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Genova: il papa invita ad essere maratoneti

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Papa Francesco ha salutato Genova e le numerose persone accorse a piazzale Kennedy per la celebrazione eucaristica nel giorno dell’Ascensione di Gesù. Nel commento alle letture il papa ha parlato del potere:

“Questo tema attraversa le letture di oggi: nella prima Gesù dice che non spetta ai discepoli conoscere ‘tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere’, ma promette loro la ‘forza dallo Spirito Santo’ (At 1,7-8); nella seconda San Paolo parla della ‘straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi’ e ‘dell’efficacia della sua forza’ (Ef 1,19)”.

In effetti il papa ha spiegato in cosa consiste questo potere di Dio: “E’ anzitutto il potere di collegare il cielo e la terra. Oggi celebriamo questo mistero, perché quando Gesù è asceso al Padre la nostra carne umana ha varcato la soglia del cielo: la nostra umanità è lì, in Dio, per sempre. Lì è la nostra fiducia, perché Dio non si staccherà mai dall’uomo.

E ci consola sapere che in Dio, con Gesù, è preparato per ciascuno di noi un posto: un destino da figli risorti ci attende e per questo vale veramente la pena di vivere quaggiù cercando le cose di lassù dove si trova il nostro Signore. Ecco che cosa ha fatto Gesù, col suo potere di collegare per noi la terra al cielo”.

Il potere di Gesù si manifesta ancora oggi, che però non è un potere del mondo: “Ma questo suo potere non è finito una volta asceso in cielo; continua anche oggi e dura per sempre. Infatti, proprio prima di salire al Padre, Gesù ha detto: ‘Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo’. Non è un modo di dire, una semplice rassicurazione, come quando prima di partire per un lungo viaggio si dice agli amici: ‘vi penserò’.

No, Gesù è veramente con noi e per noi: in cielo mostra sempre al Padre la sua umanità, la nostra umanità, e così ‘è sempre vivo per intercedere’ a nostro favore. Ecco la parola-chiave del potere di Gesù: intercessione. Gesù presso il Padre intercede ogni giorno, ogni momento per noi. In ogni preghiera, in ogni nostra richiesta di perdono, soprattutto in ogni Messa, Gesù interviene: mostra al Padre i segni della sua vita offerta, le sue piaghe, e intercede, ottenendo misericordia per noi”.

Gesù è colui che intercede presso il Padre ed ha dato tale ‘potere’ alla Chiesa: “Questa capacità di intercedere, Gesù l’ha donata anche a noi, alla sua Chiesa, che ha il potere e anche il dovere di intercedere, di pregare per tutti… Il mondo ne ha bisogno. Noi stessi ne abbiamo bisogno. Nelle nostre giornate corriamo e lavoriamo tanto, ci impegniamo per molte cose; però rischiamo di arrivare a sera stanchi e con l’anima appesantita, simili a una nave carica di merce che dopo un viaggio faticoso rientra in porto con la voglia solo di attraccare e di spegnere le luci.

Vivendo sempre tra tante corse e cose da fare, ci possiamo smarrire, rinchiudere in noi stessi e diventare inquieti per un nulla. Per non farci sommergere da questo ‘male di vivere’, ricordiamoci ogni giorno di ‘gettare l’ancora in Dio’: portiamo a Lui i pesi, le persone e le situazioni, affidiamogli tutto. E’ questa la forza della preghiera, che collega cielo e terra, che permette a Dio di entrare nel nostro tempo”.

La preghiera è intercessione ed è la forza vitale del mondo; in base a ciò il papa ha invitato i cristiani ad essere maratoneti della preghiera: “Intercedere senza stancarci: è la nostra prima responsabilità, perché la preghiera è la forza che fa andare avanti il mondo; è la nostra missione, una missione che al tempo stesso costa fatica e dona pace.

Ecco il nostro potere: non prevalere o gridare più forte, secondo la logica di questo mondo, ma esercitare la forza mite della preghiera, con la quale si possono anche fermare le guerre e ottenere la pace. Come Gesù intercede sempre per noi presso il Padre, così noi suoi discepoli non stanchiamoci mai di pregare per avvicinare la terra al cielo”.

La vitalità del Vangelo non può essere rinchiusa, ma richiede di essere annunciata: “Per Gesù è però importante che da subito superiamo una grande imperfezione: la chiusura. Perché il Vangelo non può essere rinchiuso e sigillato, perché l’amore di Dio è dinamico e vuole raggiungere tutti. Per annunciare, allora, occorre andare, uscire da sé stessi.

Con il Signore non si può stare quieti, accomodati nel proprio mondo o nei ricordi nostalgici del passato; con Lui è vietato cullarsi nelle sicurezze acquisite. La sicurezza per Gesù sta nell’andare, con fiducia: lì si rivela la sua forza. Perché il Signore non apprezza gli agi e le comodità, ma scomoda e rilancia sempre. Ci vuole in uscita, liberi dalla tentazione di accontentarci quando stiamo bene e abbiamo tutto sotto controllo”.

Il cristiano è un pellegrino, perché andare nel mondo è la sua carta d’identità: “Il cristiano non è fermo, ma in cammino: col Signore verso gli altri. Ma il cristiano non è un velocista che corre all’impazzata o un conquistatore che deve arrivare prima degli altri. E’ un pellegrino, un missionario, un ‘maratoneta speranzoso’: mite ma deciso nel camminare; fiducioso e al tempo stesso attivo; creativo ma sempre rispettoso; intraprendente e aperto; laborioso e solidale. Con questo stile percorriamo le strade del mondo!”

Il papa a Genova mette al centro il lavoro

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Di buon’ora papa Francesco ha incontrato a Genova i lavoratori degli stabilimenti dell’ILVA chiedendo un lavoro per tutti. Nelle risposte alle domande il papa ha affermato che è la prima volta che visita la città provando emozione e sottolineato che il mondo del lavoro è una priorità umana:

“E pertanto, è una priorità cristiana, una priorità nostra, e anche una priorità del Papa. Perché viene da quel primo comando che Dio ha dato ad Adamo: ‘Va’, fa’ crescere la terra, lavora la terra, dominala’. C’è sempre stata un’amicizia tra la Chiesa e il lavoro, a partire da Gesù lavoratore. Dove c’è un lavoratore, lì c’è l’interesse e lo sguardo d’amore del Signore e della Chiesa.

Penso che questo sia chiaro. E’ molto bella questa domanda che proviene da un imprenditore, da un ingegnere; dal suo modo di parlare dell’azienda emergono le tipiche virtù dell’imprenditore. E siccome questa domanda la fa un imprenditore, parleremo di loro. La creatività, l’amore per la propria impresa, la passione e l’orgoglio per l’opera delle mani e dell’intelligenza sua e dei lavoratori. L’imprenditore è una figura fondamentale di ogni buona economia: non c’è buona economia senza buon imprenditore. Non c’è buona economia senza buoni imprenditori, senza la vostra capacità di creare, creare lavoro, creare prodotti”.

Seguendo la domanda di una sindacalista, ha spiegato perché ha accettato l’incontro con i lavoratori in un luogo di lavoro: “Ho accolto la proposta di fare questo incontro oggi, in un luogo di lavoro e di lavoratori, perché anche questi sono luoghi del popolo di Dio. I dialoghi nei luoghi del lavoro non sono meno importanti dei dialoghi che facciamo dentro le parrocchie o nelle solenni sale convegni, perché i luoghi della Chiesa sono i luoghi della vita e quindi anche le piazze e le fabbriche.

Perché qualcuno può dire: ‘Ma questo prete, che cosa viene a dirci? Vada in parrocchia!’. No, il mondo del lavoro è il mondo del popolo di Dio: siamo tutti Chiesa, tutti popolo di Dio. Molti degli incontri tra Dio e gli uomini, di cui ci parlano la Bibbia e i Vangeli, sono avvenuti mentre le persone lavoravano: Mosè sente la voce di Dio che lo chiama e gli rivela il suo nome mentre pascolava il gregge del suocero; i primi discepoli di Gesù erano pescatori e vengono chiamati da Lui mentre lavoravano in riva al lago”.

Ha ribadito il valore per il cristiano di approfondire la Dottrina sociale della Chiesa: “La Dottrina sociale della Chiesa ha sempre visto il lavoro umano come partecipazione alla creazione che continua ogni giorno, anche grazie alle mani, alla mente e al cuore dei lavoratori. Sulla terra ci sono poche gioie più grandi di quelle che sperimentano lavorando, come ci sono pochi dolori più grandi dei dolori del lavoro, quando il lavoro sfrutta, schiaccia, umilia, uccide. Il lavoro può fare molto male perché può fare molto bene.

Il lavoro è amico dell’uomo e l’uomo è amico del lavoro, e per questo non è facile riconoscerlo come nemico, perché si presenta come una persona di casa, anche quando ci colpisce e ci ferisce. Gli uomini e le donne si nutrono del lavoro: con il lavoro sono ‘unti di dignità’. Per questa ragione, attorno al lavoro si edifica l’intero patto sociale”.

Infine ha concluso l’incontro sottolineando che non bisogna svendere assolutamente il lavoro al consumismo: “Non dobbiamo permetterlo, e dobbiamo continuare a chiedere il lavoro, a generarlo, a stimarlo, ad amarlo. Anche a pregarlo: molte delle preghiere più belle dei nostri genitori e nonni erano preghiere del lavoro, imparate e recitate prima, dopo e durante il lavoro.

Il lavoro è amico della preghiera; il lavoro è presente tutti i giorni nell’Eucaristia, i cui doni sono frutto della terra e del lavoro dell’uomo. Un mondo che non conosce più i valori e il valore del lavoro, non capisce più neanche l’Eucaristia, la preghiera vera e umile delle lavoratrici e dei lavoratori.

I campi, il mare, le fabbriche sono sempre stati ‘altari’ dai quali si sono alzate preghiere belle e pure, che Dio ha colto e raccolto. Preghiere dette e recitate da chi sapeva e voleva pregare ma anche preghiere dette con le mani, con il sudore, con la fatica del lavoro da chi non sapeva pregare con la bocca. Dio ha accolto anche queste e continua ad accoglierle anche oggi”.

Terminato l’incontro con i lavoratori ha incontrato i religiosi della diocesi, pregando per le vittime dell’attentato in Egitto. Rispondendo alle loro domande ha invitato i religiosi e le religiose ad imitare lo stile di Gesù: “I Vangeli, con le sfumature proprie di ognuno, ma sempre ci fanno vedere Gesù in cammino, in mezzo alla gente, la “folla” dice il Vangelo. Distingue bene il Vangelo i discepoli, la folla, i dottori della legge, i sadducei, i farisei…. Distingue il Vangelo: è interessante. E Gesù stava in mezzo alla folla.

Se noi immaginiamo com’era l’orario della giornata di Gesù, leggendo i Vangeli possiamo dire che la maggior parte del tempo lo passava per la strada. Questo vuol dire vicinanza alla gente, vicinanza ai problemi. Non si nascondeva. Poi, alla sera, tante volte si nascondeva per pregare, per stare con il Padre. E queste due cose, questo modo di vedere Gesù, in strada e in preghiera, aiuta tanto per la nostra vita quotidiana, che non è in strada, è in fretta. Sono cose diverse”.

Rispondendo ad un’altra domanda ha affermato che il ‘carisma’ deve essere incarnato nel mondo: “Il carisma va incarnato: nasce in un posto concreto e poi cresce e continua a incarnarsi in posti concreti. Ma sempre bisogna cercare dove è nato, come è nato il carisma, in quale città, in quale quartiere, con quale fondatore, quale fondatrice, come si è formato… E questo ci insegna ad amare la gente dei posti concreti, amare gente concreta, avere ideali concreti: la concretezza la dà la diocesanità. La concretezza della Chiesa la dà la diocesanità.

E questo non vuol dire uccidere il carisma, no. Questo aiuta il carisma a farsi più reale, più visibile, più vicino. E poi, ogni tanto, ogni sei anni, normalmente, i consacrati si riuniscono in capitolo, e provengono dalle diverse ‘concretezze’, e questo fa crescere l’istituto.

Ma sempre con la radice nella diocesanità: nelle diverse diocesi, dove questo carisma è nato e dove è andato. Questa è la concretezza. Quando l’universalità di un istituto religioso, che cresce e va e va, si dimentica di inserirsi nei posti concreti, nelle diocesi concrete, questo Ordine religioso alla fine si dimentica di dove è nato, del carisma fondante”.

Ha concluso l’incontro ricordato un episodio successo a Buenos Aires affermando che occorre usare il linguaggio della testimonianza dell’amore. Infine la mattina bergogliana a Genova si è conclusa con l’incontro dei giovani missionari al Santuario della Madonna della Guardia, invitandoli a prendere il ‘largo’:

“Viviamo una cultura del vuoto e della solitudine, siamo spesso soli e abbiamo bisogno del chiasso, ma non ha niente a che fare con la gioia. La società si difende con la esclusione, isolando la gente, se vogliamo essere missionari, mai escludere e mai isolare o ignorare… Per essere un buon discepolo ci vuole il cuore del navigatore orizzonte e coraggio”.

Il papa invita i malati ad essere presenza viva

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Prima di far ritorno a Roma papa Francesco ha fatto un dono alla nazione portoghese consistente nel quadro dell’Ultima Cena in madreperla. La rappresentazione su lastra d’argento dell’Ultima Cena di Nostro Signore, realizzata su diretta imitazione di una più nota opera del 1652 dell’artista di origine belga Philippe de Champaigne, che si trova conservata al Musée du Louvre di Parigi, è impreziosita da una splendida cornice in madreperla di manifattura betlemita.

Il Papa a Fátima: «Non potevo non venire qui per venerare la Vergine Madre»

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Fátima conserva un fascino spirituale che non conosce età, nonostante i cento anni trascorsi (1917-2017) dalla prima apparizione della Vergine Maria ai tre pastorelli.

Papa Francesco – proprio oggi, 13 maggio 2017, nella ricorrenza del primo centenario – celebra la Messa di Canonizzazione dei Beati Francesco e Giacinta Marto (due dei tre pastorelli che insieme a Lucia furono testimoni delle apparizioni mariane), sul sagrato del Santuario di “Nostra Signora di Fátima”. Sono presenti alla Celebrazione Eucaristica i Presidenti della Repubblica del Portogallo, del Paraguay e di São Tomé e Príncipe, mentre nel piazzale antistante il Santuario sono presenti oltre un milione di fedeli.

Durante la prima parte della celebrazione Papa Francesco proclama “santi” Francesco e Giacinta Marto, i due fratellini rispettivamente di 9 e di 7 anni che videro la Madonna insieme alla cugina Lucia dos Santos.

Abbiamo una Madre! Una “Signora tanto bella”, commentavano tra di loro i veggenti di Fatima sulla strada di casa, in quel benedetto giorno 13 maggio di cento anni fa. Papa Francesco inizia la sua omelia ricordando questo dettaglio. Sono stati tanti gli occhi dei fedeli che – come i tre “pastorinhos” – si sono protesi a guardare la Madre di Dio, ma «la Vergine Madre – sottolinea il Pontefice – non è venuta qui perché noi la vedessimo», piuttosto, «presagendo e avvertendoci sul rischio dell’inferno a cui conduce una vita – spesso proposta e imposta – senza Dio e che profana Dio nelle sue creature, è venuta a ricordarci la Luce di Dio che dimora in noi e ci copre».

I tre piccoli – come ha raccontato in seguito Lucia – si trovavano abbracciati dalla Luce di Dio che proveniva dalla Madonna, e «secondo il credere e il sentire di molti pellegrini, se non proprio di tutti, Fatima è soprattutto questo manto di Luce che ci copre, qui come in qualsiasi altro luogo della Terra quando ci rifugiamo sotto la protezione della Vergine Madre».

Abbiamo una Madre, ricorda il Papa, aggrappiamoci a lei come dei figli, viviamo della speranza che poggia su Gesù. «Come esempi, abbiamo davanti agli occhi San Francesco Marto e Santa Giacinta, che la Vergine Maria ha introdotto nel mare immenso della Luce di Dio portandoli ad adorarLo. Da ciò veniva loro la forza per superare le contrarietà e le sofferenze. La presenza divina divenne costante nella loro vita, come chiaramente si manifesta nell’insistente preghiera per i peccatori e nel desiderio permanente di restare presso “Gesù Nascosto” nel Tabernacolo».

Dalle memorie di Lucia, Papa Bergoglio ricorda una visione rivelata dalla piccola Giacinta, che vide il pontefice in una chiesa, davanti al Cuore Immacolato di Maria, in preghiera? «Non potevo – conclude Papa Francesco – non venire qui per venerare la Vergine Madre e affidarLe i suoi figli e figlie. Sotto il suo manto non si perdono; dalle sue braccia verrà la speranza e la pace di cui hanno bisogno e che io supplico per tutti i miei fratelli nel Battesimo e in umanità, in particolare per i malati e i disabili, i detenuti e i disoccupati, i poveri e gli abbandonati».

Ogni uomo è stato creato come speranza per gli altri, e tale speranza può essere realizzata nel proprio stato di vita, «nel “chiedere” ed “esigere” da ciascuno di noi l’adempimento dei doveri del proprio stato (Lettera di Suor Lucia, 28 febbraio 1943), il cielo mette in moto qui una vera e propria mobilitazione generale contro questa indifferenza che ci raggela il cuore e aggrava la nostra miopia. Non vogliamo essere una speranza abortita! La vita può sopravvivere solo grazie alla generosità di un’altra vita».

Al termine della Santa Messa il Pontefice benedice i malati presenti e rientra alla Casa “Nossa Senhora do Carmo” dove, alle ore 12.30, pranzerà con i Vescovi del Portogallo e i membri del seguito papale.

Foto: CTV

Il papa ai sacerdoti: parlate ai cuori

Udienza generale di Papa Francesco
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Nella IV domenica di Pasqua, quella del ‘Buon Pastore’, la Chiesa ha celebrato la giornata mondiale di preghiera per le vocazione, e papa Francesco ha ordinato 10 sacerdoti, di cui 6 per la diocesi di Roma. Nell’omelia papa Francesco ha sottolineato il valore del presbiterato:

Papa Francesco ha ricordato i ‘nuovi’ martiri della fede

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Una settimana prima di compiere il viaggio apostolica in Egitto papa Francesco ha visitato a Roma la basilica di san Bartolomeo all’Isola, dove ha pregato con la Comunità di Sant’Egidio in memoria dei Nuovi Martiri, accolto da una folla festosa di bambini e anziani, persone malate, disabili, profughi.

Il papa all’Azione Cattolica: state nelle ‘periferie’

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Nella mattina di domenica 30 aprile le strade che conducono in piazza San Pietro sono state inondate da cappellini, foulards colorati e da bandiere dell’Azione Cattolica, che con canti festosi si apprestavano ad ascoltare le parole di papa Francesco, mentre turisti in fila per entrare nei Musei Vaticani non si lasciavano sfuggire l’occasione di fotografare questo ‘fiume’ multicolore.

Il Papa al clero egiziano: «Non abbiate paura circostanze difficili che dovete attraversare»

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L’ultimo appuntamento ufficiale della visita apostolica di Papa Francesco in Egitto è riservato al clero, un incontro di preghiera – nel Seminario Patriarcale Copto-Cattolico di Maadi, nella periferia a sud del Cairo – sotto forma di Liturgia della Parola in arabo a cui prendono parte circa 1500 sacerdoti, religiosi, religiose e seminaristi.

Papa Francesco ringrazia e saluta i sacerdoti e i religiosi presenti per la testimonianza e per tutto il bene che viene realizzato ogni giorno, in mezzo alle tante sfide del mondo; poi li incoraggia: «Non abbiate paura del peso del quotidiano, del peso delle circostanze difficili che alcuni di voi devono attraversare. Noi veneriamo la Santa Croce, strumento e segno della nostra salvezza. Chi scappa dalla Croce scappa dalla Risurrezione!»; e ancora: «In mezzo a tanti motivi di scoraggiamento e tra tanti profeti di distruzione e di condanna, in mezzo a tante voci negative e disperate, voi siate una forza positiva, siate luce e sale di questa società; siate il locomotore che traina il treno in avanti, diritto verso la mèta; siate seminatori di speranza, costruttori di ponti e operatori di dialogo e di concordia».

Il Pontefice invita i consacrati a non cedere alle tentazioni che incontrano ogni giorno sulla loro strada e li mette in guardia su alcune di esse: la tentazione di lasciarsi trascinare e non guidare, «Il Buon Pastore ha il dovere di guidare il gregge, di condurlo all’erba fresca e alla fonte di acqua. Non può farsi trascinare dalla delusione e dal pessimismo»; la tentazione di lamentarsi continuamente, accusando gli altri, per le mancanze dei superiori, per le condizioni ecclesiastiche o sociali, «Ma il consacrato è colui che, con l’unzione dello Spirito, trasforma ogni ostacolo in opportunità, e non ogni difficoltà in scusa! Chi si lamenta sempre è in realtà uno che non vuole lavorare»; la tentazione del pettegolezzo e dell’invidia «Il pericolo è serio – afferma il Papa – quando il consacrato, invece di aiutare i piccoli a crescere e a gioire per i successi dei fratelli e delle sorelle, si lascia dominare dall’invidia e diventa uno che ferisce gli altri col pettegolezzo. Quando, invece di sforzarsi per crescere, inizia a distruggere coloro che stanno crescendo; invece di seguire gli esempi buoni, li giudica e sminuisce il loro valore. L’invidia è un cancro che rovina qualsiasi corpo in poco tempo»; la tentazione del paragonarsi con gli altri e la tentazione del “faraonismo”, «cioè dell’indurire il cuore e del chiuderlo al Signore e ai fratelli. È la tentazione di sentirsi al di sopra degli altri e quindi di sottometterli a sé per vanagloria; di avere la presunzione di farsi servire invece di servire»; la tentazione dell’individualismo, e quella del camminare senza bussola e senza mèta, «Il consacrato perde la sua identità e inizia a non essere “né carne né pesce”. Vive con cuore diviso tra Dio e la mondanità. Dimentica il suo primo amore. […] Cammina senza orientamento e invece di guidare gli altri li disperde. La vostra identità come figli della Chiesa è quella di essere copti – cioè radicati nelle vostre nobili e antiche radici – e di essere cattolici – cioè parte della Chiesa una e universale: come un albero che più è radicato nella terra e più è alto nel cielo!».

«Più siamo radicati in Cristo, più siamo vivi e fecondi!». Papa Francesco conclude il suo discorso invitando i consacrati a conservare la meraviglia, la passione del primo incontro vocazionale, l’attrazione e la gratitudine nei confronti di Dio nella propria vita. «Dalla qualità della nostra vita spirituale dipende quella della nostra consacrazione»; «L’Egitto – prosegue il Pontefice – ha contribuito ad arricchire la Chiesa con il tesoro inestimabile della vita monastica. Vi esorto, pertanto, ad attingere dall’esempio di San Paolo l’eremita, di Sant’Antonio, dei Santi Padri del deserto, dei numerosi monaci, che con la loro vita e il loro esempio hanno aperto le porte del cielo a tanti fratelli e sorelle; e così anche voi potete essere luce e sale, motivo cioè di salvezza per voi stessi e per tutti gli altri, credenti e non, e specialmente per gli ultimi, i bisognosi, gli abbandonati e gli scartati. […] Coraggio, e avanti con lo Spirito Santo!»

Al termine dell’incontro di preghiera, dopo il rinnovo delle promesse di vita consacrata, la recita del Padre Nostro e la benedizione finale, il Santo Padre Francesco si trasferisce in auto all’Aeroporto Internazionale del Cairo per la cerimonia di congedo dall’Egitto.

Foto: CTV

 

 

 

Nelle parole del Papa in Egitto, «L’estremismo della carità!»

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Circondato da uno straordinario numero di uomini della sicurezza, Papa Francesco – in questa seconda giornata del suo Viaggio apostolico in Egitto – ha presieduto la Celebrazione Eucaristica all’«Air Defense Stadium» de Il Cairo.
Durante l’omelia il Pontefice ha commentato il Vangelo della III Domenica di Pasqua, riassumendo l’itinerario dei discepoli di Emmaus in tre parole: morte, risurrezione e vita.

Come i discepoli anche l’uomo, oggi, guarda alla croce di Cristo come alla croce delle proprie idee. «Quante volte – ricorda il Papa – l’uomo si auto-paralizza, rifiutando di superare la propria idea di Dio, di un dio creato a immagine e somiglianza dell’uomo! Quante volte si dispera, rifiutando di credere che l’onnipotenza di Dio non è onnipotenza di forza, di autorità, ma è soltanto onnipotenza di amore, di perdono e di vita!». Bisogna spezzare l’indurimento del nostro cuore e dei nostri pregiudizi, per riconoscere il volto di Dio, e quando «l’uomo tocca il fondo del fallimento e dell’incapacità, quando si spoglia dell’illusione di essere il migliore, di essere autosufficiente, di essere il centro del mondo, allora Dio gli tende la mano per trasformare la sua notte in alba, la sua afflizione in gioia, la sua morte in risurrezione».

Papa Francesco ricorda che chi non è capace di attraversare l’esperienza della Croce fino alla Verità della Risurrezione «si autocondanna alla disperazione. Infatti, noi non possiamo incontrare Dio senza crocifiggere prima le nostre idee limitate di un dio che rispecchia la nostra comprensione dell’onnipotenza e del potere».

Se i nostri cuori sono svuotati del timore di Dio e della Sua presenza – afferma il Pontefice – non serve riempire i luoghi di culto; «non serve pregare se la nostra preghiera rivolta a Dio non si trasforma in amore rivolto al fratello; non serve tanta religiosità se non è animata da tanta fede e da tanta carità; non serve curare l’apparenza, perché Dio guarda l’anima e il cuore e detesta l’ipocrisia. Per Dio, è meglio non credere che essere un falso credente, un ipocrita!». Papa Francesco invita i fedeli ad orientarsi verso la fede vera, quella che rende più caritatevoli, misericordiosi e onesti, quella che «anima i cuori per portarli ad amare tutti gratuitamente, senza distinzione e senza preferenze; è quella che ci porta a vedere nell’altro non un nemico da sconfiggere, ma un fratello da amare, da servire e da aiutare».

Papa Bergoglio sottolinea anche l’importanza di saper diffondere e difendere la cultura dell’incontro e del dialogo, del rispetto e della fratellanza, perdonando le offese e aiutando coloro che si trovano nell’indigenza; e al termine dell’omelia conclude ricordando il valore della fede professata con la vita, «perché l’unico estremismo ammesso per i credenti è quello della carità! Qualsiasi altro estremismo non viene da Dio e non piace a Lui!». Un accento che il Pontefice non teme di collocare proprio in una terra bagnata dal sangue di tante vittime cristiane, invitando anche ad aprire il proprio cuore a Cristo Risorto «lasciate che Lui trasformi la vostra incertezza in forza positiva per voi e per gli altri. Non abbiate paura di amare tutti, amici e nemici, perché nell’amore vissuto sta la forza e il tesoro del credente!»

A conclusione della Santa Messa, il Patriarca di Alessandria dei Copti, Sua Beatitudine Ibrahim Isaac Sedrak, saluta il Santo Padre Francesco a nome di tutte le denominazioni cattoliche dell’Egitto. Dopo la benedizione finale, il Papa rientra in auto alla Nunziatura Apostolica dove pranza con i Vescovi egiziani e con i Membri del Seguito Papale.

Foto: CTV

Papa Francesco in Egitto: la pace è un dono di Dio

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Nel saluto ai giornalisti in viaggio verso Il Cairo papa Francesco ha spiegato le ragioni profonde del viaggio: “Questo viaggio ha un’aspettativa speciale perché è un viaggio fatto per l’invito del Presidente della Repubblica, del Papa Tawadros, il Patriarca di Alessandria dei Copti, del Patriarca Copti cattolici e del Grande Imam di Al-Azhar. Tutti e quattro mi hanno invitato a fare questo viaggio. E’ un viaggio di unità, di fratellanza”.

Infatti nel discorso ai partecipanti alla Conferenza internazionale per la pace papa Francesco ha ricordato che l’Egitto è da sempre una terra di civiltà: “L’educazione diventa infatti sapienza di vita quando è capace di estrarre dall’uomo, in contatto con Colui che lo trascende e con quanto lo circonda, il meglio di sé, formando identità non ripiegate su sé stesse. La sapienza ricerca l’altro, superando la tentazione di irrigidirsi e di chiudersi; aperta e in movimento, umile e indagatrice al tempo stesso, essa sa valorizzare il passato e metterlo in dialogo con il presente, senza rinunciare a un’adeguata ermeneutica.

Questa sapienza prepara un futuro in cui non si mira al prevalere della propria parte, ma all’altro come parte integrante di sé; essa non si stanca, nel presente, di individuare occasioni di incontro e di condivisione; dal passato impara che dal male scaturisce solo male e dalla violenza solo violenza, in una spirale che finisce per imprigionare”.

Quindi il papa ha invitato al dialogo interreligioso ed il ‘diverso’ deve essere rispettato: “Educare all’apertura rispettosa e al dialogo sincero con l’altro, riconoscendone i diritti e le libertà fondamentali, specialmente quella religiosa, costituisce la via migliore per edificare insieme il futuro, per essere costruttori di civiltà. Perché l’unica alternativa alla civiltà dell’incontro è l’inciviltà dello scontro, non ce n’è un’altra”.

Poi ha ricordato il Sinai come ‘Monte dell’Alleanza’: “Fedi diverse si sono incontrate e varie culture si sono mescolate, senza confondersi ma riconoscendo l’importanza di allearsi per il bene comune. Alleanze di questo tipo sono quanto mai urgenti oggi. Nel parlarne, vorrei utilizzare come simbolo il ‘Monte dell’Alleanza’ che si innalza in questa terra.

Il Sinai ci ricorda anzitutto che un’autentica alleanza sulla terra non può prescindere dal Cielo, che l’umanità non può proporsi di incontrarsi in pace escludendo Dio dall’orizzonte, e nemmeno può salire sul monte per impadronirsi di Dio”.

Papa Francesco ha concluso il suo discorso, perchè la violenza non garantisce la pace, chiedendo lo stop alla prolificazione delle armi: “Per prevenire i conflitti ed edificare la pace è fondamentale adoperarsi per rimuovere le situazioni di povertà e di sfruttamento, dove gli estremismi più facilmente attecchiscono, e bloccare i flussi di denaro e di armi verso chi fomenta la violenza. Ancora più alla radice, è necessario arrestare la proliferazione di armi che, se vengono prodotte e commerciate, prima o poi verranno pure utilizzate. Solo rendendo trasparenti le torbide manovre che alimentano il cancro della guerra se ne possono prevenire le cause reali”.

Terminato il discorso alla Conferenza per la pace il papa ha incontrato il presidente egiziano Al Sisi e 800 rappresentanti delle Istituzioni, del Corpo Diplomatico e della Società civile egiziana, ricordando che i cristiani sono parte integrante del Paese, in quanto l’Egitto ha una lunga storia di accoglienza:

“Anche oggi vi trovano accoglienza milioni di rifugiati provenienti da diversi Paesi, tra cui Sudan, Eritrea, Siria e Iraq, rifugiati che con lodevole impegno si cerca di integrare nella società egiziana. L’Egitto, a motivo della sua storia e della sua particolare posizione geografica, occupa un ruolo insostituibile nel Medio Oriente e nel contesto dei Paesi che cercano soluzioni a problemi acuti e complessi i quali necessitano di essere affrontati ora, per evitare una deriva di violenza ancora più grave”.

Ha ricordato al presidente egiziano a consolidare la pace nella regione mediorientale ed ha incoraggiato a rispettare i diritti universali dell’uomo: “Di fronte a uno scenario mondiale delicato e complesso, che fa pensare a quella che ho chiamato una ‘guerra mondiale a pezzi’, occorre affermare che non si può costruire la civiltà senza ripudiare ogni ideologia del male, della violenza e ogni interpretazione estremista che pretende di annullare l’altro e di annientare le diversità manipolando e oltraggiando il Sacro Nome di Dio”.

Ha sottolineato che la pace è dono di Dio, ma anche ‘lavoro’ dell’uomo: “E’ un bene da costruire e da proteggere, nel rispetto del principio che afferma la forza della legge e non la legge della forza. Pace per questo amato Paese! Pace per tutta questa regione, in particolare per Palestina e Israele, per la Siria, per la Libia, per lo Yemen, per l’Iraq, per il Sud Sudan; pace a tutti gli uomini di buona volontà!”

Ed infine ha salutato i cristiani presenti nello Stato, incoraggiandoli ad essere una testimonianza vivente: “La vostra presenza in questa Patria non è né nuova né casuale, ma storica e inseparabile dalla storia dell’Egitto. Siete parte integrante di questo Paese e avete sviluppato nel corso dei secoli una sorta di rapporto unico, una particolare simbiosi, che può essere presa come esempio da altre Nazioni.

Voi avete dimostrato e dimostrate che si può vivere insieme, nel rispetto reciproco e nel confronto leale, trovando nella differenza una fonte di ricchezza e mai un motivo di scontro”.

La giornata si è conclusa con la visita a papa Tawdros II, che ha dato il benvenuto nella ‘terra della pace’. Nel ringraziare papa Francesco ha ricordato le tappe delle due Chiese compiute insieme: “In questo appassionante cammino che, come la vita, non è sempre facile e lineare, ma nel quale il Signore ci esorta ad andare avanti, non siamo soli.

Ci accompagna un’enorme schiera di Santi e di Martiri che, già pienamente uniti, ci spinge a essere quaggiù un’immagine vivente della ‘Gerusalemme di lassù’. Tra costoro, certamente oggi si rallegrano in modo particolare del nostro incontro i Santi Pietro e Marco”.

Ed ha ripercorso il cammino ecumenico apostolico: “La meravigliosa storia di santità di questa terra non è particolare solo per il sacrificio dei martiri. Appena terminate le antiche persecuzioni, sorse una forma nuova di vita che, donata al Signore, nulla tratteneva per sé: nel deserto iniziò il monachesimo.

Così, ai grandi segni che in passato Dio aveva operato in Egitto e nel Mar Rosso, seguì il prodigio di una vita nuova, che fece fiorire di santità il deserto. Con venerazione per questo patrimonio comune sono venuto pellegrino in questa terra, dove il Signore stesso ama recarsi: qui, glorioso scese sul monte Sinai; qui, umile trovò rifugio da bambino”.

Ed al termine, dopo lo scambio dei doni, la giornata è stata conclusa dalla processione con l’icona della Madre di Dio.