenuto con i fondatori, chiama ancora una volta ad essere in prima linea, non però in maniera isolata o in ordine sparso, ma tutti insieme.

Cosa potete dire davanti al cambiamento? Senz’altro serve una conversione integrale, che chiama in causa la ricchezza e la profondità di ciascuno. Audacia e creatività per andare avanti e non restare ai margini dell’innovazione”.

Il terzo punto riguarda la visione: “La visione di un’opera cinematografica può aprire diversi spiragli nell’animo umano. Il tutto dipende dalla carica emotiva che viene data alla visione. Ci possono essere l’evasione, l’emozione, la risata, la rabbia, la paura, l’interesse… Tutto è connesso all’intenzionalità posta nella visione, che non è semplice esercizio oculare, ma qualcosa di più”.

La visione è uno sguardo posto sulla realtà: “Lo sguardo, infatti, rivela l’orientamento più diversificato dell’interiorità, perché capace di vedere le cose e di vedere dentro le cose. Lo sguardo provoca anche le coscienze a un attento esame”.

Infine ha posto alcune domande sulla creatività: “Le risposte non sono scontate e richiedono un grande lavorio interiore. Lo sguardo comunica e non tradisce, impegna in stili di vita e azioni coordinate per un bene più grande del semplice interesse. Lo sguardo sta a fondamento della costruzione delle comunità.

E voi sapete benissimo quanto sia importante superare gli steccati del passato per proiettarsi nei sentieri del futuro. Tutti voi avete nel DNA un sentire ecclesiale. Vi esorto a vivere la vostra passione e la vostra competenza con senso e stile ecclesiale: è la miglior medicina per non cadere nell’autoreferenzialità, che sempre uccide”.

Nell’incontro precedente il papa aveva incontrato le organizzazioni non governative cattoliche, incoraggiando ad accogliere e ad includere i ‘più vulnerabili, per rendere il mondo una casa comune’, citando la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo ‘Gaudium et Spes’:

“Vi raccomando di conoscerla, di essere ben formati in essa, per poi tradurla nei vostri progetti. La formazione appropriata e l’educazione, come dimensione trasversale ai problemi della vita socio-politica, è al giorno d’oggi un impegno prioritario per la Chiesa.

E’ per questo che ho voluto lanciare un appello mondiale per ricostruire un Patto globale sull’educazione, che formi alla pace e alla giustizia, all’accoglienza tra i popoli e alla solidarietà universale, oltre all’attenzione per la cura della casa comune, nel senso espresso dall’Enciclica Laudato sì’. Vi incoraggio, pertanto, a incrementare, ancora di più, la vostra professionalità e la vostra identità ecclesiale”.

Papa Francesco ad ‘Aggiornamenti Sociali’: raccontare la realtà

Venerdì 6 dicembre, la redazione di ‘Aggiornamenti Sociali’ e alcuni suoi collaboratori (tra cui p. Bartolomeo Sorge, direttore emerito, e il Provinciale dei gesuiti italiani, padre Gianfranco Matarazzo) sono stati ricevuti in udienza da papa Francesco, presso la Sala del Concistoro, in occasione del 70° anniversario dell’inizio delle pubblicazioni (gennaio 1950). 

Prima di ascoltare le parole del papa, il direttore di ‘Aggiornamenti Sociali’, p. Giacomo Costa, ha rivolto alcune parole di ringraziamento, ricordando il contesto in cui è nata la rivista ed evidenziando come “cerchiamo di ‘aggiornare’ questa eredità nella chiave della riconciliazione, proposta dalle ultime Congregazioni Generali della Compagnia, ma soprattutto cercando di promuovere l’ecologia integrale come paradigma di giustizia appropriato al mondo di oggi”.

Il direttore ha anche sottolineato come ‘Aggiornamenti Sociali’ sia oggi molto più di una rivista: “Promuove un numero crescente di reti e iniziative di ricerca e formazione politica ed etica, a cui partecipa a livello nazionale e internazionale. Ancora, offre proposte di spiritualità dell’impegno sociale e politico, anche in ambito economico-imprenditoriale, e nell’accompagnamento di realtà e organizzazioni ecclesiali in percorsi di discernimento”.

Papa Francesco ha consegnato loro il discorso preparato ed ha salutato p. Bartolomeo Sorge: “Grazie della visita e grazie, p. Bartolomeo, di essere venuto. Con il p. Bartolomeo abbiamo fatto la 32^ congregazione generale [dei Gesuiti] nel ’74, si ricorda? Quelle lotte interne, quei problemi…. E’ stato un pioniere in questo e lo ringrazio.

E ringrazio anche voi, di portare le radici, la memoria dello sviluppo del lavoro sociale, che è importante. Non perdete il coraggio, perché poco tempo fa ho letto qualcosa di una chiarezza che ha fatto tremare, non dico la politica italiana, ma sicuramente almeno la Chiesa italiana!”

Rivolgendosi al direttore della rivista papa Francesco ha sottolineato che è necessario ascoltare la realtà: “Ascoltare è lasciarsi colpire dalla realtà. E a volte le proprie categorie cadono o si risistemano. L’ascolto deve essere il primo passo, ma bisogna farlo con la mente e il cuore aperti, senza pregiudizi. Il mondo dei pregiudizi, delle ‘scuole di pensiero’, delle posizioni prese fa tanto male… Oggi, per esempio, in Europa stiamo vivendo il pregiudizio dei populismi, i Paesi si chiudono e tornano le ideologie”.

Il pericolo sono le ideologie che tenta di sostituire la realtà: “Ma non soltanto nuove ideologie (qualcuna c’è) ma tornano le vecchie, le vecchie ideologie che hanno fatto la seconda guerra mondiale. Perché? Perché non si ascolta la realtà com’è. C’è una proiezione di quello che io voglio che si faccia, che io voglio che si pensi, che ci sia…

E’ un complesso che ci fa sostituire a Dio creatore: noi prendiamo in mano la situazione e operiamo: la realtà è quello che io voglio che sia. Poniamo dei filtri. Ma la realtà è un’altra cosa. La realtà è sovrana. Piaccia o non piaccia, ma è sovrana. E io devo dialogare con la realtà”.

Quindi dopo l’ascolto c’è il dialogo: “Ascoltare e dialogare, non imporre strade di sviluppo, o di soluzione ai problemi. Se io devo ascoltare, devo accettare la realtà come è, per vedere quale deve essere la mia risposta. E qui andiamo al nocciolo del problema. La risposta di un cristiano qual è? Fare un dialogo con quella realtà partendo dai valori del Vangelo, dalle cose che Gesù ci ha insegnato, senza imporle dogmaticamente, ma con il dialogo e il discernimento”.

Tre sono le parole consegnate: “Realtà, preghiera e discernimento. E così si va avanti nella vita, anche con i problemi sociali, culturali… Ma se voi partite da preconcetti o posizioni precostituite, da pre-decisioni dogmatiche, mai arriverete a dare un messaggio. Il messaggio deve venire dal Signore, tramite noi. Siamo cristiani e il Signore ci parla con la realtà, nella preghiera e con il discernimento”.

Concludendo l’incontro li ha invitati ad ‘andare avanti’: “Andate avanti, coraggiosamente. E se la critica è buona vi farà crescere. Vi farà vedere dove sono stati gli sbagli. E se la critica viene da un cuore cattivo, vi farà ‘ballare’ un po’ con l’accanimento che succede in questi casi…

Ma mantenete sempre la libertà interiore, e la libertà interiore ce l’ha solo chi prega, chi si mette davanti a Dio, chi prende il Vangelo, questa è la libertà interiore. Questo non è pietismo, è autenticità. Con le mani al lavoro, e con il cuore a sentire cosa succede nella gente. Ascoltare”.

Nel discorso preparato il papa aveva sottolineato il compito della rivista nei discernimento dei fenomeni sociali: “Per i cristiani il discernimento dei fenomeni sociali non può prescindere dall’opzione preferenziale per i poveri. Prima che correre in loro aiuto, questa opzione ci chiede di stare dalla loro parte, anche quando guardiamo alle dinamiche della società. E su di essa, sui suoi valori e le sue contraddizioni i poveri hanno tanto da insegnarci!

Tra i punti forti di Aggiornamenti Sociali c’è anche quello di dare spazio alla prospettiva di coloro che sono ‘scartati’…  Continuate a stare con loro, ascoltateli, accompagnateli perché sia la loro voce a parlare. Anche chi fa ricerca e riflette sulle questioni sociali è chiamato ad avere un cuore di pastore che odora di pecore”.  

Papa Francesco: Natale è l’essenza del cristiano

Nel pomeriggio di giovedì 5 dicembre, in piazza san Pietro, si è inaugurato il presepe e si è illuminato l’albero di Natale con una cerimonia presieduta dal card. Giuseppe Bertello, e da mons. Fernando Vérgez Alzaga, rispettivamente presidente e segretario generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano.

Il presepe è stato realizzato dalla città di Scurelle, 1400 abitanti, a 47 km.i da Trento, ai piedi del monte Lagorai ed ha coinvolto tutta la comunità attraverso il comitato ‘Amici del presepe’: le famiglie hanno donato oggetti e vestiti dei 23 personaggi, che sono tutti in legno e a grandezza naturale.

Raccontando al papa il presepe i vescovi di Trento, mons. Lauro Tisi, di Padova, mons. Claudio Cipolla, e di Vittorio Veneto, mons. Corredo Pizziolo, hanno la novità della nascita di Gesù: “La Natività racconta che Dio entra nella nostra Storia in punta di piedi con grande discrezione. Nella discrezione e nella tenerezza abbiamo il codice genetico dell’amore. E’ affascinante l’umanità del nostro Dio.

In essa trova appagamento il nostro anelito alla bellezza. La gratuità che la abita non è un sordo dovere. E’ la grande opportunità che ci viene offerta di essere liberati dall’ossessione di noi stessi per respirare la gioia di vivere. Il presepio che Le doniamo è il nostro inno alla gratuità e alla scoperta della forza dirompente del ‘noi’.

Chiediamo al Bambino di Betlemme che l’intrecciarsi gioioso di tante mani che hanno costruito il presepio, ora continui nell’intrecciarsi attivo delle mani, per soccorrere i fratelli e le sorelle segnati dalla fatica della vita. Non ci accada di avere tavole imbandite, ma senza commensali.  Avere il pane, ma non avere i volti, è come non avere nulla”.

In mattinata papa Francesco aveva salutato, nell’Aula Paolo VI, i donatori del presepe e dell’albero di Natale allestiti in piazza San Pietro. Il presepe donato da Scurelle, in provincia di Trento, e l’albero di Natale, proveniente da Rotzo, sull’Altipiano di Asiago, sono legati al ricordo della tempesta che, lo scorso anno, ha devastato molte zone del Triveneto:

“Sono lieto di accogliervi nel giorno in cui vengono presentati il presepe e l’albero di Natale, allestiti in Piazza San Pietro, legati insieme dal comune ricordo della tempesta dell’autunno scorso che devastò molte zone del Triveneto”.

Il papa aveva espresso la propria gratitudine alle Autorità civili dei due comuni: “Saluto tutti voi, ad iniziare dai fratelli vescovi, che ringrazio per le loro parole. Esprimo viva riconoscenza alle Autorità civili, che hanno sostenuto il dono di questi due simboli religiosi natalizi. Essi manifestano l’affetto della gente delle provincie di Trento, di Vicenza e di Treviso, segnatamente di alcune località poste nei territori delle diocesi di Trento, Padova e Vittorio Veneto”.

Durante l’incontro aveva incoraggiato le popolazioni colpite nello scorso anno dalla ‘catastrofe, che distrusse interi boschi: “L’incontro odierno mi offre l’opportunità per rinnovare il mio incoraggiamento alle vostre popolazioni, che l’anno scorso hanno subito una devastante calamità naturale, con l’abbattimento di intere zone boschive. Si tratta di eventi che spaventano, sono segnali d’allarme che il creato ci manda, e che ci chiedono di prendere subito decisioni efficaci per la salvaguardia della nostra casa comune”.

Aveva sottolineato l’idea dei donatori di riforestare la zona: “Ho appreso con piacere che, in sostituzione delle piante rimosse verranno ripiantati 40 abeti per reintegrare i boschi gravemente danneggiati dalla tempesta del 2018. L’abete rosso che avete voluto donare rappresenta un segno di speranza specialmente per le vostre foreste, affinché possano essere al più presto ripulite e dare così inizio all’opera di riforestazione”.

Per il papa Il presepe fa comprendere la precarietà che visse il Figlio di Dio: “Il presepe, realizzato quasi interamente in legno e composto da elementi architettonici caratteristici della tradizione trentina, aiuterà i visitatori ad assaporare la ricchezza spirituale del Natale del Signore.

I tronchi di legno, provenienti dalle zone colpite dai nubifragi, che fanno da sfondo al paesaggio, sottolineano la precarietà nella quale si trovò la Sacra Famiglia in quella notte di Betlemme. Anche il presepe artistico di Conegliano, collocato nell’Aula Paolo VI, aiuterà a contemplare l’umile grotta dove nacque il Salvatore”.

Infine, ricordando la sua visita a Greccio, aveva sottolineato che il Natale non è per un uso consumistico: “Come sapete, pochi giorni fa sono stato a Greccio a visitare il luogo dove San Francesco fece il primo presepe. Da lì ho pubblicato una Lettera proprio sul presepe, che è un segno semplice e mirabile della nostra fede e non va perduto, anzi, è bello che sia tramandato, dai genitori ai figli, dai nonni ai nipoti.

E’ una maniera genuina di comunicare il Vangelo, in un mondo che a volte sembra avere paura di ricordare che cos’è veramente il Natale, e cancella i segni cristiani per mantenere solo quelli di un immaginario banale, commerciale”.

Infatti nella lettera apostolica ‘Adimirabile Signum’ papa Francesco sottolinea l’importanza del presepe nel tramandare la fede: “Non è importante come si allestisce il presepe, può essere sempre uguale o modificarsi ogni anno; ciò che conta, è che esso parli alla nostra vita. Dovunque e in qualsiasi forma, il presepe racconta l’amore di Dio, il Dio che si è fatto bambino per dirci quanto è vicino ad ogni essere umano, in qualunque condizione si trovi”.

Aveva concluso ricordando l’umile accoglienza di Maria: “La Vergine Maria, che ha accolto il Figlio di Dio nella debolezza della natura umana, ci aiuti a contemplarlo nel volto di chi soffre, e ci sostenga nell’impegno di essere solidali con le persone più fragili e più deboli”.

Papa Francesco: il presepe è un segno mirabile

‘Con questa Lettera vorrei sostenere la bella tradizione delle nostre famiglie, che nei giorni precedenti il Natale preparano il presepe. Come pure la consuetudine di allestirlo nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nelle piazze’: visitando Greggio papa Francesco ha sottolineato la tradizione del presepe nella cultura.

Oggi pomeriggio papa Francesco ha visitato il Santuario Francescano di Greccio, accolto dal vescovo di Rieti, mons. Domenico Pompili, e dal guardiano del Santuario Francescano, p. Francesco Rossi, dove, dopo un momento di preghiera, ha firmato la Lettera Apostolica ‘Admirabile signum’ sul significato e il valore del presepe.

Nella celebrazione della Parola papa Francesco ha spiegato che davanti al panorama caro al santo di Assisi occorre riscoprire la semplicità: “Il presepe, che per la prima volta San Francesco realizzò proprio in questo piccolo spazio, a imitazione dell’angusta grotta di Betlemme, parla da solo. Qui non c’è bisogno di moltiplicare le parole, perché la scena che è posta sotto i nostri occhi esprime la saggezza di cui abbiamo bisogno per cogliere l’essenziale. 

Davanti al presepe scopriamo quanto sia importante per la nostra vita, così spesso frenetica, trovare momenti di silenzio e di preghiera. Il silenzio, per contemplare la bellezza del volto di Gesù bambino, il Figlio di Dio nato nella povertà di una stalla. La preghiera, per esprimere il ‘grazie’ stupito dinanzi a questo immenso dono d’amore che ci viene fatto”.

Il papa ha fatto riferimento alla pietà popolare del presepe per trasmettere la fede: “In questo segno, semplice e mirabile, del presepe, che la pietà popolare ha accolto e trasmesso di generazione in generazione, viene manifestato il grande mistero della nostra fede: Dio ci ama a tal punto da condividere la nostra umanità e la nostra vita.

Non ci lascia mai soli; ci accompagna con la sua presenza nascosta, ma non invisibile. In ogni circostanza, nella gioia come nel dolore, Egli è l’Emmanuele, Dio con noi”.

Quindi ha invitato i fedeli ad accogliere l’invito degli angeli ed ad essere ‘disponibili’ come la Madonna: “Come i pastori di Betlemme, accogliamo l’invito ad andare alla grotta, per vedere e riconoscere il segno che Dio ci ha dato. Allora il nostro cuore sarà pieno di gioia, e potremo portarla dove c’è tristezza; sarà colmo di speranza, da condividere con chi l’ha perduta.

Immedesimiamoci in Maria, che depose il suo Figlio nella mangiatoia, perché non c’era posto in una casa. Con lei e con San Giuseppe, suo sposo, teniamo lo sguardo rivolto al Bambino Gesù. Il suo sorriso, sbocciato nella notte, disperda l’indifferenza e apra i cuori alla gioia di chi si sente amato dal Padre che è nei cieli”.

Poi ha firmato la lettera apostolica, in cui mette in evidenza che il presepe è essenziale per tramandare la fede: “Il mirabile segno del presepe, così caro al popolo cristiano, suscita sempre stupore e meraviglia. Rappresentare l’evento della nascita di Gesù equivale ad annunciare il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio con semplicità e gioia. Il presepe, infatti, è come un Vangelo vivo, che trabocca dalle pagine della Sacra Scrittura.

Mentre contempliamo la scena del Natale, siamo invitati a metterci spiritualmente in cammino, attratti dall’umiltà di Colui che si è fatto uomo per incontrare ogni uomo. E scopriamo che Egli ci ama a tal punto da unirsi a noi, perché anche noi possiamo unirci a Lui”.

Nella lettera il papa spiega che il presepio è ‘fantasia creativa’: “Con questa Lettera vorrei sostenere la bella tradizione delle nostre famiglie, che nei giorni precedenti il Natale preparano il presepe. Come pure la consuetudine di allestirlo nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri, nelle piazze… E’ davvero un esercizio di fantasia creativa, che impiega i materiali più disparati per dare vita a piccoli capolavori di bellezza.

Si impara da bambini: quando papà e mamma, insieme ai nonni, trasmettono questa gioiosa abitudine, che racchiude in sé una ricca spiritualità popolare. Mi auguro che questa pratica non venga mai meno; anzi, spero che, là dove fosse caduta in disuso, possa essere riscoperta e rivitalizzata”.

Papa Francesco ai giovani imprenditori: uno stile nuovo nel lavoro

A Roma, fino al 3 dicembre, una delegazione di 300 giovani imprenditori cattolici francesi, guidati mons. Dominique Rey, vescovo di Fréjius-Tolone, ha partecipato al ‘Viaggio del bene comune’ con riflessioni sulla ‘vocazione’ degli imprenditori cristiani. Nell’udienza papa Francesco ha detto che le encicliche ‘Gaudium et spes’ e ‘Laudato sì’ due validi criteri di discernimento:

“E’ una gioia per me riscontrare questo desiderio che c’è in voi di seguire gli insegnamenti del Vangelo; in voi che occupate posti di responsabilità in campo economico e sociale, consapevoli di avere un ruolo da svolgere rispetto al futuro delle nostre società e del mondo, e intenzionati a impegnarvi in questo senso”. 

Citando la Costituzione dogmatica ‘Lumen gentium’ il papa ha affermato che compito del cristiano è garantire il ‘bene comune’, nonostante la difficoltà di conciliare l’insegnamento sociale della Chiesa e le leggi del mercato:

“Mi rendo ben conto che non è facile, nel quotidiano, conciliare le esigenze della fede e l’insegnamento sociale della Chiesa con le necessità e i vincoli imposti dalle leggi del mercato e della globalizzazione.

Ma ritengo che i valori evangelici che volete attuare nel dirigere le vostre aziende, come pure nelle molteplici relazioni che intrattenete nel quadro delle vostre attività, siano l’occasione di una genuina e insostituibile testimonianza cristiana. Infatti, si tratta per voi di partecipare, secondo la vostra condizione di fedeli laici, al servizio regale di Cristo”. 

Ha evidenziato  che la difficoltà di ‘prendere’ alcune scelte contrarie alla mondanità, non è utopia: “Il fatto di prendere le distanze dal mondo, in ciò che è contrario a Dio e alla sua volontà; il fatto di voler trasformare questo mondo e salvarlo con Cristo, talvolta può portare al martirio, come attestano San Pietro e San Paolo.

Tuttavia, questi gloriosi testimoni ci dimostrano che il messaggio evangelico di cui erano portatori, un messaggio apparentemente debole rispetto alle potenze mondane del potere e del denaro, non è un’utopia, ma, con la forza dello Spirito Santo e il sostegno della fede di coraggiosi discepoli missionari, può diventare realtà, una realtà sempre incompiuta, certo, e da rinnovare”.

Ed ecco che le due encicliche, sopra citate, possono diventare criteri di discernimento: “Di fronte a questa realtà, ed essendo attori, per quanto vi compete, nei sistemi in questione, voi non avete certamente una risposta immediatamente efficace da dare alle sfide del mondo attuale. In questo, talvolta potrete sentirvi impotenti.

E tuttavia avete un ruolo essenziale da svolgere. Perché, anche in maniera modesta, in alcuni cambiamenti concreti di abitudini e di stile, sia nelle relazioni con i vostri collaboratori diretti, o meglio ancora nella diffusione di nuove culture aziendali, vi è possibile agire per cambiare concretamente le cose e, a poco a poco, educare il mondo del lavoro a uno stile nuovo”.

Ed ha concluso con l’invito a ‘convertire le mentalità’: “Vi invito, già nella vostra vita personale, ad impegnarvi su questa via della semplicità e della sobrietà; le decisioni che dovrete prendere nelle vostre occupazioni non potranno che risultare più libere e più serene, e voi stessi ne trarrete maggiore pace e gioia”.

Questo appello alla sobrietà ed alla solidarietà si è tradotto nel gesto dell’Elemosineria vaticana con l’accoglienza dei profughi richiedenti asilo politico insieme alla Comunità di Sant’Egidio a conclusione di un intenso periodo di trattative ufficiali tra gli organismi competenti al fine di realizzare questo nuovo corridoio umanitario.

Infatti il card. Konrad Krajewski si è recato nell’Isola di Lesbo per condurre in Italia un gruppo di 33 profughi richiedenti asilo politico. Questa operazione si concluderà nel mese di dicembre, quando altri 10 profughi verranno accompagnati in Italia, dando così inizio alle procedure necessarie per la richiesta di protezione internazionale.

Papa Francesco: il diritto ‘a morire’ non ha basi giuridiche

Il quinto convegno nazionale del Centro studi ‘Rosario Livatino’, che si è svolto venerdì 29 novembre al Senato della Repubblica, ha affrontato un tema di attualità espresso dal titolo: ‘Magistratura in crisi. Percorsi per ritrovare la giustizia’. In mattinata ai partecipanti al convegno (giuristi, magistrati, avvocati, docenti universitari e notai) papa Francesco ha ricordato il pensiero del giovane magistrato, ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990 e per il quale si è concluso il processo diocesano di beatificazione:

“Rosario fu ucciso non lo conosceva quasi nessuno. Lavorava in un tribunale di periferia: si occupava dei sequestri e delle confische dei beni di provenienza illecita acquisiti dai mafiosi. Lo faceva in modo inattaccabile, rispettando le garanzie degli accusati, con grande professionalità e con risultati concreti: per questo la mafia decise di eliminarlo”.

Il papa quindi lo ha additato come esempio ‘per la coerenza tra la sua fede e il suo impegno di lavoro’, ma soprattutto per le riflessioni sull’eutanasia. E qui ha citato una sua riflessione, quando al Parlamento era in discussione la tematica: 

“Se l’opposizione del credente a questa legge si fonda sulla convinzione che la vita umana… è dono divino che all’uomo non è lecito soffocare o interrompere, altrettanto motivata è l’opposizione del non credente che si fonda sulla convinzione che la vita sia tutelata dal diritto naturale, che nessun diritto positivo può violare o contraddire, dal momento che essa appartiene alla sfera dei beni ‘indisponibili’, che né i singoli né la collettività possono aggredire”.  

Questo considerazione del ‘giudice bambino’ per il papa è valida anche oggi: “Queste considerazioni sembrano distanti dalle sentenze che in tema di diritto alla vita vengono talora pronunciate nelle aule di giustizia, in Italia e in tanti ordinamenti democratici.

Pronunce per le quali l’interesse principale di una persona disabile o anziana sarebbe quello di morire e non di essere curato; o che, secondo una giurisprudenza che si autodefinisce ‘creativa’, inventano un ‘diritto di morire’ privo di qualsiasi fondamento giuridico, e in questo modo affievoliscono gli sforzi per lenire il dolore e non abbandonare a sé stessa la persona che si avvia a concludere la propria esistenza”.

Questa riflessione non esclude la ‘fedeltà’ allo Stato del magistrato, come aveva sottolineato nel 1984 sempre Livatino: “Egli altro non è che un dipendente dello Stato al quale è affidato lo specialissimo compito di applicare le leggi, che quella società si dà attraverso le proprie istituzioni”.

Anche in questo caso il papa ha sottolineato l’attualità del suo pensiero: “Anche in questo l’attualità di Rosario Livatino è sorprendente, perché coglie i segni di quel che sarebbe emerso con maggiore evidenza nei decenni seguenti, non soltanto in Italia, cioè la giustificazione dello sconfinamento del giudice in ambiti non propri, soprattutto nelle materie dei cosiddetti ‘nuovi diritti’, con sentenze che sembrano preoccupate di esaudire desideri sempre nuovi, disancorati da ogni limite oggettivo”.

Quindi in questo periodo di crisi del potere giudiziario papa Francesco ha riaffermato il bisogno di non disperdere il pensiero del giudice: “Il tema che avete scelto per il convegno di oggi si inserisce in questo solco, e chiama in causa una crisi del potere giudiziario che non è superficiale ma ha radici profonde. Anche su questo versante, Livatino ha testimoniato quanto la virtù naturale della giustizia esiga di essere esercitata con sapienza e con umiltà, avendo sempre presente la ‘dignità trascendente dell’uomo’…

In questo modo, con queste convinzioni, Rosario Livatino ha lasciato a tutti noi un esempio luminoso di come la fede possa esprimersi compiutamente nel servizio alla comunità civile e alle sue leggi; e di come l’obbedienza alla Chiesa possa coniugarsi con l’obbedienza allo Stato, in particolare con il ministero, delicato e importante, di far rispettare e applicare la legge”.

Infine ha chiesto ai presenti di contribuire alla ‘costruzione’ della concordia: “Cari amici, la concordia è il legame tra gli uomini liberi che compongono la società civile. Col vostro impegno di giuristi, voi siete chiamati a contribuire alla costruzione di questa concordia, approfondendo le ragioni della coerenza fra le radici antropologiche, l’elaborazione dei principi e le linee di applicazione nella vita quotidiana”.

Ha concluso l’udienza con un’altra riflessione di Rosario Livatino, mettendo i partecipanti ‘sotto la tutela di Dio’, che era il suo acronimo. Ebbene Rosario Livatino invitava a compiere una scelta come decisione: “Decidere è scegliere…; e scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare… Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio.

Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto, per il tramite dell’amore verso la persona giudicata… E tale compito sarà tanto più lieve quanto più il magistrato avvertirà con umiltà le proprie debolezze, quanto più si ripresenterà ogni volta alla società disposto e proteso a comprendere l’uomo che ha di fronte e a giudicarlo senza atteggiamento da superuomo, ma anzi con costruttiva contrizione”.

La Chiesa in uscita di papa Francesco

Sabato 30 novembre papa Francesco ha accolto i partecipanti all’Incontro Internazionale ‘La Chiesa in uscita. Ricezione e prospettive di Evangelii Gaudium’, ricordando che l’evangelizzazione è nata il mattino di Pasqua, ‘con una donna, Maria Maddalena che, dopo aver incontrato Gesù risorto, il Vivente, ha evangelizzato gli Apostoli’.

Per il papa è fondamentale il racconto della gioia evangelica: “La gioia del Vangelo scaturisce dall’incontro con Gesù. E’ quando incontriamo il Signore che veniamo inondati da quell’amore di cui Lui solo è capace”.

Però il papa ha avvertito che la gente avverte l’annuncio lontano, se non nasce da un’esperienza: “L’esperienza di tante persone ai nostri giorni non è distante da quella di Maria di Magdala. La nostalgia di Dio, di un amore infinito e vero, è radicata nel cuore di ogni uomo. Serve qualcuno che aiuti a ravvivarla. Servono angeli che, come fu per Maria Maddalena, portino buoni annunci: angeli in carne e ossa che si accostino per asciugare lacrime, per dire nel nome di Gesù: non avere paura!”

Il compito allora è quello di evangelizzare attraverso una proposta di vita: “Gli evangelizzatori sono come angeli, come angeli custodi, messaggeri di bene che non consegnano risposte pronte, ma condividono l’interrogativo della vita, lo stesso che Gesù rivolse a Maria chiamandola per nome… Chi cerchi, non che cosa cerchi, perché le cose non bastano per vivere; per vivere occorre il Dio dell’amore.

E se con questo suo amore sapessimo guardare nel cuore delle persone che, a causa dell’indifferenza che respiriamo e del consumismo che ci appiattisce, spesso ci passano davanti come se nulla fosse, riusciremmo a vedere anzitutto il bisogno di questo Chi, la ricerca di un amore che dura per sempre, la domanda sul senso della vita, sul dolore, sul tradimento, sulla solitudine. Sono inquietudini di fronte alle quali non bastano ricette e precetti; occorre camminare, occorre camminare insieme, farsi compagni di viaggio”.

L’evangelizzatore propone quindi un cammino, senza fuggire il mondo: “Chi evangelizza, infatti, non può mai scordarsi di essere sempre in cammino, in ricerca insieme agli altri. Perciò non può lasciare indietro nessuno, non può permettersi di tenere a distanza chi arranca, non può chiudersi nel suo gruppetto di relazioni confortevoli. Chi annuncia non cerca fughe dal mondo, perché il suo Signore ha tanto amato il mondo da dare sé stesso, non per condannare ma per salvare il mondo.

Chi annuncia fa proprio il desiderio di Dio, che spasima per chi è distante. Non conosce nemici, solo compagni di viaggio. Non si erge come maestro, sa che la ricerca di Dio è comune e va condivisa, che la vicinanza di Gesù non è mai negata a nessuno”.

Colui che evangelizza crede che Dio è amore: “Abbiamo bisogno di credere davvero che Dio è amore e che dunque non va perduta nessuna opera svolta con amore, nessuna sincera preoccupazione per gli altri, nessun atto d’amore per Dio, nessuna generosa fatica, nessuna dolorosa pazienza. Abbiamo bisogno, per diffondere l’annuncio, di essere semplici e agili come nei Vangeli di Pasqua: come Maria…

Abbiamo bisogno di una Chiesa libera e semplice, che non pensa ai ritorni di immagine, alle convenienze e alle entrate, ma ad essere in uscita. Qualcuno diceva che la vera Chiesa di Gesù per essere fedele sempre deve essere in disavanzo nel bilancio. E’ buono questo: il disavanzo”. 

Il pensiero corre ai primi cristiani: “Pensiamo ai primi cristiani, che avevano tutti contro, erano perseguitati eppure non si lamentavano del mondo… Non lasciamoci contagiare dal disfattismo secondo cui va tutto male: non è il pensiero di Dio. E i tristi non sono cristiani. Il cristiano soffre tante volte, ma non cade nella tristezza profonda dell’anima. La tristezza non è una virtù cristiana. Il dolore sì.

Per non lasciarci rubare l’entusiasmo del Vangelo invochiamone ogni giorno l’Autore, lo Spirito Santo, lo Spirito della gioia che mantiene vivo l’ardore missionario, che fa della vita una storia d’amore con Dio, che ci invita ad attirare il mondo solo con l’amore, e a scoprire che la vita si possiede solo donandola. Si possiede nella povertà di darla, di spogliarsi da sé stessi. E anche con la sorpresa, lo stupore di vedere che prima che noi arriviamo, c’è lo Spirito Santo che è già arrivato e ci aspetta lì”.

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