Bussole per la fede

Il mese di maggio e il Coronavirus: se pregare Maria nel dolore è il segreto dei santi

La situazione che stiamo vivendo può suscitare delle domande: perché questo male? Perché questa sofferenza? Perché questo virus? Perché la caducità della vita, la morte, i lutti? Perché la solitudine, lo smarrimento, l’angoscia? Potremmo andare avanti a lungo.

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Il messaggio di Gesù non è quello di Budda, che pretende di distruggere nel cuore dell’uomo il motivo del dolore. Non è neppure quello di Epitteto o di Marco Aurelio, che vorrebbero eliminare la coscienza e il senso del dolore. Gesù, invece, riconosce il dolore, lo accetta, lo soffre per quello che è e per quel che significa, e c’insegna a trasformarlo in sacramento di redenzione, cioè di espiazione e di santificazione.

Né iconoclasti né musicoclasti 

Sant’Agostino afferma: Cantare amantis est! Il gesto del cantare è proprio di chi sa amare. Mi scrive l’amico filosofo Michelangelo Lorefice: «La musica invoca l’Amore e l’Amore concede alla Musica di poter cantare il Mistero».Saper celebrare il Mistero col canto è arte raffinata e mistagogica. Nelle celebrazioni liturgiche, infatti, canto e musica non servono per una “Messa in scena”. Non siamo né iconoclasti né musicoclasti, ma cristiani credenti che, attraverso le arti visive e uditive, rendono visibile e udibile l’ineffabile Verbum. Non a tutti, però, è dato saper vedere la luce e goderne o ascoltare i suoni e inebriarsene. Visione e ascolto sono sempre dono e grazia per chi possiede cuore e intelligenza capaci d’accogliere e donare. Bisogna educare mistagogicamente a saper percepire il Mistero celebrato per entrare all’interno dell’atto sacramentale partecipativo orante, con l’intelligenza del cuore e con raffinata capacità espressiva artistica. Il Mistero trinitario incarnato, donato e celebrato, non si può ridurre a una sceneggiata teatrale con diversa o opposta tipologia musicale: quella elevata che può essere splendida ma impropria, o quella banale che è sempre dissacrante e impropria. Siamo convinti che non bisogna cedere mai al vacuo estetismo di una vana ricerca di bellezza senza verità, con facile gioco di stili e di forme. La vera bellezza è ontologica, è trasparenza dell’essere. Oggi, purtroppo, si va sempre più concentrandosi nel cercare una bellezza senza verità, vuota e apparente, artificiale e superficiale. Questo, forse, perché è d’ingenua e facile, ma diseducante, comprensione.

La bellezza del canto più libero non passa mai attraverso le sbarre dell’ipocrisia. Non è lecito mettere a repentaglio la dirittura della mente, l’integrità della fede, la limpidezza del cuore: esse sono realtà con cui non si gioca impunemente. Nella vita tutto passa e di tutto ci si stanca, tranne che delle cose buone e belle da collocare al loro giusto posto. Il tesoro del passato è libertà del futuro, è supporto per ricreare nuovi capolavori, senza stufanti archeologismi e vacue scimmiottature. Per realizzare questo, è necessario possedere i carismi che sono dono dall’Alto e farli fruttificare per l’esercizio dei vari ministeri arricchiti di scienza e sapienza. Una società che non cerca e non vive i valori, spesso attenta a prodotti mediocri e distratta nei confronti di opere che fanno riflettere, che elimina la fatica della ricerca culturale e artistica in modo sbrigativo e artificioso, è una società inesorabilmente condannata alla decadenza e l’uomo diventa lo zimbello delle mode perditempo, mutevoli e ingannevoli. Sì, è vero che il cervo non può insegnare alla tartaruga a correre: ma neanche la tartaruga può impedire al cervo di essere veloce! Anche il gufo, con i suoi occhi notturni ciechi al giorno, non potrà mai svelare il mistero della luce. Il grave pericolo sta quando la sproporzione tra corpo e spirito invade azione e pensiero, vita pubblica e privata: una sproporzione che gli antichi chiamavano ybris, cioè tendenza a espandere senza limiti la potenza propria dell’ego, andando incontro a quella sorta di mancanza di equilibrio da cui deriva disordine personale e sociale che genera incoscienza, stupidità, corruzione e ignavia.

Platone, nel suo Simposio, afferma che, per salvarsi dalla morte ed essere felici, l’uomo deve perpetuare se stesso e questo può realizzarlo se egli “genera nel bello”, sia nell’unione sponsale che fa continuare a vivere nella prole, sia nell’eterna bellezza che unisce all’eterna verità, dove si genera la vera immortalità dell’uomo. La bellezza, dunque, è lo strumento sublime che, unendo l’uomo alla verità divina, lo salva dalla morte. Anche Hegel, definendo il bello come rivelazione sensibile dell’Idea, intravede in esso la via che conduce alla verità divina. Quello che oggi stiamo vivendo sembra essere il tempo della morte della verità e della bellezza. Ci domandiamo: rimarrà in vita solo la terribile verità del mondo con la sua bruttezza di corruzione e di morte? Siamo convinti che, senza fede, non c’è bellezza, ma non c’è bellezza se la fede non è rinvio alla verità suprema che è Bellezza assoluta. Nell’uomo di fede, l’arte del bello è un mezzo per rivelare il Mistero e farlo rivivere all’interno della storia.

Oggi, l’arte musicale rischia di essere penalizzata e di trasformarsi in spettacolo per sopravvivere e mercificare il fenomeno. La finalità della bellezza non deve essere mai idolatrica, perversiva e diabolica, ma simbolica, latreutica e soteriologica. Il credente canta per rivelare l’amore e perché siano rese lode e gloria a Dio che è Amore e Bellezza, e da questa lode e gloria scaturisce la verità che lo salva. In Bach, sommo artista profondamente credente e mistico, la fede cristiana è il mezzo affinché il canto della bellezza viva e viva anche quell’altra forma di fede in cui la bellezza consiste. La musica di Bach è canto sublime della sua fede: Soli Deo gloria! si trova scritto in tutte le sue partiture. Egli non aveva capito soltanto la musica, aveva intuito quale era il vero fine dell’arte musicale: la gloria di Dio! Certo, non a tutti è dato saper vedere la luce e goderne. Non a tutti è dato ascoltare il suono e inebriarsene. Visione e ascolto sono dono e grazia per chi ha un cuore capace d’accogliere e di donare.

Non siamo fuori tema se apriamo il Vangelo di Matteo al capitolo 6, e leggiamo i versetti 1-18 che sempre puntualmente ogni anno la Chiesa maternamente fa proclamare il Mercoledì delle Ceneri, all’inizio della santa Quaresima. Essi ci istruiscono a vivere la verità delle manifestazioni di fede. La motivazione di fondo, che deve ispirare i cristiani nelle loro azioni, è spiegata da Gesù attraverso esempi riguardanti tre pratiche che i primi cristiani hanno continuato a seguire. Inizia con un principio generale (v. 1) seguito da tre esempi concreti: “elemosina” (v.2-4), “preghiera” (v. 5-6), “digiuno” (v. 16-18). Nell’affermazione iniziale, Gesù invita con chiarezza a non teatralizzare le pratiche religiose per mettere in mostra se stessi, per farsi ammirare ed essere lodati dagli uomini, piuttosto che dare a Dio la gloria dovuta a lui solo: così facendo, conclude Gesù, non si avrà la ricompensa del Padre che è nei cieli. Il Maestro, in effetti, non denuncia le azioni fatte in pubblico o, ancor meno, all’interno delle celebrazioni comunitarie, ma le motivazioni interessate e svianti che possono intromettersi. Il leitmotiv è la parola “ricompensa”. La misura dipende dalle intenzioni del cuore, il tesoro è il Regno di Dio inaugurato da Cristo, la ricompensa, che è dono gratuito di Dio, è la vittoria totale sul male: la risurrezione di Cristo. Gli esempi iniziano polemicamente contro il modo di agire degli “ipocriti”, poi si accenna, in tono ironico, alla loro ricompensa e si conclude con l’indicazione dell’atteggiamento proprio dei cristiani: “Tu”, cioè il discepolo, il suo modo di agire e la risposta del Padre.

Per quanto riguarda, poi, la preghiera, il monito del Maestro è chiaro: E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà (Mt 6,5-6). Dicendo questo, Gesù non denuncia un atteggiamento simulato e ingannatore, ma fa allusione ai credenti e alle persone religiose. Il rischio, quindi, è quello di cercare d’essere visti dalla gente, di fare belle figure, di pubblicizzare se stessi e il proprio prodotto. Insomma, servirsi della liturgia per ripicche storico-culturali, per propagandare produzioni proprie o altrui, o per essere lodati dagli uomini è idolatria dissacrante e deviante, preoccupante e frantumante.

Mi scrive ancora l’amico filosofo: «È tempo di miseria: di sacralità che se la ride della santità, di idolatrie (mal celate) e programmate, delle Cose di Dio utilizzate come pretesto; di estetismi (e isterismi) non in grado di pervenire alla dimensione contemplativa dell’Arte; di simbolismi che alludono a logiche di potere e dominio e che, avvitandosi su se stessi, confondono e offuscano le possibilità della simbologia autentica: aprire al Mistero, liberandolo dalle componenti magico-sacrali del terrore e della violenza e rivelandolo come Dono, Vicinanza, Amore.

Né iconoclasti, dunque, né musicoclasti, ma figli di Dio Padre che, invasi e guidati dallo Spirito d’Amore del Figlio, cantano, in “sobria ebbrezza”, il Mistero. Ambrogio e Agostino, ciascuno a suo modo, percepiscono che, attraverso il canto della Parola, l’”io” personale viene trasformato nel “noi” della coralità vivente che è magnifica e suggestiva espressione dell’Agape che unisce tutta quanta l’assemblea nel mistero di quel “Corpo d’amore” creato dalla stessa Parola incarnata nel cuore e celebrata nell’in-canto della Divina Liturgia. Cristo è immagine che si vede, Parola che si ascolta, Pane che si consuma all’interno della comunità-comunione ecclesiale che celebra l’incontro salvifico tra l’umanità redenta e il suo amato Signore.

Il canto della Liturgia cristiana

L’origine del termine “musica” risale al greco mùsa, nome generico delle nove mitiche Muse protettrici delle arti, nessuna lingua antica possiede, infatti, un termine rispondente al concetto moderno di musica. E’ da notare che, sin dal secolo IX dell’era cristiana, tutte le civiltà hanno separato la pratica del canto da quella degli strumenti musicali: musikè tèchne, ars musica, dalla teoria dotta, musiè episteme, musica scientia.

La musica fu studiata dagli scienziati dell’antichità, essi, però, coglievano la natura matematica di quest’arte, la accostavano al mondo ideale dei numeri, attribuendo suoni diversi alla fantasmagoria cosmologica dei pianeti. Questa teoria dell’armonia delle sfere fu elaborata dalla celeberrima scuola pitagorica, verso la metà del secolo V a.C. In seguito allo studio dei teorici greci e latini, essa diede origine a quelle numerose variazioni aritmosofiche e astrologiche che, tramite Boezio e Cassiodoro, pervennero ai teorici del Medioevo.

Germi poetici

Canti della sera

La luce dorata del mattino

s’è fatta penombra a sera

sui muri intessuti di fatiche

nel dolore nascosto tra le pietre.

Ed è gioia ricordare chi,

negli anfratti di fatiche quotidiane,

giunge al tramonto

donando raggi di splendore

in trasfigurante bellezza!

Luce dorata del mattino

fatta penombra a sera

è sempre luce di speranza

che porta nel cuore

i germi divini dell’Eterno.

* * *

Actio Ecclesiae et opus musicum

Nel libro dell’Esodo leggiamo che «il Signore parlò a Mosè e gli disse: “Vedi, ho chiamato per nome Besalèl, figlio di Uri, figlio di Cur, della tribù di Giuda. L’ho riempito dello spirito di Dio, perché abbia sapienza, intelligenza e scienza in ogni genere di lavoro, per ideare progetti da realizzarli in oro, argento e bronzo, per intagliare le pietre da incastonare, per scolpire il legno e compiere ogni sorta di lavoro… Inoltre nel cuore di ogni artista ho infuso saggezza, perché possano eseguire quanto ti ho comandato”» (31,1-6). Il brano biblico evidenzia come ogni vocazione all’arte per il ministero liturgico provenga dallo spirito di Dio che chiama per nome e invia per compiere un lavoro particolare. All’origine della vocazione artistica, c’è sempre l’elezione da parte di Dio; al suo termine, la volontà divina da compiere. Le qualità straordinarie sono concepite come se partecipassero in certo modo alla sapienza divina. Dio infonde nell’eletto il suo Spirito, cioè la forza divina che trasforma la persona umana, la rende capace di realizzare atti eccezionali donando tre doni: la sapienza, cioè l’emanazione del dono divino, riflesso della sua luce perenne e il gusto delle cose di Dio; l’intelligenza, cioè l’intuizione artistica della bellezza, unita alla capacità di saperla esprimere; la scienza che dona la padronanza della materia e dei procedimenti tecnici per la realizzazione delle opere. L’artista liturgico diventa tale, quindi, per elezione, per vocazione e per impegno personale, perciò può essere definito «ministro della bellezza divina».

Ai costruttori d’armonie

Perché scrivo una lettera? Faccio mia la celebre frase di Pascal: le coeur a ses raisons que la raison ne connait point. Offro, pertanto, queste mie riflessioni che vogliono essere dono a chi è capace di accoglierle con intelligente intuizione e vibrante entusiasmo. La gratitudine per il dono ricevuto si esprimerà permettendogli di diventare fecondo. Ogni “scritto” l’ho sempre considerato come “incontro” che si sviluppa in un dia-logos che è conversare a tu per tu tra scrittore e lettore.

Dal Soffio la Vita

Il libro della Genesi si apre descrivendo gli inizi della creazione e racconta che in principio «lo spirito di Dio aleggiava sulle acque». La parola ruah, che si suole tradurre con “spirito”, letteralmente indica il soffio con cui il Creatore dà al composto umano consistenza, bellezza, senso e bontà. «Il Signore Dio plasmò l’uomo (adam) con polvere del suolo e soffiò nelle narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Gn 2,7), cioè l’essere animato da un soffio vitale. Anche se, nel contesto di Genesi, non si tratterebbe ancora dello Spirito personale della rivelazione del NT, tuttavia, nell’antropologia ebraica, il tema del soffio è collegato con il giorno dello Shabbat, in cui l’uomo, seduto davanti a Dio, si ferma per respirare e riprendere fiato nella ruah Jahvè. Chi vive nell’esicasmo, ricerca una sorta di riposo spirituale per sedersi davanti a Dio e concordare il proprio respiro con quello di Dio. In Philocalie des Pères neptique, sant’Esichio consiglia che bisogna ricordarsi di Dio così come si respira: «Pensa a Dio più spesso di quanto tu respiri» (Bellefontaine 1979, p. 75).

Sparì per rimanere

Nella professione di fede cantiamo: «Credo in Gesù Cristo… nato da Maria Vergine… morì e fu sepolto… è risuscitato… è salito al cielo, siede alla destra del Padre… di nuovo verrà nella gloria». Dopo le rivelazioni pasquali, il gesto d’ascendere in cielo non significa che Gesù non sia più presente, ma che la sua presenza tra noi è ormai misteriosamente diversa. L’evangelista Luca, riprendendo negli Atti degli apostoli (1,11) il breve racconto dell’Ascensione contenuto nel suo Vangelo (24,50-53), ne descrive la logica conclusiva. La risurrezione non è un semplice ritorno alla vita ma è «vita nella gloria» presso il Padre. Il Risorto, sottratta la sua presenza visibile, rimane nel tempo della Chiesa in attesa dell’ultima sua venuta nella gloria. Il tempo della Chiesa non è nostalgia del passato che attende l’assente ma percezione di fede e itinerario di una presenza d’amore che è certo del suo ritorno glorioso alla fine dei tempi.

I tre Giardini

Sulle screpolature di antichi muri di pietra

i verdi fili d’erba vanno in cerca di vita.

Penso agli occhi del Creatore di tutte le cose visibili e invisibili,

felicemente meravigliato quando creò un giardino in Eden

e lì fece germogliare ogni sorta di vita:

educhiamoci a saper contemplare anche un filo d’erba viva!

Nel giardino paradisiaco,

guardando l’inverno di solitudine dell’uomo,

Dio fa una riflessione:

” Non è bene che l’uomo sia solo”.

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