Blog dell’Editore

Lo strano caso del parroco di Castelleto di Leno e il reato di “diverso pensiero”. Una guida per apoti (coloro che non se la bevono)

La decisione era nell’aria da tempo ed è arrivata alcuni giorni fa, anche se con risvolti che hanno agitato non poco la piccola comunità di Castelletto di Leno, che dal 18 maggio 2020 ha un nuovo parroco, Don Arturo Balduzzi, già reggente di Gottolengo e vicario zonale, nominato dal Vescovo di Brescia per sostituire Don Gianluca Loda.

Don Loda, rovatese d’origine, guidava la piccola parrocchia da anni. Ma aveva fatto discutere per le sue dichiarazioni sull’Islam e per le sue durissime parole contro il governo e la gerarchia della Chiesa.

Quindi era passato all’azione violando il lockdown, per pranzare in piazza con altre quattro persone (tutti multati con 400 euro) e successivamente replicando la scena – ma stavolta in solitudine, sul sagrato, con la bandiera svizzera issata – nella stessa serata.

Don Loda, in un comunicato ufficiale del 28 aprile 2020 (QUI) aveva parlato di “autorità ecclesiastiche prone al potere” e, rivolgendosi al Governo sulla questione delle messe “vietate”, aveva detto: “Contiamo meno dei cani! Anche quelli sono stati nominati dal signor Conte. (…) Se questo è normale io mi tiro fuori da questa normalità, quindi io che non sono normale dico a questi normali. Ma andate a casa e vergognatevi fantocci!”.

Con una lunga replica del 29 aprile 2020 (QUI) al Presidente del Consiglio comunale di Leno (ed ex Sindaco) Pietro Bisinella, il parroco di Castelletto di Leno aveva confermato (e ampliato) le critiche al governo sulla gestione dell’epidemia da Sars-CoV-2, accusando – anche se con toni decisamente più “tra le righe” di quelli del primo comunicato – l’esecutivo guidato da Giuseppe Conte di non aver fatto abbastanza per Brescia.

Poi, il 18 maggio 2020, dopo la comunicazione dei mandatari della curia vescovile, era scoppiato il caos, quando l’abitazione di Don Gianluca Loda era stata raggiunta da Vigili del Fuoco, Carabinieri, Polizia Locale e sanitari. I pompieri hanno sfondato una finestra e l’hanno trovato seduto in casa, in silenzio ed è stato trasferito in ospedale a Manerbio, per accertamenti.

Così don Gianluca è stato prelevato e portato via. Per il reato di “diverso pensiero”
di Aldo Maria Valli
Duc in altrum, 25 maggio 2020

A Castelletto di Leno (millecinquecento abitanti, provincia di Brescia) c’era una volta un parroco. Questo parroco si chiamava don Gianluca Loda e aveva una strana abitudine. Anzi, tre. La prima era quella di pensare con la sua testa, la seconda era quella di dire ciò che pensava, la terza quella di pensare cose piuttosto diverse da quelle imposte dal pensiero dominante.
Per esempio, nell’aprile del 2017 don Gianluca disse che in Europa è in atto un’invasione islamica pianificata, studiata e calcolata a livello mondiale, denunciò la profanazione di un presepio nella sua frazione, invitò a riflettere sulla crisi demografica, disse che i nostri governanti, a Roma come a Bruxelles, si allontanano sempre di più dalla vita concreta delle persone e si preoccupano solo della grande finanza, li invitò a riflettere sulla Brexit, denunciò l’arrendevolezza di fronte alla Turchia di Erdogan e, in polemica con il politicamente corretto che impone di fare l’elogio del dialogo, aggiunse: “Si dice che il confronto con altre culture e civiltà arricchisce; ed è vero. Però, mi permettete, non vorrei far cambio con la cultura e con la civiltà di nessun altro; mi sento contento della mia. Oggi lo posso dire ancora liberamente. Ma fino a quando?”.
Già. Fino a quando?
Le cronache ci dicono che don Gianluca di recente è stato prelevato dalle forze dell’ordine e portato in ospedale “per accertamenti”.
Ospedale? Accertamenti? E perché?
Perché giorni fa, in polemica contro le restrizioni imposte dalle autorità, il suddetto don Gianluca pranzò in piazza, all’aperto, insieme ad altre quattro persone (quattro operai arrivati da Treviso per realizzare alcuni lavori nella chiesa). Fu multato (quattrocento euro), ma mangiò all’aperto anche alla sera (questa volta da solo: una pizza) e tornò a rivendicare il diritto di pensare con la sua testa, senza cedere al clima di terrore.
Non solo. In precedenza, circa le restrizioni imposte alla Chiesa cattolica causa coronavirus, don Gianluca disse che le autorità ecclesiastiche sono “prone al potere”, che per il governo “noi cattolici contiamo meno del pallone, meno della Serie A… meno dei cani”. Poi, già che c’era, aggiunse riflessioni tipo che “i lombardi vanno bene al governo solo per spremerli con le tasse”, che “gli italiani vanno bene all’Europa solo per far funzionare il carrozzone dei marpioni della massoneria” e, dulcis in fundo, che “i cattolici vanno bene finché fanno opere sociali e tamponano i buchi dello Stato”.
Domanda finale di don Gianluca: “Secondo voi è un mondo che gira giusto?”.
Ora, specificando che non ho mai conosciuto don Gianluca e mai ho avuto occasione di parlare con lui, mi sembra di poter dire che le sue osservazioni, certamente espresse in modo alquanto diretto, non sono tanto strane.
Eppure…
Eppure, un bel giorno a casa di don Gianluca si presentarono la polizia locale, i carabinieri e i vigili del fuoco (mancavano solo i marines), i quali, dopo aver forzato una finestra, entrarono nella canonica (il che, se non ricordo male, si chiama violazione di domicilio), lo prelevarono e lo portarono in ospedale (il che assomiglia molto a un sequestro di persona).
Direte: ma la diocesi non ha protestato?
Volete scherzare? Certo che no. Anzi, la diocesi ha diffuso una nota nella quale si legge: “Alcuni comportamenti di don Gianluca Loda negli ultimi giorni sono frutto di un evidente disagio personale. In questo frangente, il vescovo e i suoi collaboratori, dopo un momento di ascolto e con la consulenza del medico curante, hanno concordato con don Gianluca di mettere in atto una serie di azioni per recuperare al più presto una condizione personale più serena. Nelle prossime settimane, pertanto, l’attuale parroco di Castelletto di Leno sarà assente dalla parrocchia e sarà accompagnato in un percorso di verifica e di sostegno che gli consenta un pieno ristabilimento”.
Ripeto ad abundantiam: non ho mai conosciuto don Gianluca e non so nulla del suo stato di salute fisica e mentale. Circa le dichiarazioni fatte nel 2017, sento di poter dire che mi trovo piuttosto d’accordo con lui. Idem per quanto riguarda le più recenti. E quanto al pranzo all’aperto, credo che non abbia infranto alcuna norma. Tuttavia, nei suoi confronti sono scattate queste che la curia diocesana molto carinamente chiama “azioni per recuperare al più presto una condizione personale più serena”.
Il caso di don Gianluca mi fa venire alla mente per analogia quello del signor Dario Musso, che a Ravanusa in provincia di Agrigento, lo scorso 2 maggio andò in giro per le strade della sua città con un megafono, invitando i concittadini a uscire, a riprendere le loro attività lavorative e a non cedere al clima di terrore.
Risultato? Il signor Musso fu intercettato dalle forze dell’ordine, gettato a terra, sedato, prelevato, portato all’ospedale di Canicattì e immobilizzato in un letto di contenzione. Un Trattamento sanitario obbligatorio, che dovrebbe essere autorizzato solo in casi di grave pericolo per la comunità e invece in questo caso è scattato per presunti sintomi di “scompenso psichico e agitazione psicomotoria”.
Molto bene. Ora lo sappiamo. In questo paese chi pensa con la propria testa, e dice quel che pensa, e pensa in modo diverso rispetto al pensiero dominante, da un momento all’altro, pur non avendo infranto la legge, può essere (usiamo le belle parole della curia bresciana) “accompagnato in un percorso di verifica e di sostegno che gli consenta un pieno ristabilimento”.
Non vi sentite più sicuri?

Apota

Piccola guida per apoti
di Paolo Gulisano [*]
Duc in altum, 24 maggio 2020

Qualche tempo fa, mentre facevamo una conferenza insieme a due voci, l’amico Aldo Maria Valli mi sorprese (ma non troppo) dichiarandosi un membro della Società degli apoti.
L’apota è – etimologicamente – colui che non beve, ovvero che non se la beve. Questo termine fu coniato nel 1922 dal grande intellettuale Prezzolini, il mese prima che Mussolini guidasse la marcia su Roma. La sua immaginaria “Società degli apoti” era composta da tutti coloro che, davanti ai tumultuosi accadimenti di quel periodo e alle nuove realtà che si stavano imponendo, sceglievano di non lasciarsela dare a bere e di sottrarsi all’omologazione, cercando di preservare se non la libertà fisica quantomeno l’indipendenza e la limpidezza del pensiero.
La citazione di Prezzolini – pensatore caro ad Aldo – mi è venuta in mente leggendo in questi ultimi due mesi la sua rubrica Una parola al giorno. Davvero la raccolta dalla A alla V (manca la Z, caro Aldo. Ci poteva stare uno “zelatore” che è un tipo umano purtroppo emergente, o forse ancor meglio “zitto”, che è una delle parole d’ordine non scritte del nuovo ordine che si sta imponendo) rappresenta una vera e propria guida per orientarsi nella babele di interventi messi in atto da febbraio in poi per fare un pesante lavaggio del cervello alla popolazione. Se Aldo ricorre a Prezzolini, io gli aggiungo volentieri un C.S. Lewis, che nelle Cronache di Narnia faceva dire a un personaggio, il saggio professor Kirk (che in lingua scozzese significa Chiesa): “Tenete gli occhi aperti”.
Il piccolo dizionario che Aldo ha confezionato in questi due mesi ha dunque due funzioni fondamentali: aiutarci a non farcela dare a bere dal regime, e tenere gli occhi aperti per capire che cosa sta succedendo intorno a noi.
Non si tratta infatti solo di un problema sanitario, ovvero di un’epidemia come tante che ci sono state nella storia dell’umanità, e non certo tra le più gravi (parola di epidemiologo), ma il vero problema è rappresentato dalla rivoluzione sociale, culturale, economica, politica, ecclesiale iniziata in questo 2020, vero Annus horribilis.
Aldo Maria Valli nelle pagine di questa rubrica non ha fatto analisi di tipo tecnico del fenomeno, ma ci ha regalato delle pillole di saggezza, degli squarci di luce nella cortina fumogena creata dalla propaganda ufficiale.
Non possiamo – da lettori e da apoti – che essergli grati per questa rubrica.
Sempre Giuseppe Prezzolini diceva che gli italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi. Noi apoti, spiriti liberi, non vogliamo far parte né dell’una né dell’altra categoria. Ci rifiutiamo di portare il cervello all’ammasso, e anche di saltare sul carro dei vincitori. Siamo insieme in una posizione molto scomoda, molto difficile, ma non riusciamo a immaginarci diversi.
Quindi, caro Aldo, grazie per tutte le perle di saggezza che ci hai dato. Grazie per averci fatto sorridere – come quando per esempio hai scritto che se rinasci fai il virologo – ipotizzando che oltre al contagio causato dal coronavirus siamo vittime di un altro contagio, quello della dabbenaggine, e grazie per averci fatto riflettere.
Grazie per averci ricordato gli insegnamenti che da studente avevi appreso dal professor Gianfranco Miglio riguardo la teoria dello stato di eccezione secondo Carl Schmitt, ovvero quella particolare forma di potere politico che si viene a determinare in presenza di circostanze gravi, e tali da giustificare la sospensione delle leggi abituali e il ricorso a provvedimenti speciali, giustificati dalla necessità di affrontare adeguatamente la crisi. Ti sei chiesto: fino a che punto è possibile e legittimo sospendere lo stato di diritto a beneficio dello stato di eccezione? E siamo sicuri che poi, oltrepassata una certa soglia, si possa tornare indietro?
Grazie per averci ricordato le parole dei buoni maestri, come quelle di Benedetto XVI: “Chi impara a credere, impara anche a inginocchiarsi, e una fede e una liturgia che non conoscesse più l’inginocchiarsi sarebbe malata in un punto centrale”
Hai ricordato anche le sentenze dei cattivi maestri, quelle che oggi si stanno drammaticamente inverando, come la frase di Feliks Edmundovic Dzer inskij, fondatore e primo direttore della Ceka, la polizia segreta sovietica: “Noi siamo per il terrore organizzato”.
Qualcuno potrebbe accusarti di essere un complottista, e tu ne sei ben consapevole. Credo invece che tu abbia semplicemente rivelato ai lettori la realtà, come quando hai parlato della paura, la grande protagonista di questo processo rivoluzionario: la paura di infettarci, paura della malattia, paura della sofferenza, paura della solitudine, paura degli altri, paura del futuro.
“Alimentata dai governanti, promossa dai tecnici, fomentata dal mondo dell’informazione, la paura si è insinuata ovunque, nei nostri cuori e nelle nostre menti, trasformandoci in prede costrette a rifugiarsi nella tana”, hai scritto. Il potere lo sa da sempre: la paura rende docili
E infine hai ricordato a tutti noi lettori, sofferenti e preoccupati per il corso preso dalle vicende ecclesiali, quelle parole pronunciate dal primo papa: “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (At 5,29).
Forse saranno quelle che pronuncerà anche l’ultimo, chiunque sia Petrus Romanus.

[*] Paolo Gulisano è scrittore, giornalista, saggista e medico (epidemiologo), grande conoscitore di Chesterton e di C.S. Lewis, nonché studioso di Malachia, Paolo è fra i pochi che, come il sottoscritto, nutrono una passione per Giuseppe Prezzolini e ha scritto di recente che per capire il presente è bene rileggere Aldous Huxley, autore del celebre Il mondo nuovo, nel quale è delineata la tirannia di un regime che evita graziosamente a tutti quanti la fatica di pensare. Ebbene, scrisse Huxley: “Può darsi che le forze opposte alla libertà siano troppo possenti e che non si potrà resistere a lungo. Ma è pur sempre nostro dovere fare il possibile per resistere”.

La parola del giorno è apota
Diario Facebook di Vik van Brantegem, 14 gennaio 2016

Il termine coniato nel 1922 dal giornalista Giuseppe Prezzolini, appare per la prima volta sulla rivista “La Rivoluzione liberale”; dal greco “apotos” (che non beve), composto da “a-“ privativa e dalla radice del verbo “pìno” (bere), che si rinviene, ad esempio, in “potabile”. Quindi, l’apota è colui che non se la beve. È un termine colto per definire un’umanità disincantata che non crede nell’apparenza ma vuole ricercare la verità.
Questo termine fu coniato e adoperato da Prezzolini in una lettera pubblicata nel numero 28 della rivista fondata da Gobetti “La Rivoluzione liberale” del 28 settembre 1922, nella quale criticava la politica del tempo. Era il mese prima che Mussolini guidasse la marcia su Roma. Costituiva idealmente la “Società degli apoti”: davanti ai tumultuosi accadimenti di quel periodo e alle nuove realtà che si stavano imponendo, la scelta che proponeva era di non lasciarsela dare a bere e sottrarvisi, al fine di ricercare la perduta limpidezza di pensiero. Di lì a poco, infatti, lascerà per sempre l’Italia, per la Francia prima e gli Stati Uniti poi.
Quella dell’apota è quindi una figura simile allo scettico: non prestano fede a tutto, non credono ingenuamente a ciò che viene detto loro. Ma l’apota, inoltre, mostra una certa sfumatura escapista, un’inclinazione all’allontanamento: lo scettico magari resta volentieri al tavolo, l’apota no.
Sono molti i giornalisti e i letterati italiani che sono ricorsi a questo concetto, idealmente aderendo alla “Società degli apoti”, a volte come espressione di un desiderio di ricercare una verità diversa da quella scodellata, a volte come espressione di una volontà quasi anacoretica di abbandonare confronti ritenuti corruttivi: Montanelli, Longanesi, Guareschi, Malaparte.
Oggi resta una parola rara – che spesso non è neppure registrata sui dizionari. Ma può essere piacevole e calzante descrivere qualcuno come apota: trasforma la descrizione dinamica del “non bersela” in una qualità intima e generale.
[Fonte: Unaparolaalgiorno.it]

La necessità di una Congregazione degli apoti nei tempora currunt
Nota Facebook di Vik van Brantegem, 27 novembre 2018

La parola del giorno per oggi finalmente è arrivato, leggendo l’articolo «Cronaca di un incontro fra “Apoti”» di Aldo Maria Valli sul suo blog Duc in altum di oggi, 27 novembre 2018.
“Apota” (scettico, che non presta fede ingenuamente), deriva dal greco “apotos” (che non beve’), composto da “a-“ privativa e dalla radice del verbo “pìno” (bere), che si rinviene, ad esempio, in “potabile”. Il termine fu coniato nel 1922 dal giornalista Giuseppe Prezzolini, il mese prima che Mussolini guidasse la marcia su Roma. Costituiva idealmente la Congregazione degli apoti: davanti ai tumultuosi accadimenti di quel periodo e alle nuove realtà che si stavano imponendo, la scelta che proponeva era di non lasciarsela dare a bere e sottrarvisi, al fine di ricercare la perduta limpidezza di pensiero. Di lì a poco, infatti, lascerà per sempre l’Italia, per la Francia prima e gli Stati Uniti poi.
Quella dell’apota è quindi una figura simile allo scettico: non prestano fede a tutto, non credono ingenuamente a ciò che viene detto loro. Ma l’apota, inoltre, mostra una certa sfumatura escapista, un’inclinazione all’allontanamento: lo scettico magari resta volentieri al tavolo, l’apota no.
Sono molti i giornalisti e i letterati italiani che sono ricorsi a questo concetto, idealmente aderendo alla Congregazione degli apoti, a volte come espressione di un desiderio di ricercare una verità diversa da quella scodellata, a volte come espressione di una volontà quasi anacoretica di abbandonare confronti ritenuti corruttivi: Montanelli, Longanesi, Guareschi, Malaparte.
Oggi resta una parola rara – che spesso non è neppure registrata sui dizionari. Ma può essere piacevole e calzante descrivere qualcuno come apota: trasforma la descrizione dinamica del ‘non bersela’ in una qualità intima e generale (Unaparolaalgiorno.it).
Apoti, un termine colto per definire un’umanità disincantata che non crede nell’apparenza ma vuole ricercare la verità
Il termine è una parola d’autore coniata e adoperata da Giuseppe Prezzolini in una lettera a Piero Gobetti pubblicata nel numero 28 della rivista La Rivoluzione liberale del 28 settembre 1922, nella quale criticava la politica del tempo. Secondo Prezzolini, la Congregazione degli Apoti, di “coloro che non le bevono” (chiamata da Gobetti nella sua risposta Società degli apoti) a cui idealmente si era iscritto, era composta da coloro che si sottraggono al “tumulto delle forze in gioco per chiarire le idee, per far risaltare i valori, per salvare sopra le lotte, un patrimonio ideale, perché possa tornare a dare frutti nei tempi futuri”. Tale lettera innescò un dibattito con contributi illustri tra cui quelli di Piero Gobetti, Don Luigi Sturzo e Lelio Basso.
Negli anni successivi anche Indro Montanelli idealmente iscritto alla Congregazione degli apoti parimenti all’amico Prezzolini, riteneva che l’essere apota dovesse diventare la caratteristica essenziale del giornalista, la cui missione doveva essere sempre quella di ricercare e raccontare la verità (Indro Montanelli, “Cento anni di società degli apoti” su AgoraVox).
Il termine presenta nondimeno una connotazione ulteriore. Essa è rinvenibile nell’insofferenza nei confronti della politica, dei partiti di massa e delle istituzioni democratiche che è rinvenibile nel messaggio prezzoliniano. Tale posizione presenta indubbi punti di contatto con quelle esposte da Guglielmo Giannini nella sua opera La folla. Seimila anni di lotta contro la tirannide.
Sia pure su livelli stilistici e profondità di analisi molto differenti, diversi autori del secondo dopoguerra italiano hanno condiviso una simile linea di pensiero. Tra questi Leo Longanesi, portatosi su posizioni di forte ripulsa dell’Italia repubblicana e dell’antifascismo, rivendicando il diritto di disinteressarsi della politica. In Longanesi si ha un rimpianto dell’ordine del regime fascista, giacché la natura dittatoriale di quel regime sottraeva alla massa il disbrigo dell’attività politica, sporca e corruttrice per antonomasia. Inoltre secondo Longanesi era possibile rinvenire nel regime spazi di autonomia e di dissenso; si trattava di una critica non già di natura politica, ma fondata sul buon senso e sulla ripulsa degli aspetti grotteschi e sordidi del regime.
Un altro “apota” significativo fu Curzio Malaparte. Una apotia che era connotata in senso strapaesano, ovvero come difesa della tipicità italiana, intesa come prodotto della sua società rurale e tradizionale, fortemente plasmata dalla morale cattolica. La difesa di questi elementi non può che passare per il rifiuto delle componenti esogene, che introducono mutamenti innaturali del sistema economico che del sistema politico. Ed è proprio sulla “innaturalità” di certe ideologie straniere, sulla loro incompatibilità con il contesto italico si innesta la critica di un terzo apota, ovvero Giovanni Guareschi. Guareschi tratteggia nelle sue opere più famose il confronto, a tratti greve a tratti ironico, tra il cattolicesimo e l’ideologia comunista in un paese della Bassa padana. Egli opera tuttavia una profonda differenziazione tra i comunisti di città e i comunisti paesani, incarnati da Peppone. Benché comunisti infatti, essi non sono sprovvisti di buon senso e rifuggono dalle velleità dei “comunisti di città”, che si fanno fautori di scioperi e distruzioni. I “comunisti di città” sono descritti come delle figure fortemente negative, portatori di disvalori che attentano alla vita tranquilla del borgo. L’ideologia che essi incarnano è dipinta come un prodotto di importazione profondamente incompatibile con il contesto italico, un innesto spurio e artificiale nella realtà paesana. Da ciò sorge il rifiuto di questi soggetti, che unisce nel paese le forze tradizionali e quelle comuniste. Non manca in Guareschi la critica al sistema vigente, ma mai in chiave sociale e politica, ma piuttosto valutando singoli casi e attraverso un richiamo all’umanità, all’altruismo e al buon senso (Wikipedia).

Congregazione degli apoti
La Società di coloro che non se la bevono
di Claudio Rossi
Uomoqualunque.net, 11 aprile 2018
Si vive nelle menzogne, siamo avviluppati e protetti dalle menzogne. Ieri come oggi. Il 28 settembre 1922 Giuseppe Prezzolini, in una lettera nella quale criticava la politica del tempo, suggerì, alla vigilia del liberticidio fascista a Piero Gobetti l’istituzione di una Congregazione degli apoti, ovvero “coloro che non se la bevono”.
Un ideale unione di uomini liberi e senza pregiudizi. Vale più modificare lo spirito di dieci individui che una legge nuova. Prezzolini, in quella lettera a Gobetti, rivendicava il diritto di ragionare con la propria testa senza obbedire a schemi di partito o di fazione. Altro che qualunquismo o disprezzo per la politica.
“Oggi tutto è accettato dalle folle: il documento falso, la leggenda grossolana, la superstizione primitiva vengono ricevute senza esame, a occhi chiusi, e proposte come rimedio materiale e spirituale. E quanti dei capi hanno per aperto programma la schiavitù dello spirito come rimedio agli stanchi, come rifugio ai disperati, come sanatutto ai politici, come calmante agli esasperati. Noi potremmo chiamarci la Congregazione degli Apoti, di ‘coloro che non le bevono’ tanto non solo l’abitudine ma la generale volontà di berle, è evidente e manifesta ovunque…. L’Italia potrebbe essere davvero un grande paese, se potesse per cinquant’anni scomparire dalla carta geografica, e riempirsi di scuole di ogni genere e svilupparsi e istruirsi e educarsi, per poi fare un bel giorno la sua ricomparsa nel mondo”.
Il Blog dell’Uomo Qualunque fa idealmente parte di questa congregazione di prezzoliniana memoria. Il potere è nelle mani del popolo, il problema è che troppo spesso non ne è consapevole.

Indro Montanelli, cento anni di società degli apoti
di Bernardo Aiello
Agoravox.it, 23 aprile 2009
Il centenario dalla nascita del grande giornalista toscano è l’occasione per ricordarlo e per riflettere su alcuni suoi insegnamenti.
Il primo è contenuto in una intervista televisiva ed è il seguente: “Non si deve fare giornalismo per diventare ricchi o potenti, lo si deve fare per fare giornalismo. Un ragionamento essenzialmente tautologico, ma che proprio per questo segue una costante assoluta nel pensiero occidentale sull’etica, da Socrate a Kant, quella del bene come valore in sé”.
Il secondo è stato recentemente riportato sulla sua pagina sul Corriere della Sera e si ricollega all’amico Giuseppe Prezzolini: “Si consideravano entrambi iscritti come membri permanenti di una particolare Società, quella degli apoti”.
Il termine apota è un miscuglio di greco e di latino: la alfa privativa greca ed il verbo latino poto, che vuol dire tracannare, bere a sazietà. Gli apoti sono quelli che non se la devono; a pensarci bene caratteristica essenziale di chi considera il giornalismo come una missione, quella di ricercare e di raccontare la verità dei fatti.
Fu così che Indro Montanelli andò nel 1956 in Ungheria per seguirne la rivolta contro il regime filosovietico, poi repressa nel sangue dall’Armata rossa, e lui, conservatore ed anticomunista sino al punto di essere gambizzato dalle brigate rosse durante gli anni di piombo, scrisse che quella non era affatto una rivoluzione anti-comunista: «Non è vero che si sia trattato di una controrivoluzione. Color che l’hanno fatta non sono, lo sapete, né i reazionari, né i fascisti, né gli ex ufficiali di Horthy. Sono dei comunisti, che si sono ribellati a un certo comunismo».
Insomma, non era facile dargliela da bere a lui e, con lui, il lettore poteva stare tranquillo che nessuno voleva dargli a bere alcunché.
Purtroppo esiste anche un giornalismo diverso ed opposto.
Per difenderci da questo fenomeno la cosa migliore da fare è seguire l’esempio di Indro Montanelli ed iscriversi alla Società degli apoti.

La società degli Apoti il diritto di «non berle»
di Sergio Romano
Corriere della Sera, 27 settembre 2013
«Apoti» è un neologismo greco-latino composto dall’alfa privativa della lingua greca e dal verbo latino «potare », bere. La parola fu coniata da Giuseppe Prezzolini in una lettera a Piero Gobetti apparsa sulla rivista Rivoluzione liberale il 28 settembre del 1922, esattamente un mese prima della Marcia su Roma, e significa, nella definizione dell’autore, «coloro che non le bevono». Prezzolini non propose la nascita di un «partito» e preferì parlare di «congregazione». Avrebbero dovuto farne parte, nelle sue intenzioni, tutti coloro che non volevano lasciarsi imprigionare nelle contrapposizioni partigiane che stavano dividendo l’Italia. Partecipare alla vita politica, in quelle condizioni, significava abbandonare «tutte quelle cautele dello spirito, quelle abitudini di pulizia e di elevazione, quelle regole di onestà intellettuale che la generale grossolanità, violenza e malafede rendono più che mai necessario mantenere».
Fra le varie ideologie in campo, Prezzolini non faceva distinzioni: «fascisti e comunisti, liberali e socialisti, popolari e democratici appartengono a un massimo comune denominatore, quello della media italianità attuale. I loro silenzi e le loro grida, i loro gesti e le loro gesta, le loro idee e la loro complicità, i loro programmi aperti e quelli taciti, i loro sistemi di lotta non variano molto; e quello che gli uni fanno, gli altri magari lo rimproverano, ma lo farebbero se ne avessero la possibilità e segretamente lo invidiano e se lo propongono per un’altra volta».
Gli apoti non avrebbero dovuto voltare le spalle al Paese, ma «fermarsi in certo modo controcorrente, stabilendo un punto solido dal quale il movimento in avanti riprenderà». So che la Congregazione degli apoti è parsa a molti un precursore del qualunquismo e di quei movimenti che predicano il disprezzo per la politica. A me sembra invece che Prezzolini, in quella lettera a Gobetti, rivendicasse semplicemente il diritto di ragionare con la sua testa senza obbedire a schemi di partito o di fazione. Fu questa probabilmente la ragione per cui accettò un incarico a Parigi presso un antenato dell’Unesco, l’Istituto internazionale della cooperazione intellettuale, e qualche anno dopo un cattedra di italianistica alla Columbia University di New York.

Per una Società degli apoti
Lettera di Giuseppe Prezzolini a Piero Gobetti
Pubblicata su La Rivoluzione liberale del 28 settembre 1922
Caro Gobetti,
Quando io penso di scrivere per la R. L. la forma spontanea che assume il mio scritto è quella di lettera; mi sento incapace di trattare un argomento con la regolarità elementare necessaria ai lettori di giornale; mi sento, come suol dirsi, in famiglia e mi fa piacere potermi distendere a mio agio sopra una poltrona, e dondolare le gambe e parlare senza impegno e magari interrompermi, come usa, tra amici; non è un pubblico, questo della tua rivista, e la tua rivista non è una rivista, ma un “trait-d’union” o un bollettino di collegamento fra persone che hanno certi gusti mentali un po’ differenti dai comuni. La tua R. L. è un ritrovo, dove è permesso di parlare delle cose che stanno più a cuore e confidarsi un pochino, sapendo di essere intesi anche là dove certe cose sono appena accennate perché si parla con persone intelligenti.
A me piace questo ritrovo, perché si dice “storico”. Noi siamo dunque degli storici del presente, cioè della gente che guarda e cerca di capire e di vedere come vanno le cose, e che cosa c’è sotto molte parole che corron per l’aria. Una posizione un po’ difficile, come sai, piena di continui pericoli intellettuali, di trabocchetti, di seduzioni, di ossessioni da evitare; e sopratutto una posizione che chiede un rinnovamento continuo della mente, una capacità perdurante di rifarsi altri di fronte alla realtà, e alle sue magie ingannatrici.
Sai, però, che qualche volta mi domando se questa posizione di spettatori non è un po’, un pochino, dirò pur la parola, vigliacca? Diciamolo pure; ci sarebbero parecchie ragioni di sospettarlo, in momenti come questi, in cui si combatte e si muore. Non sarebbe nostro dovere di prendere parte? Non c’è qualche cosa di uggioso, di antipatico, di mesto, nello spettacolo di questi giovani (io ho quarant’anni, ma mi sento più giovane di molti giovani, e pronto a rifare un’altra vita, se occorre) che stanno (quasi tutti) fuori della lotta, guardando i combattenti e domandandosi soltanto come si danno i colpi e perché e per come?
Forse c’è qualcuno che pensa così di noi, e non si immagina certamente che questo problema ci sarà pur passato per la mente o che avendo pur fatto le nostre esperienze e pagato anche di persona altre volte, saremmo disposti a ricominciare: qualcuno se lo domanda, il quale dovrebbe sempre riflettere ad una regola generale: che non bisogna supporre mai chi si critica troppo ingenuo o troppo imbecille e incapace di porsi domande e problemi troppo semplici; e nemmeno troppo vigliacco, perché in generale nel mondo intelligenza e coraggio abbondano più di quanto si creda.
Comunque per altro sia, e comunque pensi l’ipotetico critico, certo è che quella domanda me la sono posta più d’una volta e più d’una volta mi ha morso. Nei momenti più gravi delle contese, mi pareva si dovesse accogliere, bene o male, l’appello di una parte e gettarsi nella mischia, pesando sulla palma della mano, per così dire, e non con la bilancia; pesando così all’ingrosso quel che ci poteva esser di buono e di cattivo senza troppi calcoli e scegliere; e fatta una volta la scelta, non ci pensare più sopra. Ma tutte le volte che questi dubbi mi hanno riempito lo spirito, sono escito sempre sgombro di loro e coll’orizzonte pulito. Il nostro compito, la nostra utilità, per il momento presente ed anche, nota bene, per le contese stesse che ora dividono e operano, per il travaglio stesso nel quale si prepara il mondo di domani, non può essere che quello al quale ci siamo messi, e cioè di chiarire delle idee, di far risaltare dei valori, di salvare, sopra le lotte, un patrimonio ideale, perché possa tornare e dare frutti nei tempi futuri. A ognuno il suo lavoro. Vi è già tanta gente che parteggia! Non è niente di male per la società se un piccolo gruppo si apparti per guardare e giudicare; e non pretende reggere o guidare, se non nel proprio dominio, che è dello spirito.
È fin troppo facile difendere la necessità di un lavoro di questo genere. Il momento che si traversa è talmente credulo, fanatico, partigiano, che un fermento di critica, un elemento di pensiero, un nucleo di gente che guardi sopra agli interessi, non può che fare del bene. Non vediamo tanti dei migliori accecati? Oggi tutto è accettato dalle folle: il documento falso, la leggenda grossolana, la superstizione primitiva vengono ricevute senza esame, a occhi chiusi, e proposte come rimedio materiale e spirituale. E quanti dei capi hanno per aperto programma la schiavitù dello spirito come rimedio agli stanchi, come rifugio ai disperati, come sanatutto! ai politici come calmante agli esasperati. Noi potremmo chiamarci la Congregazione degli Apoti, di “coloro che non le bevono” tanto non solo l’abitudine ma la generale volontà di berle, è evidente e manifesta ovunque.
Sono abbastanza intelligente per capire che in questa onda di reazione, di tenebre, di spavento, di pessimismo, vi è un elemento indubbio di sanità sociale, vi è la naturale risposta ad eccessi ed esaurimenti, i cui effetti si sono visti negli altri o in noi stessi. Ma ciò non toglie che se tutti si gettassero da quella parte, la civiltà nostra ne riceverebbe un colpo gravissimo e potrebbe risentirne per secoli. Ci vuole che una minoranza, adatta a ciò, si sacrifichi se occorre e rinunzi a molti successi esterni sacrifichi anche il desiderio di sacrifizio e di eroismo, non dirò per andare proprio contro corrente, ma per fermarsi, in certo modo, contro corrente, stabilendo un punto solido, dal quale il movimento in avanti riprenderà.
A fare diversamente non mi pare (mi scusino i nostri compagni, e non la prendano per una offesa personale) che siamo capaci. La vita della politica attiva, alla quale il momento tragico ci chiamerebbe, ci costringerebbe per forza all’abbandono di tutte quelle cautele dello spirito, di quelle abitudini di puliziá e di elevazione, di quelle regole di onestà intellettuale, che la generale grossolanità, violenza e mala fede rendono più che mai necessario mantenere. La vita politica non si fa se non accettando le condizioni che si trovano nel paese e nel tempo in cui si vive magari con l’intento di modificarle, di elevarle, di plasmarle poi: ma intanto bisogna accettarle ed operare su esse e con ess. Io non posso, non voglio qui citare i tipici, caratteristici esempi delle persone che meglio riescono in questo attività in Italia, e dico in tutti i partiti, da tutte le cattedre, su ogni giornale, per ogni piazza. Da questo lato fascisti e comunisti, liberali e socialisti, popolari e democratici, appartengono ad un solo massimo comune denominatore, quello della media italianità attuale. I loro gesti e le loro gesta, le loro idee e le loro complicità, i loro silenzi e le loro grida, i loro programmi aperti e quelli taciti, i loro sistemi di lotta, non variano molto; e quello che gli uni fanno, gli altri magari lo rimproverano, ma lo farebbero se ne avessero la possibilità e segretamente lo invidiano e se lo propongono per un’altra volta.
La contrapposizione fra le necessità della vita politica e quelle della vita dell’intelligenza, è troppo facile; ed è inutile ricordare il fallimento di quelli fra noi che con estrema buona volontà e pur dotati di grandi qualità per riuscire, assai più che non la media nostra, pure si son dovuti ritirare, scontenti e disillusi e stanchi del proposito impari alle forze, non loro, ma di qualunque uomo.
E pure sarebbe doloroso e in fondo lascerebbe nel nostro animo un senso di diminuzione e di tristezza, direi di impotenza, se non fossimo convinti che da questa azione spirituale, lontana dalla pratica attuale e, di proposito messasi in disparte, non ne sgorgasse alcun effetto, non dico nei tempi più lontani e per i nostri nipoti, ma anche per l’oggi. E aggiungo anche che sarebbe segno che il nostro pensiero non sarebbe retro pensiero, e che la nostra volontà di purezza non sarebbe pura, se non avesse altro resultato se non quello di separarci, con una barriera di ironica intelligenza e di egoistica meditazione dal tumulto e dal dolore e dall’affanno degli uomini.
Io credo, caro Gobetti, che la nostra separazione non sia inutile e vana, e appunto quando il dubbio mi avrebbe spinto, mal volentieri, ma per dovere, a prendere parte, sempre mi sono risposto che la separazione non era senza resultato, anzi, aveva più effetto di quello che avrebbe la mia partecipazione diretta e personale al tumulto delle forze in gioco. Quel tumulto ci inghiottirebbe, senza adoprarci; fuori del tumulto, noi possiamo aiutare le forze sane e dell’avvenire. Questa è la mia convinzione.
La nostra critica ed i nostri programmi, dato che abbiano il valore dell’intelligenza e dello studio, hanno sempre efficacia sui partiti nazionali. Non è vero che essi vallano perduti. Non abbiamo veduto, in questi ultimi anni, tanta delle idee che noi caldeggiammo, benché da noi bandite indipendentemente dagli interessi dei ceti e lungi dai partiti, penetrare a poco alla volta la coscienza della nazione; diventare, presso questo o quel partito, un’arma di lotta e una bandiera di combattimento? Naturalmente i gruppi, i partiti, i ceti ne assumevano questa o quella parte, ne illuminavano più questo che quel lato, talora le storpiavano e le diminuivano; ma sarebbe accaduto diversamente se idee e programmi e critiche da noi sostenute, avessero avuto il nostro sostegno pratico, di uomini di partito? E quale partito ci avrebbe permesso di esprimerle tutte, di sostenerle puramente e non ne avrebbe operato esso stesso, per il gioco delle forza che in esso si sarebbe esercitato al contatto di un’idea viva, di un programma determinato, di una critica esatta, quella trasformazione che il gioco di tutti i partiti e gli interessi ha provocato dentro la nazione?
Non è vero che noi non collaboriamo alla storia viva del Paese. Ci siamo anche noi a farlo. Io non voglio, per proposito, citare esempi; e d’altra parte son certo che a tutti noi sovviene di idee generate da gruppi fuori dei partiti e adottato da partiti, che se ne sono fatti poi lo strumento pratico e realizzatore. Io dico che compiano una funzione nazionale importante, nel suo modesto ritegno e più vasta di quel che non sembri nel suo proposito di separazione.
Dunque senza rammarico e senza dubbio continueremo a fare della storia e non della politica, intendendosi che con questo appunto faremo una politica più profonda e operante.
Di gente che vuole agire, di gente dotata, per una tradizione passata quasi nel sangue, delle qualità che occorrono per riescire, il nostro paese ne ha abbondanza. Dove difetta, è nel resto: la coltura, la vera intelligenza (da non confondersi con la furberia), la conoscenza degli altri paesi e della vastità del mondo e dei suoi problemi, la educazione intellettuale e morale, il senso profondo e largo dell’umanità. È un paese di qualità rozze, di possibilità chiuse, di fioriture senza frutto utile, che ha bisogno soprattutto di innesti, di potature, insomma di educazione. Per uomini senza passioni di parte e capaci di guardare in faccia la realtà, l’Italia potrebbe essere davvero un grande paese, se potesse per cinquant’anni scomparire dalla carta geografica, e riempirsi di scuole di ogni genere e svilupparsi e istruirsi e educarsi, per poi fare un bel giorno la sua ricomparsa nel mondo. Ma ciò non è dato ai popoli, come non è dato agli individui, di fare; legge è vivere, ossia lottare, conquistarsi il pane, e il proprio posto, la propria coscienza. Perciò i nostri sforzi devono essere diretti a educare pur nel tumulto. I problemi della coltura e della scuola e dell’educazione in genere (la strada, la famiglia, le riviste ecc. educano quanto la scuola) devono diventare i nostri problemi. Già in parte lo sono. A questa parte crediamo di avere abbastanza collaborato. Vale più modificare lo spirito di dieci individui che una legge nuova. La nostra politica non può essere parlamentare o di partito, ma deve tendere alla aristocrazia di tutti i partiti.
Bisogna che il nostro sforzo operi su tutti essi, in virtù di valori superiori. Se noi avremmo questi valori umani, i partiti, che non li hanno, sentiranno per forza questa influenza. Noi dobbiamo parlare in nome di qualche cosa che sia al di là di quegli interesse e di quelle idee. Io credo che senza prendere forme di un partito superiore ai partiti, dovremo giungere a qualche forma sociale, che la nostra operosità avvalori e presenti, sotto presenze tangibili, al paese stesso dove siamo nati per operare. Io non oso dire qui tutto il mio pensiero, che ancora mi si presenta incerto e pieno di rinvii al futuro, ma mi pare che oramai dopo tanti anni di prove , la nostra generazione e quella più giovane, che lavora nella stessa direzione, abbia di fronte alla politica ed al suo dovere di azione, il modo chiaro di formarsi il concetto delle proprie possibilità; le quali non sono anche senza azione politica veramente detta, anche senza partecipazione alla lotta, prive di attrazione, di fascino, di sacrificio, di bellezza, di realtà, di attività. Anzi. Insomma non dovrebbe essere il nostro un lavorare di pura intelligenza ma tenere alquanto della fede nel lavoro stesso e partirsi dalla convinzione che così si collabora a qualche opera universale.
Forse si potrebbe stendere di ciò più minuto programma: ma i programmi son cornici, che l’attività nostra riempie spesso in modo imprevisto. È necessario farli ma non tenercisi legati. In ogni modo se questo suggerisse ad altri un quadro dell’attività presente, forse qualche pennellata mi sentirei di darci anch’io.
Credimi, intanto, tuo aff.mo
PREZZOLINI

Caro Prezzolini,
Un quadro dell’attività presente che mirasse a definire la nostra “Società degli Apoti” e ne chiarisse i limiti e l’azione sarebbe certo molto utile e io spero che tu stesso ci voglia tornare su e tracciarne un poco, mentre si fa, la storia.
Nessuno può riescire meglio di te che sei stato da quasi vent’anni l’infaticabile direttore e amministratone dell’idealismo militante in Italia. Nella valutazione poi del significato politico che ebbe la nostra cultura negli ultimi anni siamo sostanzialmente d’accordo: nessun dubbio che il partito popolare, p. es. abbia ripreso gran parte del problemismo unitario e tutto ciò che di sano si nascondeva nel movimento modernista, che Einaudi e la Riforma sociale abbiano alimentato le tradizioni liberali meglio di una organizzazione di partito, che La Voce abbia fatto almeno tanto bene quanto il movimento socialista.
Noi siamo più elaboratori di idee che condottieri di uomini, più alimentatori della lotta politica che realizzatori: e tuttavia già la nostra cultura, come tale, è azione, è un elemento della vita politica.
Senonché anche in questo compito di chiarificazione ideale, io non so se il nostro criticismo operoso ci consentirà un’unità obbiettiva e un’indifferenza, per così dire scientifica di lavoro. La Rivoluzione Liberale p. es. non sarebbe oltre che un organo tecnico di cultura e di libera discussione storica, un punto fermo di ricerca o di giudizio? Ecco il punto in cui lo so che non tutti siamo concordi. Pure se ripenso agli esempi più recenti, da Marx a Sorel, mi pare che tutti gli sforzi più originali di pensiero si siano accompagnati con un’intransigente elaborazione di miti d’azione e con una tragica profezia rivoluzionaria. La forza più energica del mondo moderno, il movimento operaio, è la sola su cui si possa operare, per la conquista della nuova civiltà. Ora la pacifica dialettica ideale della Rivoluzione Liberale viene discernendo i pensieri e le esperienze, indica i valori individuali e critica i segni e i propositi. Ma attraverso questo lavoro disinteressato e politico perché apolitico non si andrà formando la nuova classe dirigente? Non ci sono tra noi i futuri dirigenti e ispiratori di quel movimento operaio che risorgerà tra 10 o 12 anni? Questo è più un dubbio e una confessione che un programma: da otto mesi di vita la Rivoluzione Liberale risulta naturalmente quale l’hanno fatta i suoi collaboratori non soltanto quale l’aveva immaginata il direttore. La discussione, organicamente condotta, e venuta prevalendo sullo sviluppo del programma. Ne avremo frutti più vigorosi ma non sarà dannoso ricordare il punto di partenza.
p.g.

Numeri ufficiali Covid-19. Non è una malattia “solo da vecchi”. Colpisce anche giovani, che si sentono invulnerabili

Ringraziando i nostri lettori e sostenitori, ricordiamo che è possibile inviare comunicazione presso l’indirizzo di posta elettronica del “Blog dell’Editore”: QUI.

I dati Covid-19 comunicati dal Dipartimento della Protezione Civile alle ore 18.00 di oggi 25 maggio 2020

In isolamento domiciliare: 46.574 (-854)
Ricoverate con sintomi: 8.185 (-428)
In terapia intensiva: 541 (-12)
Deceduti: 32.877 (+92)

Mai così poche le persone trovate positive al Sars-CoV-2 dopo il primo marzo: solo 300 nelle ultime 24 ore. Anche il rapporto il numero delle persone positive e il numero di tamponi fatti (0,9%) o il numero di persone testate (1,4%) è al minimo. A questa buona notizia si somma un numero di persone decedute inferiore a cento anche oggi. Mai così poche da metà aprile, anche se in rialzo rispetto a ieri, quando in Lombardia non ci sono registrate decessi (oggi sono 34 ed è stato confermato che ieri non c’erano). Nessun decesso in Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Alto Adige (1 in Trentino), Umbria, Campania, Sardegna, Calabria, Molise, Basilicata.

Gli ultimi tamponi nelle Marche rivelano che il 75% dei casi è under 35. Covid-19 non è una malattia “solo da vecchi”. Viene confermata la tesi che abbiamo sempre sostenuta. È indispensabile rispettare le regole per il contenimento della diffusione del Sars-CoV-2. Anche per chi è giovane e si sente invulnerabile.

UNA RIFLESSIONE RIVOLTA AI GIOVANI
Mesi di chiusure, di relazioni interrotte hanno pesato su ognuno di noi. C’è voglia di uscire, di respirare.
Ma questa epidemia ha cambiato il mondo, la gerarchia dei valori, la sensibilità delle persone. E non potrà essere messa tra parentesi ma ci obbliga a qualche riflessione più di fondo.
Occorre abituarsi a pensare che nulla potrà tornare puramente e semplicemente come era prima.
Conviene allora pensare a forme di socializzazione all’insegna non più di una massificazione alienante, ma di una umanizzazione delle relazioni, di un rapporto più attento con l’ambiente, di una riscoperta dei valori di solidarietà. In questi anni abbiamo visto affermarsi troppo spesso modi di incontro tra i giovani segnati da uso di superalcolici, a volte droghe, al punto da perdere la stessa possibilità di comunicare, di parlarsi, di ascoltarsi.
C’è da augurarsi che i problemi di questi giorni siano anche per tutti un’occasione per riscoprire modi di incontro e di divertimento più semplicemente umani.
Detto questo, di fronte alle immagini notturne di violenze e di vandalismo – che nulla hanno a che fare con gli incontri giovanili – non riemerga il volto dell’Italia del ‘fare finta’. Lo Stato ha l’autorità e il dovere di imporre il rispetto delle regole e di garantire le norme di sicurezza” (Vincenzo De Luca – Facebook, 24 maggio 2020).

Fase 2: Sala, weekend non sereno evitarne un altro così
“Vorrei evitare chiusure a tutela di chi sta lavorando”
(ANSA) – MILANO, 25 MAG –
Per gestire la vita notturna e gli aperitivi fuori dai locali evitando assembramenti “dobbiamo trovare una formula, lo capisco. È chiaro che io vorrei evitare chiusure a tutela di chi sta lavorando, però è altrettanto chiaro che questo weekend non è stato sereno e non possiamo immaginarne un secondo in questo modo”. Lo ha detto il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, parlando della movida in città e del rischio assembramenti nel consueto video sui social. “Io ricevo centinaia di messaggi, foto di assembramenti nelle vie, nei parchi. Bisogna trovare una formula e qui denuncio tutta la mia frustrazione, e anche quella dei sindaci delle grandi città italiane, – ha aggiunto – perché gli inviti al buon senso, alla responsabilità funzionano anche pochino. Ed è illusorio promettere ai cittadini di riuscire a controllare tutto”. “Vorrei dire a tutti evitiamo di metterci in due parti avverse, cioè chi si diverte eccedendo e chi, da casa, denuncia questi comportamenti – ha concluso -. Cosa che sarà anche naturale, ma sta avvenendo”.

Il sistema “Tutor” per verificare il “trend” dell’epidemia

Media giornaliera dei decessi: 346 (-3)
Il valore rimane al livello di inizio aprile (tra il 3 e il 4).

Tabella con i decessi al giorno, il totale dei decessi e la media giornaliera dei decessi
[A cura dello Staff del “Blog dell’Editore”]
Numero giorno – Data – Decessi del giorno [*] (Totale decessi) – Media giornaliera dei decessi (arrotondata)

1 – 21.02 – 1 (1) – 1
2 – 22.02 – 1 (2) – 1
3 – 23.02 – 1 (3) – 1
4 – 24.02 – 3 (6) – 1
5 – 25.02 – 1 (7) – 1
6 – 26.02 – 5 (12) – 2
7 – 27.02 – ? (?) – ?
8 – 28.02 – ? (21) – 3
9 – 29.02 – 8 (29) – 3
10 – 01.03 – 5 (34) – 3
11 – 02.03 – ? (?) – ?
12 – 03.03 – ? (79) – 7
13 – 04.03 – 28 (107) – 8
14 – 05.03 – 41 (148) – 11
15 – 06.03 – 49 (197) – 13
16 – 07.03 – 36 (233) – 15
17 – 08.03 – 133 (366) – 22
18 – 09.03 – 97 (463) – 26
19 – 10.03 – 168 (631) – 33
20 – 11.03 – 196 (827) – 41
21 – 12.03 – 189 (1.016) – 48
22 – 13.03 – 250 (1.266) – 58
23 – 14.03 – 175 (1.441) – 63
24 – 15.03 – 368 (1.809) – 75
25 – 16.03 – 349 (2.158) – 86
26 – 17.03 – 345 (2.503) – 96
27 – 18.03 – 475 (2.978) – 110
28 – 19.03 – 427 (3.405) – 122
29 – 20.03 – 627 (4.032) – 139
30 – 21.03 – 793 (4.825) – 161
31 – 22.03 – 650 (5.475) – 177
32 – 23.03 – 602 (6.077) – 189
33 – 24.03 – 743 (6.820) – 207
34 – 25.03 – 683 (7.503) – 221
35 – 26.03 – 662 (8.165) – 233
36 – 27.03 – 969 (9.134) – 254
37 – 28.03 – 889 (10.023) – 271
38 – 29.03 – 756 (10.779) – 284
39 – 30.03 – 818 (11.597) – 297
40 – 31.03 – 831 (12.428) – 311
41 – 01.04 – 727 (13.155) – 321
42 – 02.04 – 760 (13.915) – 331
43 – 03.04 – 766 (14.681) – 341
44 – 04.04 – 681 (15.362) – 349
45 – 05.04 – 525 (15.887) – 353
46 – 06.04 – 636 (16.523) – 359
47 – 07.04 – 604 (17.127) – 364
48 – 08.04 – 542 (17.669) – 368
49 – 09.04 – 610 (18.279) – 373
50 – 10.04 – 570 (18.849) – 377
51 – 11.04 – 619 (19.468) – 382
52 – 12.04 – 431 (19.899) – 383
53 – 13.04 – 566 (20.465) – 386
54 – 14.04 – 602 (21.067) – 390
55 – 15.04 – 578 (21.645) – 394
56 – 16.04 – 525 (22.170) – 396
57 – 17.04 – 575 (22.745) – 399
58 – 18.04 – 482 (23.227) – 400
59 – 19.04 – 433 (23.660) – 401
60 – 20.04 – 454 (24.114) – 402
61 – 21.04 – 534 (24.648) – 404
62 – 22.04 – 437 (25.085) – 405
63 – 23.04 – 464 (25.549) – 406
64 – 24.04 – 420 (25.969) – 406
65 – 25.04 – 415 (26.384) – 406
66 – 26.04 – 260 (26.644) – 404
67 – 27.04 – 333 (26.977) – 403
68 – 28.04 – 282 (27.359) – 402
69 – 29.04 – 323 (27.682) – 401
70 – 30.04 – 285 (27.967) – 400
71 – 01.05 – 269 (28.236) – 398
72 – 02.05 – 474 (28.710) – 399
73 – 03.05 – 174 (28.884) – 396
74 – 04.05 – 195 (29.079) – 393
75 – 05.05 – 236 (29.315) – 391
76 – 06.05 – 369 (29.684) – 391
77 – 07.05 – 274 (29.958) – 389
78 – 08.05 – 243 (30.201) – 387
79 – 09.05 – 194 (30.395) – 385
80 – 10.05 – 165 (30.560) – 382
81 – 11.05 – 179 (30.739) – 379
82 – 12.05 – 172 (30.911) – 377
83 – 13.05 – 195 (31.106) – 375
84 – 14.05 – 262 (31.368) – 373
85 – 15.05 – 242 (31.610) – 372
86 – 16.05 – 153 (31.763) – 369
87 – 17.05 – 145 (31.908) – 367
88 – 18.05 – 99 (32.007) – 364
89 – 19.05 – 162 (32.169) – 361
90 – 20.05 – 161 (32.230) – 358
91 – 21.05 – 156 (32.486) – 357
92 – 22.05 – 130 (32.616) – 355
93 – 23.05 – 119 (32.735) – 352
94 – 24.05 – 50 (32.785) – 349
95 – 25.05 – 92 (32.877) – 346

[*] Dati forniti dal Dipartimento della Protezione Civile.
[?] Dati non forniti dal Dipartimento della Protezione Civile (invece, nei totali complessivi sono inclusi i dati dei decessi mancanti).

Il Governo non sa come finanziare le misure economiche per sostenere la gente, ma i soldi per arruolare 60.000 miliziani da strapazzo li trova – 25 maggio 2020

Il Governo non sa come finanziare le misure economiche per sostenere la gente, ma i soldi per arruolare 60.000 miliziani da strapazzo li trova

Bando “assistenti civici”: l’ennesimo scontro nel governo degli arrabbattoni. Il Viminale: “Noi non informati”.

Così, i baresi del PD Boccia e Decaro hanno partorito la grandiosa idea di arruolare delle bande composte da “inoccupati, a chi non ha vincoli lavorativi, anche percettori di reddito di cittadinanza o chi usufruisce di ammortizzatori sociali”, per vigilare e sindacare sull’applicazione di restrizioni a diritti costituzionalmente garantiti. Stanno alla canna del gas e non sanno più quale minchiata inventarsi, pur di tenerci agli arresti domiciliari con la scusa del coronavirus. Hanno soltanto un posto dove andare a nascondersi: il manicomio.

Pioggia critiche su “assistenti civici”
Orfini,se vuoi controllo lo organizzi. Meloni, deriva autoritaria
(ANSA) – ROMA, 25 MAG –
“Se apri i locali nei luoghi dove ci sono i locali le persone ci vanno. Se non vuoi, organizzi prima afflusso, modalità e controlli. Non servono assistenti civici”.
Matteo Orfini, parlamentare Dem, è solo uno dei politici (di maggioranza e opposizione) che si scagliano contro la proposta di utilizzare “assistenti civici” – o come li definisce Ylenja Lucaselli di Fdi, “guardiani dello spritz – per evitare assembramenti.
Una critica che accomuna anche Leu, +Eu e Iv, con Francesco Laforgia (“riflette un’idea di lavoro povero, poco o per nulla retribuito”), Giordano Masini (“proposta dal vago sapore orwelliano”) e Matteo Renzi che dà semplicemente ragione ad Orfini. Parla di “deriva autoritaria”, invece, Giorgia Meloni che mette in guardia dai rischi di avere “”una versione grillo-piddina dei guardiani della rivoluzione”.
“Se al peggio non c’è mai limite questo governo il fondo del barile lo sta raschiando da tempo”, tuona infine Giorgio Mulè di Fi che parla anche di “goffa Guardia Civica”.

“Guardiamoci alle spalle: il governo invece di aiutare l’economia punta sulle multe degli spioni. Il Governo Conte vuole 60.000 incompetenti per controllare i cittadini mentre esercitano le proprie libertà costituzionalmente garantite. Sudamerica in Italia. È la nuova milizia giallo-rossa. Inizia la dittatura. Questo Governo la Guerra Civile la vuole” (Cit.).

“Verso lo stato di polizia. Sceriffi da strapazzo. Ennesima farsa del Governo, 60 mila disoccupati arruolati come volontari contro la movida” (Pino d’Abruzzo – Twitter, 24 maggio 2020).

“Solo io penso che ergere 60 mila persone senza competenze e esperienze in materia a controllori cittadini sia una bomba a orologeria se non una vera e propria follia?” (Francesco Seghezzi – Twitter, 24 maggio 2020). Concordo: per l’ordine pubblico e il rispetto delle leggi e delle ordinanze esiste la polizia di stato, l’arma dei carabinieri, la polizia locale e – per le strade sicuri – l’esercito italiano. Si fa affidamento ai servizi di sicurezza nel rispetto dei diritti costituzionali dei cittadini.

“Gli #assistenticivici fanno pensare un po’ ai pasdaran iraniani, un po’ alla milizia fascista, molto al prodotto di un governo di disperati che produce solo cultura assistenzialista e totalitaria. Il @GiuseppeConteIT bis è arrivato ben oltre il capolinea” (Goffredo Buccini – Twitter, 25 maggio 2020).

“Comunque, se vengono gli scagnozzi della Milizia grillo-boccea a molestarvi, mandateli pacificamente (pacificamente please) a quel paese, NON rilasciate le vostre generalità e chiamate a gran voce la forza pubblica . Ribellarsi è giusto” (Pierluigi Battista – Twitter, 25 maggio 2020).

“E con le 60 mila spie ‘volontarie’, il regime è completato. Arrivano i #balilladiconte” (Franco Bechis – Twitter, 25 maggio 2020).

“Più che la repressione vale la convinzione”, dice il Governatore della Regione Lombardia, Attilio Fontana, commentando l’ipotesi della “Guardia civica”. “È opportuno far capire ai giovani e ai meno giovani – ha detto ai microfoni di Rtl 102.5 – che bisogna tenere duro ancora qualche giorno o settimana, che quei comportamenti sono pericolosi per loro e per il resto della popolazione, si sentono più forti perché con loro il virus è meno aggressivo, ma rischiano di diventare un veicolo che lo trasporta ai loro genitori e nonni”.

Antonio Decaro.

Un esercito di spioni per “vigilare sulla Fase 2”: il bando del governo per 60 mila “assistenti civici”
di Davide Di Stefano
Il Primato Nazionale, 24 maggio 2020

I fanatici della dittatura sanitaria si stanno già stracciando le vesti: il nemico numero uno ora si chiama movida, le immagini del terrore sono i lungomare strapieni di gente. E così si corre ai ripari: non solo controllo digitale, app Immuni, braccialetti elettronici e droni vari. A dare manforte alle forze dell’ordine arriveranno anche 60 mila non meglio precisati “assistenti civici” che avranno il compito di vigilare sul rispetto della Fase 2, anche sul distanziamento sociale. Insomma messa così parrebbe proprio una ghiotta opportunità di lavoro destinata agli spioni e ai novelli delatori, quelli che durante la fase 1 hanno ingannato il tempo in quarantena pubblicando sui social la foto del vicino ribelle che andava a fare jogging.
Disoccupati incaricati di “vigilare” sul rispetto delle misure
Insomma a pensar male questo bando indirizzato a “inoccupati, a chi non ha vincoli lavorativi, anche percettori di reddito di cittadinanza o chi usufruisce di ammortizzatori sociali” potrebbe assomigliare alla costituzione di un vero e proprio “esercito di spioni”. Il lancio della nuova figura è stato annunciato oggi da una nota di Francesco Boccia, ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, e da Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente dell’Anci, distintosi nelle fasi più acute della quarantena per le sue cacce selvagge sul lungomare del capoluogo pugliese con l’obiettivo di stanare i trasgressori del lockdown. Insomma l’esercito di volontari potrebbe rappresentare una manna dal cielo per i sindaci sceriffi, quelli per capirci che nonostante la fase 2 ancora tengono barricati parchi e altalene e pubblicano inorriditi le foto della movida.
Volontari per il distanziamento sociale
Il bando dovrebbe essere emesso la prossima settimana e i partecipanti saranno tutti volontari, proprio come in una metaforica guerra ai trasgressori dei precetti governativi: “Saranno impiegati dai sindaci per attività sociali, per collaborare al rispetto del distanziamento sociale e per dare un sostegno alla parte più debole della popolazione”. Saranno le truppe d’élite della “nuova normalità”, come spiega Boccia: “I Comuni, attraverso l’Anci, potranno avvalersi del contributo degli assistenti civici per far rispettare tutte le misure messe in atto per contrastare e contenere il diffondersi del virus, a partire dal distanziamento sociale. E’ il momento di reclutare tutti quei cittadini che hanno voglia di dare una mano al Paese, dando dimostrazione di grande senso civico”.
Insomma il tiro pare chiaro. Vedremo cosa accadrà. Certo fa una certa impressione vedere le risorse impiegate dal governo, che ancora non sa se potrà sostenere tutte le misure economiche di sostegno alla popolazione a causa dell’emergenza sanitaria, per l’assunzione di ben 60 mila volontari. Anche tra i percettori del reddito di cittadinanza. Ipotesi scartata per il lavoro nei campi, dove si è preferito procedere ad una regolarizzazione massiva di immigrati irregolari piuttosto che trovare il modo di ridare dignità ad un lavoro basato su paghe e condizioni di semi-schiavitù, nonostante decine di migliaia di italiani in difficoltà si fossero offerti anche di fare quei lavori “che gli italiani non vogliono più fare”, come raccogliere i famigerati pomodori. Lavoro nei campi no, spioni sì.

Francesco Boccia.

Distanziamento sociale, arriva il bando per reclutare 60.000 assistenti civici
In settimana la protezione civile lancerà il bando per reclutare volontari che potranno essere utilizzati dai sindaci per attività sociali e il rispetto delle misure di distanziamento sociale
di Marco Mobili
Il Sole 24 Ore, 24 maggio 2020

Inoccupati, cassintegrati o percettori del reddito di emergenza o di cittadinanza potranno partecipare al reclutamento di 60mila volontari a cui i sindaci potranno assegnarli il patentino di «assistenti civici», Ad annunciare l’arrivo del nuovo bando della protezione civile sono stati il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Francesco Boccia, e il presidente dell’Anci, Antonio Decaro, sindaco di Bari.
A chi è rivolto bando
Il reclutamento che partirà dopo il 25 maggio 2020 sarà gestito dalla Protezione civile, così come era già accaduto nel pieno dell’emergenza sanitaria con i bandi di reclutamento di medici e infermieri da inviare nelle zone rosse d’Italia. Per il nuovo incarico di «assistente civico» si cercano, sempre su base volontaria, inoccupati, chi non ha vincoli lavorativi, chi percepisce in questo periodo forme di sostegno al reddito , come la Cig o anche il reddito di cittadinanza.
L’utilizzo dell’assistente civico
Una volta reclutati i 60mila volontari sarà la stessa Protezione civile ad indicare alle Regioni le diverse disponibilità sull’intero territorio nazionale. Saranno i sindaci a impiegare i nuovi volontari in attività di sostegno alle categorie più deboli ma soprattutto per collaborare al rispetto del distanziamento sociale. I cittadini stanno tornando via via alla normalità e a ripopolare le città, ha detto Boccia, per questo ora è il momento di reclutare «tutti quei cittadini che hanno voglia di dare una mano al Paese, dando dimostrazione di grande senso civico». Senso civico che in questa Fase 2 dell’emergenza si traduce nel pieno rispetto «di tutte le misure messe in atto per contrastare e contenere il diffondersi del virus», ha aggiunto il ministro Boccia.Al senso di responsabilità fa appello anche il presidente dei sindaci Decaro: «è ai volontari che vogliamo affidare le nostre comunità in questa nuova e complessa fase: quella in cui proviamo a convivere con il virus e impariamo a difenderci, anche tornando a una vita meno compressa dai divieti».

L’ex prefetto Achille Serra: “Assistenti civici? Rischiano solo vaffa e legnate”
Critiche alla proposta: “Sono dilettanti allo sbaraglio e così li si mette a repentaglio. Non hanno nessun potere”
The Huffington Post, 25 maggio 2020

Secondo l’ex questore e prefetto Achille Serra gli assistenti civici rischierebbero grosso: “Sarebbero dilettanti allo sbaraglio, privi di ogni esperienza, a rischio di un ‘vaffa’ o di legnate”. All’Agi, l’ex parlamentare ha esposto i suoi dubbi sull’idea che gli assistenti debbano vigilare sul rispetto del distanziamento sociale: “Si mettono queste persone a repentaglio. Non hanno nessun potere”. La prossima settimana verrà lanciato il bando per circa 60mila candidati.
“Hanno una casacca addosso, vanno in mezzo alla movida di ragazzi pieni di birra e, se gli va bene, si pigliano qualche cattiva parola, se gli va male pure le botte”. Secondo lui, l’unica soluzione possibile è “affidarsi all’intelligenza. Con la repressione non risolvi questo problema”. Cruciale è “insistere e far capire i danni che si possono provocare, e che se a ottobre si richiude andiamo falliti. Si tratta anche di una forma di rispetto verso i morti”.

Il video.

Assistenti civici, Calenda: “Scelta di Boccia allucinante, del resto non riesce a spendere soldi Ue”
La Repubblica, 25 maggio 2020

L’ex dem oggi leader di Azione Carlo Calenda boccia la scelta del governo di arruolare 60mila guardie volontarie per il rispetto delle norme di sicurezza e distanziamento in tempi di emergenza coronavirus. Spiega a Casa Lateral: “L’esercizio dell’ordine pubblico è una cosa estremamente delicata in una democrazia provata da un lungo lockdown. Non puoi prendere 60mila persone senza arte né parte e mandarle in giro a fare la guardia civile”. Del ministro per gli Affari regionali Boccia l’ex ministro dell’Industria ha “profonda disistima”. “Ci sono 16miliardi e 300 milioni di fondi europei che dal primo giorno, almeno 6,3 miliardi, l’Europa ha detto di spendere subito. Io ho proposto di darli ai Comuni che seguno gli gli ultimi, ma non si riesce a spendere un euro perché Boccia sta facendo un negoziato infinito con le Regioni. È una roba che non si può sopportare”.

Alecci: «Gli assistenti civici? Una cavolata pazzesca»
Vita.it, 25 maggio 2020
La reazione immediata di Emmanuele Alecci presidente del Comitato Padova Capitale europea del volontariato e presidente del Csv di Padova, «Il ministro Boccia e il presidente dell’Anci Decaro ritirino la proposta degli assistenti civici perchè è un obbrobrio. Obbrobrio, cavolata, stupidata, vedete voi che aggettivo usare».
Alecci, una vita di militanza nel volontariato italiano, accanto ai suoi maestri Monsignor Nervo e a Luciano Tavazza come presidente del Movi dal 1998 al 2005, non va giù l’ultima trovata del Governo, «Almeno non si usi la parola volontariato che in questo caso non c’entra nulla. Qui si fa addirittura un passo indietro rispetto alla concezione di volontariato contro cui ci si è battuti tutta la vita, quella per cui il volontario è il barelliere dei guai prodotti da altri, dallo Stato che non vede e non sente, e dal mercato che persegue il solo profitto. Qui si dice addirittura “volontari reclutati”, ma si può?».
In effetti la bozza di ordinanza recita che si procederà al reclutamento di inoccupati, pensionati, percettori di reddito di cittadinanza o fruitori di ammortizzatori sociali. Essi saranno impiegati dai sindaci, con il coordinamento della Protezione Civile, “per attività sociali, per collaborare al rispetto del distanziamento sociale e per dare un sostegno alla parte più debole della popolazione” fino al termine dell’emergenza Covid-19. Dopo i lavoratori socialmente utili, ausiliari del traffico, navigator, il lessico della nuova politica introduce gli “assistenti civici”.
«Solo nel febbraio scorso il presidente Mattarella inaugurando l’anno di Padova Capitale europea del volontariato aveva, pensavo, detto una parola definitiva sul volontariato quando disse “Commette un errore chi pensa che l’impegno volontario, e i valori che esso trasmette, appartengano ai tempi residuali della vita e che non incidano sulle strutture portanti del nostro modello sociale”. E invece», dice deluso Alecci che incalza: «Ma perchè, invece di spegnerlo come stanno facendo, non incrementano il Servizio civile? Forse perchè non capiscono che il Servizio civile non è solo il servizio per cui “reclutare” qualcuno, ma un’esperienza educativa per sè e per gli altri. Se lo Stato ha il problema di “utilizzare” qualcuno per fare cose che non riesce a garantire certo si può pensare di “arruolare” persone che si pensa debbano restituire allo Stato dei benefici economici concessi. Ma siamo ad una concezione di Stato e di cittadini assai deprimente. Ma non chiamiamo tutto questo volontariato. Per favore».
E poi Alecci chiude ribadendo categorico: «Questa proposta va fermata, per come è scritta va ritirata».

Il 24 maggio 2019 la Sala dei giornalisti in Sala Stampa della Santa Sede fu intitolata a Joaquín Navarro Valls

“Forse Navarro Valls oggi non potrebbe più essere el portavoz. Eppure, il fatto che un pezzo della Sala Stampa sia intitolato a lui ricorda, indirettamente, a tutti i vaticanisti che il giornalismo non deve essere ricerca dello scoop, ma servizio, analisi e racconto dei fatti” (Andrea Gagliarducci).

Cosa significa la Sala Navarro Valls in Sala Stampa della Santa Sede?
di Andrea Gagliarducci
Vaticanreporting, 24 maggio 2020

Da un anno, i giornalisti in Sala Stampa della Santa Sede siedono, si riuniscono e scrivono nella “Sala Navarro Valls”. L’inaugurazione della nuova intitolazione della sala avvenne a margine della presentazione del libro El Portavoz, in una giornata vaticana particolarmente intensa, e significativamente il primo anniversario si è festeggiato nella Giornata Mondiale delle Comunicazioni sociali.
Non ho mai lavorato nella Sala Stampa diretta dal Joaquín Navarro Valls. Ne sentivo il peso del mito, ogni tanto mi capitava di incrociarlo, ma il modo in cui lui lavorava l’ho dovuto necessariamente ricostruire. Forse, oggi, Navarro Valls agirebbe in modo diverso. Forse, oggi Navarro Valls sarebbe costretto a destreggiarsi in tutt’altro modo, perché i tempi sono cambiati e anche il Papa. Ma c’era bisogno di Navarro Valls per quella epoca storica, caratterizzata da un grande Papa santo e una enorme esplosione mediatica.
Navarro Valls ha letteralmente inventato il ruolo di portavoce vaticano. Arrivava a guidare la comunicazione della Santa Sede nel 1984, quando già da sei anni Giovanni Paolo II aveva stravolto tutti gli schemi della comunicazione e della percezione della Chiesa. Si trattava di mettere ordine, e di farlo professionalmente. Si trattava di non essere invasi dall’onda mediatica, che paradossalmente in quegli anni non era nemmeno troppo favorevole a Giovanni Paolo II.
C’è da dire che Navarro Valls ha inventato il ruolo del portavoce perché questo gli si è presentato come un abito che calza alla perfezione ad una sola persona, e questa persona era lui. Navarro Valls ha potuto essere el portavoz perché c’era Giovanni Paolo II, come è vero che Giovanni Paolo II poteva avere un portavoce solo in Joaquín Navarro Valls.
In tempi di modelli di comunicazione,discettazioni sulle fake news, discussioni su come diffondere il brand del Papa da parte della Santa Sede, una figura come quella di Navarro Valls può apparire anacronistica. Eppure aveva tutto quello di cui si aveva bisogno.
Prima di tutto, Navarro Valls aveva la comprensione dei gesti e i significati. Forse è anche colpa sua se, adesso, ogni gesto del Papa viene ammantato di un significato ulteriore, e contorniato da interpretazioni e sovrainterpretazioni. Ma è certo che Navarro Valls non lo faceva con malizia. C’era, in quella Santa Sede, l’idea del potere dei gesti e dei segni. Non si cercava un gesto per fare significato, si sceglieva un gesto per il suo significato.
Si potrebbe dire che è semplice lavorare così, ma non lo è affatto. I significati della Chiesa vanno compresi e spiegati, e a tutto va dato un senso. Navarro Valls lo faceva con grazia e con cultura. Credeva così tanto nel lavoro della Santa Sede che fu chiamato persino a partecipare alle delegazioni alle Conferenze Internazionali delle Nazioni Unite al Cairo (1994), Copenaghen (1995), Pechino (1995) e Istanbul (1996). Non era lì per comunicare l’evento, era lì proprio per spiegare la posizione della Santa Sede. Lo può fare solo chi è davvero consapevole del suo ruolo e della missione che sta servendo.
Navarro Valls aveva un forte senso della Chiesa come istituzione, e questo non è scontato. Si racconta molto del rapporto diretto che el portavoz aveva con Giovanni Paolo II, del modo in cui sapeva bypassare anche i filtri ufficiali facendosi ricevere direttamente nell’appartamento pontificio. Ma Giovanni Paolo II gli dava fiducia perché sapeva che niente, per Navarro Valls, era più importante dell’istituzione del Papato. Non più importante del Papa, ma dell’istituzione del Papato. Non era scontato, per un giornalista che si era formato fuori dal mondo vaticano. Ma era fondamentale.
Navarro Valls era, inoltre, un uomo di cultura, raffinato, sicuro di sé. Conosceva le persone, e sapeva di chi fidarsi o di chi non fidarsi. Sapeva anche a chi affidarsi se voleva che un messaggio passasse in un modo, e come farlo. Aveva una furbizia particolare, che sapeva gestire con la stessa classe con cui fumava una sigaretta. E aveva anche un po’ di dono della teatralità, se è vero, come mi veniva raccontato, che “non si faceva mai vedere, non era mai presente, ma poi se parlava almeno una notizia  te la dava”. C’è bisogno di questa dote anche oggi, in tempi in cui si pensa che tutto necessiti una comunicazione, anche a costo di ingigantire fatti che potrebbero essere ridimensionati.
Ma mi piace pensare che Navarro Valls è diventato Navarro Valls perché viveva in un tempo in cui il giornalismo era diverso, e gli stessi giornalisti che si occupavano di Vaticano erano diversi. Si viveva un cambio generazionale, cominciavano ad uscire dal vaticanismo attivo coloro che avevano fatto il Concilio Vaticano II e quelli che ancora prima erano stati nella prima Sala Stampa dell’Osservatore Romano.
I nuovi vaticanisti vivevano in un limbo. Da una parte, la necessità di studiare, essere al passo, comprendere la profondità, perché era questo che veniva richiesto. Dall’altra, trovarsi a raccontare un pontificato fortemente radicato nella tradizione, ma reso sempre più nuovo dal fatto che c’era un solo Papa, e nessuna transizione, e che è stato così per 27 anni. La continuità era il Papa stesso, mentre le nuove generazioni personalizzavano il messaggio di Giovanni Paolo II, spinti dalle circostanze, dalla fine della Guerra Fredda e dalla venuta di un nuovo giornalismo, fatto più di gossip e di ideologia che di notizie e di analisi, e appiattito da una mancanza di alternanza al potere della Chiesa.
Il lungo regno di San Giovanni Paolo II ha avuto anche questo limite, a un certo punto, di congelare il dibattito, mentre tutto il mondo fuori cristallizzava l’immagine del Papa polacco. E immagino che Navarro Valls abbia vissuto i suoi anni più duri proprio alla fine del pontificato, quando tutti si aspettavano una notizia, e la volevano succosa e pronta, poco disposti a comprendere ragioni di opportunità.
Nascono in questo periodo la storia dell’incontro (mai avvenuto) di Giovanni Paolo II con il premio Nobel guatemalteco Rigoberta Menchù, o anche la ricostruzione lampo dell’omicidio del comandante della Guardia Svizzera Alois Estermann, di sua moglie Gladys Meza Romero da parte del vicecaporale Cedric Tornay, che poi si suicidò, versione spesso contestata.
Ma è ingiusto ricordare Navarro Valls solo per quelle vicende, che sono anche parte della necessità di una comunicazione di emergenza. A volte, c’è semplicemente bisogno  di comunicare, di creare una narrativa, e Navarro Valls lo aveva capito ben prima che il mondo dei social media e del giornalismo via internet facesse diventare la narrativa preponderante.
E forse Navarro Valls oggi sarebbe un pompiere, più che un incendiario. Di fronte alle tante narrative che si giustappongono, sarebbe probabilmente colui che riporterebbe tutto ad una situazione più accettabile, invitando a non cercare significati laddove non ci sono, andando a diminuire l’impatto delle affermazioni ideologiche.
Perché Navarro Valls ha vissuto in una epoca di guerra subdola contro la Chiesa, ma oggi si troverebbe a fare i conti con una guerra aperta in cui la controinformazione dei nemici della Chiesa ha stranamente preso nell’intimo anche gli uomini di Chiesa.
Forse Navarro Valls oggi non potrebbe più essere el portavoz. Eppure, il fatto che un pezzo della Sala Stampa sia intitolato a lui ricorda, indirettamente, a tutti i vaticanisti che il giornalismo non deve essere ricerca dello scoop, ma servizio, analisi e racconto dei fatti. E magari ricorda anche alla comunicazione vaticana che, per quanto un Papa possa essere carismatico, l’immagine del Papa non è un prodotto da vendere, né le sue parole vanno mai assolutizzate e i suoi gesti riempiti di significati che non ci sono.
C’è il Papato, che va oltre il Papa. E c’è la Chiesa, che va al di là di ogni storia. Io non ho conosciuto Navarro Valls, ma credo che direbbe proprio così.

Articoli collegati

Una volta c’era la (s)comunicazione. Perso di vista la storia della Chiesa, oggi c’è la narrazione, ridotta al “qui e ora” – 23 maggio 2020
Caso Estermann, madre di Cedric Tornay chiede riaprire indagini – 13 dicembre 2019
La nomina di Matteo Bruni a Direttore della Sala Stampa della Santa Sede e di Alessandro Gisotti e Sergio Centofantii a vicedirettori della Direzione Editoriale del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede – 18 luglio 2019
“El portavoz”: il ritratto di Navarro Valls in un libro del fratello Rafael – 25 maggio 2019
Joaquin Navarro Valls: un portavoce indimenticabile – 25 maggio 2019
La targa per Navarro – 25 maggio 2019
Padre Lombardi: Joaquín Navarro-Valls, un monumento della comunicazione – 25 maggio 2019
Il libro ricordo di Joaquín Navarro-Valls, “monumento della comunicazione” della Santa Sede – 25 maggio 2019
“Targa ripulita per la Sala Stampa della Santa Sede diretta da Alessandro Gisotti” – 15 maggio 2019

Foto di copertina: Alessandro Gisotti svela la targa per Navarro Valls (Foto di Luca Caruso).

Ieri Falcone un magistrato isolato, delegittimato, tradito dai colleghi e dal Csm. Oggi giustizia nel caos con “caso Palamara”. E Bonafede guarda i sigilli

Nell’anniversario della strage a Capaci, al Consiglio Superiore della Magistratura il 21 maggio 2020 c’è stato il ricordo dei torti subiti da parte delle altre toghe dal giudice Giovanni Falcone “prima di essere ucciso con il tritolo mafioso”, ha detto ex pubblico ministero di Palermo Nino Di Matteo: “Venne più volte delegittimato, umiliato e così di fatto isolato anche da una parte rilevante della magistratura”. L’ex procuratore aggiunto di Catania Sebastiano Ardita: “Basta ipocrisie, venne isolato, calunniato pure dai colleghi, accusato di costruire teoremi, mentre svelava i rapporti tra Cosa nostra ed il potere. Gli venne contestato protagonismo, presenza sui media, di collaborare col governo” [Il Fatto Quotidiano, 21 maggio 2020; Palermotoday.it, 25 novembre 2017; Rossana Lo Castro – ADNKRONOS, 22 maggio 2020].

Mentre la giustizia è nel caos, l’unico a tacere è rimasto il Ministro della giustizia grillino Alfonso Bonafede, a cui spetta l’azione disciplinare, ma zero accenni sulle interferenze della magistratura nella politica. Nella bufera per il “caso Palamara” anche l’ANM-Associazione Nazionale Magistrati a cui aderisce circa il 90% dei magistrati italiani: si sono dimessi il presidente, Luca Poniz (Area) e il segretario, Giuliano Caputo (Unicost) [Il Fatto Quotidiano, 23 maggio 2020; Davide Di Stefano – Il Primato Nazionale, 24 maggio 2020].

Inoltre, trasferito d’ufficio il pubblico ministero della Procura nazionale antimafia Cesare Sirignano, anche lui intercettato dal trojan iniettato nel cellulare di Luca Palamara, l’ex presidente dell’Anm e potente ‘ras’ di Unicost – la corrente moderata della magistratura – finito sotto inchiesta a Perugia e sospeso da stipendio e funzioni per aver tentato di condizionare le nomine nelle procure [Il Mattino, 21 maggio 2020].

Il bordello della magistratura, ma non cambierà mai. A febbraio Gratteri lo denunciò: ci sono 400-450 toghe corrotte – 23 maggio 2020
Il Riformista di Piero Sansonetti: dopo “magistratopoli” ora scoppia “giornalistopoli” – 22 maggio 2020

I resti della Quarto Savona 15.

In pochi negli anni hanno parlato della Fiat croma blindata da 2 tonnellate che precedeva la Fiat croma blindata dove al suo interno vi erano Giovanni Falcone, la sua moglie Morvillo e l’autista Giuseppe Costanza, miracolosamente sopravvissuto all’attentato del 1992 a Capaci e ancora in vita, poiché era al posto di Falcone sul sedile posteriore perché Falcone aveva chiesto di guidare come spesso faceva.
È un mistero perché Costanza negli anni è stato lasciato in disparte e mai chiamato a deporre. Costanza è sempre stato l’autista di Falcone, con il quale aveva un rapporto di confidenza. Ma l’essere scampato all’attentato per Costanza è risultato essere una condanna a vita, relegato in un sottoscala di un garage di un autoparco a fare fotocopie per dieci anni. Come se qualcuno lo volesse nascondere al mondo. Come se a qualcuno facesse paura la sua testimonianza. Come se qualcuno fosse dispiaciuto che nella stessa auto di Falcone vi fosse un superstite.
Ricordiamo che i componenti della seconda auto di scorta che seguiva quella di Falcone non ha subito danni. Infatti gli stessi agenti raccontano che dopo l’esplosione dell’autostrada si sono posizionati intorno all’auto di Falcone proteggendola armi alla mano. In quel momento Falcone era ancora in vita e cercava di parlare, ma una volta soccorso ha raggiunto l’ospedale in condizioni disperate e i medici intervenuti non hanno potuto salvargli la vita.
L’attentato di Capaci è stato un’operazione chirurgica e non è stata compiuta da picciotti quasi analfabeti, killer ed esecutori di Cosa Nostra ma bensì è stato opera di professionisti come gli atti del processo della trattativa stato-mafia, che vede protagonista il magistrato Nino Di Matteo, hanno evidenziato a margine della sentenza di primo grado, dove si evince che la trattativa stato-mafia è realmente avvenuta aldilà di ogni ragionevole dubbio. Come si fa a far fare ad un’auto blindata che pesa 2 tonnelate un volo di oltre cento metri? Non basta la cattiveria e l’astuzia di un killer senza scrupoli di Cosa Nostra… no proprio non basta.

Strage di Capaci, testimone rivela: “La Quarto Savona 15 era integra dopo l’esplosione”
di Giulio Giallombardo
Il fotografo Antonio Vassallo abita a due passi dal luogo dell’attentato. Si catapultò tra le macerie pochi minuti dopo le fatidiche 17,58, fotografando forse qualcosa che non avrebbe dovuto. È convinto che sulla Croma blindata che precedeva l’auto di Falcone non tutto sia stato detto
Palermotoday.it, 25 novembre 2017

È ancora forte l’odore di sangue e gomma bruciata di quel 23 maggio 1992. La morte di Totò Riina ha evocato i fantasmi della strage di Capaci, che costò la vita a Giovanni Falcone, sua moglie e tre uomini della scorta. Ricordi, testimonianze, confessioni di chi quel giorno era presente sul posto, pochi attimi dopo che mille chili di tritolo disintegrarono un pezzo di autostrada.
Il fotografo Antonio Vassallo abita ancora a due passi dal luogo dell’esplosione. Si catapultò tra le macerie pochi minuti dopo le fatidiche 17,58, fotografando – forse – qualcosa che non avrebbe dovuto. Ha raccontato più volte la storia del rullino che gli fu sottratto da quelli che si presentarono come due poliziotti in borghese, negativi spariti nel nulla, nonostante i suoi tentativi di recuperarli. Ma quello di cui non si è mai parlato, è del ricordo nitido che Vassalo ha della Quarto Savona 15, la Croma blindata su cui viaggiavano gli agenti della scorta di Falcone, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, che morirono nell’esplosione.
Il giallo della Quarto Savona 15
Ciò che resta dell’auto, adesso, è custodito in una teca e, dopo aver fatto il giro d’Italia, è esposto nella caserma “Lungaro” di Palermo. Si tratta ormai solo di un cumulo di lamiere, ma, secondo quanto ricorda Vassallo, la Croma blindata, catapultata tra gli ulivi dopo la deflagrazione, sarebbe rimasta pressoché integra. “La macchina era finita dall’altra parte dell’autostrada – rivela il fotografo a PalermoToday – era capovolta, ma ricordo di averla vista integra, non sicuramente come viene presentata oggi”.
Vassallo, candidato al Consiglio comunale di Palermo alle scorse amministrative e attivista che ogni giorno accompagna studenti da tutta Italia sui luoghi della strage, sembra ricordare bene i dettagli di quel pomeriggio infernale ed è convinto che sulla Quarto Savona 15 non tutto sia stato detto. “Sappiamo che Falcone viaggiava sempre con la sua valigetta ventiquattrore, che conteneva due agende ed un’agendina elettronica – dice il fotografo – dunque il magistrato doveva averla con sé anche in quell’occasione. Di quella valigetta non se ne è saputo più nulla, come mai? E ancora, perché quell’auto prima era integra e adesso è ridotta un cumulo di lamiere?”.
Una delle ipotesi che traspare dal racconto di Vassallo è che l’auto sia stata “accartocciata” in un secondo momento, dopo averla “ripulita” di ciò che, verosimilmente, non si sarebbe dovuto trovare. “Nulla esclude – ipotizza il fotografo – che qualcuno abbia volutamente fatto sparire la ventiquattrore di Falcone, un po’ come è successo con la famosa agenda rossa di Borsellino, in via D’Amelio. Sono convinto che quell’auto non fosse ridotta così come ce la mostrano adesso. Perché nessuno ha spiegato cosa sia successo a quell’auto?”. Un particolare che salta fuori adesso perché – spiega il fotografo – è solo recentemente che i brandelli della Croma vengono mostrati in pubblico.
Quei rullini spariti nel nulla
Al giallo della Quarto Savona 15, si somma, poi, quello del rullino sparito. Una storia già raccontata in passato da Vassallo, ma sulla quale non è ancora stata fatta chiarezza. Dopo essere arrivato sul luogo della strage, a pochi minuti dall’esplosione, Vassallo racconta di essere fuggito via perché un uomo, che poi scoprirà essere Angelo Corbo, agente della scorta che viaggiava nell’altra auto, gli si avventa contro con un mitra. In quegli attimi deliranti, Corbo avrebbe scambiato l’obiettivo al collo di Vassallo per un’arma. Tornato qualche minuto dopo, il fotografo si aggira tra le macerie scattando a raffica, quando due uomini che si sarebbero presentati come poliziotti in borghese, avrebbero preso in consegna il rullino.
Isola, si inaugura il giardino della memoria
“Io ero in possesso di una regolare licenza rilasciata dalla questura – spiega Vassallo stavo scattando fotografie, ma vengo fermato da questi due uomini. Mi sventolano un tesserino in faccia e, strattonandomi per un braccio, mi obbligano a consegnargli il rullino. Cosa che faccio nella speranza che, in qualche modo, le mie foto sarebbero servite alle indagini. Invece, passano i mesi e di queste foto non si sa più nulla. Quindi decido di andare da Ilda Boccassini, che indagava sulla strage alla procura di Caltanissetta, e lei cade dalle nuvole, dicendomi che quelle foto non erano mai arrivate. Guarda caso – racconta ancora il fotografo – il giorno dopo vengo convocato dal questore Arnaldo La Barbera che sostanzialmente si scusa, dicendomi che gli agenti avevano dimenticato di consegnare le foto e che sarebbero state inviate subito a Caltanissetta. Bene, quelle foto non sono state messe agli atti del processo, né tanto meno sono più saltate fuori”.
Il sospetto di Vassallo è che, senza volerlo, quel giorno abbia immortalato qualcosa che non avrebbe dovuto. Ipotesi questa che s’intreccia con i misteri ancora irrisolti di quel 23 maggio. Parallela al corso della giustizia, che ha inflitto dure condanne agli autori materiali della strage, corre – infatti – un’altra strada: quella delle presunte verità taciute, delle possibili complicità di apparati dello Stato e dell’ombra dei mandanti occulti. Segreti che, ancor più dopo la morte di Riina, sembrano perdersi tra le macerie di quel maledetto pomeriggio di maggio.

L’autista di Falcone: “Io dimenticato per 23 anni, stufo delle solite passerelle”
di Rossana Lo Castro
ADNKRONOS, 22 maggio 2020

“In Italia per essere presi in considerazione occorre morire. Io disgraziatamente sono rimasto in vita e oggi do fastidio perché dico ciò che penso e non quello che vogliono che io dica”. La strage di Capaci per Giuseppe Costanza, l’autista del giudice Giovanni Falcone scampato al tritolo di Cosa nostra, ha segnato l’inizio di un oblio lungo 23 anni. “Dopo 18 mesi tornai a lavoro, mi aspettavo un’accoglienza diversa e, invece, non sapevano cosa farsene di me. Mi misero in uno sgabuzzino, un piccolo ufficio con le pareti in cartongesso ricavato in un corridoio”, racconta all’Adnkronos. Gli diedero la medaglia d’oro al valor civile e lo assegnarono all’ufficio autoparco. “Entravo, timbravo il cartellino e aspettavo l’orario di uscita. Nessun ordine di servizio. Un incubo. Mi incatenai davanti al tribunale, fu a quel punto che si accorsero che Giuseppe Costanza era vivo. E stato il periodo più brutto della mia vita, altro che bomba… Dopo 10 anni non ce l’ho fatta più e me ne sono andato”.
Oggi Costanza gira l’Italia, va nelle scuole per raccontare ai ragazzi gli anni bui delle stragi e parlare di quel giudice “isolato e delegittimato dalle stesse istituzioni che oggi lo esaltano”. “In vita Falcone ebbe più nemici che amici, fu abbandonato e tradito. Fu accusato persino di essersi messo da solo la bomba del fallito attentato all’Addaura per fare carriera. Il Csm bocciò la sua candidatura alla guida dell’ufficio Istruzione di Palermo preferendogli Antonino Meli, che di mafia non sapeva nulla e che smantellò il pool antimafia. Questa è la verità – scandisce lentamente -. Invece, ogni anno assistiamo alle solite passerelle, vengono qui, salgono sul palco e tutto finisce lì. Non si alza il tiro sui mandanti, siamo ancora alla manovalanza”. Da 28 anni Giuseppe Costanza aspetta la verità. “La avremo forse tra 50 anni – dice -, quando non ci sarò più io e neppure i responsabili di quell’attentato”.
“Sono stufo di sentire dire che la mafia è solo Riina, Provenzano e Messina Denaro, che furono loro ad avere l’idea di imbottire l’autostrada di esplosivo. Falcone a Roma camminava senza scorta, avrebbero potuto eliminarlo là. Invece, lo hanno fatto a Palermo con una manifestazione eclatante. Una sceneggiata, un depistaggio, un’intimidazione per far piegare qualcuno ai voleri di chi quella strage l’aveva ideata. Ci vogliono professionisti per far saltare in aria un’autostrada, altro che Totò Riina e Bernardo Provenzano… Pezzi dello Stato e delle istituzioni che agirono nell’ombra e che sfruttarono quella manovalanza”. La settimana prima dell’attentato di Capaci il giudice Falcone confidò a Costanza una notizia non ancora ufficiale e che doveva rimanere riservata. “Mi disse che sarebbe diventato il procuratore nazionale antimafia e che avrebbe istituito un ufficio a Palermo – ricorda -. Aggiunse che ci saremmo spostati con l’elicottero ed era necessario che prendessi il brevetto per pilotarlo. Si fidava di me… Per me dietro la strage c’è proprio quella nomina”.
Lo scorso anno Costanza è stato sentito per la prima volta dalla commissione nazionale Antimafia. Ha ricostruito gli otto anni passati con il giudice. “Avevo chiesto di essere ascoltato nel 1998 ma quella istanza è rimasta per 27 anni lettera morta…”. Per molto tempo l’autista di Falcone, l’uomo con cui il giudice aveva un rapporto strettissimo di stima e di fiducia (“Comunicava a me e non alle istituzioni i suoi spostamenti”) è stato dimenticato. “Sono stati 23 anni di silenzio istituzionale, non mi hanno né invitato né cercato – dice -. Un giorno mentre in tv guardavo le manifestazioni in occasione dell’anniversario della strage mio nipote mi ha detto: ‘Nonno, ma non c’eri pure tu a Capaci? Perché non sei insieme a loro? È stato un pugno nello stomaco. E stato allora che ho deciso di far sentire la mia voce”.
A lungo ha dovuto convivere con il senso di colpa per essere scampato all’attentato. “Mi è stato detto che se fossi stato al mio posto, Falcone si sarebbe salvato e sarei morto io. Una bugia. Se alla guida ci fossi stato io sulla linea di fuoco sarebbero arrivate tutte e tre le auto e oggi piangeremmo nove vittime, invece che cinque”. Negli anni passati accanto al giudice ha imparato a convivere con la paura. “Ogni volta che uscivo di casa non sapevo se avrei riabbracciato i miei cari – ammette -, ma non avrei mai mollato Falcone. Ho rischiato la mia vita e non per soldi certamente, ma perché vedevo il suo impegno e la sua necessità di avere accanto persone di cui fidarsi e io ero uno di questi. Tornando indietro lo rifarei”.
Del giudice ricorda “la sua voglia di vivere”. “Mi diceva che gli sarebbe piaciuto poter passeggiare nella sua città senza la scorta, come un cittadino normale. Invece, era un ergastolano”. Le notizie delle scarcerazioni dei boss nelle ultime settimane lo hanno turbato. “Una cosa assurda, abominevole – dice -. È stato uno sbaglio compiuto da incompetenti o una scelta precisa? Io a questo punto ho i miei dubbi. Fortunatamente c’è stata un’indignazione nazionale, un moto di ribellione da un capo all’altro dell’Italia”. La fiducia nello Stato, nonostante gli anni di depistaggi e verità mancate, però, Costanza non l’ha mai persa, anche se, ammette con amarezza, “dentro le Istituzioni ci sono anche tanti che sono arrivati per altri scopi. I mafiosi una volta erano quelli con la coppola, oggi invece sono i tanti colletti bianchi che affollano i palazzi del potere. E lì che bisogna scavare, perché Cosa nostra senza l’appoggio di questi personaggi non esisterebbe”.
Ecco perché, secondo l’uomo che per otto anni ha accompagnato Falcone, occorre tenere bene a mente che “l’antimafia non si fa solo il 23 maggio”. “Oggi più che mai è necessario valutare con attenzione chi fa antimafia e chi, invece, vive di antimafia. Il mio auspicio? Che chi ha sbagliato possa pagare e oggi a chiederlo non è solo Giuseppe Costanza, figlio di un ferroviere, onesto cittadino italiano, ma l’Italia intera. Non possono più prenderci in giro”.

A Palazzo dei Marescialli il ricordo dei torti subiti dal giudice ucciso a Capaci da parte delle altre toghe. L’ex pm di Palermo: “Prima di essere ucciso dal tritolo mafioso, venne più volte delegittimato, umiliato e così di fatto isolato anche da una parte rilevante della magistratura”. L’ex aggiunto di Catania: “Venne isolato, calunniato, accusato di costruire teoremi, mentre svelava i rapporti tra Cosa nostra ed il potere. Gli venne contestato protagonismo, presenza sui media, di collaborare col governo”. Dalla bocciatura a consigliere istruttore agli esposti: quando ad accusare il magistrato erano i colleghi
di Giuseppe Pipitone
Il Fatto Quotidiano, 21 maggio 2020

Un magistrato isolato, delegittimato, tradito dai suoi stessi colleghi. Almeno mentre era in vita. Per la prima volta la verità sul trattamento riservato da buona parte della magistratura a Giovanni Falcone entra nelle stanze di Palazzo dei Marescialli. A 28 anni dalla strage di Capaci il plenum del Csm ha ricordato la figura del giudice palermitano. Il vicepresidente David Ermini ha definito la strage di Capaci come “uno dei momenti di massima violenza eversiva dell’attacco della mafia allo Stato”, insieme alla strage di via d’Amelio. “Giovanni Falcone è presente nella vita di ognuno di noi”, ha detto Giovanni Salvi, procuratore generale della Cassazione.
I ricordi di Di Matteo e Ardita – Ma è con gli interventi di due consiglieri togati con alle spalle una lunga esperienza in prima linea nella lotta alla mafia che sono stati riportati i vari torti subiti da Falcone da parte dei suoi stessi colleghi. “A coloro che hanno perduto la loro vita per gli ideali di libertà e giustizia ai quali avevano improntato tutta la loro esistenza, dobbiamo il rispetto della memoria e della verità. Non sterili, e spesso finte, celebrazioni di facile retorica ma memoria e verità“, ha detto Nino Di Matteo. Per anni pm in prima linea nella lotta a Cosa nostra, Di Matteo è più volte finito sotto il fuoco incrociato di polemiche politiche legate alle inchieste che ha condotto: una su tutte quella sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra con lo scontro frontale scoppiato tra il Quirinale di Giorgio Napolitano e la procura di Palermo. “Dobbiamo essere coerenti e non ipocriti ricordando Falcone”, ha commentato poco dopo Sebastiano Ardita, consigliere togato di Autonomia e Indipendenza (la stessa corrente che ha eletto Di Matteo, candidato indipendente), già procuratore aggiunto a Catania e Messina e investigatore esperto dei legami tra criminalità organizzata e alta finanza.
Un momento delicato per le toghe – Il ricordo di Falcone al Csm arriva in un momento particolare per il mondo della magistratura, travolto dall’inchiesta di Perugia su Luca Palamara che ha portato alle dimissioni di cinque consiglieri di Palazzo dei Marescialli. Un sistema che decideva nomine e incarichi e arrivava fin dentro il ministero della giustizia: il capo di gabinetto di Alfonso Bonafede, intercettato con lo stesso Palamara, è stato costretto alle dimissioni solo pochi giorni fa. È in questo contesto di veleni e ombre sul mondo delle toghe che Di Matteo e Ardita hanno deciso di ricordare Falcone. Costringento il Csm a guardare il passato per come correttamente si è svolto. E quindi ricordando la continua delegittimazione tentata da un sistema di potere e legami trasversali. Una ragnatela che in tanti paragonano a quella di oggi.
“Fu delegittimano prima del tritolo mafioso” – “Memoria significa anche conoscenza e consapevolezza di un dato di fatto incontestabile: Giovanni Falcone, prima di essere ucciso dal tritolo mafioso, venne più volte delegittimato, umiliato e così di fatto isolato anche da una parte rilevante della Magistratura e del Consiglio Superiore”, ha ricordato ai suoi colleghi Di Matteo. “Quella di Giovanni Falcone fu una storia di solitudine, di sconfitte, di tradimenti subiti dentro e fuori la magistratura. Dovette difendersi dal Csm. Venne isolato, calunniato, accusato di costruire teoremi, mentre svelava i rapporti tra Cosa nostra ed il potere. Gli venne contestato protagonismo, presenza sui media, di collaborare col governo, non fu eletto al Csm”, ha detto invece Ardita.
La bocciatura del Csm – I riferimenti storici citati dai due togati oggi sono stati in gran parte rimossi. Per questo è utile ricordare come Falcone non fu certamente amato tra i suoi colleghi quando era in vita. “I nemici principali di Giovanni furono proprio i suoi amici magistrati. Tanti furono gli attacchi e le sconfitte tanto che fu chiamato il giudice più trombato d’Italia e purtroppo lo è stato ed è stato lasciato solo”, ha ricordato la sorella Maria alla vigilia dell’anniversario numero 25 della strage di Capaci. Il fatto principale che testimonia la vera natura dei rapporti tra il giudice palermitano e l’organo di autogoverno delle toghe risale al gennaio del 1988. Poco dopo il Maxiprocesso, Antonino Caponnetto decise di tornare a Firenze. Falcone era il suo naturale successore alla guida dell’ufficio Istruzione di Palermo, cioè quello che è passato alla storia come il pool antimafia. Il 19 gennaio del 1988, però, alla fine di una lunga discussione, il Csm bocciò clamorosamente la sua candidatura, preferendogli Antonino Meli, magistrato più anziano ma completamente estraneo alle indagini antimafia. “Quando Giovanni Falcone, solo per continuare il suo lavoro, propose la sua aspirazione a succedere ad Antonino Caponnetto, il Csm, con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il Csm ci fece questo regalo”, è il modo con cui Paolo Borsellino ricostruirà quella vicenda, nel suo ultimo intervento pubblico il 25 giugno del 1992.
“Vittima di patologiche trame di potere” – “Questo – ha ricordato oggi Di Matteo – avvenne in ragione non solo di meschini sentimenti di invidia ma, ancor di più, di patologiche trame di potere connesse a fenomeni ancora attuali di collateralismo politico e di evidente degenerazione del sistema correntizio”. L’ex pm di Palermo ha poi fatto riferimento all’attuale momento che sta attraversando la magistratura italiana: “Anche per questo oggi questa istituzione Consiliare deve finalmente reagire, dimostrarsi in grado di sapersi mettere per sempre alle spalle pagine oscure, anche recenti, della sua storia”. Di Matteo ha anche trovato modo di ricordare a Palazzo dei Marescialli come sulla strage di Capaci ci siano ancora indagini in corso. Lo ha fatto ripetendo le due parole chiave del suo intervento: memoria e verità. “La verità – ha detto – è quella che è faticosamente emersa dalla storia dei processi celebratisi a Caltanissetta e a Palermo; quella che ha consentito di individuare i profili di molti dei responsabili mafiosi dell’attentato di Capaci. Ma è proprio da quegli atti processuali, dal lavoro di valorosi colleghi e coraggiosi investigatori, che emerge la necessità di proseguire in quel percorso di verità. Senza cedere alla tentazione dell’oblio, della rimozione, del timore delle conseguenze di quella ricerca”.
“Oggi col nuovo ordinamento Falcone non sarebbe quello che è stato” – Ardita, invece, ha ricordato ai colleghi che Falcone “subì le stesse critiche che oggi si contestano ai magistrati più esposti“. E quindi “se vogliamo indicarlo come esempio ai giovani, dobbiamo ricordare la sua vita come realmente si è svolta e prenderlo ad esempio essenzialmente per il suo coraggio. E poi ancora oggi dobbiamo difendere coloro che agiscono con coraggio, anche andando incontro a rischi, per affermare la verità“. Secondo l’ex procuratore aggiunto di Catania “dovremmo fare in modo che, se rinascesse, Falcone non si ritrovasse in quelle stesse condizioni. Ma ho motivo di temere che oggi, con la gerarchia del nuovo ordinamento, Falcone non potrebbe neppure essere quello che è stato. Questo dobbiamo dire e fare, se vogliamo rimanere distanti dall’ipocrisia di certe commemorazioni ufficiali, alle quali oramai alcuni di noi preferiscono non andare più”.
Gli attacchi dei colleghi – Insomma, per la prima volta nelle stanze dell’organo di autogoverno della magistratura è stato riportato un ricordo fedele delle difficoltà affrontate da Falcone in vita. Difficoltà spesso dovute alla contrapposizione della sua stessa categoria. A cominciare proprio dalla bocciatura a capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo nel 1988. Negli anni successivi andò anche peggio. Nel 1990 Falcone si candidò al Csm e dovette subire l’umiliazione di non essere eletto come rappresentante dei suoi stessi colleghi. Nel 1991 entrò effettivamente a Palazzo dei Marescialli, ma da accusato: venne convocato dopo che il Csm aver ricevuto l’esposto in cui Leoluca Orlando lo accusava, praticamente, di aver insabbiato le indagini sui delitti politici degli anni ’80. “Non si può andare avanti in questa maniera, è un linciaggio morale continuo. Non si può investire della cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, la cultura del sospetto è l’anticamera del komeinismo“, disse in quell’occasione il giudice. Una frase diventata famosa. E che recentemente viene ripescata dai politici per attaccare il mondo della magistratura. Solo una delle tante distorsioni della memoria del giudice compiute dopo la sua morte.
Vittima delle correnti – L’apice degli attacchi pubblici a Falcone si registrò invece quando il giudice palermitano andò a lavorare al ministero della giustizia come direttore degli Affari Penali. “A Palermo ho edificato una stanza, una bella stanza. Ma è a Roma che devo andare se voglio costruire un palazzo”, spiegò ai giornalisti Francesco La Licata e Saverio Lodato che nel 1991 gli chiesero i motivi di quella partenza. Il palazzo era la Superprocura, cioè la procura nazionale Antimafia, l’ufficio centrale di coordinamento di tutte le indagini sulla criminalità organizzata ideato da Falcone nel periodo in via Arenula. Il magistrato palermitano era ovviamente il candidato naturale per guidare il nuovo organo inquirente. Ma anche lì le correnti del Csm si attivarono subito per sbarrargli la strada. Non fecero in tempo: prima dell’ennesimo tradimento dei colleghi arrivo il tritolo nascosto sotto l’asfalto di Capaci.

Intercettato col trojan, il pm Sirignano trasferito d’ufficio. Di Matteo: «Avallava Palamara»
Il Mattino, 21 maggio 2020

Scatta il trasferimento d’ufficio, per incompatibilità ambientale, nei confronti del pm della Procura nazionale antimafia Cesare Sirignano, anche lui intercettato dal trojan iniettato nel cellulare di Luca Palamara, l’ex presidente dell’Anm e potente ‘ras’ di Unicost – la corrente moderata della magistratura – finito sotto inchiesta a Perugia e sospeso da stipendio e funzioni per aver tentato di condizionare le nomine nelle procure. A deciderlo è stato il Csm con un voto a larghissima maggioranza, 21 voti favorevoli a fronte dei tre espressi dai togati di Unicost che chiedevano di archiviare il procedimento a carico di Sirignano, che negli scambi con Palamara si informava sul risiko delle procure, in particolare quella di Perugia, per conto di un altro collega, e commentava con l’interlocutore l’estromissione di Nino Di Matteo dalla Procura nazionale retta da Federico Cafiero de Raho.
È l’ennesima ‘vittima’ dello strascico di contatti e conversazioni che Palamara era solito non cancellare dal suo telefonino e che ha trascinato nel gorgo non solo molti consiglieri del Csm, ma anche toghe di prestigio come l’ex Procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio. Adesso, Sirignano dovrà indicare alla Terza commissione di Palazzo dei Marescialli una rosa di sedi dove vuole andare, come magistrato ‘semplicè, bisognerà vedere quali sono i posti liberi. Per lui, comunque, i guai potrebbero non finire qui perché è pendente un pre-procedimento disciplinare, diverso da quello di tipo ‘amministrativò culminato nel trasferimento. «Sarei un ipocrita se non dicessi che fin dall’inizio ho seguito queste vicende – ha esordito Di Matteo nel suo intervento al plenum di Palazzo dei Marescialli -. Le attività professionali mie e del dott. Sirignano si sono incrociate in Antimafia per quasi due anni, per questo avevo pensato di astenermi e non partecipare al voto». Ma l’ex pm della trattativa Stato-mafia, che in tv ha rivelato che Bonafede lo voleva al Dap ma poi fece marcia indietro dopo le reazioni dei boss, ha detto che su «una questione così importante» non vuole ‘lavarsi le mani’.
Per Di Matteo, «è molto grave» che nella sua autodifesa davanti al Csm, Sirignano abbia ribadito che per le nomine e gli assetti della Dna «se non hai l’appoggio della tua corrente, non hai dove andare» ricordando che «avevamo come dominus Palamara». Dagli atti, ha rilevato Di Matteo, emerge inoltre che «Sirignano non si limitava a subire le scelte di Palamara, ma lo rassicurava affermando in più occasioni che delle sue richieste ne avrebbe parlato con il Procuratore nazionale o con il politico Ferri». Sulla stessa linea anche il togato di Area Giuseppe Cascini che ritiene che le parole «non smentite ed anzi confermate dall’interessato», nell’audizione di ieri, sono «sufficienti a disporne il trasferimento d’ufficio». «Distinguere i colleghi sulla base della appartenenza di corrente è una bestemmia – ha aggiunto Cascini – e non può svolgere attività di coordinamento del lavoro di altri magistrati un soggetto che esprime in questa maniera così esplicita un pregiudizio di appartenenza». Senza successo i togati di Unicost si sono battuti per chiudere, archiviandolo, il procedimento amministrativo facendo anche presente che Cafiero de Raho «ha escluso che il buon funzionamento della Dna sia mai venuto meno e che la sua affidabilità esterna sia mai stata intaccata» dalla vicenda. Molto scoraggiato di fronte al continuo imperversare del correntismo si è detto il consigliere laico leghista Stefano Cavanna: anche lui ha votato per il trasferimento.
All’Associazione Nazionale Magistrati si sono dimessi il presidente, Luca Poniz (Area) e il segretario, Giuliano Caputo (Unicost)

All’ordine del giorno del comitato durato quasi dieci ore c’era la mozione di Magistratura indipendente sull’anticipazione delle elezioni per il rinnovo dei vertici da ottobre a luglio e le modalità del voto telematico. Ma l’assemblea delle toghe che è stata teatro di una polemica tra i gruppi sulla questione delle nuove intercettazioni, apparse nei giorni scorsi sulla stampa, emerse dagli atti dell’inchiesta di Perugia
Il Fatto Quotidiano, 23 maggio 2020

Un comitato direttivo durato dieci ore dopo una giornata tesissima apre la crisi all’interno della Giunta dell’Associazione nazionale magistrati. Al termine della riunione fiume si sono dimessi il presidente, Luca Poniz (Area), e il segretario, Giuliano Caputo (Unicost). All’ordine del giorno c’era la mozione di Magistratura indipendente sull’anticipazione delle elezioni per il rinnovo dei vertici da ottobre a luglio e le modalità del voto telematico. Ma l’assemblea delle toghe è stata teatro di una polemica tra i gruppi sulla questione delle nuove intercettazioni, apparse nei giorni scorsi sulla stampa, emerse dagli atti dell’inchiesta di Perugia, quella che vede come principale protagonista Luca Palamara, ex presidente Anm.
Dalle carte degli inquirenti umbri continuano a emergere manovre di palazzo per piazzare candidati benvoluti, alleanze tra correnti, carriere indirizzate. Uno scandalo – con le correnti che si dividevano le nomine – che l’anno scorso aveva provocato un doppio terremoto all’interno del Consiglio superiore della magistratura e nella Anm stessa. E che aveva portato alla poltrona di presidente Luca Poniz, esponente di Area, la corrente di sinistra delle toghe che appariva la meno esposta. Oggi Area e Unicost, hanno lasciato la giunta e poi è arrivato il passo indietro dei due vertici. Per ora resta in giunta – che rischia quondi lo scioglimento – il gruppo di Autonomia e Indipendenza, che ha un solo rappresentante, Cesare Bonamartini, vicesegretario. La riunione, che ha bocciato la mozione di Mi sull’anticipo delle elezioni, e ha quindi confermato il voto a ottobre, si è riconvocata per lunedì, per individuare una nuova composizione che gestisca il governo dell’Associazione fino alle elezioni.
Oggi Poniz, che era stato eletto presidente proprio dopo il caos generato dall’inchiesta di Perugia con il coinvolgimento di magistrati, aveva tentato di rintuzzare gli strali dicendo: “Non si può pensare che noi siamo rimasti o vogliamo rimanere in sella ed esporci ad attacchi ingiustificati. Tutti sanno che l’emergenza ci ha costretti un lavoro difficilissimo. Se qualcuno pensa che la proroga nella quale ci siamo trovati nostro malgrado serva a una gestione per proteggere una posizione o mantenere l’assetto di rapporti politici, è una cosa che non si può tollerare”. Poniz, in apertura del comitato direttivo centrale, aveva così replicato alle accuse rivolte ai vertici dell’Anm, che sono in regime di prorogatio dato che le elezioni, previste a marzo scorso, sono slittate a causa dell’emergenza sanitaria. A chiedere che il voto si tenga al più presto, a luglio, è stata Magistratura Indipendente, ritenendo l’attuale giunta delegittimata, anche in relazione a quanto emerso dalle intercettazioni dell’inchiesta di Perugia. “Non vogliamo stare un minuto di più – aveva assicurato Poniz – la richiesta di anticipare il voto l’avrei fatta subito. Io e il gruppo di Area siamo a disposizione riteniamo che questa esperienza non possa proseguire ci mettiamo a disposizione ma evitando che questa situazione sia usata strumentalmente per attaccare l’Anm. Il nostro è solo un gesto di responsabilità per consentire alla giunta di funzionare e andare al voto quanto prima nell’interesse di tutti e consentire all’Associazione di sottrarsi a questi attacchi che nuocciono a chi li fa e naturalmente a tutti noi che lavoriamo con massima serietà e rigore”.
Tra l’altro l’Anm non ha ancora avuto dalla Procura di Perugia gli atti completi dell’inchiesta, chiusa il 20 aprile sul caso di Luca Palamara: “Abbiamo chiesto gli atti il 4 maggio scorso prima che su alcuni giornali venissero pubblicati stralci di conversazioni – ha ricordato Poniz -. Non abbiamo ricevuto risposta per cui giovedì scorso abbiamo nominato un difensore che ha già interloquito con la procura. È l’ennesima richiesta, già rivolta lo scorso anno. All’epoca ci fu risposto che erano atti non ostensibili per ragioni di segretezza. Non è vero che gli atti sono pubblici e consultabili – ha chiarito – noi non siamo un giornale, ma riteniamo di essere un soggetto qualificato per la richiesta. Per questo abbiamo agito con fermezza e convinzione per trarre da quegli atti una conoscenza diretta, non filtrata, non selezionata con lo stesso scrupolo e rigore con cui abbiamo agito in questi anni e che ha caratterizzato il nostro approccio a questo tema”.
Sabato mattina contro l’Associazione nazionale magistrati si era scagliato un ex Guardasigilli in una intervista a Italia Oggi: “È del tutto evidente che l’Associazione nazionale magistrati è diventata un’organizzazione che parassita lo Stato e permette di condizionare le scelte del Csm, perché influisce sull’elezione dei suoi membri. Si comporta come un partito politico. Contesta le decisioni del parlamento, del governo o del ministro della Giustizia ogni due minuti. E un organismo che non si capisce più bene che cos’è, ma che comunque sembra votato a mal fare. Attenta quotidianamente all’autonomia e all’indipendenza del singolo magistrato, fa mercimonio di nomine, promozione, carriere, elezioni Csm e perfino sentenze. Dove siamo? L’Anm andrebbe sciolta. E una libera associazione, non un organo costituzionale. Fa del male ai magistrati e alle istituzioni, dunque è una minaccia”.

Quando Cossiga umiliò Palamara: “Hai la faccia da tonno. L’Anm è un’associazione mafiosa”
di Davide Di Stefano
Il Primato Nazionale, 24 maggio 2020

Col senno del poi le intuizioni fisiognomiche di Francesco Cossiga assumono un significato probabilmente più profondo. I posteri stanno dando ragione all’ex presidente della Repubblica, soprattutto alla luce dell’abisso senza fine in cui si sta ficcando Luca Palamara. Già al centro dello scandalo relativo al “mercato delle toghe“, in questi giorni la sua figura sembra definitivamente affossata, dopo la pubblicazione delle chat in cui dichiarava: “Salvini ha ragione ma dobbiamo attaccarlo lo stesso”. E così non può che tornare alla mente il “simpatico siparietto” risalente al 2008, in cui il picconatore Cossiga si divertì a prendere letteralmente a pesci in faccia l’allora presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara.
Gli ultimi giorni del governo Prodi
Era il 16 gennaio 2008 e nello studio di Sky Tg 24 era ospite Palamara per commentare le dimissioni rassegnate nella mattina dall’allora Guardasigilli, Clemente Mastella, in seguito gli arresti domiciliari a cui era stata sottoposta la moglie. Di fatto la fine del governo guidato da Romano Prodi, che una settimana più tardi di dimetterà da presidente del Consiglio. Le parole di Palamara sul ruolo della magistratura e le dimissioni di Mastella non piacciono a Cossiga, tanto che l’ex presidente decide di intervenire a sorpresa in diretta, con un intervento che resterà memorabile (superato solo dal “Mario Draghi un vile affarista” che causò un mezzo infarto al povero Luca Giurato).
Palamara “faccia da tonno”
“A questo tuo dibattito partecipa un magistrato che o non capisce nulla di diritto o è molto spiritoso, la faccia da intelligente non ce l’ha assolutamente”, esordisce così in surplace Cossiga. Palamara si limita ad un “grazie, la ringrazio”, per poi rimanere nei successivi minuti in silenzio ad incassare le bordate del picconatore. “Io vengo da una famiglia di magistrati che si vergognerebbero di ascoltare quello che ha detto questo, che si chiama… Palamara. Come il tonno“. L’imbarazzata conduttrice prova allora a riportare la discussione dall’insulto solo apparentemente “gratuito” e chiede a Cossiga: “Qual è la motivazione del suo giudizio così severo?”. Ma l’ex presidente non si scompone e continua a menare fendenti puntando soprattutto sulla fisiognomica: “Dalla faccia, io ho fatto politica cinquant’anni e vuole che non riconosca uno dalla faccia?”.
L’Anm un’associazione mafiosa
L’x capo dell’Anm è colto di sorpresa e prova ad abbozzare un “mi sembra offensivo”. Ma Cossiga rilancia: “Sì sì è offensivo e mi quereli, mi diverte se mi querela e perché non mi querela? I nomi esprimono la realtà, lei si chiama Palamara e ricorda benissimo l’ottimo tonno. La battaglia contro la magistratura è stata perduta quando abbiamo abrogato le immunità parlamentari che esistono in tutto il mondo e quando Mastella, da me avvertito, si è abbassato i pantaloni sotto dettatura di quella associazione tra il sovversivo e lo stampo mafioso che è l’Associazione nazionale magistrati”. Palamara strabuzza gli occhi e cerca un sostegno nella conduttrice: “No ma intervenga lei perché mi sembra un po’ troppo”. Ma niente, Cossiga prosegue dritto: “Io con uno che ha quella faccia non parlo, con uno che ha detto quella serie di cazzate non parlo, mi spiego? Tu sei una donna di gran gusto, non invitare magistrati con questa espressione alle tue trasmissioni per carità”.

Numeri ufficiali Covid-19. Traballante legittimità e legalità degli azioni del governo. Incredibile la passività di CEI e Segreteria di Stato

Ringraziando i nostri lettori e sostenitori, ricordiamo che è possibile inviare comunicazione presso l’indirizzo di posta elettronica del “Blog dell’Editore”: QUI.

I dati Covid-19 comunicati dal Dipartimento della Protezione Civile alle ore 18.00 di oggi 24 maggio 2020

In isolamento domiciliare: 47.428 (-1.057)
Ricoverati con sintomi: 8.613 (-82)
In terapia intensiva: 553 (-19)
Deceduti: 32.785 (+50) (all’assenza dei numeri della Lombardia)

Il caso dei zero decessi in Lombardia oggi
“Si segnala che la Regione Lombardia non ha aggiornato dato odierno sui decessi”, si legge nel comunicato del Dipartimento della Protezione Civile. La Regione Lombardia spiega che “i flussi provenienti dalla rete ospedaliera e le anagrafi territoriali oggi non hanno segnalato decessi”. L’assenza di nuovi morti per Covid-19 in Lombardia potrebbe essere causata dalla mancata trasmissione dei bilanci dalla rete ospedaliera e dalle anagrafi dei Comuni. È già capitato, in occasione di festività o fine settimana degli scorsi mesi, che i dati non fossero del tutto aggiornati e quelli mancanti siano stati aggiunti il giorno dopo.

Il sistema “Tutor” per verificare il “trend” dell’epidemia

Media giornaliera dei decessi: 349 (-3)

Tabella con i decessi al giorno, il totale dei decessi e la media giornaliera dei decessi
[A cura dello Staff del “Blog dell’Editore”]
Numero giorno – Data – Decessi del giorno [*] (Totale decessi) – Media giornaliera dei decessi (arrotondata)

1 – 21.02 – 1 (1) – 1
2 – 22.02 – 1 (2) – 1
3 – 23.02 – 1 (3) – 1
4 – 24.02 – 3 (6) – 1
5 – 25.02 – 1 (7) – 1
6 – 26.02 – 5 (12) – 2
7 – 27.02 – ? (?) – ?
8 – 28.02 – ? (21) – 3
9 – 29.02 – 8 (29) – 3
10 – 01.03 – 5 (34) – 3
11 – 02.03 – ? (?) – ?
12 – 03.03 – ? (79) – 7
13 – 04.03 – 28 (107) – 8
14 – 05.03 – 41 (148) – 11
15 – 06.03 – 49 (197) – 13
16 – 07.03 – 36 (233) – 15
17 – 08.03 – 133 (366) – 22
18 – 09.03 – 97 (463) – 26
19 – 10.03 – 168 (631) – 33
20 – 11.03 – 196 (827) – 41
21 – 12.03 – 189 (1.016) – 48
22 – 13.03 – 250 (1.266) – 58
23 – 14.03 – 175 (1.441) – 63
24 – 15.03 – 368 (1.809) – 75
25 – 16.03 – 349 (2.158) – 86
26 – 17.03 – 345 (2.503) – 96
27 – 18.03 – 475 (2.978) – 110
28 – 19.03 – 427 (3.405) – 122
29 – 20.03 – 627 (4.032) – 139
30 – 21.03 – 793 (4.825) – 161
31 – 22.03 – 650 (5.475) – 177
32 – 23.03 – 602 (6.077) – 189
33 – 24.03 – 743 (6.820) – 207
34 – 25.03 – 683 (7.503) – 221
35 – 26.03 – 662 (8.165) – 233
36 – 27.03 – 969 (9.134) – 254
37 – 28.03 – 889 (10.023) – 271
38 – 29.03 – 756 (10.779) – 284
39 – 30.03 – 818 (11.597) – 297
40 – 31.03 – 831 (12.428) – 311
41 – 01.04 – 727 (13.155) – 321
42 – 02.04 – 760 (13.915) – 331
43 – 03.04 – 766 (14.681) – 341
44 – 04.04 – 681 (15.362) – 349
45 – 05.04 – 525 (15.887) – 353
46 – 06.04 – 636 (16.523) – 359
47 – 07.04 – 604 (17.127) – 364
48 – 08.04 – 542 (17.669) – 368
49 – 09.04 – 610 (18.279) – 373
50 – 10.04 – 570 (18.849) – 377
51 – 11.04 – 619 (19.468) – 382
52 – 12.04 – 431 (19.899) – 383
53 – 13.04 – 566 (20.465) – 386
54 – 14.04 – 602 (21.067) – 390
55 – 15.04 – 578 (21.645) – 394
56 – 16.04 – 525 (22.170) – 396
57 – 17.04 – 575 (22.745) – 399
58 – 18.04 – 482 (23.227) – 400
59 – 19.04 – 433 (23.660) – 401
60 – 20.04 – 454 (24.114) – 402
61 – 21.04 – 534 (24.648) – 404
62 – 22.04 – 437 (25.085) – 405
63 – 23.04 – 464 (25.549) – 406
64 – 24.04 – 420 (25.969) – 406
65 – 25.04 – 415 (26.384) – 406
66 – 26.04 – 260 (26.644) – 404
67 – 27.04 – 333 (26.977) – 403
68 – 28.04 – 282 (27.359) – 402
69 – 29.04 – 323 (27.682) – 401
70 – 30.04 – 285 (27.967) – 400
71 – 01.05 – 269 (28.236) – 398
72 – 02.05 – 474 (28.710) – 399
73 – 03.05 – 174 (28.884) – 396
74 – 04.05 – 195 (29.079) – 393
75 – 05.05 – 236 (29.315) – 391
76 – 06.05 – 369 (29.684) – 391
77 – 07.05 – 274 (29.958) – 389
78 – 08.05 – 243 (30.201) – 387
79 – 09.05 – 194 (30.395) – 385
80 – 10.05 – 165 (30.560) – 382
81 – 11.05 – 179 (30.739) – 379
82 – 12.05 – 172 (30.911) – 377
83 – 13.05 – 195 (31.106) – 375
84 – 14.05 – 262 (31.368) – 373
85 – 15.05 – 242 (31.610) – 372
86 – 16.05 – 153 (31.763) – 369
87 – 17.05 – 145 (31.908) – 367
88 – 18.05 – 99 (32.007) – 364
89 – 19.05 – 162 (32.169) – 361
90 – 20.05 – 161 (32.230) – 358
91 – 21.05 – 156 (32.486) – 357
92 – 22.05 – 130 (32.616) – 355
93 – 23.05 – 119 (32.735) – 352
94 – 24.05 – 50 (32.785) – 349
[*] Dati forniti dal Dipartimento della Protezione Civile.
[?] Dati non forniti dal Dipartimento della Protezione Civile (invece, nei totali complessivi sono inclusi i dati dei decessi mancanti).

Tavolo di Lavoro sul dopo-coronavirus
Dilettanti al governo, evoluzione totalitaria, irrilevanza pubblica della Chiesa
Intervista all’avvocato Gianfranco Amato
di Samuele Cecotti
Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân, 22 maggio 2020

La crisi sanitaria connessa alla pandemia da COVID-19 ha generato processi economici e politici su scala planetaria tali da delineare un quadro nuovo e preoccupante lasciando già ora intravvedere una fortissima recessione economica globale e gravi indizi di un incipiente totalitarismo post-moderno. Le questioni che una simile crisi di civiltà pone sono molteplici non ultime di carattere giuridico, bioetico e religioso.
Il nostro Osservatorio ha dato vita, a partire dal documento dell’arcivescovo Crepaldi, ad un Tavolo di Lavoro per affrontare cattolicamente la crisi, analizzare i fatti, formulare giudizi e proporre soluzioni alla luce della Dottrina sociale della Chiesa.
Ne abbiamo parlato con l’avvocato Gianfranco Amato, giurista, fondatore e presidente nazionale dei Giuristi per la Vita, intellettuale cattolico attivo su molti fronti dell’apostolato culturale, fondatore e presidente del Movimento popolare Nova Civilitas, uno degli organizzatori del Family Day, componente del Comitato d’Indirizzo della Fondazione Novae Terrae, rappresentante per l’Italia dell’organizzazione internazionale Advocates International, è membro e consulente legale dell’organizzazione britannica CORE Comment on Reproductive Ethics, con sede a Londra, per conto della quale coopera in diverse azioni legali intentate su tematiche bioetiche. Sempre a livello internazionale, collabora, come allied attorney, con l’organizzazione statunitense A.D.F. Alliance Defending Freedom, composta da avvocati che si occupano di temi inerenti alla libertà religiosa ed alla bioetica.

Laurie Lipton, “Abitanti dell’illusione”, 2011.

Avvocato, in questi mesi di emergenza sanitaria proclamata dal governo italiano a fine gennaio, abbiamo assistito, in una prima fase, ad una sottovalutazione del problema (ricordiamo tutti gli hashtag #milanononsiferma e #abbracciauncinese con relativi aperitivi sui navigli) da parte degli stessi esponenti di maggioranza per poi, in una seconda fase, precipitare il Paese in una sorta di “arresti domiciliari” universali stabiliti per dpcm. Si conosce ora l’esistenza d’un Piano elaborato al Ministero della Salute già a gennaio ma tenuto segreto … Ci aiuta a trovare una chiave di lettura per un simile procedere del governo italiano? Vede la possibilità per azioni legali contro l’operato del presidente Conte e del governo?
L’unica chiave di lettura possibile è quella che ci offre la drammatica immagine di un governo caratterizzato da un irresponsabile, dissennato, incosciente dilettantismo. Per nostra sfortuna l’emergenza pandemica del Covid-19 è giunta nel momento storico in cui l’Italia ha registrato il livello politico-culturale più basso della propria classe dirigente negli ultimi settant’anni. Non si è mai visto nulla di simile dal dopoguerra ad oggi.
Le sorti del nostro Paese in uno dei momenti più drammatici della sua storia dopo la Seconda Guerra Mondiale sono, infatti, affidate alla cosiddetta “cabina di regia” della crisi pandemica. In cabina troviamo a dirigere un oscuro avvocato di provincia, tale Giuseppe Conte, che ha l’onore di non rappresentare nessuno, non avendo – a quanto risulta – mai ottenuto un voto in vita sua, e che pare non aver mai amministrato nulla prima d’ora, neppure il condominio del palazzo in cui vive. Segue il fido ed onnipresente portavoce ufficiale, Rocco Casalino, che annovera tra i propri titoli quello di aver partecipato al programma televisivo di dubbio gusto noto come “Grande Fratello”. Non proprio un master ad Harvard o ad Oxford. Lo affianca, sempre in cabina, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che proviene dal mondo dello sport: è stato infatti steward presso lo stadio San Paolo di Napoli. In italiano la definizione è “assistente di stadio”, una professione di tutto rispetto che si estrinseca in varie attività come, ad esempio, il presidio dei varchi di accesso, il filtraggio della tifoseria, la verifica del biglietto, l’accompagnamento al posto assegnato. Nella stessa cabina abbiamo anche un giovane ministro della salute, Roberto Speranza, laureato in Scienze Politiche, che sta alla medicina come un chirurgo sta alla letteratura sanscrita, e che non siamo proprio certi sappia cogliere a colpo d’occhio la differenza tra un batterio e un virus. C’è spazio, infine, per l’ultimo componente della cabina: il responsabile della Protezione Civile, il quale, per meriti di competenza, non poteva che essere un commercialista e revisore dei conti. Stiamo parlando del dott. Angelo Borrelli. Con tutto il rispetto dovuto, a me pare che la competenza del dott. Borrelli in materia di emergenza pandemica sia pari a quella del sottoscritto nel progettare un ponte. Ossia pari a zero. Qualcuno potrebbe obiettare che un Paese non deve necessariamente essere governato da tecnici. Questo è vero, però nel caso eccezionale di una pandemia mondiale forse a gestire l’emergenza sarebbe più opportuno mettere qualcuno che almeno mastichi la materia, o quanto meno che abbia esperienza politica, nel senso aristotelico della πολιτική, ovvero della scienza e dell’arte del governare. Il punto è che nessuno dei soggetti attualmente al governo pare avere il benché minimo senso del concetto di “bene comune”. Il rischio è che una politica incapace di governare abdichi completamente, cedendo lo scettro del comando alla scienza. In un momento in cui la stessa scienza, rispetto ad una sconosciuta pandemia, pare brancolare nel buio. L’unica certezza che sanno darci i virologhi sulla questione è che non ci sono certezze. Così la gestione del bene comune viene fondata sulle sabbie mobili.
Più che azioni legali contro il presidente del Consiglio e la sua “cabina di regia”, – per le quali credo sussistano comunque tutti gli estremi – io vedo l’assoluta necessità di togliere il prima possibile dalle mani di questi dubbi personaggi il destino della nostra Patria.

Da giurista come valuta i provvedimenti assunti per gestire la crisi sanitaria limitando pesantemente i diritti fondamentali dei cittadini e determinando quella che è stata da più parti considerata una “sospensione della Costituzione” tramite atto del Presidente del Consiglio dei Ministri? Le risulta che ad oggi sia stata sollevata questione contro i dpcm in oggetto presso il giudice amministrativo e ne sia stata contestata la legittimità costituzionale?
Partiamo dalla premessa che la nostra Carta costituzionale non prevede l’emergenza quale presupposto per derogare allo Stato di diritto e per restringere diritti soggettivi perfetti come quelli di circolazione, di riunione, di associazione, di culto.
Nel nostro ordinamento giuridico le libertà fondamentali godono di una protezione totale attraverso la previsione di una riserva assoluta di legge. Cosa significa? Semplice: solo una legge statale, o un atto avente forza di legge, può limitare tali libertà, e non certo una fonte secondaria governativa, e addirittura monocratica, quale il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri. Gli italiani, infatti, hanno imparato a conoscere anche questo provvedimento, il D.P.C.M., non molto noto prima della pandemia.
Quali sono gli atti aventi forza di legge che sono stati posti a fondamento delle limitazioni costituzionali che tutti noi stiamo vivendo? Sono due decreti legge, adottati dal Governo rispettivamente il 23 febbraio e il 25 marzo 2020. Questi decreti legge, però, si sono limitati a descrivere solo genericamente i casi di possibile restrizione delle libertà civili, delegando ad un componente del Potere esecutivo, il Presidente del Consiglio dei Ministri, la titolarità di scelta sia del tipo di misura da adottare (i “casi”) sia del grado di intensità (i “modi”). E questo non mi pare possa considerarsi costituzionale. Tra l’altro, l’estrema genericità dei due decreti legge contrasta in maniera evidente con la Legge n. 400/1988, che richiede, per il rispetto dell’art. 77 Cost., l’emanazione di misure di immediata applicazione, con contenuto specifico ed omogeneo. Chiunque comprende che un decreto legge che ha bisogno di un ulteriore provvedimento – i D.P.C.M. di Giuseppe Conte – per la sua attuazione, difficilmente può dirsi fondato su presupposti di straordinaria necessità e urgenza. Lo stesso tempo necessario all’elaborazione della fonte secondaria smentisce all’origine l’indifferibilità della misura.
Quello che non si può ritenere ammissibile è che il governo Conte abbia adottato pesantissime restrizioni a libertà costituzionali di fondamentale importanza come la libertà di circolazione, di riunione, di associazione e di culto, attraverso atti amministrativi (decreti ed ordinanze), in assenza di una puntuale disciplina legislativa e violando il principio di diversificazione delle competenze amministrative.
Non dobbiamo neppure dimenticare, tra l’altro, che solo le leggi (o atti equiparati ad esse come i decreti legge del governo) e non gli atti amministrativi (quali sono i decreti e le ordinanze) sono sottoponibili a giudizio di costituzionalità di fronte alla Corte Costituzionale, unico organo competente a controllare la conformità alle norme e ai principi costituzionali degli atti legislativi, anche sotto il profilo della loro proporzionalità ed adeguatezza. Quindi non si ha neppure la possibilità di sottoporre a controllo e verifica di costituzionalità i provvedimenti amministrativi con cui sono state limitate alcune fondamentali libertà degli italiani. Tutte le restrizioni che ciascuno di noi sta pesantemente subendo sono state assunte sulla base di atti amministrativi, sottratti ad ogni forma di controllo preventivo e successivo, ed adottati dal Potere esecutivo (Presidente del Consiglio, Presidenti delle Regioni, Sindaci) in piena autonomia e senza una verifica da parte del Parlamento né un controllo del Presidente della Repubblica. Mi pare che tutto questo sia sufficiente per generare, dal punto di vista legale e non solo, più di una perplessità.
I D.P.C.M. emessi dal governo Conte in tema di pandemia Covid-19 sono stati impugnati davanti al T.A.R. Lazio dal Centro Studi Livatino. Un’iniziativa encomiabile a cui altre organizzazioni di giuristi, come quella da me presieduta, si stanno aggregando. I Giuristi per la Vita, infatti, hanno deciso di proporre un atto d’intervento ad adjuvandum nel procedimento instaurato a seguito del ricorso del Centro Studi Livatino.
Un segno di unità nella comune battaglia.

Le norme imposte dall’autorità di governo hanno violato molte libertà fondamentali garantite costituzionalmente ma, cosa ancor più grave, hanno violato la libertas Ecclesiae, diritto originario della Chiesa pattiziamente riconosciuto dallo Stato italiano con un Accordo di diritto internazionale, attribuendo ad atti amministrativi il potere di decidere la sospensione delle cerimonie religiose (battesimi, cresime, matrimoni, funerali), di impedire la partecipazione del popolo alle S. Messe, di interdire la visita dei Sacerdoti ai morenti per amministrare loro i Sacramenti, di impedire ai ministri del Culto Cattolico la libera circolazione per l’esercizio del proprio ministero di predicazione e santificazione. Come giudicare, in termini di diritto, una simile violenza inferta al diritto della Chiesa?
Non vi è il minimo dubbio che si sia integrata una palese e gravissima violazione del Concordato. A sostenerlo sono state, tra le tante, anche le voci autorevolissime di due Presidenti emeriti della Corte costituzionale: Cesare Mirabelli e Annibale Marini. Siamo giunti anche al punto surreale in cui lo Stato si è arrogato il diritto di decidere quali celebrazioni si potessero tenere e quali no. Un’aberrazione dal punto di vista giuridico. L’art. 7 della Costituzione è chiarissimo: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani». Il punto, semmai, è un altro. Occorre capire se la Chiesa cattolica intende rivendicare la propria indipendenza e sovranità, oppure se intende far cessare gli effetti del Concordato per desuetudine. Certo non aiutano alcuni atteggiamenti ondivaghi. Non è stato uno spettacolo edificante, per esempio, quello dei vescovi della Sardegna che si sono ricordati di rivendicare la propria competenza in materia spirituale quando hanno contestato il Presidente di quella Regione, Christian Solinas, per aver autorizzato con una propria ordinanza la celebrazione delle Messe, mentre sono stati totalmente silenti quando il governo ha deciso di sospendere ogni attività di culto. Un simile atteggiamento da parte dei presuli sardi non può che indurre nei fedeli confusione, disorientamento e sconcerto.
Mi ha colpito l’ottimo intervento in aula del senatore Lucio Malan, cristiano evangelico, a proposito di un ulteriore atteggiamento illegittimo da parte del governo in tema di libertà religiosa. Malan ha evidenziato, infatti, che gli illegittimi D.P.C.M. hanno, in realtà, violato anche l’art. 20 della Costituzione, il quale stabilisce espressamente che «Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative». I summenzionati decreti, infatti, hanno stabilito, per esempio, che quindici persone possano stare nei 40 metri quadrati di un autobus, una persona sola possa, invece, stare nei quaranta metri di un negozio solo se è di un certo tipo (altrimenti neppure una persona), mentre è previsto un massimo di quindici persone, e solo per un funerale, in una chiesa di 100, 200, 300 metri quadri o di 11.000 metri quadri come il Duomo di Milano. Questo modo di procedere non è solamente irragionevole e sproporzionato, ma integra un’evidente discriminazione tra l’attività religiosa e di culto, rispetto ad altre attività. Il senatore Malan ha aggiunto un altro paragone che rende il quadro ancora più assurdo: cinque, dieci o quindici persone in un parco, con i prescritti accorgimenti relativi alle distanze, possono fare ginnastica, ma non possono pregare insieme. Un clima da Repubblica popolare cinese, ha denunciato sempre il senatore Lucio Malan, il quale ha ricordato che la Costituzione dedica almeno cinque articoli alla libertà religiosa, ovvero l’art. 3, l’art. 18, l’art. 19, l’art. 20, l’art. 7 e l’art. 8. Ora, che sia proprio un evangelico a ricordare che esiste l’art.7 della Costituzione sul Concordato tra Chiesa cattolica e Stato, e che proprio un evangelico ne chieda una corretta e piena applicazione, la dice assai lunga sullo stato comatoso di certo cattolicesimo e di una certa parte delle gerarchie ecclesiastiche.

Impressiona la irrilevanza pubblica della Chiesa e del Culto a Dio palesemente manifestatasi nella gestione della crisi. Impressiona uno Stato italiano che equipara le chiese alle discoteche e la S. Messa ad un qualunque spettacolo teatrale. Ma impressiona ancor di più una Chiesa che tace innanzi a ciò. È, secondo lei, il segno della affermazione ormai pienamente avvenuta del secolarismo?
Da una parte abbiamo avuto uno Stato che si è dimenticato del fatto che quello di culto è un diritto costituzionalmente protetto e non comprimibile, mentre non esiste un diritto allo stadio o un diritto al teatro. È inaccettabile culturalmente e inammissibile giuridicamente l’idea che la celebrazione della Messa venga equiparata a qualunque evento di aggregazione sociale, come una lezione scolastica, uno spettacolo artistico o una partita di calcio.
Dall’altra parte abbiamo visto una Chiesa inspiegabilmente remissiva e silenziosa. Penso che questo rappresenti un problema. Una Chiesa che non riesce più a rivendicare in maniera ferma e autorevole le prerogative ed i diritti derivanti dal suo particolarissimo status e che non sa più opporre a Cesare la “Libertas Ecclesiae” è una Chiesa caratterizzata da un altissimo tasso di secolarismo. Ha fatto oggettivamente impressione il cedimento immediato della Chiesa italiana alle disposizioni impartite dal governo, soprattutto nella prima fase dell’epidemia, quando cioè molti esercizi pubblici come bar, pizzerie, pub e ristoranti erano aperti.
Ma una Chiesa che tace rischia di veder realizzata la profezia evangelica delle pietre che parlano (Lc. 19, 40). Non ci si deve, quindi, meravigliare se alcuni personaggi del mondo della politica o dello spettacolo dicono cose che vorremmo sentire in bocca ai Pastori. Sono le pietre che parlano al loro posto.

Mentre molti nostri concittadini morivano nelle terapie intensive e a molti malati erano procrastinate le cure causa emergenza COVID-19, il Servizio Sanitario Nazionale continuava ad erogare il “servizio” dell’Ivg (l’aborto procurato garantito dallo Stato a carico del Servizio Sanitario Nazionale). Neppure la pandemia ha interrotto la strage dei bambini non nati. Anzi abbiamo assistito ad una intensa campagna di propaganda per promuovere l’aborto chimico domiciliare. Solo poche voci dei soliti coraggiosi pro-life si sono levate in difesa della vita. Ci siamo abituati anche alla normalità dell’aborto? Anche noi cattolici?
C’è un che di irrazionale, e quindi di preternaturale, in questo accanimento in favore dell’aborto. Non ha molto senso sottrarre un medico dal suo compito naturale di salvare la vita di un malato di Covid-19, per destinarlo a sopprimere una vita attraverso l’aborto. Non riesco a non vedere una dimensione spirituale dietro tutto ciò. In realtà, l’aborto, più dell’omicidio, è un attacco allo stesso concetto di Creazione e di Incarnazione. In questo senso l’aborto può esser considerato atto diabolico per antonomasia. Disumanizzare l’umanità è da sempre l’obiettivo del Nemico dell’uomo, perché un’umanità disumanizzata finisce per auto-divorarsi.
Del tutto incomprensibile, e quindi preternaturale, è anche il fatto che in Italia quella sull’aborto sia l’unica legge (194/78) che da quarant’anni non sia stata modificata neppure di una virgola. È un vero e proprio totem ideologico intoccabile. E dire che l’ordinamento giuridico italiano è uno dei più volubili al mondo dal punto di vista normativo. Le leggi vengono modificate con una velocità ed una frequenza da record. La Legge 194, invece, sembra scolpita nel marmo. Non è normale. Il punto è che l’opinione pubblica italiana si sta abituando a questa anormalità. La tragedia, però, sta nel mondo cattolico, dove ormai pare del tutto scomparsa l’idea che il Magistero consideri l’aborto un «crimen nefandum» (GS n.51), ossia un delitto abominevole. Oramai si sente sempre più spesso anche tra i cosiddetti praticanti il teorema che fu alla base della sconfitta del referendum: «Io non praticherò mai l’aborto, ma non posso impedire agli altri la libertà di farlo». Come dire, io non posso uccidere ma non posso impedire agli altri la libertà di uccidere. In questo teorema – che pesa come un macigno nella coscienza cattolica del nostro Paese – si nasconde, però, la celebre risposta di Caino: «Num custos fratris mei sum ego?» (Gn 4, 9). Un cristiano non può girare la testa da un’altra parte quando viene sparso il sangue innocente di suo fratello.

L’emergenza sanitaria ha fatto pure emergere pulsioni eutanasiche preoccupanti. L’idea di non curare certe categorie (anziani, handicappati, malati psichiatrici, etc.) è entrata nel dibattito e in molte parti della civile Europa si è fatta legislazione. Come vede la situazione in Italia?
In quella che un tempo si chiamava Cristianità, e oggi viene definita “Europa”, è ormai da decenni che imperversa la cultura della morte. Oggi la pandemia ha avuto il merito di togliere definitivamente la maschera dell’ipocrisia e legittimare pubblicamente la necessità di questo nuovo “darwinismo sociale”.
Nell’opinione pubblica sta sempre più prevalendo la logica dello scarto anche nei confronti degli esseri umani più deboli e fragili, come i disabili, gli anziani, i nascituri difettosi. Sempre più persone si stanno convincendo che, in fondo, è giusto per il bene di tutti eliminare pesi inutili da una società che ha sempre meno risorse da spendere.
Sono anni che denuncio come anche in Italia questa idea stia penetrando nella mentalità comune attraverso il processo della cosiddetta Finestra di Overton. È un vero e proprio piano inclinato che porta inesorabilmente verso l’abisso. Quello che gli inglesi chiamano “slippery slope”. Del resto, se i criteri per riconoscere la dignità di un essere umano non sono oggettivamente ancorati al diritto naturale, essi vengono posti e determinati dal potere attraverso norme di diritto positivo. E il potere è in grado di cambiare questi criteri a seconda della propria convenienza. Può avvenire anche democraticamente, attraverso il gioco delle maggioranze parlamentari. Ma i cristiani, che non riconoscono il principio democratico come assoluto, sanno bene che non può essere la maggioranza parlamentare di un determinato periodo storico a determinare ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è vero e ciò che è falso, ciò che è giusto da ciò che è ingiusto. Quand’anche il parlamento italiano – Dio non voglia – dovesse arrivare ad approvare una legge sull’eutanasia, questa barbara pratica resterebbe comunque un crimen nefandum.

Le misure adottate per gestire l’emergenza sanitaria, non solo violano gravemente libertà fondamentali, ma gettano una luce sinistra sul futuro lasciando immaginare una possibile evoluzione totalitaria della nostra società. Un totalitarismo post-moderno fatto di app per il tracciamento, telecamere per il riconoscimento facciale, microchip sottocutanei con tutti i nostri dati personali, abolizione del contante, tracciamento di ogni nostro acquisto, geolocalizzazione di ogni nostro movimento. La fine della privacy e della libertà a favore di un complesso sistema centralizzato di gestione della collettività. Quanto siamo vicini a questo rischio? Cosa fare come cattolici per scongiurarlo?
Mi pare si stia concretamente profilando uno scenario che ricorda i romanzi di fantascienza distopica della metà del secolo scorso. Ascoltando alcune proposte che vengono seriamente prospettate, anche a livello istituzionale, sembra di rivivere davvero le pagine di George Orwell, di Aldous Huxley, di Isaac Asimov. Mi pare, in particolare, che sia proprio la deriva totalitaria tecnico-scientifica paventata da Huxley nel suo Mondo Nuovo, quella più vicina al rischio che stiamo correndo. Del resto, fu proprio quello scrittore inglese a paventare il fatto che il Potere nel futuro non si sarebbe più basato sulla violenza dei campi di concentramento ma su controllo tecnico-scientifico degli individui, spacciato come utile progresso per il bene dell’umanità, al punto da venire accettato da tutti. Il mondo, secondo Huxley, si sarebbe così trasformato in un gigantesco campo di prigionia dove, però, i prigionieri non avrebbero voluto evadere semplicemente perché ignari del fatto di essere prigionieri. Lo ha spiegato bene nella sua ultima conferenza tenuta il 20 marzo 1962 presso l’Università della California, Berkeley, intitolata La rivoluzione definitiva. In quell’occasione, infatti, affermò: «Penso che nella misura in cui le dittature diventeranno più scientifiche, più preoccupate della perfezione tecnica, del funzionamento perfetto della società, saranno sempre più interessate alle tecniche che io ho immaginato e descritto come realtà esistenti nel Nuovo Mondo. Mi pare, quindi, che la rivoluzione definitiva non sia poi così lontana, visto che già oggi esiste un notevole numero di questo tipo di tecniche di controllo degli esseri umani. Resta solo da vedere quando, dove e da chi saranno applicate per la prima volta su grande scala». Questo Huxley lo diceva sessant’anni fa. Oggi noi sappiamo perfettamente dove e chi vuole applicare quelle tecniche su grande scala.

Il Signore della storia è il Risorto, Cristo ha già vinto! Con questa fede noi possiamo guardare ad ogni momentanea parentesi anticristica della storia senza disperazione e anzi trovando la ragione per non desistere dalla buona battaglia. Anche in questi tempi bui non mancano segni di speranza: famiglie che si costituiscono e vivono secondo il Vangelo, cattolici militanti che spendono la propria vita per testimoniare pubblicamente la Verità, piccole comunità che si organizzano per vivere cristianamente in un mondo post-cristiano, il numero sempre crescente di scuole parentali cattoliche, giovani mamme che scelgono d’esser casalinghe per amore del marito e dei figli e si dedicano all’homeschooling, ecc… Volendo pensare a una “resistenza cattolica” allo strisciante totalitarismo post-moderno come la immagina?
Bisogna ipotizzare tre scenari.
Il primo è quello di un vero e proprio cataclisma a livello economico, politico e sociale. È il più apocalittico dei tre e richiamerebbe quello che è accaduto alla fine dell’impero romano, quando una civiltà oramai in pieno declino e al culmine della parabola discendente è implosa sotto il peso di una gravissima e irreversibile crisi economica, politica e sociale. In questo caso i cristiani, esattamente come nel VI secolo dopo Cristo, dovrebbero ricostituirsi come piccole comunità di famiglie attorno a centri di spiritualità. Allora furono i monasteri, grazie alla grande intuizione di San Benedetto da Norcia, nel nostro secolo potrebbero essere singoli sacerdoti, santuari, comunità religiose, movimenti laicali e ogni altro luogo dove poter vivere la fede come vera esperienza di vita. Più o meno ciò che Rod Dreher delinea nella sua opera Opzione Benedetto.
Il secondo scenario, invece, è quello dell’instaurazione di una vera e propria dittatura violentemente anticristiana. In questo caso la reazione dovrebbe essere quella del ricorso all’uso legittimo dell’insurrezione. Più o meno come è accaduto in Messico con la cosiddetta “Guerra Cristera” o in Spagna con l’intervento provvidenziale di Francisco Franco che ha liberato la penisola iberica dalla persecuzione anarco-comunista contro i cristiani, salvando la presenza della Chiesa cattolica in quella nazione. In questo periodo di confinamento forzato mi è capitato di rileggere l’interessante documento Firmissimam constantiam, con cui Pio XI, il 28 marzo 1937, interveniva sulla situazione della Chiesa cattolica in Messico perseguitata dallo spietato governo massonico di Plutarco Elías Calles. In quel testo, il pontefice intervenne, infatti, a favore della liceità della lotta dei cittadini cattolici messicani contro il «potere pubblico», che «ponendosi contro la giustizia e la verità, era giunto al punto di distruggere le fondamenta stesse dell’autorità». È interessante come, peraltro, una successiva indicazione in tal senso sia poi giunta a distanza di quarant’anni, il 26 marzo 1967, con l’enciclica di Paolo VI Populorum progressio, in cui quel pontefice legittimò l’insurrezione armata dei cattolici contro «una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del Paese» (P.P. n.31). Una dittatura che arrivasse a chiudere le chiese e perseguitare i cristiani, come accadde in Messico e in Spagna negli anni ’30, autorizzerebbe, quindi, l’uso legittimo della forza per abbattere la tirannia.
Il terzo scenario, forse il più probabile, è quello di una dittatura tecnologica, quella che Aldous Huxley definì “senza lacrime”, basata su un controllo ed una manipolazione orwelliana degli individui. Una dittatura solo apparentemente più morbida delle dittature classiche ma in realtà molto più pericolosa, perché non si accontenterebbe di sottrarci la vita ma pretenderebbe di cambiare le nostre coscienze per sottrarci un bene ancora più prezioso: l’anima. In questo caso mi pare che la reazione dei cristiani dovrebbe essere quella mirabilmente descritta dal celebre dissidente ceco Vacláv Havel nella sua opera Il potere dei senza potere. Havel in Cecoslovacchia sconfisse l’Impero del Male della sua epoca, l’Unione sovietica comunista, senza lo spargimento di una goccia di sangue. Fu lui, infatti, il padre di quella che venne poi definitiva la “Rivoluzione di velluto”. Ci riuscì semplicemente continuando ad opporre la verità alla menzogna. Noi sappiamo che la menzogna può vincere qualche battaglia. A volte può anche sembrare che le stia vincendo tutte, e per molti anni. Ma non potrà mai vincere la guerra contro la verità.
In questo scenario, l’atteggiamento dei cristiani dovrebbe essere quello delineato da un altro dissidente cattolico amico di Havel e che portava il suo stesso nome: Václav Benda. Fu lui a coniare il concetto che ritengo molto interessante di “polis parallela”. Prima di spiegare di cosa si tratta, faccio una piccola premessa sui tre livelli in cui dovrebbe articolarsi la “resistenza cattolica”. Il primo livello è quello esistenziale dell’individuo, quella sfera segreta della persona fatta di ideali, valori e principi a partire dalla fede cristiana. Per cambiare il mondo occorre prima cambiare se stessi. C’è poi un secondo livello che definirei “prepolitico”, in cui la persona si manifesta attraverso i suoi comportamenti, la sua professionalità, la sua testimonianza, il suo coraggio di opporre la verità alla menzogna. Vi è, infine un terzo livello che possiamo, invece, definire “politico” in cui si instaura una vita indipendente da un sistema di potere che non rappresenta più il popolo. Questa vita indipendente si realizza attraverso vere e proprie strutture alternative, ossia la “polis parallela” di Benda. Sono strutture di livello organizzativo-istituzionale come ad esempio l’informazione parallela, l’economia parallela, l’istruzione parallela. Una sorta di società nella società, che richiama in qualche modo l’idea della Civitas Dei di Agostino: una città che vive dentro la città degli uomini e non si identifica con la città degli uomini.
A me pare che quello della “polis parallela” di Václav Benda sia il modello cui guardare e studiare per un’efficace “resistenza cattolica” contro il totalitarismo post-moderno che si profila all’orizzonte.

Foto di copertina: Maurits Cornelis Escher, Salita e discesa, 1960.

Numeri ufficiali Covid-19. La discesa del trend in calo resta molta lenta. Abbassare la guardia è da incoscienti

Ringraziando i nostri lettori e sostenitori, ricordiamo che è possibile inviare comunicazione presso l’indirizzo di posta elettronica del “Blog dell’Editore”: QUI.

I dati Covid-19 comunicati dal Dipartimento della Protezione Civile alle ore 18.00 di oggi 23 maggio 2020

In isolamento domiciliare: 48.485 (-1.285)
Ricoverati con sintomi: 8.695 (-262)
In terapia intensiva: 572 (-23)
Deceduti: 32.735 (+119)

Il sistema “Tutor” per verificare il “trend” dell’epidemia

Media giornaliera dei decessi: 352 (-3)

Tabella con i decessi al giorno, il totale dei decessi e la media giornaliera dei decessi
[A cura dello Staff del “Blog dell’Editore”]
Numero giorno – Data – Decessi del giorno [*] (Totale decessi) – Media giornaliera dei decessi (arrotondata)

1 – 21.02 – 1 (1) – 1
2 – 22.02 – 1 (2) – 1
3 – 23.02 – 1 (3) – 1
4 – 24.02 – 3 (6) – 1
5 – 25.02 – 1 (7) – 1
6 – 26.02 – 5 (12) – 2
7 – 27.02 – ? (?) – ?
8 – 28.02 – ? (21) – 3
9 – 29.02 – 8 (29) – 3
10 – 01.03 – 5 (34) – 3
11 – 02.03 – ? (?) – ?
12 – 03.03 – ? (79) – 7
13 – 04.03 – 28 (107) – 8
14 – 05.03 – 41 (148) – 11
15 – 06.03 – 49 (197) – 13
16 – 07.03 – 36 (233) – 15
17 – 08.03 – 133 (366) – 22
18 – 09.03 – 97 (463) – 26
19 – 10.03 – 168 (631) – 33
20 – 11.03 – 196 (827) – 41
21 – 12.03 – 189 (1.016) – 48
22 – 13.03 – 250 (1.266) – 58
23 – 14.03 – 175 (1.441) – 63
24 – 15.03 – 368 (1.809) – 75
25 – 16.03 – 349 (2.158) – 86
26 – 17.03 – 345 (2.503) – 96
27 – 18.03 – 475 (2.978) – 110
28 – 19.03 – 427 (3.405) – 122
29 – 20.03 – 627 (4.032) – 139
30 – 21.03 – 793 (4.825) – 161
31 – 22.03 – 650 (5.475) – 177
32 – 23.03 – 602 (6.077) – 189
33 – 24.03 – 743 (6.820) – 207
34 – 25.03 – 683 (7.503) – 221
35 – 26.03 – 662 (8.165) – 233
36 – 27.03 – 969 (9.134) – 254
37 – 28.03 – 889 (10.023) – 271
38 – 29.03 – 756 (10.779) – 284
39 – 30.03 – 818 (11.597) – 297
40 – 31.03 – 831 (12.428) – 311
41 – 01.04 – 727 (13.155) – 321
42 – 02.04 – 760 (13.915) – 331
43 – 03.04 – 766 (14.681) – 341
44 – 04.04 – 681 (15.362) – 349
45 – 05.04 – 525 (15.887) – 353
46 – 06.04 – 636 (16.523) – 359
47 – 07.04 – 604 (17.127) – 364
48 – 08.04 – 542 (17.669) – 368
49 – 09.04 – 610 (18.279) – 373
50 – 10.04 – 570 (18.849) – 377
51 – 11.04 – 619 (19.468) – 382
52 – 12.04 – 431 (19.899) – 383
53 – 13.04 – 566 (20.465) – 386
54 – 14.04 – 602 (21.067) – 390
55 – 15.04 – 578 (21.645) – 394
56 – 16.04 – 525 (22.170) – 396
57 – 17.04 – 575 (22.745) – 399
58 – 18.04 – 482 (23.227) – 400
59 – 19.04 – 433 (23.660) – 401
60 – 20.04 – 454 (24.114) – 402
61 – 21.04 – 534 (24.648) – 404
62 – 22.04 – 437 (25.085) – 405
63 – 23.04 – 464 (25.549) – 406
64 – 24.04 – 420 (25.969) – 406
65 – 25.04 – 415 (26.384) – 406
66 – 26.04 – 260 (26.644) – 404
67 – 27.04 – 333 (26.977) – 403
68 – 28.04 – 282 (27.359) – 402
69 – 29.04 – 323 (27.682) – 401
70 – 30.04 – 285 (27.967) – 400
71 – 01.05 – 269 (28.236) – 398
72 – 02.05 – 474 (28.710) – 399
73 – 03.05 – 174 (28.884) – 396
74 – 04.05 – 195 (29.079) – 393
75 – 05.05 – 236 (29.315) – 391
76 – 06.05 – 369 (29.684) – 391
77 – 07.05 – 274 (29.958) – 389
78 – 08.05 – 243 (30.201) – 387
79 – 09.05 – 194 (30.395) – 385
80 – 10.05 – 165 (30.560) – 382
81 – 11.05 – 179 (30.739) – 379
82 – 12.05 – 172 (30.911) – 377
83 – 13.05 – 195 (31.106) – 375
84 – 14.05 – 262 (31.368) – 373
85 – 15.05 – 242 (31.610) – 372
86 – 16.05 – 153 (31.763) – 369
87 – 17.05 – 145 (31.908) – 367
88 – 18.05 – 99 (32.007) – 364
89 – 19.05 – 162 (32.169) – 361
90 – 20.05 – 161 (32.230) – 358
91 – 21.05 – 156 (32.486) – 357
92 – 22.05 – 130 (32.616) – 355
93 – 23.05 – 119 (32.735) – 352

[*] Dati forniti dal Dipartimento della Protezione Civile.
[?] Dati non forniti dal Dipartimento della Protezione Civile (invece, nei totali complessivi sono inclusi i dati dei decessi mancanti).

“Domani firmerò ordinanza di chiusura serale di Piazza Arnaldo per questo fine settimana. Troppe persone, assembramenti nonostante la presenza significativa di Polizia locale. Quindi è bene dare un segnale chiaro. In settimana si definirà con gestori dei locali e con l’ausilio della Questura la gestione della Piazza e delle vie limitrofe durante la sera” (Emilio Del Bono, Sindaco di Brescia su Facebook, 23 maggio 2020).
“Io sono moglie di un medico che è stato in prima linea e ancora oggi porta addosso tutta la fatica e dolore provato… non ho nessuna intenzione di vederlo morire per questi incoscienti che poi nel momento del bisogno vanno a piangere da loro in p.s… se la gente non vuole capire deve essere fermata… capisco i negozianti che hanno subito il disastro economico ma qualcosa va fatto subito!!!” (Commento su Facebook, 23 maggio 2020).

La Cassa Integrazione, la CIG in deroga e gli importi da 200 euro
@neXt quotidiano, 23 maggio 2020
Il Mattino oggi racconta che i bonifici per la cassa integrazione in deroga non sono ancora arrivati e quando sono stati erogati, gli importi si rilevano molto modesti. Soprattutto per la cassa integrazione in deroga, prevista per le aziende fino a 5 dipendenti, l’importo dei bonifici inviati da Inps risulta molto spesso esiguo, talvolta quasi al limite del credibile. Sono molto frequenti i versamenti di 200 o 300 euro per coloro che hanno richiesto la cassa integrazione in deroga a marzo inoltrato. Ovvero la quasi totalità delle aziende che hanno dovuto interrompere l’attività, subito dopo l’inizio del lockdown.
Una situazione abbastanza prevedibile, che era stata già messa in luce dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, visto che esistono una serie di decurtazioni per i beneficiari della CIG e della CIG in deroga. A questo si aggiunge un ulteriore danno: su 59mila pratiche di cassa integrazione in deroga inoltrate dalle aziende, gli assegni erogati da Inps – secondo i dati aggiornati al 12 maggio sono solo 13mila 877. I lavoratori che hanno beneficiato del sostegno sono poco più di 26mila, su una platea di oltre 130mila richiedenti. La motivazione dell’esiguità del sostegno economico risiede nell’impianto normativo degli ammortizzatori sociali e nel meccanismo di calcolo per la determinazione dell’importo: “Tanto la cassa integrazione ordinaria quanto quella in deroga sono pari all’80% della busta paga del dipendente. E l’importo viene calcolato a partire dal momento in cui è stata interrotta l’attività. In estrema sintesi: per un lavoratore che prima dell’emergenza sanitaria percepiva uno stipendio di 1000 euro e che abbia interrotto l’attività il 16 marzo, ai fini del calcolo dell’importo della cassa integrazione per ‘Covid-19′, bisognerà sottrarre una quota pari al 20% ed un’altra quota pari ai 15 giorni antecedenti la chiusura”.
Dai 1000 euro iniziali bisognerà sottrarre dunque 200 euro – pari al 20% in meno – ed altri 500 circa, che corrispondono alle giornate in cui non era ancora maturato il diritto all’ammortizzatore sociale. E così si arriverà ad una quota di 300 euro. Un’altra limitazione prevista per la Cig è quella della quota massimale, che varia a seconda delle categorie. Per gli impiegati si aggira intorno ai 1200 euro mensili.

Il bordello della magistratura, ma non cambierà mai. A febbraio Gratteri lo denunciò: ci sono 400-450 toghe corrotte

“Magistratopoli si allarga a macchia d’olio e coinvolge i giornalisti al soldo dei servizi segreti”. Ieri, 22 maggio 2020 ho riportato l’editoriale di Piero Sansonetti, in cui il direttore del quotidiano Il Riformista allude a “grandi firme” del giornalismo giudiziario e azzarda che “giornalistopoli” forse è peggio di “magistratopoli”. Insieme, spiega, giornalisti e magistrati “sono la vera casta”. Sono giornalisti di Corriere della Sera, La Stampa, la Repubblica e svariate altri giornali che parlavano con il procuratore aggiunto di Roma Luca Palamara, il magistrato più intercettato e sputtanato d’Italia.

Oggi propongo due articoli su Libero del 21 e 22 maggio 2020 di Renato Farina sulla magistratura corrotta, che ricorda che il 9 febbraio 2020 (nel programma Mezz’Ora in più su Rai Tre condotto da Lucia Annunziata, quando il Procuratore della Repubblica Nicola Gratteri – foto di copertina – ha parlato, ancora una volta, dell’operazione Rinascita Scott, della mancata nomina a Ministro della Giustizia e di alcuni interessanti retroscena che riguardano il suo operato – il video QUI) il procuratore anti ‘ndrangheta parlò di un 7% di mele marce nella magistratura, ciò circa 400-450 magistrati corrotti. Nessuno dei giornalisti a doppia spunta blu commentò la cosa. Solo nei giorni scorsi ci sono stati arresti e inchieste.

La disfida di Gratteri – punto di riferimento della Calabria onesta e silente, che esiste – riuscirà ad essere vinta? – 10 febbraio 2020

Tra corruzione e favoritismi la figuraccia della magistratura
Grazie alle intercettazioni sono emerse le storture del sistema giustizia. Però le toghe non si riformeranno e noi ci terremo processi lenti e basati sul carcere preventivo
di Renato Farina
Libero, 21 maggio 2020

Magistratopoli? Non esageriamo. La parola oltretutto fa schifo, ci ha stufato. Però, senza bisogno di esibire la citazione completa di Emilio Fede, viene proprio naturale constatarlo: che figura di… Nonostante tutto però nessuno incide la corazza della sua onnipotenza. Se mai dovesse verificarsi nell’ordine giudiziario un ribaltamento come quello che ha fatto passare la politica dalla Prima alla Seconda Repubblica, anche lì l’autore sarà lo stesso: le toghe, stavolta però nei panni dei sicari di sé stesse.
Cominciamo dalla cronaca di ieri per constatare che la magistratura – intendiamo quella militante e caporiona – ha lasciato al suo posto il povero fantaccino, il guardasigilli Alfonso Bonafede. Costui aveva due mozioni contro, ma l’arci-mozione, la super-mozione invisibile ma pesante come le tavole del Sinai l’aveva piazzata da giorni l’unico potere vero e sovra politico che ci sia da noi. Cioè quella specie di Gigante di Rodi che nella variante italica indossa la toga. Ecco, qui il discorso si fa interessante. Il complemento di luogo è la novità. Finora è stato insieme banale e inutile denunciare che il piedone del gigante in toga sia uso calpestare campi che la Costituzione gli precluderebbe. Dirlo è ormai un vezzo, che non scalfisce il tran tran. Invece è sempre stato vietato alludere anche con delicatezza alla cancrena inesorabile del potere che corrompe l’umana specie e dunque anche l’etnia tribunalizia. Ancora un paio di mesi fa, se accennavi anche solo a questa possibilità di malattia organica dell’ordine giudiziario, qualcosa di non bello ti capitava, e non solo nel senso di un’opinione avversa. Come dice Travaglio contro chi dissente dal pensiero forcaiolo: paura eh? Paura sì.
Gigante di Rodi
Ma c’è un fatto nuovo, la magistratura infilando il Trojan nelle cavità di uno dei suoi più eminenti capoccia, si è strappata la gonna, e ha mostrato gambe pelose. E qui diventa utile ricordare la storia del Gigante di Rodi: aveva i piedi di argilla. E chi ha in mano il martello che ha già spiaccicato la classe politica, e che si chiama intercettazioni a strascico, è il Gigante che se lo sta dando sui piedi. Per ora l’arto estremo si è solo scheggiato. Ma qualche altro colpo suicida, e magari parte un’altra epoca della giustizia in Italia.
In questi mesi, settimane, giorni con un crescendo in cui più che Rossini c’entrano le osterie, le intercettazioni che le toghe si sono fatte tra loro, hanno svelato un mondo che la plebe assocerebbe alla parola bordello. In chi ci ha messo il naso hanno suscitato lo stesso stupore che le lascivie della Monaca di Monza provocarono tra le orsoline. Nessun crimine, nel nostro caso, a occhio e croce. Ma gli sbudellamenti tipici delle guerre intestine. Del resto sono accadimenti caratteristici di ogni tribù e di qualsiasi clero. Nel caso specifico, si è capito come non sia tanto strano se alcune denunce finiscono nei cassetti e altre in bella vista per il comodo dello sputtanamento a mezzo stampa. Cosa non si fa per la carriera mia e dell’amico.
Rotto l’incantesimo
Queste costumanze da casba algerina sono state discretamente tenute a volume bassissimo. Non sono faccende che ispirano fiducia nel popolo. Il quale beveva come oro colato l’idea della immacolata imparzialità dei magistrati anche nella selezione dei migliori. Ieri noi abbiamo rotto l’incantesimo. Il re ha lo stomaco con un pelo lungo un palmo. E nessuno lo può più negare. Il fatto è che una volta gli scotennamenti e gli smutandamenti di pm del Sud contro quelli del Nord, di giudici della corrente di sinistra contro i compari della fazione di destra, erano coperti da una omertà fenomenale. Chi aveva provato a ribellarsi all’andazzo e a svelare gli intrighi della casta ermellinata per occupare i posti più ambiti, era stato subito liquidato e incriminato con ipotesi di reato fantasiose (ad esempio il pm Francesco Misiani, che provò negli anni 90 ad alzare il velo sulle “toghe rosse” essendo una di loro).
Lo spettacolino imbastito ieri al Senato, con la pantomima dei giorni precedenti, voleva trasferire la biancheria sporca e piuttosto insanguinata della guerra tra toghe nel solito stanzino della politica, riducendola a una zuffa tra partiti. Calcolo sbagliato. Noi non ci caschiamo. Ehi, oggi l’unica vera guerra in corso è nei viluppi intestinali della Gigantessa (correggiamo qui il genere al femminile per rispetto della magistratura). Non è solo questione delle indagini e degli arresti che Filippo Facci ha raccontato ieri riguardanti i vertici di due Procure della Repubblica pugliesi. Quello è il bubbone-reato.
Il nuovo giochino
Ma il vero gran teatro è la vita quotidiana dei magistrati, quelli che contano e dirigono la carriera dei colleghi, offerta come oggetto dello stesso voyeurismo finora indotto nei confronti dei politici. Non è un bel vedere, e ne vedremo ancora. Ma nella magistratura questo scoperchiarsi di vasi infetti non ha prodotto alcun moto di autoriforma. Da quando Bonafede ha dotato i pm del nuovo meraviglioso giocattolo, il Trojan, che registra qualunque sospiro anche del passante che ti chiede l’accendino, non si tengono più. È bastato il Trojan infilato nell’intimità di un solo pm di grosso tonnellaggio per aprire una gigantesca scatola di tonno Palamara.
Un editorialista bravo qui citerebbe la ybris da Eschilo a Euripide, a noi pare più consono alla statura dei personaggi quali risultano dalle intercettazioni citare un rozzo proverbio popolare: chi è causa del suo mal pianga sé stesso.
Il problema è che i magistrati non hanno nessuna intenzione di piangere su sé stessi, ma nonostante tutto di far piangere ancora noi, con una giustizia che in nessun modo intende rinunciare alle sue prerogative di lentezza e di galera preventiva. E così i magistrati, grazie alla manina dei giallo-rossi hanno salvato il loro ministro pupillo, pur avendogli fatto prendere un pedagogico spavento. In fondo va bene a tutti l’Alfonso, somiglia tanto allo Spumarino Pallido dei racconti di Guareschi.

Nicola Gratteri.

Le toghe corrotte non si contano più. Sentirebbe una Mani Pulite dei tribunali
A febbraio il Procuratore della Repubblica Gratteri parlò di un 7% di mele marce
Nessuno commentò la cosa. Solo nei giorni scorsi ci sono stati arresti e inchieste
di Renato Farina
Libero, 22 maggio 2020

Forza, cari fratelli magistrati d’Italia, rivoltate un po’ anche il vostro calzino. Ci sembrate un pochino timidi nel prendere sul serio un sano desiderio di autoriforma. Come avete già lavato e rilavato da circa tre decenni i calzini degli altri, specie dei politici e degli imprenditori, al punto che spesso la calza l’avete bucata causa l’uso dello stivaletto cinese, ora magari dirigetevi con la consueta moderazione e sobrietà a dare una spazzolatina anche ai pedalini vostri. Non è un appello ironico. Abbiamo bisogno di veder documentato da fatti e risultati che l’articolo 3 della Costituzione, che predica uguaglianza, vale anche all’interno dell’ordine giudiziario, il quale non è affatto al di sopra di ogni sospetto. Fate presto, l’allarme sociale ormai riguarda anche la affidabilità non più soltanto dei poteri legislativo ed esecutivo (i quali sono sottoposti comunque al vaglio elettorale) ma anche di quello relativo alla Giustizia, che non è sottoposto ad alcun giudizio tranne quello dei suoi associati.
Il solo modo di rimediare alle brutte figure che i vostri leader – dirigenti sindacali o membri del Csm o distaccati nei ministeri – hanno fatto rivelando grazie ad un Trojan (uno solo, e guarda che casino) di che maneggi grondi il vostro mondo, è fare bene e imparzialmente il vostro dovere di controllo della legalità, controllando i peli sullo stomaco che le toghe rese trasparenti dalle intercettazioni hanno rivelato.
Fonte autorevole
Non è che questa idea l’abbiamo pescata nel vaso della lotteria parrocchiale. Si tratta di trasformare in ipotesi investigativa la denuncia fatta da uno tra i procuratori più eminenti e coraggiosi, Nicola Gratteri, che dirige l’ufficio inquirente di Catanzaro. Non è fresca questa requisitoria pubblica: fu pronunciata il 9 febbraio, su Rai 3, da Lucia Annunziata. Il procuratore anti-‘ndrangheta per eccellenza non fu generico. Diede i numeri: «In magistratura c’è un problema di corruzione. Possiamo parlare del 6-7%, non di più. Grave, terribile, inimmaginabile, impensabile, anche perché guadagniamo bene. Io guadagno 7.200 euro al mese, si vive bene, quindi non c’è giustificazione, non è uno stato di necessità, non è il tizio che va a rubare al supermercato per fame. Si tratta di ingordigia». Subito dopo, Gratteri e le sue parole sparirono dai mass media, nessun magistrato corse in tivù o organizzò conferenze stampe per annunciare: rivolteremo le toghe come calzini. Allora parve non una notizia generale di reato, ma un’intemerata, una esagerazione, e fu imbalsamata subito. A differenza della gara di emulazione che di solito si scatena tra le varie procure quando si apre un filone ad alto tasso di visibilità mediatica, stavolta zero. Eppure non erano fanfaluche campate in aria. Poche settimane prima, era stato aperto un fascicolo per corruzione in atti giudiziari, con aggravanti mafiose, riguardante un giudice della Corte di appello del medesimo Tribunale calabrese. Era una pratica isolata? Nessun fermento sotto le toghe.
Calabria e Puglia
Restammo delusi, ma anche silenti: non bisogna schiacciare la coda dell’ermellino. Vista però l’autorevolezza della fonte non ci era parsa una illazione, e ce l’annotammo. In questi ultimi giorni, dopo l’arresto e l’apertura di fascicoli per read corruttivi riguardanti i vertici delle Procure in due sedi giudiziarie pugliesi, Taranto e Trani, quell’allarme d sembra addirittura una notizia data in anticipo. Coraggio, signori della Corte e delle Procure, esplorate nelle cantine dei Palazzi di giustizia. Gratteri non è un igienista maniaco, se parla sa, e se invece ritenete stia diffamando una istituzione dello Stato, indagatelo.
Bestia rara
Ci rendiamo conto che il Procuratore calabrese è una bestia rara. Non si era mai vista una toga famosa che individuasse il marcio entro gli orli della propria divisa. Nella storia d’Italia degli ultimi trent’anni è stata la politica il campo privilegiato di rastrellamento delle patate marce (quasi tutte). Non rifacciamo qui la storia di Mani pulite. Ci piace ricordare che l’ordine giudiziario comunicò allora il suo intendimento di farsi avanguardia del popolo per realizzare la “rivoluzione italiana” (definizione del procuratore generale di Milano, Giulio Catelani). Uno tra i più brillanti pm utilizzò proprio l’espressione per cui si trattava di “rivoltare l’Italia come un calzino”. Vorremmo la stessa determinazione nel bonificare la palude della giustizia, senza bisogno di intercettazioni sputtananti e suicidi in carcere.
Non devono farla franca i giudici corrotti
Se Gratteri ha ragione si tratta del 6-7 per cento del totale. Si tratta di 400-450 delinquenti impuniti che fanno mercimonio del bene più delicato e sacro che esiste: la libertà dei cittadini.

Una volta c’era la (s)comunicazione. Perso di vista la storia della Chiesa, oggi c’è la narrazione, ridotta al “qui e ora”

«DAMMI UN #DICASTERO. Comunque, la vera notizia sulla riforma dei #MediaVaticani è la quantità di ‘fuoco amico’ che sono stati capaci di attirare – e ancora attireranno – tutti coloro che si sono avvicendati alla guida dei vari settori (ieri, oggi e domani). Ma secondo voi, alla gente che è fuori della #bolla, quanto gliene può importare di caselle da riempire, organigrammi e strategie? Il #fuocoamico è soltanto un grande #fallimento, peraltro #fratricida» (Giovanni Tridente).

«Tutti gli uomini del Presidente (in Vaticano). Mattarella va a Messa a Santa Marta per incontrare Papa Francesco e rendere plastico il loro legame. Tra Vaticano e Quirinale c’è uno scambio costante di informazioni, grazie ai “mattarelliani” Paolo Ruffini, Andrea Monda e Francesco Saverio Garofani. La foto diramata da Vatican News li ritrae mentre si stringono la mano soli e sorridenti: brevissimo l’incontro tra Papa Francesco e Sergio Mattarella a Santa Marta (residenza privata del Pontefice) dove il presidente della Repubblica si è recato “in forma privata” per partecipare alla messa quotidiana celebrata da Bergoglio (a proposito: un incontro nella residenza privata del Santo Padre sarebbe il sogno, secondo quanto confidato ad alcuni amici, di Matteo Salvini. Certamente un momento intimo e religioso per il cattolicissimo Mattarella, che come prima richiesta da presidente della Repubblica ha voluto far arrivare al Quirinale un proprio personale inginocchiatoio per la preghiera. Ma anche un modo per rendere plastico ed evidente il legame che stringe Vaticano e Quirinale, con lo scambio costante di informazioni che arriva soprattutto grazie a due “mattarelliani” Doc come Paolo Ruffini e Andrea Monda piazzati dal Papa rispettivamente alla prefettura della comunicazione [Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede, V.v.B.] e alla direzione dell’Osservatore Romano, quotidiano ufficiale della Santa Sede. Inoltre, il consigliere più ascoltato da Sergio Mattarella è Francesco Saverio Garofani, ex parlamentare da anni amico di Ruffini e Monda. I canali informativi, insomma, sono sempre aperti in entrambe le direzioni. Ma una foto insieme da diramare alla stampa serve in questo delicatissimo momento. Perché delicatissimo? Perché alla Segreteria di Stato il dossier Italia si sta arricchendo di nuove e preoccupanti pagine, in mano al sostituto di Parolin, il venezuelano Pena Parra» (Marco Antonellis – Dagospia, 7 aprile 2019).

«Paolo Ruffini (Palermo, 4 ottobre 1956) è un giornalista e dirigente pubblico italiano. Figlio del politico Attilio Ruffini e nipote del Cardinale Ernesto Ruffini e del politico Enrico La Loggia, ha occupato importanti ruoli prima nei quotidiani Il Mattino e Il Messaggero, nella Rai e in seguito direttore di TV2000. Dal 5 luglio 2018 è Prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede» (Wikipedia).

«A volte ci vuole tempo per essere capiti» (Paolo Ruffini, Prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede, 22 ottobre 2019).

È già da un po’ che il Prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede [1] in carica si è seduto sulla poltrona che fu del primo Prefetto, Monsignor Dario Edoardo Viganò (dimissionato, visto che come bianchettatore aveva fatto un po’ pena), quindi ci ha dato del tempo per capirlo. Già l’anno scorso nostra attenzione era stata attirata da alcune sue esternazioni e ne vogliamo riportiamo due alla memoria, a titolo di esempio.

Durante il volo da Roma a Panama, il trio Alessandro Gisotti (nascosto dietro il Papa), Padre Antonio Spadaro, S.I. e Paolo Ruffini, 28 gennaio 2019.

Il primo esempio

Nel Briefing tenuto al Centro Stampa Atlapa di Panama, assieme alla Direttrice nazionale dei Carceri minorili panamensi, Emma Alba de Tejada e all’Organizzatore locale degli eventi, Edoardo Soto, Paolo Ruffini ha spiegato ai giornalisti il significato della visita di Papa Francesco al Centro de Cumplimiento de Menores Las Garzas di Pacora a Panama, il 25 gennaio 2019: «Una chiave di lettura ai giornalisti e a tutti coloro che stanno cercando di seguire la GMG in tutto il mondo».

Una chiave di lettura, ha spiegato Ruffini, offerta «da un punto di vista diverso dagli altri, che può apparire piccolo per il luogo, poche persone, ma molto significativo perché ci spiega di questo viaggio e della GMG qualcosa di più che ha a che fare con il magistero del Papa in generale e cioè il farsi prossimo guardando negli occhi persone, ragazzi in questo caso, che hanno infranto la legge ma che possono ancora avere una possibilità di riscatto».

Il Prefetto Ruffini (molto commosso nell’essere stato presente all’abbraccio del Papa con i ragazzi del Carcere minorile Las Garzas) non ha perso l’occasione per lanciare una freccia versi i giornalisti, che «nel raccontare la realtà», siano abituati «a pensare che una cosa sia finita, che non ci sia un processo, a dare delle “etichette”, come ha detto il Papa in un altro discorso di questi giorni». E invece, ha sottolineato Ruffini, «dall’incontro con le persone può venire una possibilità di riscatto e questo è quello che il Papa sta cercando di dirci con tutto il suo magistero». Il discorso di Papa Francesco – ha evidenziato – è finito dicendo: «Aprite le finestre e guardate l’orizzonte». Un invito che per Ruffini si estende anche agli operatori della comunicazione: «Aprire le finestre e avere uno sguardo lontano, uno sguardo che tiene insieme l’unità delle cose, che non le separa l’una dall’altro». Così, ha concluso, «ci si approssima alla verità e al racconto completo della realtà, tenendo le cose insieme».

In sostanza Rufini ha detto ai giornalisti, che sono alquanto limitati e obiettivamente incapaci di «aprire le finestre e guardare l’orizzonte», che non comprendono cosa precisamente significhi questa frase poetica, perché nella loro ottusità cercano l’analisi che separa e non la sintesi dell’immagine che unifica. Cioè, Rufini fa capire che è lo sguardo che tiene insieme le cose, mica che le cose sono oggettivamente unite nel reale. Lui sì è capace di andare oltre il lirismo jovanottiano. La totalità. Il processo. Solo così si può capire e ammirare l’illuminata azione pastorale del Santo Padre. Questo è inutile esplicitarlo. È il bellissimo messaggio sottinteso di questa garbata e lucida predica.

Per i comuni mortali, c’è il racconto della realtà ed esiste la verità, ed entrambi hanno un loro significato. Per cui il Prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede ci direbbe, che il racconto della realtà e la verità camminano insieme in una approssimazione continua, un processo che inizia in un gesto e dagli esiti non conoscibili. A nessuno vaticanista, ascoltando questa impostazione è venuta una domanda? Non è quindi più la realtà che si evidenzia e viene giudicata dalla verità dei fatti, cioè da essa scaturisce, ma è la narrazione che si approssima alla verità, restandone comunque monca. Con questo il Prefetto Ruffini al Maestro Jovanotti si fa un baffo: è la narrazione che fa vedere la realtà, la vera verità, l’insieme oltre l’orizzonte.

«La predica di Paolo Ruffini, con una neolingua che dovrebbe imbarazzare innanzitutto lui stesso, è diretta a spostare il piano della considerazione delle parole e delle azioni di Papa Francesco da un piano logico critico ad un piano mitologico-magico, in cui il magistero del Papa è fatto di incontri personali, di volti e di gesti inattingibili da qualsiasi valutazione critica. Papa Francesco è superiore e voi giornalisti non siete alla sua altezza. A meno ovviamente che non lo celebriate. Questa è la sostanza della predica di Ruffini. Che, inevitabilmente, non si può sviluppare con fatti ed argomentazioni razionali, ma con immagini mitico-poetiche che ricordano un po’ Hegel (processi, totalità) ed un po’ Jovanotti (finestre, orizzonti)» (Antonio Caragliu).

Tutto sta nella narrazione (nella “neolingua” della Santa Sede, inaugurata dall’insuperabile predecessore del Dottor Paolo Ruffini, l’indimenticabile Monsignor Dario Edoardo Viganò, fan di Walt Disney… sempre al cinema siamo), che spazza via come in un diluvio universale qualsiasi pensiero critico. Giovanotti è un precursore che ha portato il pensiero hegheliano in orbita intergalattica – quindi, Santo Subito:

«Io credo che a questo mondo esista solo una grande chiesa | che passa da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa | passando da Malcolm X attraverso Gandhi e San Patrignano | arriva da un prete in periferia che va avanti nonostante il Vaticano» (Penso positivo).

Tutte le analisi storiche e sociologiche di una certa serietà e consistenza, di questi ultimi anni, denunciano criticamente la metodica della narrazione e questi ci sguazzano dentro “come fosse antani” [2], il sole radioso dell’avvento.

Il secondo esempio

Una riflessione di Paolo Ruffini ci è giunto dopo il dialogo svoltosi il 21 ottobre 2019, a Roma, dal titolo “Dalle Social Network Communities alla Comunità Umana”. Illustri personaggi del mondo della comunicazione della Chiesa si erano confrontati sui temi della 53esima giornata mondiale delle Comunicazioni sociali. L’agenzia SIR della Conferenza Episcopale Italiana aveva colto questa occasione per riflettere sulla comunicazione di San Francesco, grazie alle parole di Paolo Ruffini, Prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede e di Monsignor Marco Frisina, Direttore del Coro della Diocesi di Roma, illustre compositore che proprio quel giorno aveva ricevuto il Premio Paoline Comunicazione e Cultura 2019: «Due uomini di comunicazione, provenienti da settori differenti. Biografie e percorsi che seppur distanti, sono sfociati nell’importante missione della comunicazione», scrisse SIR, introducendo una loro breve dichiarazione sul tema San Francesco e la comunicazione.

Questo è la dichiarazione del Prefetto Ruffini, diffuso da SIR: «San Francesco è stato sicuramente un grande comunicatore nel suo tempo e rimane tale anche oggi. Perché intanto ha saputo capovolgere i paradigmi del suo tempo, ha saputo restituire l’unità al Creato, ha saputo creare una relazione. San Francesco ha saputo creare una comunità, ha saputo creare qualcosa che rimanesse nel tempo, grazie alla forza del messaggio che comunicava. Messaggio che trova la sua linfa, la sua origine nel messaggio evangelico, nell’essenza di quello che Gesù ci ha insegnato, che è sentirci parte gl’uni degli altri – come dice oggi Papa Francesco – che è sentirsi comunità umana, sentirci noi, creature di Dio, di tutto il Creato e dunque deve essere presente in noi il dovere e responsabilità di rispettarlo, e quindi di amare il mondo che ci ha consegnato, per tramandarlo ai nostri figli e farlo un po’ migliore. Comunicare significa soprattutto testimoniare con la propria vita, perché solo nella verità di una relazione e di un incontro c’è la migliore comunicazione. Questa può essere una delle lezioni più belle che San Francesco ci ha lasciato».

Anche per quest’anno 2020 l’agenzia SIR – fonte importantissima di informazione religiosa, ecclesiale ed ecclesiastica – ci informa che la 54esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali chiuderà la 15esima Settimana della comunicazione organizzata da Paolini e Paoline, che è partita il 4 maggio ed è entrata nel vivo lo scorso 17 maggio.

Il programma della Settimana della comunicazione e del Festival della Comunicazione, che ne rappresenta il focus all’interno di una diocesi italiana, ha visto e vedrà ancora fino a domenica prossima una serie di incontri animati da protagonisti del mondo della comunicazione, che commentano dal proprio punto di osservazione o ambito di competenza le molte sfaccettature del messaggio del Papa, che quest’anno ha come tema la narrazione: “Perché tu possa raccontare e fissare nella memoria (Es 10,2). La vita si fa storia”.

Così apprendiamo che il Prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede il 24 maggio proporrà un momento di riflessione sul messaggio di Papa Francesco. L’evento congiunto tra Società San Paolo e Figlie di San Paolo, nonostante le difficoltà derivanti dall’emergenza sanitaria, si svolgerà in versione esclusivamente digitale e verrà trasmesso sul profilo Facebook della “Settimana della Comunicazione”.

Paolo Rufini afferma: «Narrare significa fare esperienza. Senza ricondurre l’esperienza all’unità, però, non c’è sapienza e nemmeno conoscenza e tutto si riduce a una mera elencazione di fatti. Questo porta a una comunicazione senza senso e senza condivisione che finisce col divorare se stessa».

Ecco, tutto si riduce a una mera incapacità comunicativa e di gestione. Invece di guardare la pagliuzza nell’occhio altrui, bisogna guardare la trave nel proprio occhio. Praticamente, parlando di «comunicazione senza senso» parla di sé stesso, parla del proprio operato, perché di fatto sta divorando la comunicazione istituzionale della Santa Sede. Dovrebbe spiegare a tutto il mondo cosa sta facendo. Quale è suo scopo comunicativo? Perché, da quando è arrivato, come un “pacco raccomandato” – “raccomandato” in quanto nipote di cardinale e “pacco” come il peggiore affare fatto alle pendici del Vesuvio – la comunicazione istituzionale della Santa Sede di fatto si è vista sprofondare sempre di più nell’abisso, come mai visto prima in questo modo in tutta la sua storia. Non è stata vista mai ad essere divorata in questo modo da chi la gestisce. Qual’è lo scopo comunicativo di tale “precedente laico”, con il quale verranno fatti tutti i paragoni (negativi) dei futuri prefetti laici? Perché, fino a prova contraria, la comunicazione istituzionale della Santa Sede gestita da un laico è stata così negativa mai. E se finora nessun laico l’aveva gestita, forse un motivo c’era.

La comunicazione istituzionale della Santa Sede non è mai stata lasciata andare in questo modo, alla “deriva controllata”, da chi è all’apice della piramide gerarchica. Approdato col sorriso beffardo al Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede, come Armstrong approdò sulla luna, come il miglior falso d’autore arrivato nei musei, senza mai una goccia di sudore versato per una comunicazione istituzionale degna di nota. Dirige il Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede manco fosse la Costa Concordia arenata al Giglio condotta da Schettino, con l’unica differenza che la Costa Concordia si è arenata per incapacità del suo comandante, mentre la comunicazione istituzionale della Santa Sede è stata mandata alla deriva e non a caso, dai soliti noti.

Come ci si sente ad essere all’apice della montagna del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede e di far emettere comunicati e comunicazioni ai giornalisti dettati da altri, come un topolino partorito da una montagna? Gloriosi predecessori – che non avevano neanche tutto quel potere assoluto, su tutti i media della Santa Sede e anche sulla Sala Stampa della Santa Sede, di cui gode il Prefetto con la riforma dei media di Papa Francesco del 27 giugno 2015 – si stanno rivoltando nelle loro tombe, in questa Settimana della comunicazione. A volte ci vuole tempo, anche per capire quando il momento è arrivato a farsi da parte, per quanto possibile in modo rispettoso delle istituzioni. L’unica riflessione che dovrebbe fare il Prefetto è sul come comunicare le proprie dimissioni.

Con l’amico Mario Ponzi penso a Dante Alimenti, Domenico Del Rio, Federico Mandillo, Silvano Spaccatrosi, Orazio Petrosillo, Alexei Bukalov, Giuseppe De Carli, Paloma Gomez Borrero, Arcangelo Paglialunga, Joseph Vandrisse e Benny Lai, per nominare soltanto alcuni tra quelli che non sono più tra noi e penso a tanti, tanti altri valenti e indimenticabili vaticanisti di altri tempi, con i quali abbiamo avuto la gioia di condividere il nostro lavoro.

Additati ovviamente vecchi nostalgici, ricordo con Mario Ponzi e altri colleghi ancora in vita, i tempi passati con gioia e orgoglio. E crediamo fermamente che tanti di quei colleghi – che ci hanno lasciati – oggi farebbero fuoco e fiamme dai loro giornali nel vedere lo stato comatoso in cui verso la comunicazione istituzionale della Santa Sede oggi, nel vedere la misera fine che sta facendo quel glorioso giornale, che era L’Osservatore Romano, atteso ogni giorno alle ore 15.00, dopo 160 anni di storia gloriosa oggi relegato in un piccolo angolo del mondo digitale, gratuito perché tanto pochi lo acquisterebbero, sostituito nella sua “ufficiosa ufficialità “da un’agenzia di stampa, quella si spinta e propagandata, scomparso, forse per sempre, dalle edicole. E oggi? Me lo sono domandato con Mario Ponzi, nei mesi del lock down: «Sono forse rimasto l’unico a rammaricarsi per questa fine ingloriosa cui è stato condannato uno dei più prestigiosi e citati quotidiani del mondo? Possibile che nessuno scriva una riga? Scusatemi… sto farneticando. Forse è colpa del tempo del coronavirus. Speriamo che non faccia vittima anche L’Osservatore Romano».

Poi, c’è da ricordare la soppressione della Radio Vaticana [3] compiuta per opera dell’allora Prefetto del Dicastero per la Comunicazione, Monsignor Dario Edoardo Viganò, alla fine del 2016 dopo 80 anni di storia. La Radio Vaticana fu inaugurata da Papa Pio XI con il radio messaggio “Qui arcano Dei” il 12 febbraio 1931, inizialmente affidata a Guglielmo Marconi e poi ai Gesuiti, che fino al “Motu Proprio” di Papa Francesco del 27 giugno 2015 ne hanno curato la gestione. L’importanza della Radio Vaticana nel sociale e contro le censure si rilevò fondamentale nel corso della Seconda Guerra Mondiale, quando nonostante il tentativo di ridurla in silenzio da parte del Ministro della propaganda del Terzo Reich Joseph Göbbels, come importante strumento d’informazione: durante gli anni di guerra vennero infatti trasmessi appelli per ritrovare civili e militari dispersi durante il conflitto (si stima che dal 1940 al 1946 furono inviati oltre 1 milione e 200 mila messaggi, pari a più di 12 mila ore di trasmissione. La soppressione della Radio Vaicana, senza pensarci su due volte, ha lasciato davvero allibito il mondo della comunicazione, ma da pochi è stato sottolineato a dovere.

«Per l’Africa c’è allo studio un accordo in dirittura d’arrivo con Facebook che grazie ad una applicazione permetterà alla gente di ricevere messaggi del Papa sul cellulare in 44 Paesi. Visto che al momento non è ancora stato attivato il servizio tramite Facebook, le onde corte continuano ad essere funzionanti almeno per l’Africa» (Il Messaggero, 18 maggio 2017).

Ci ha lasciato allibiti soprattutto la scelta di raggiungere i Paesi del terzo mondo attraverso il web come se il terzo mondo avesse il web e le app a portata di mano. Ricordiamo che un’apparecchio radio ad onde corte si può assemblare con semplici componenti a costi irrisori. Secondo questi geni della comunicazione, dove esistono esseri viventi che non hanno neanche l’acqua da bere, il messaggio del Vangelo può essere trasmesso e soprattutto ricevuto attraverso il web nei Paesi del terzo mondo. Quando San Giovanni Paolo II ha introdotto la Chiesa nel terzo millennio non avrebbe mai e poi mai pensato all’utilizzo del web per inviare la parola di Dio nel terzo mondo. È proprio questo il modo migliore di far progredire la comunicazione del terzo millennio nel terzo mondo? Secondo noi proprio no, ai futuri Prefetti del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede l’ardua sentenza.

«Alcuni giorni fa Papa Bergoglio ricevendo monsignor Dario Viganò, Prefetto della segreteria per la Comunicazione, la persona alla quale ha affidato l’intero maxi progetto, lo ha incoraggiato ad andare avanti, a fare presto, a perseverare. La riforma delle comunicazioni è vitale per il futuro. “Non dobbiamo avere paura della riforma che non è imbiancare le cose, organizzarle in un altro modo. Non lasciamoci vincere dall’attaccamento a un passato glorioso, piuttosto facciamo vivere il gioco di squadra”. Se necessario si può usare persino “un po’ di violenza buona”. Come dire che nella ristrutturazione di un settore cruciale (che già Giovanni Paolo II avrebbe voluto cambiare ma non ebbe fortuna [4]) è bene non indugiare troppo. Il tempo è prezioso» (Il Messaggero, 18 maggio 2017).

Sullo stato comatosa in cui si trova la comunicazione istituzionale della Santa Sede – il risultato di quel «un po’ di violenza buona», che per Papa Francesco si può persino usare se necessario, prima che venne a dirci che «le misure drastiche non sono sempre buone» – stiamo scrivendo da tempo, con parole che si perdono nel deserto mediatico. Ci risulta che lo stiamo facendo come unici più che rari. Ricordiamo ai vaticanisti da doppia spunta blu, che San Giovanni Paolo II ha detto che dovremmo essere pronti a «pagare anche di persona se necessario». Vaticanisti che si dicono vicini a San Giovanni Paolo II, dovrebbero essere giornalisti scomodi e dovrebbero fare inchieste serie, correndo il rischio di essere visti male dal Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede e da chi li dentro come un burattinaio tira i fili, in camicia bianca e asciutta, picconatore ed asfaltatore pro tempore.

La rottamazione e l’asfaltazione di centosessant’anni di storia della comunicazione istituzionale della Santa Sede è storia recente, con la liquidazione della Radio Vaticana e de L’Osservatore Romano, seguita dallo strangolamento della Sala Stampa della Santa Sede, sempre per opera dei soliti noti. Ormai, sono andati i tempi, quando la comunicazione istituzionale della Santa Sede era ancora «una cosa seria, curata con scrupolo e competenza» (Roberta Carta). E penso di aver titolo di parlare, perché parlo ex professo, con 30 anni “dentro” e 25 anni “dal di fuori, prima e dopo”. Il risultato ottenuto dai picconatori in camicia bianca e asciutta è drammatico, per l’assenza di fonti competenti a cui attingere per conoscere il pensiero della Santa Sede, perché non solo di L’Osservatore Romano o Radio Vaticana si tratta, ma dell’intero sistema informativo della Santa Sede, oggi ridotto alla narrazione di un ufficio marketing per promuovere l’immagine del Papa regnante, e nulla di più.

Grandi uomini hanno reso in passato la comunicazione istituzionale della Santa Sede grande, piccoli uomini l’hanno reso piccolo in tempi recenti. Questo è potuto succedere perché accompagnato dal progressivo e a quanto pare inarrestabile stato comatosa della fede cattolica. Il sempre più diffuso degrado morale e sociale, un malinteso ecumenismo accompagnati da scandalosi comportamenti di parte del clero, stanno portando alla disfatta di un mondo in cui grandi pontefici del passato, anche attraverso la comunicazione della Sala Stampa della Santa Sede e con la voce e le immagini de L’Osservatore Romano, della Radio Vaticana, del Centro Televisivo Vaticano e del Servizio Fotografico de L’Osservatore Romano, rappresentavano un faro sicuro, un invalicabile baluardo. È come lo specchio dei tempi. I pochi comunicatori validi che sono rimasti, soli e isolati, non hanno più la forza e l’impatto di un tempo, perché non sostenuti come una volta dalla Segreteria di Stato, come professionisti competenti della comunicazione istituzionale. Vale per il sistema informativa pontificio, come lo è per tanti altri ambiti della realtà mediatica anche in campo laico. Basta guardare al livello dei grandi quotidiani nazionali, che sono diventati inaffidabili, fonti di fake news al servizio della propaganda politica e del chiacchiericcio, del gossip e delle maldicenze, gestiti da gente del calibro da Grande Fratello come il responsabile della comunicazione di Palazzo Chigi.

* * *

[1] La Segreteria – oggi Dicastero – per la Comunicazione della Santa Sede è stata istituita da Papa Francesco con Lettera apostolica in forma di Motu proprio del 27 giugno 2015. Al nuovo Dicastero della Curia Romana fu affidato il compito di ristrutturare complessivamente, attraverso un processo di riorganizzazione e di accorpamento, «tutte le realtà che, in diversi modi, fino ad oggi, si sono occupate della comunicazione», al fine di «rispondere sempre meglio alle esigenze della missione della Chiesa». In tal modo si intendeva ripensare il sistema comunicativo della Santa Sede. Con tale ristrutturazione la Sede Apostolica intendeva avvalersi del Dicastero come referente unitario della comunicazione, sempre più complessa e interdipendente nell’attuale scenario mediatico.

Le realtà coinvolte in tale processo – che in realtà è diventato un’operazione di rottamazione e di asfaltazione – sono, insieme al Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, che fu soppresso: Radio Vaticana, L’Osservatore Romano, Libreria Editrice Vaticana, Centro Televisivo Vaticano, Servizio Fotografico de L’Osservatore Romano, Servizio Internet Vaticano, Tipografia Vaticana.

In questo processo è stato coinvolto pure – malauguratamente, in assoluta negazione della storia, della competenza dell’istituzione e della lungimiranza – la Sala Stampa della Santa Sede. Questo organismo propriamente non è un “organo di media” (come lo sono gli altri enti) e quindi dovrebbe ritornare ad essere “lo speciale ufficio” dipendente dalla Prima Sezione della Segreteria di Stato”, che pubblica e divulga “le comunicazioni ufficiali riguardanti sia gli atti del Sommo Pontefice sia l’attività della Santa Sede” come stabilito da San Giovanni Paolo II al N. 43 della Costituzione apostolica Pastor Bonus sulla Curia Romana del 28 giugno 1988 (mai abrogato e mai sostituita da una nuova Costituzione apostolica, semplicemente rottamata con una serie di “Motu proprio” del Papa regnante). Inoltre, la Sala Stampa della Santa Sede ha anche il compito di accreditare i giornalisti presso la Santa Sede e di pubblicare il Bollettino, mentre il Direttore della Sala Stampa della Santa Sede è il Portavoce della Santa Sede.

Papa Francesco stabilì con il Motu proprio del 27 giugno 2015, che gli organismi elencati dovevano essere accorpati secondo i tempi prestabiliti, continuando nel frattempo a svolgere le proprie attività, attenendosi da subito alle indicazioni date dal Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede. Con il predetto Motu proprio, il Santo Padre disponeva inoltre che, in accordo con la Segreteria di Stato, il nuovo Dicastero assumeva «il sito web istituzionale della Santa Sede: www.vatican.va e il servizio Twitter del Sommo Pontefice: @pontifex».

Possiamo dire che l’estromissione della Segreteria di Stato dall’ambito della comunicazione istituzionale della Santa Sede fu una sciagura, non solo per quanto riguarda la Sala Stampa della Santa Sede, e che la scelta dei Prefetti – e di qualche “sottoposto” – per il nuovo Dicastero per la Comunicazione ha solo aggravato la situazione disastrosa.

Da sempre il nostro pensiero è rivolto ai giovani, bravi, attenti, preparati funzionari della Sala Stampa della Santa Sede, che hanno un burattinaio da camicia bianca e asciutta a gestirli, a imbavagliarli per bene e a legarli in modo accurato, affinché non si possano liberare. Guardando l’organigramma del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede non è difficile a capire di chi si tratta e a chi deve piegarsi pure il Prefetto.

La nostra rassegna sullo stato comatoso della comunicazione istituzionale della Santa Sede, mentre indica le responsabilità di chi sta al “apice della piramide”, punta la lente in particolare su chi opera nell’oscurità e all’ombra di alcuni “parafulmini”, strategicamente posizionati accuratamente in posti esposte per subire gli attacchi, che andrebbero indirizzati altrove, proprio su chi invece si nasconde dietro tali “parafulmini”.

Ci sta particolarmente a cuore dire – con il beneficio di colleghi che vedono ma non guardano oltre il “smoke screen” (la cortina di fumo) – che il Direttore della Sala Stampa della Santa Sede Dott. Matteo Bruni paga colpe non sue e da noi sarà sempre sostenuto e incoraggiato, in quanto è chiaro che c’è “qualcuno” a livello editoriale, che lo imbavaglia e lo priva della leadership e della autonomia, che dovrebbe avere un “Portavoce”. Invece, evidentemente imbavagliato e legato, gli viene esclusa la possibilità di portare la voce istituzionale, secondo le prerogative che gli competono.

Recentemente abbiamo già evidenziato un Editoriale rivelatore di Vatican News, riguardante il Crocifisso di San Marcello al Corso, lasciato ore sotto la pioggia sul sagrato della Basilica Papale di San Pietro [Crocifisso miracoloso di San Marcello al Corso sul Sagrato della Basilia di San Pietro danneggiato dalla pioggia ieri – 28 marzo 2020]. Proprio in quella occasione “qualcuno” si è mosso in prima persona, firmando un Editoriale a difesa dell’operato del responsabile che ha esposto il Crocifisso alle intemperie, senza pensarci su due volte. Secondo fonti interne attendibili, il responsabile di tale posizionamento del Crocifisso era Mons. Guido Marini, il Maestro delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice. In quella occasione, colui che è a capo della Direzione editoriale del Dicastero per l’Informazione della Santa Sede è dovuto uscire dal buco del ragno. Quindi, la pistola fumante in questo caso non ha potuto nascondere, poiché abbiamo seguito tutta la vicenda del Crocifisso sino a risalire alle responsabilità – mai ufficialmente annunciate pubblicamente – di colui che ha esposto l’opera d’arte in questione alla pioggia incessante per ore. C’è stato un tempo in cui Vatican Insider era molto seguito tra gli addetti ai lavori, ma da quando il personaggio in questione è passato dalla parte che prima criticava, ora è divenuto di fatto molto vatican e per nulla insider. È proprio il caso di dire, che troppa gente troppo spesso diventa ciò che in passato ha criticato. In questo caso, il percorso è molto chiaro e quando l’obiettivo istituzionale fu raggiunto, la Direzione editoriale della comunicazione della Santa Sede si è allineata al regime. Se per l’uomo che veste di bianco le misure drastiche non sono sempre buone, anche per la Direzione editoriale, ovviamente, i giornalisti troppo drastici non sono più buoni.

Per fortuna e grazie al Signore, noi siamo liberi e incorruttibili. Da ora in poi sotto la nostra lente verrà posta una Direzione editoriale che si occupa anche di passare sottobanco veline pontificie (anche “vaticanistopoli” esiste e l’abbiamo sotto la nostra lente), che si occupa anche di insabbiare le verità scomode, ma soprattutto che si occupa all’occorrenza anche di avvocatura difensiva editoriale d’ufficio, manco fossimo a Berlino Est al Ministero della Cultura della DDR. E pensare che San Giovanni Paolo II nel 1981 ha quasi perso la vita in un attentato, perché voleva abbattere il muro dell’omertà di regime comunista. Invece, nel 2020 omertà e regime ce lo ritroviamo dietro le mura che circondano lo Stato della Città del Vaticano.

Organigramma del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede
Membri
Eminentissimi Cardinali:
– Béchara Boutros Raï, Patriarca di Antiochia dei Maroniti (Libano)
– John Njue, Arcivescovo di Nairobi (Kenya)
– Chibly Langlois, Vescovo di Les Cayes (Haiti)
– Charles Maung Bo, Arcivescovo di Yangon (Myanmar)
– Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali
– Beniamino Stella, Prefetto della Congregazione per il Clero
– Thomas Aquino Manyo Maeda, Arcivescovo di Osaka (Giappone)
Eccellentissimi Monsignori:
– Diarmuid Martin, Arcivescovo di Dublin (Irlanda)
– Gintaras Grušas, Arcivescovo di Vilnius (Lituania)
– Marcello Semeraro, Vescovo di Albano (Italia)
– Stanislas Lalanne, Vescovo di Pontoise (Francia)
– Pierre Nguyên Van Kham, Vescovo di My Tho (Vietnam)
– Ginés Ramón García Beltrán, Vescovo di Guadix (Spagna)
– Nuno Brás da Silva Martins, Vescovo tit. Elvas, Ausiliare di Lisboa (Portogallo)
Illustrissimi Signori:
– Dott.ssa Kim Daniels, Consulente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti d’America per la Commissione ad hoc sulla libertà religiosa
– Dott. Markus Schächter, Professore di etica nei mass media e nella società presso la Facoltà di Filosofia S.I. di München (Germania)
– Dott.ssa Leticia Soberón Mainero, psicologa ed esperta di comunicazione, già Consultore del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali (Messico e Spagna)
Superiori
– Prefetto il Dottor Paolo Ruffini
– Segretario il Reverendo Monsignore Lucio Adrian Ruiz
– Direttore della Direzione per gli Affari Generali il Dottor Paolo Nusiner
– Vice Direttore della Direzione per gli Affari Generali il Dottor Giacomo Ghisani
– Direttore della Direzione Editoriale il Dottor Andrea Tornielli
– Vice Direttore della Direzione Editoriale il Dottor Alessandro Gisotti
– Vice Direttore della Direzione Editoriale il Dottor Sergio Centofanti
– Direttore della Sala Stampa della Santa Sede il Dottor Matteo Bruni
– Vice Direttore della Sala Stampa della Santa Sede la Dott.ssa Cristiane Murray
– Direttore della Direzione Tecnologica l’Ing. Francesco Masci
– Direttore della Direzione Teologico-Pastorale la Dott.ssa Nataša Govekar
Consultori
– Rev.do Sac. Ivan Maffeis, Sottosegretario della Conferenza Episcopale Italiana
– Rev.do Sac. José María La Porte, Decano della Facoltà di Comunicazione Sociale Istituzionale della Pontificia Università della Santa Croce
– Rev.do Sac. Peter Gonsalves, S.D.B., Decano della Facoltà di Scienze della Comunicazione Sociale della Pontificia Università Salesiana
– Rev.do P. Eric Salobir, O.P., Promotore Generale per le comunicazioni sociali dell’Ordine dei Frati Predicatori
– Rev.do P. James Martin, S.I., Jesuit Magazine America
– Rev.do P. Jacquineau Azétsop, S.I., Decano della Facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università Gregoriana
– Dott. Paolo Peverini, Docente di Semiotica presso la LUISS Guido Carli
– Dott. Fernando Giménez Barriocanal, Presidente e Consigliere Delegato di Radio Popular-Cadena COPE
– Dott.ssa Ann Carter, Rasky Baerlein Strategic Communications
– Sig. Graham Ellis, Vice Direttore di BBC Radio
– Dott. Michael P. Warsaw, Chairman of the Board and Chief Executive Officer di EWTN Global Catholic Network
– Dott. Dino Cataldo Dell’Accio, Chief Information Officer (CIO) of the United Nations Joint Staff Pension Fund (UNJSPF), New York
– Dott. Michael Paul Unland, Direttore Esecutivo del Catholic Media Council (CAMECO)
– Dott. Jean-Marie Montel, Direttore Generale aggiunto del Gruppo Editoriale Bayard e Presidente della Fédération des Médias Catholiques

[2] Un testo propedeutico alla lettura di questo pezzo: “Haccene più di millanta, che tutta notte canta”. La supercazzola e il gobbledygook. “Come fosse antani”. Il quadro è tondo – 22 maggio 2020

[3] Smontata la grande antenna della Palazzina Leone XIII. Via le onde corte dai Giardini Vaticani
Faro di Roma, 25 ottobre 2018

Papa Francesco ha fatto smontare il trasmettitore in onda corta da 10 Kw (che veniva utilizzato sui 4005 khz o sui 5885 khz) dalla Palazzina Leone XIII dei Giardini Vaticani. Veniva utilizzata dalla Radio Vaticana per le sue emissioni in onde corte. Si trattava di una antenna log-periodica rotativa della Coel e un dipolo a larga banda. In onde medie per la diffusione locale venivano utilizzate invece delle antenne marconiane longwire stese per i giardini vaticani.
Già da alcuni mesi, il centro di controllo della Radio Vaticana è stato trasferito dalla palazzina Leone XIII nella sede di Vatican Media in via del Pellegrino, sempre all’interno della Città del Vaticano, dove si trova già la centrale di controllo video. Audio e video procederanno quindi congiunti con la totale digitalizzazione del controllo. La palazzina Leone XIII sarà ristrutturata come centro di produzione.
Come riferisce Radio Vaticana Italia si tratta di un ulteriore tassello del processo di adeguamento tecnologico in modo che da un unico punto sarà possibile smistare in tutto il mondo e ricevere da tutto il mondo segnali audio e video. Secondo Francesco Masci, Direttore della Direzione Tecnologica della Segreteria per la Comunicazione: “All’integrazione tra audio e video si aggiunge anche l’unificazione del personale con la creazione di un’unica struttura. Questo permette a quanti lavorano nella sezione audio e a coloro impegnati in quella video “di contaminarsi” e di integrare le conoscenze.
Intanto alla palazzina Leone XIII saranno realizzati lavori di ristrutturazione per accogliere le divisioni che si occuperanno della produzione audio, video e foto.
Media vaticani: Ruffini, “tutta la parte giornalistica si trasferirà a Palazzo Pio”
Sir, 30 aprile 2019
Tutta la “parte giornalistica” che fa riferimento ai media della Santa Sede – Osservatore Romano, Radio Vaticana, Ctv e Vatican News – si trasferirà a Palazzo Pio, e dunque fuori dalle Mura Leonine. Lo ha annunciato ai giornalisti il prefetto del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede, Paolo Ruffini, precisando che “si tratta di un pezzo logistico della riforma dei media vaticani, che non riguarda solo l’Osservatore Romano”, come hanno scritto oggi alcuni organi di stampa: “Stiamo cercando di riorganizzare i nostri spazi”. “Il trasferimento non sarà immediato, sarà operativo tra circa un anno, per l’estate prossima”, ha precisato Ruffini: “Lo abbiamo annunciato ieri, a Palazzo Pio, ai giornalisti e adesso ai redattori dell’Osservatore Romano”, il quotidiano della Santa Sede che trasloca per la prima volta dopo 90 anni. Gli amministrativi e i tecnici si sposteranno nella Palazzina Leone XIII, dove è nata la Radio Vaticana e dove sono stati appena ultimati i lavori. A Palazzo Pio, ha annunciato il prefetto, “ci saranno degli spostamenti di piano” e ogni redazione sarà organizzata per “hub linguistici”, con redattori della Radio Vaticana che collaboreranno con i redattori dell’Osservatore Romano delle rispettive sezioni linguistiche. Sono 34 le lingue “coperte” dalla Radio Vaticana, che stanno per diventare 35 con l’arrivo della sezione linguistica macedone.

[4] La riforma dei media – programmata da una commissione con esperti esterni instaurata nei primi anni ’80 dalla Segreteria di Stato, sotto la guida dell’allora Capo del Servizio di Informazione e Documentazione della Prima Sezione Mons. Crescenzio Sepe, del servizio diplomatico della Santa Sede, oggi Cardinale e Arcivescovo metropolita di Napoli – era pronta nel 1985. Sono entrato in servizio alla Santa Sede in questo ambito, ma non se ne fece nulla e nel frattempo ero stato assegnato come Assistente alla Sala Stampa della Santa Sede, su richiesta dell’allora Direttore, Dott. Joaquín Navarro Valls.

Foto di copertina: Affresco raffigurante Papa Gregorio IX che scomunica Federico II, opera di Giorgio Vasari conservata nella Sala Regia del Palazzo apostolico vaticano.

Don Leonardo Ricotta si è dimesso, piuttosto che compiere “un atto di macelleria eucaristica”

Don Ricotta lascia la parrocchia. Non ha voluto dare con i guanti la Comunione
Informazione Cattolica, 22 maggio 2020

Nei giorni scorsi Informazione Cattolica aveva fatto conoscere in Italia Don Leonardo Ricotta, un sacerdote dell’Arcidiocesi di Palermo, parroco di Sant’Agata a Villabate, che aveva catturato l’attenzione di migliaia di persone per una sua infervorata omelia (vedi qui) attraverso la quale sosteneva che “solo in Gesù Cristo c’è la remissione dei peccati, non nelle altre religioni!” e aveva parlato di eresie, di apostasia e di falso ecumenismo anche nella Chiesa.
Dopo il via libera alle messe col popolo e l’obbligo della somministrazione della Santa Comunione da parte di sacerdoti muniti di guanti, don Ricotta aveva spiegato che amministrare così la comunione è un sacrilegio. Frammenti del Corpo di Cristo potranno appiccicarsi ai guanti che poi si buttano. Che faccio getto Cristo nella raccolta della plastica? Preferisco non darla” (vedi qui).
Don Leonardo Ricotta aveva spiegato che “piuttosto che commettere un atto di sacrilegio e farlo fare ai miei parrocchiani, non la distribuirò e farò fare quella spirituale. Se devo dare al mio popolo un cibo avvelenato, molto meglio stare a digiuno. Poi quella spirituale ha ugualmente valore considerato che essi hanno vero desiderio di Cristo. Nel passato, e penso al regime sovietico, tanti volevano prendere la Santa Comunione e non potevano: la fede non è morta perché vi era il desiderio di Cristo. La vita di fede è certamente sacramentale, ma quando non è possibile o cercano di trasformarla in un sacrilegio, Dio crea dei bypass”.
Il parroco della Parrocchia Sant’Agata di Palermo-Villabate spiegava che “quello che stanno per compiere è un atto di macelleria eucaristica, Padre Pio li chiamava macellai”. (…)
“Esiste un primato della coscienza. E io, in coscienza, non mi presterò a compiere un atto di macelleria eucaristica”, ha dichiarato al Giornale di Sicilia.

* * *

Segue il Comunicato dell’Arcidiocesi di Palermo sulle dimissioni di Don Leonardo Ricotta e la Lettera aperta dell’Avv. Roberto De Petro all’Arcivescovo di Palermo sul Protocollo CEI sulle Messe cum populo, sull’Eucarestia e sull’uso dei guanti monouso per la distribuzione della Santa Comunione. Commenta Marco Tosatti su Stilum Curiae: «Mi sembra che sia una lettera estremamente precisa e documentata, e difficilmente confutabile; il che aumenta solo il disagio di moltissimi fedeli a fronte di quanto vivono. Ed è un disagio che certamente non leniscono fatti come le “dimissioni” di don Leonardo Ricotta, parroco di Sant’Agata a Villabate, che si era espresso con grande forza contro l’uso dei guanti monouso durante la messa, definendola “macelleria eucaristica”. Ecco, senza preavviso don Ricotta è stato dimesso, e nella misericordiosa Palermo di Lorefice ci chiediamo quanta credibilità si possa dare al comunicato della diocesi».

Comunicato dell’Arcidiocesi di Palermo

A far data dal 21 maggio 2020 il Rev. Don Leonardo Ricotta, Presbitero della Chiesa di Palermo, non è più il Parroco della Parrocchia S. Agata V.M. in Villabate avendo egli stesso rinunciato a tale ufficio. È pertanto inesatta o pretestuosa la notizia diffusa da alcuni canali social secondo la quale Don Leonardo Ricotta sarebbe stato rimosso dall’ufficio di Parroco dall’Arcivescovo di Palermo.
In attesa della nomina del nuovo Parroco, l’Arcidiocesi di Palermo individuerà nei prossimi giorni un Amministratore parrocchiale. Considerate le polemiche suscitate dagli stessi social, si coglie l’occasione per chiarire quanto segue. La prassi di distribuire la comunione nelle mani è in conformità alle norme emanate dal Magistero della Chiesa cui ogni cristiano cattolico deve religioso ossequio della volontà e dell’intelletto. La Congregazione per il Culto Divino, nell’Istruzione Redemptionis Sacramentum, del 2004, n.92, afferma che «Se un comunicando, nelle regioni in cui la conferenza dei vescovi, con la conferma da parte della Sede Apostolica, lo abbia permesso, vuole ricevere il sacramento sulla mano, gli sia distribuita la sacra ostia».
La Conferenza Episcopale Italiana nell’Istruzione sulla comunione eucaristica. Fate questo in memoria di me, nn.1415, già dal 1989 ammette la comunione nelle mani. Inoltre, celebrare l’Eucaristia esclusivamente con il Rito Romano secondo il Missale Romanum di Giovanni XXIII del 1962, quale forma straordinaria introdotta dal Motu Proprio Summorum Pontificum, emanato da Papa Benedetto XVI nel 2007, escluderebbe dalla partecipazione alla Messa la porzione di popolo di Dio che desidera prendervi parte attivamente secondo la forma ordinaria del Messale di Paolo VI, attualmente in uso. Sarebbero, così, gravemente compromessi il diritto e la libertà di buona parte dei fedeli. Personali convincimenti, dunque, presentati da singoli come dottrina autentica, non possono essere imposti ai fedeli. Spetta al vescovo nella diocesi «dare norme in materia liturgica, alle quali tutti sono tenuti», «per difendere l’unità della Chiesa universale» e «promuovere la disciplina comune a tutta la Chiesa» (Congregazione per il Culto Divino, Istruzione Redemptionis Sacramentum, nn.176-177).

Lettera aperta dell’Avv. Roberto De Petro all’Arcivescovo di Palermo

Ecc.za Rev.ma Arcivescovo di Palermo
Mons. Corrado Lorefice
Via Matteo Bonello, 2
90134 Palermo PA

Ecc.za Rev.ma,
sono un avvocato del foro di Palermo, cattolico praticante, residente nella sua diocesi e frequentatore – insieme a molti altri fedeli – della S. Messa in rito antico (la più sicura in tempi di coronavirus, poiché celebrata coram Deo).
Mi rivolgo a lei, e per suo tramite a tutti i vescovi italiani, per denunciare la invalidità e la illogicità del “Protocollo circa la la ripresa delle celebrazioni con il popolo” del 7.5.2020, stipulato tra Governo e CEI, per i seguenti motivi:
1) Incostituzionalità del d.l. 33/2020 e quindi del protocollo Governo – CEI.
Visto l’attuale andamento del dichiarato allarme sanitario da covid 19 – con contagi e decessi prossimi allo zero in tutta Italia (dati del Ministero della Salute aggiornati al 16.5.2020) – il decreto legge 33/2020 è incostituzionale perché privo dei presupposti di “straordinaria necessità ed urgenza” richiesti dall’art. 77 Cost.
In particolare la Sicilia presenta il livello di rischio il più basso d’Italia (preambolo Ordinanza n. 21/2020 del Pres. Reg. Sicilia) ed in provincia di Palermo i decessi totali nel primo trimestre 2020 sono inferiori del 9,2% rispetto a quelli registrati nello stesso periodo del 2019.
Pertanto l’allarme sanitario – in particolare nella sua diocesi – è del tutto inesistente, stando ai dati ufficiali forniti da ISTAT e ISS.
L’illegittimità costituzionale del decreto legge de quo, quale atto presupposto, travolge – per l’effetto – anche i successivi decreti attuativi (dpcm 17.5.2020) nonchè il mentovato “protocollo”, il quale è nullo anche per i seguenti infrascritti motivi.
2) Nullità del “protocollo” per carenza di potere e perché sacrilego.
Le disposizioni governative sulla ripresa delle celebrazioni con il popolo sono assolutamente nulle poiché:
– le autorità civili non sono competenti in materia di culto religioso;
– i rappresentanti della conferenza episcopale non hanno giurisdizione né sui vescovi, né sui sacerdoti, né sui fedeli.
Ogni singolo vescovo è sovrano nella sua diocesi, ma non può modificare quanto stabilito dalle rubriche del Messale, che hanno forza di legge per tutta la Chiesa. Le rubriche del Messale non prevedono l’uso di guanti nella celebrazione della Messa.
Nel rito tradizionale il vescovo toglie le chiroteche prima di accedere all’altare per la parte sacrificale: si deduce che l’Ostia consacrata può essere toccata solo da mani nude, poiché i frammenti possono rimanere attaccati alle dita.
Infatti, dopo la consacrazione del Pane, il sacerdote tiene uniti i polpastrelli del pollice e dell’indice fino a quando, terminata la comunione, non li purifica nel calice.
L’uso di guanti di lattice, alla luce di quanto appena esposto, è aberrante: il Corpo sacramentale del Signore, essendo quanto di più prezioso la Chiesa possieda in assoluto, non può certo essere toccato da materiale spregevole che sarà gettato nella spazzatura (guanti monouso), ma soltanto dalle mani consacrate del sacerdote, il quale, proprio per questo, se le lava immediatamente prima della Messa. Inoltre tutti i vasi sacri, per rispetto di ciò che devono contenere, devono essere obbligatoriamente dorati; anche da ciò si deduce che il mettere volontariamente le Sacre Specie a contatto con materiali vili è un attentato alla loro sacralità, cioè un atto sacrilego in senso lato.
3) Manifesta illogicità nella proibizione della comunione in bocca.
Ammessa e non concessa la attuale sussistenza di un allarme sanitario nella diocesi di Palermo, è apodittico ed ascientifico affermare che la comunione in mano sia innocua, mentre quella in bocca esponga al contagio virale: è vero il contrario, poiché il palmo della mano ed i polpastrelli sono i principali vettori di sporcizia, virus e batteri; invece la saliva contiene il lisozima, avente proprietà “antibatteriche, antivirali, antiprotozoarie, immunomodulanti” (Prof. Di Bella).
È di lapalissiana evidenza che molti agenti patogeni vengono trasmessi attraverso le mani, che toccano quelle di altre persone, le maniglie delle porte, i corrimano, i maniglioni nei trasporti pubblici, etc.
Le stesse mani e dita vanno poi a toccare il naso e la bocca (cfr. rivista “BMC Infectious Diseases”, studio del 2006 citato qui).
Anche i medici interpellati dalla diocesi di Portland hanno confermato che “le mani hanno una maggiore esposizione ai germi”.
Si noti, infine, che mentre il macellaio può toccare la carne animale a mani nude, il sacerdote viene costretto a porgere il Corpo di Cristo con i guanti monouso!
Si ripetono così le assurdità della fase 1, in cui si poteva andare al supermarket, edicola e tabaccaio, ma non in parrocchia a pregare. Perseverare diabolicum.
4) Violazione dei paragrafi 14 e segg. e 90 e segg. della Redemptionis Sacramentum.
La competenza a regolamentare ed ordinare la Sacra Liturgia spetta alla Sede Apostolica, e non al vescovo, ai sensi dei paragrafi 14 e segg. della tuttora vigente “Redemptionis Sacramentum”, la quale attribuisce ai fedeli il diritto di fare la comunione in ginocchio (nn. 90 e 92) ed espressamente stabilisce che “i ministri sacri non possono negare i sacramenti a coloro che li chiedano opportunamente, siano disposti nel debito modo e non abbiano dal diritto la proibizione di riceverli”; pertanto “non è lecito, quindi, negare a un fedele la santa Comunione, per la semplice ragione, ad esempio, che egli vuole ricevere l’Eucaristia in ginocchio” (n.91, la cui violazione in molte parrocchie palermitane è stata più volte invano denunciata a vostra Ecc.za).
Infine, Ecc.za Rev.ma, rifletta sul fatto che l’irresponsabile ed arbitraria interdizione ai fedeli della S. Messa (stigmatizzata anche da Papa Francesco il 17.4.2020), ha portato ad una disastrosa “virtualizzazione” dei Sacramenti, taluni aboliti de facto, altri sostituiti da “cerimonie in streaming”.
Ciò ha instillato l’erroneo convincimento che sia possibile soddisfare il proprio “sentimento religioso usufruendo delle numerose alternative offerte mediante gli strumenti informatici”, come ha testualmente statuito il Tar Lazio il 29.4.2020, il quale ha occupato il vuoto lasciato dagli ipocondriaci vescovi e presbiteri italiani, plaudenti alla “conversione” di Silvia “Aisha” Romano e barricati dentro le loro canoniche per un misero frammento di RNA, mentre i cattolici cinesi, africani e mediorientali rischiano ogni giorno di essere decapitati, torturati, bombardati e bruciati vivi mentre assistono alla S. Messa, preferendola alla loro stessa vita.
Auspico che vostra Ecc.za Rev.ma – avendo a cuore la salute dei fedeli tanto quanto il decoro della Liturgia – voglia disapplicare l’umiliante “protocollo” per tutti i motivi sopra esposti, nonché favorire la celebrazione del Vetus Ordo, che assicura maggiore distanza e minori contatti tra fedeli e presbiteri.
Con osservanza.
Palermo lì 20.5.2020
Avv. Roberto De Petro

89.31.72.207