Spiritualità

Il canto della Liturgia cristiana

L’origine del termine “musica” risale al greco mùsa, nome generico delle nove mitiche Muse protettrici delle arti, nessuna lingua antica possiede, infatti, un termine rispondente al concetto moderno di musica. E’ da notare che, sin dal secolo IX dell’era cristiana, tutte le civiltà hanno separato la pratica del canto da quella degli strumenti musicali: musikè tèchne, ars musica, dalla teoria dotta, musiè episteme, musica scientia.

La musica fu studiata dagli scienziati dell’antichità, essi, però, coglievano la natura matematica di quest’arte, la accostavano al mondo ideale dei numeri, attribuendo suoni diversi alla fantasmagoria cosmologica dei pianeti. Questa teoria dell’armonia delle sfere fu elaborata dalla celeberrima scuola pitagorica, verso la metà del secolo V a.C. In seguito allo studio dei teorici greci e latini, essa diede origine a quelle numerose variazioni aritmosofiche e astrologiche che, tramite Boezio e Cassiodoro, pervennero ai teorici del Medioevo.

Germi poetici

Canti della sera

La luce dorata del mattino

s’è fatta penombra a sera

sui muri intessuti di fatiche

nel dolore nascosto tra le pietre.

Ed è gioia ricordare chi,

negli anfratti di fatiche quotidiane,

giunge al tramonto

donando raggi di splendore

in trasfigurante bellezza!

Luce dorata del mattino

fatta penombra a sera

è sempre luce di speranza

che porta nel cuore

i germi divini dell’Eterno.

* * *

Actio Ecclesiae et opus musicum

Nel libro dell’Esodo leggiamo che «il Signore parlò a Mosè e gli disse: “Vedi, ho chiamato per nome Besalèl, figlio di Uri, figlio di Cur, della tribù di Giuda. L’ho riempito dello spirito di Dio, perché abbia sapienza, intelligenza e scienza in ogni genere di lavoro, per ideare progetti da realizzarli in oro, argento e bronzo, per intagliare le pietre da incastonare, per scolpire il legno e compiere ogni sorta di lavoro… Inoltre nel cuore di ogni artista ho infuso saggezza, perché possano eseguire quanto ti ho comandato”» (31,1-6). Il brano biblico evidenzia come ogni vocazione all’arte per il ministero liturgico provenga dallo spirito di Dio che chiama per nome e invia per compiere un lavoro particolare. All’origine della vocazione artistica, c’è sempre l’elezione da parte di Dio; al suo termine, la volontà divina da compiere. Le qualità straordinarie sono concepite come se partecipassero in certo modo alla sapienza divina. Dio infonde nell’eletto il suo Spirito, cioè la forza divina che trasforma la persona umana, la rende capace di realizzare atti eccezionali donando tre doni: la sapienza, cioè l’emanazione del dono divino, riflesso della sua luce perenne e il gusto delle cose di Dio; l’intelligenza, cioè l’intuizione artistica della bellezza, unita alla capacità di saperla esprimere; la scienza che dona la padronanza della materia e dei procedimenti tecnici per la realizzazione delle opere. L’artista liturgico diventa tale, quindi, per elezione, per vocazione e per impegno personale, perciò può essere definito «ministro della bellezza divina».

Ai costruttori d’armonie

Perché scrivo una lettera? Faccio mia la celebre frase di Pascal: le coeur a ses raisons que la raison ne connait point. Offro, pertanto, queste mie riflessioni che vogliono essere dono a chi è capace di accoglierle con intelligente intuizione e vibrante entusiasmo. La gratitudine per il dono ricevuto si esprimerà permettendogli di diventare fecondo. Ogni “scritto” l’ho sempre considerato come “incontro” che si sviluppa in un dia-logos che è conversare a tu per tu tra scrittore e lettore.

Dal Soffio la Vita

Il libro della Genesi si apre descrivendo gli inizi della creazione e racconta che in principio «lo spirito di Dio aleggiava sulle acque». La parola ruah, che si suole tradurre con “spirito”, letteralmente indica il soffio con cui il Creatore dà al composto umano consistenza, bellezza, senso e bontà. «Il Signore Dio plasmò l’uomo (adam) con polvere del suolo e soffiò nelle narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Gn 2,7), cioè l’essere animato da un soffio vitale. Anche se, nel contesto di Genesi, non si tratterebbe ancora dello Spirito personale della rivelazione del NT, tuttavia, nell’antropologia ebraica, il tema del soffio è collegato con il giorno dello Shabbat, in cui l’uomo, seduto davanti a Dio, si ferma per respirare e riprendere fiato nella ruah Jahvè. Chi vive nell’esicasmo, ricerca una sorta di riposo spirituale per sedersi davanti a Dio e concordare il proprio respiro con quello di Dio. In Philocalie des Pères neptique, sant’Esichio consiglia che bisogna ricordarsi di Dio così come si respira: «Pensa a Dio più spesso di quanto tu respiri» (Bellefontaine 1979, p. 75).

Sparì per rimanere

Nella professione di fede cantiamo: «Credo in Gesù Cristo… nato da Maria Vergine… morì e fu sepolto… è risuscitato… è salito al cielo, siede alla destra del Padre… di nuovo verrà nella gloria». Dopo le rivelazioni pasquali, il gesto d’ascendere in cielo non significa che Gesù non sia più presente, ma che la sua presenza tra noi è ormai misteriosamente diversa. L’evangelista Luca, riprendendo negli Atti degli apostoli (1,11) il breve racconto dell’Ascensione contenuto nel suo Vangelo (24,50-53), ne descrive la logica conclusiva. La risurrezione non è un semplice ritorno alla vita ma è «vita nella gloria» presso il Padre. Il Risorto, sottratta la sua presenza visibile, rimane nel tempo della Chiesa in attesa dell’ultima sua venuta nella gloria. Il tempo della Chiesa non è nostalgia del passato che attende l’assente ma percezione di fede e itinerario di una presenza d’amore che è certo del suo ritorno glorioso alla fine dei tempi.

I tre Giardini

Sulle screpolature di antichi muri di pietra

i verdi fili d’erba vanno in cerca di vita.

Penso agli occhi del Creatore di tutte le cose visibili e invisibili,

felicemente meravigliato quando creò un giardino in Eden

e lì fece germogliare ogni sorta di vita:

educhiamoci a saper contemplare anche un filo d’erba viva!

Nel giardino paradisiaco,

guardando l’inverno di solitudine dell’uomo,

Dio fa una riflessione:

” Non è bene che l’uomo sia solo”.

Ricordando il Concilio Vaticano II

A custodire il ricordo degli anni straordinari del Concilio ecumenico Vaticano II siamo ancora in molti. Lo ricordiamo come evento profetico che si è impresso nella memoria e, più ancora, nella coscienza di tutta la Chiesa. Lo ricordiamo non come visione di scene ecclesiali esterne e coreografiche ma, piuttosto, come tipica opera straordinaria dello Spirito santo e, per usare un’espressione cara a Giovanni XXIII e a Paolo VI, di una “nuova Pentecoste”.

I contenuti dottrinali dei documenti promulgati sono divenuti patrimonio fondamentale per la Chiesa, protesa, allora, verso il terzo millennio. Quanti hanno letto, non dico studiato, i 16 documenti conciliari? Talvolta, purtroppo, si parla invano, si contraddice, si frantuma, con schizofrenie d’ogni tipo – schizein è scisma –, provocando diaboliche fratture all’interno delle comunità dei credenti.

Come sigillo sul cuore

L’uomo senza cuore è creatura senza vita. Il cuore che ama è segno di trasfigurata risurrezione.

Benedetto XVI, nell’omelia per i funerali del cardinale Spidlik, così definisce il cuore: «A partire dalla radice biblica, il simbolo del cuore rappresenta nella spiritualità orientale la sede della preghiera, dell’incontro tra l’uomo e Dio, ma anche con gli altri uomini e con il cosmo» (20 aprile 2010).

La struggente concordia tra due cuori è descritta, con toni elevati, nel capitolo ottavo del Cantico dei Cantici: inno d’amore per eccellenza, idillio sbocciato dal cuore di due giovani nel suo primo fiorire al tempo dell’eterna primavera. È cantico di un amore che percorre, in intima esperienza, tutta la gamma delle sue espressioni: dall’ebbrezza dei baci e delle carezze più tenere, al desiderio invincibile dell’incontro; dalle sofferenze della lontananza, alla gioia incontenibile del ritrovarsi insieme; dalle intense parole d’intimità, alle dolenti espressioni per l’assenza dell’amato.

L’alba di quel mattino sul lago

Quel mattino, sulle sabbie del lago di Tiberiade irrorate da luce aurorale, Gesù risorto, per la terza volta, incontra il gruppo dei discepoli-pescatori, ritornati, dopo la sua morte, nel loro ambiente di lavoro. Proprio in quel luogo, dove il Maestro li aveva istruiti sui contenuti e sulle forme della missione e dove a Pietro aveva preannunziato che sarebbe diventato “pescatore di uomini”, il Signore glorificato si rivela. I discepoli sono in “sette”, cifra simbolica dell’universalità. «Disse loro Simon Pietro: “Io vado a pescare”. Gli dissero: “Veniamo anche noi con te”. Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla» (Gv 21,1-3). Quando l’alba del nuovo giorno stava già spuntando, i discepoli tornarono a terra. Gesù li attendeva sulla riva e vide che erano stanchi e affaticati, non solo per il lavoro notturno della pesca ma, soprattutto, perché delusi e smarriti per non aver pescato niente. Senza la fede nel Risorto, è impensabile riuscire nella missione affidata alla Chiesa, è impossibile portare frutti. Gesù, in tono amichevole e ironico, senza farsi riconoscere, chiese: «“Figlioli, non avete nulla da mangiare?” Gli risposero: “No”. Allora disse loro: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete” La gettarono, e non riuscivano più a tirarla su per la gran quantità di pesci» (Gv 21,5-6).

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