Gli editoriali

Un sinodo tutto da capire

Strano questo Sinodo straordinario appena concluso. Una formula che era stata abbandonata nel 1985. Due settimane sono poche per ragionare, e i presidenti delle Conferenze episcopali non sempre sono i più adatti a discutere. Sono abituati a mediare più che a portare idee. Molti dei sinodali è chiaro che un sinodo non lo avevano mai seguito. Ed è stato evidente che un gruppetto lo voleva guidare senza lasciare spazio alle alternative. Cominciamo dalla poca trasparenza. Scegliere di non pubblicare i singoli interventi ha messo in difficoltà parecchi vescovi. Perché i loro fedeli volevano sapere e seguire lo sviluppo del dibattito e soprattutto chi aveva detto cosa. Cosa che del resto si era saputa per decenni. Il Bollettino del Sinodo è base e fonte per la storia della Chiesa.

Sinodo, primo capitolo, aspettando le novità

Il sinodo è arrivato al primo giro di boa. Ma la gente non ne riesce a capire molto. L’esperimento informativo in corso ha contraddetto gli effetti di decenni di organizzazione informativa che metteva a disposizione del Popolo di Dio il dibattito in aula.

Così i media sono sempre più creativi, soprattutto quelli laici, e la gente legge resoconti sempre meno attendibili. Inoltre sembra che nella assemblea straordinaria dedicata alla famiglia e alla evangelizzazione, si parli invece solo di divorziati risposati.

I vescovi europei in attesa del Sinodo pregano per la pace

Partiamo da lì, dall’appello che i vescovi europei consegnano al mondo alla fine dei lavori della Plenaria. Ucraina e Medio Oriente e “altri paesi europei che attraversano  gravissime difficoltà con un alto numero di vittime e di profughi.”

Il prossimo anno sarà la Terra Santa ad ospitare la plenaria del CCEE, e intanto la presidenza della CEI sarà dal 2 al 4 novembre a Gaza. Con gli occhi bene aperti e con la convinzione che “ovunque, le situazioni sono segnate dal comune denominatore della complessità, dalla violenza, dalla sofferenza dei più deboli, dall’incertezza sul futuro.”  Preghiera, come prima cosa, ma anche un incoraggiamento alle “comunità cristiane dei diversi paesi ad intensificare la loro opera di conciliazione e di pace portando il loro contributo per soluzioni giuste e tempestive.”

Sinodo, la prima prova del Pontificato di Francesco

Ormai è chiaro: al Sinodo ci sarà battaglia. La lista dei partecipanti è assai nutrita per una assemblea  straordinaria, il tempo dei lavori breve e ancora non sappiamo quali saranno le novità procedurali, e se l’ Ordo Synodi sarà formalmente cambiato o no. Ma quello che è certo è che fuori del Sinodo si sta svolgendo un altro tipo di dibattito che forse avrà una eco anche nell’ Assemblea.

Creatività, obbedienza e gioia, come essere buoni preti secondo Papa Francesco

Nel linguaggio di Papa Francesco c’è una parola che ritorna spesso: creatività. Non è certo un modo per incoraggiare una “fantasia” che allontana dalla vera fede, quanto piuttosto un modo per ricordare a tutti, ma in particolare ai sacerdoti, che lo Spirito Santo agisce in noi tramite questa umanissima caratteristica. Insomma essere creativi per il Papa significa essere in ascolto della Parola di Dio. Questo ascolto però si esercita in diversi modi. Con l’ascolto vero e proprio, ma soprattutto con quella apertura di cuore che per un sacerdote si deve unire alla obbedienza alla Chiesa Madre e Gerarchica, come ama spesso ripetere Papa Francesco alla scuola di Ignazio.

A proposito di un’intervista: qualche domanda a Scalfari, al Papa e agli amici giornalisti

Pomeriggio d’estate, Roma è sonnolenta, i giornali riportano le notizie drammatiche di guerra in Medio Oriente, di terrorismo, di dolore e di politica sempre più stanca. Anche i vaticanisti cercano tranquillità in attesa della tappa apostolica in Asia di Papa Francesco. Ma il Papa non li lascia dormire sonni tranquilli. Così una domenica mattina appare su un giornale romano una ennesima puntata di una telenovela che sembrava finita. L’ultra novantenne Eugenio Scalfari racconta il suo incontro con il Papa. E lo fa a modo suo. Tanto che dalla Sala Stampa della Santa Sede arrivano subito smentita e rettifica. E non è la prima volta. I temi sono delicati, difficili. E’ la seconda volta che succede. L’entourage del Papa parla di “colloquio privato”, ma Scalfari pubblica tutto e si vanta di non prendere appunti, di non avere il registratore, di non avere dato il testo da rileggere. Insomma sono parole e ricordi tutti suoi che però cita tra virgolette.

In attesa del temporale che si annuncia con nuvoloni neri dietro la cupola di san Pietro ne parlo con Gian Franco Svidercoschi. Il Vaticano lo conosce dai tempi del Concilio, è stato amico e biografo di San Giovanni Paolo II, e continua a scrivere libri nei quali si interroga su dove sta andando la Chiesa. 

Lo strumento di lavoro del Sinodo, in attesa di profezia

Il risultato di un sondaggio non è certo un documento esaltante. Anche perché coloro che seguono la vita dalla Chiesa e della società possono prevedere largamente le risposte a certe questioni. Così lo Strumento di Lavoro per il Sinodo sulla famiglia del prossimo ottobre non riserva particolari sorprese. La casistica è ampia (ma il Papa non aveva detto che non voleva la casistica?), sono enunciate le diverse situazioni in cui la famiglia è in difficoltà. Dalle guerre alle migrazioni alla vita sessuale i temi sono sempre gli stessi. da secoli.

Parola o gesto, Benedetto e Francesco raccontati da Georg Gänswein

Gesti e parole, logos e immagine, come può un Papa comunicare più efficacemente, come può più efficacemente “fare diplomazia”? Domande adatte ad un incontro universitario. Come quello che si è vissuto alla Pontificia Università della Santa Croce in un pomeriggio assolato di giugno pochi giorni prima di un grande evento mediatico e diplomatico: la preghiera nei Giardini Vaticani del Papa con i presidenti di Israele e Palestina. In un università non si fa cronaca, ma si studia la cronaca. Anche quella che per i media sembra ormai inutile. Così è nata l’idea di una giornata di studio che avesse come “pretesto” il libro “ Sull’aereo di Papa Benedetto” (ed Libreria Editrice Vaticana) che lo scorso anno ho pubblicato raccogliendo le conferenze stampa in aereo di Benedetto XVI. La prefazione è di Georg Gänswein, Prefetto della Casa Pontificia e segretario di Benedetto.

Chi meglio di lui poteva aiutarci a capire il senso stesso di certe parole e il contesto stesso del modo di comunicare di Joseph Ratzinger nei grandi discorsi politici?  Al suo fianco Marco Tosatti, vaticanista di lungo corso, che ha raccontato il senso dei gesti nei viaggi papali e in particolare ha letto la gestualità di Papa Francesco.

“Modalità Francesco” la Terra Santa di Bergoglio*

Un viaggio in “modalità Francesco”, gesti spiazzanti e poco protocollo. Tre giornate di fuoco, tappe forzate tanto da non riuscire ad essere a Nazaret. Perché al di là della politica quello di Papa Francesco è stato un viaggio per far ripartire il dialogo. Tra le tre grandi religioni del libro, con quell’abbraccio tra il Papa e i suoi due amici, uno ebreo e uno islamico, davanti al Muro Occidentale. Nel quale lascia il testo del Padre Nostro. Tra le nazioni, con quell’invito “nella mia casa in Vaticano” ai presidenti di due Stati che ancora non si riconoscono. Ma soprattutto tra i cristiani, con la prima preghiera comune dopo molti secoli, davanti all’edicola del Santo Sepolcro. L’immagine del Papa di Roma e del Patriarca di Costantinopoli chinati a baciare la pietra dove Gesù è risorto è il più grande schiaffo allo scandalo della divisione dei seguaci di Cristo. E poi quei muri, quello santo del Tempio di Salomone, quello dannato che divide le famiglie tra Gerusalemme e Betlemme. E poi i bambini. Quelli per la cui vita il Papa ha pregato e gridato sulla Piazza della Mangiatoia di Betlemme, segno “diagnostico” per capire la salute di una famiglia, di una società, del mondo. Perché “Quando i bambini sono accolti, amati, difesi, tutelati nei loro diritti, la famiglia è sana, la società è migliore, il mondo è più umano”.

Dove Pietro ritorna*

Cinquanta’anni fa. Paolo VI in Terra Santa, Paolo VI che incontra Atenagora a Gerusalemme, Pietro che torna da dove è partito.  Due Papi dopo di lui sono tornati in Terra Santa: Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Ora arriva Francesco. E lo fa ricordando quel viaggio di cinquant’anni fa.  Quando Paolo VI ne parlò alla Curia Romana il 24 dicembre del 1963 disse: “ Noi speriamo di incontrare il Signore nel nostro viaggio”. Fu un tripudio di emozioni. Di organizzazione ce n’era ancora molto poca. Nessun rapporto diplomatico con Israele, lo stato palestinese era solo una teoria. Eppure fu un enorme successo.

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