Le opinioni

Le “Voci di carta” di una editoria cattolica che non si ama

Quello che ti colpisce del libro di Angelo Paoluzi è che abbraccia tutto il mondo. Insomma un libro “cattolico” nel vero senso della parola così come deve essere la comunicazione. “Voci di carta” è un tributo alla carta stampata che viene dalla radio. Il libro (Voci di carta, Lev, pp 242, 18,00 euro) nasce da una serie radiofonica della Radio Vaticana che accende la luce sul mondo della informazione cattolica. Senza poter ovviamente raccontare tutto. Perché il mondo cattolico è amplissimo e i giornalisti sono preparati e professionali a dispetto di chi potrebbe pensare il contrario. Il libro è un po’ un manuale e un po’ una raccolta di testimonianze. Ci sono gli elenchi delle testate cattoliche più famose nei diversi paesi del mondo, quelle che ti aspetti, ma ci sono anche tante sorprese. L’autore, validamente sostenuto nella trasmissione radiofonica da Monia Parente, ha deciso di dare la sua massima attenzione alla carta stampata e ad alcune agenzie, anche se non mancano citazioni di emittenti televisive e radiofoniche.

L’infanzia di Gesù secondo Ratzinger

Amore e umiltà, è questo il modus operandi di Dio che il teologo Joseph Ratzinger spiega al lettore del terzo libro dedicato alla figura di Gesù. “L’infanzia di Gesù” è , secondo il titolo originale tedesco, un “prologo”, una “anticamera” per entrare poi nello studio del Vangelo. Infatti , spiega Benedetto XVI nelle ultime righe del libro, l’episodio che chiude i Vangeli dell’infanzia, Gesù dodicenne che insegna nel Tempio di Gerusalemme, apre una porta sulla intera figura di Gesù, che è quello che racconterà il resto del Vangelo. L’autore rilegge i due racconti di Luca e Matteo seguendo l’esegesi patristica e studi classici come quelli di Joachim Gnilka e Gerhard Delling, ma dimostra, come già nei due libri precedenti, di seguire gli studi più aggiornati e usa Rudolf Pesch e Klaus Berger. Ma tra tutti sposa a pieno le idee di Jean Daniélou e René Laurentin.

Scusi cos’è un vaticanista?

Quando oggi un giornalista si presenta come “vaticanista” forse non sa esattamente perché. Si certo, si occupa di fatti vaticani, di informazione religiosa, a volte tratta temi sociali. Ma la professione del “cronista dal Vaticano” ha una storia che negli ultimi 50 anni si è trasformata velocemente e che ha cambiato la percezione che delle “faccende vaticane” ha il lettore medio che oggi corre sul web per avere le notizie più aggiornate e più “curiose”, magari con qualche retroscena gustoso. Ma davvero è tutto qui? Nell’anno in cui si ricordano i 50 anni dell’apertura del Concilio Vaticano II è bene ricordare non solo il ruolo che la stampa ebbe nel diffondere le notizie dei lavori, ma anche come il Vaticano trasformò il rapporto con i giornalisti fino a farlo diventare quello che è oggi. Da un rapporto personale ad uno istituzionale.

Finito il Sinodo, facciamo vivere il Sinodo

Il Sinodo per la Nuova Evangelizzazione si è chiuso, ma il lavoro comincia adesso. E questo in effetti succede sempre, ma in questo caso sembra  più necessario che tutti, ma proprio tutti i cristiani si rimbocchino le maniche. Lo ha detto il Papa nella omelia della messa conclusiva: “ Tutti gli uomini hanno il diritto di conoscere Gesù Cristo e il suo Vangelo; e a ciò corrisponde il dovere dei cristiani, di tutti i cristiani – sacerdoti, religiosi e laici –, di annunciare la Buona Notizia.”

Ecco, tutti hanno questo dovere, e in ogni situazione di vita. Soprattutto guardando a chi ha “perso l’orientamento sicuro e solido della vita” e a coloro che sono diventati “spesso inconsciamente, mendicanti del senso dell’esistenza.”

Evangelizzare grazie alla sovranità del Vaticano

“ La sovranità che la Santa Sede ha conquistato con i Patti lateranensi non deve assolutamente essere persa, ne va la libertà della Chiesa nel mondo.” Questa affermazione non è di un uomo della Curia romana, ma di un gesuita svedese che vive ogni giorno la “battaglia” contro la secolarizzazione in un paese praticamente di frontiera. A Uppsala da qualche anno la Chiesa cattolica, grazie all’impegno dei gesuiti che dagli anni ’50 sono arrivati nella cittadina universitaria svedese, ha di nuovo una università. Era dai tempi della Riforma protestante che non succedeva. Una riforma che ha reso difficile per secoli ai cattolici potersi esprimere. Oggi l’ Istituto Newman è una realtà fondamentale nel panorama universitario e la rivista Signum che i gesuiti editano da qualche decennio è davvero un “segno” ad alto livello nel paese scandinavo. Quassù al nord Europa in questa stagione di corvi ci sono solo quelli che svolazzano intono agli alberi che perdono le foglie che davvero sembrano d’oro. Le nuvole grigie autunnali fanno immaginare la difficoltà della piccola comunità cattolica di essere presente nella società “grigia” e sempre più secolarizzata.

Il Concilio “sine glossa” per ripopolare il deserto

“I Padri conciliari- ha detto nella omelia- volevano ripresentare la fede in modo efficace; e se si aprirono con fiducia al dialogo con il mondo moderno è proprio perché erano sicuri della loro fede, della salda roccia su cui poggiavano. Invece, negli anni seguenti, molti hanno accolto senza discernimento la mentalità dominante, mettendo in discussione le basi stesse del depositum fidei, che purtroppo non sentivano più come proprie nella loro verità.”

Ecco, la messa sembra non essere più  una cosa essenziale. Certo la mattina di un giorno feriale non è facile radunare una grande folla. Si lavora, si studia. Ma penso proprio agli studenti, quelli delle scuole cattoliche, perchè non lasciare i banchi per un giorno con professori e religiosi ed essere tutti in piazza con il Papa per ricordare che la fede è la roccia su cui si basa ogni verità?

Certo il deserto spirituale di cui parla il Papa si è diffuso non solo nel mondo secolarizzato, ma fino a dentro le parrocchie e i movimenti, che pure tanto offrono ai credenti e non credenti. Sembra essersi diffusa soprattutto l’idea che la celebrazione dell’ Eucaristia non è centro e cuore della vita di fede, della vita in assoluto.  Che a messa si va quasi di nascosto per proprio conto, che forse sono altri i momenti di aggregazione per un cattolico, i momenti in cui si dice al mondo: io credo.

Il Concilio è ancora tutto da scoprire per le generazioni che non lo hanno vissuto, ma anche per molti che lo hanno respirato come un soffio. Racconta Papa Benedetto XVI che il Concilio “fu un momento di straordinaria attesa. Grandi cose dovevano accadere. I concili precedenti erano stati quasi sempre convocati per una questione concreta alla quale dovevano rispondere. Questa volta non c’era un problema particolare da risolvere. Ma proprio per questo aleggiava nell’aria un senso di attesa generale: il cristianesimo, che aveva costruito e plasmato il mondo occidentale, sembrava perdere sempre più la sua forza efficace. Appariva essere diventato stanco e sembrava che il futuro venisse determinato da altri poteri spirituali.”

Il testo è stato scritto dal Papa come introduzione al volume che  l’editore tedesco Herder pubblica a novembre con gli scritti conciliari di Joseph Ratzinger, Zur Lehre des Zweiten Vatikanischen Konzils. Due volumi curati dall’arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Scrive Benedetto XVI: “la percezione di questa perdita del presente da parte del cristianesimo e del compito che ne conseguiva era ben riassunto dalla parola “aggiornamento”. Il cristianesimo deve stare nel presente per potere dare forma al futuro. Affinché potesse tornare a essere una forza che modella il domani, Giovanni XXIII aveva convocato il concilio senza indicargli problemi concreti o programmi. Fu questa la grandezza e al tempo stesso la difficoltà del compito che si presentava all’assemblea ecclesiale.”

Una difficoltà che sembra ancora più grande oggi perché sembra sia andato perso il depositum fidei che però il Concilio non ha mai messo al centro della discussione. Questo è forse il più grande equivoco del periodo post conciliare. Cambiare il metodo non significava cambiare il contenuto. Invece alla fine si è fatto il contrario: si è cercato di “modificare” i principi e, in fondo, non si è cambiato metodo. Il clericalismo ha preso a volte la forma di terzomondismo o di tradizionalismo,  a scapito della Fede.

Anche per questo forse oggi i cattolici stanno dimenticando che al centro della vita della fede ci sono i sacramenti e non le assemblee, i convegni, i campi scuola.

La ricetta l’ha data per decenni Giovanni Paolo II che ha portato il Vangelo in ogni viaggio nel mondo, ma che forse è stato grandemente frainteso, e la ripropone oggi Benedetto XVI che invita tutti a rileggere i documenti del Concilio “sine glossa”.

L’etica giornalistica dimenticata anche nel processo vaticano

Il primo problema che abbiamo dovuto affrontare come giornalisti permanentemente accreditati presso la Santa Sede è stato che solo otto alla volta potevano seguire le udienze. E si è vista in questo caso la prepotenza dei media ricchi e potenti, insomma delle lobbies informative. Hanno preteso un posto fisso per tutta la durata del processo. Così quattro posti sono stati occupati. Gli altri quattro sono stati sorteggiati di volta in volta. Sempre meglio di niente. Ma è ovvio che il resoconto complessivo è stato “condizionato” dal volere dei “grandi”. Per chi non fa il giornalista è difficile capire cosa significa un pool. Non è un premio, ma un servizio, non dovrebbe partecipare chi ha più lettori, ma chi è più adatto al compito in quella determinata occasione, o altrimenti meglio lasciare tutto al caso con un sorteggio. Come gestire un pool è comunque un fatto interno tra i giornalisti. Invece per giorni e giorni se ne è parlato come se il Vaticano avesse imposto delle condizioni. Non è stato così. Ma la mania dello scoop e dello scandalo ormai imperversa.

Una volta deciso, grazie ad ampie consultazioni, che l’arroganza si combatte solo con la democrazia, si è trovato un accordo sulle “regole del pool” tra i giornalisti dell’ Aigav (Associazione internazionale giornalisti accreditati in Vaticano) in pratica coloro che sono accreditati permanentemente. Ma nei giorni delle udienze molti sono arrivati, giustamente, da fuori per seguire i resoconti degli otto colleghi che erano stati in aula. Tutti sono stati informati delle regole, del patto ad esempio per cui nessuno pubblicava nulla fino a 15 minuti dopo la fine del briefing. Lo hanno rispettato tutti. Eccetto l’inviato del Fatto Quotidiano Carlo Tecce. Arrivato in Sala Stampa per un giorno o due ha pensato bene di non rispettare nessun collega pur di fare lo “scoop”. Cioè dare notizie un attimo prima degli altri. Durante il briefing, mentre tutti i colleghi erano in silenzio in attesa della fine dell’embargo, qualcuno twittava notizie. C’è poi stato Aldo Maria Valli del TG1 e Enzo Romeo del TG2 che sono andati in onda rompendo l’embargo più attenti ai desiderata dei direttori che al rispetto dei colleghi. E infine Al Jazeera in inglese, che tra l’altro non ha una presenza in Sala Stampa Vaticana e quindi deve essere stata informata da altri, che sabato 6 ottobre ha “rubato” quanche minuto per arrivare prima. Mentre tutti gli altri attendevano la scadenza dell’embargo. Una gravissima mancanza di rispetto dei colleghi, anche abbastanza inutile, visto che nel giro di poco tutto sarebbe stato pubblico. Questo non solo non è giornalismo, non è professionale, non è etico, ma non è nemmeno il minimo della educazione richiesta dal patto sociale. Pacta sunt servanda dicevano i latini. Altrimenti si torna all’ homo homini lupus, si scende nel bestiale. E questa “bestialità” dovrebbe garantirci una informazione migliore? Libera? Oggettiva? Come può il pubblico dei lettori fidarsi di chi agisce in questo modo, tradendo la fiducia altrui? Non è questo in fondo il problema alla base del caso Gabriele? Davvero tradire non è un comportamento da condannare?

Il processo in Vaticano, non solo questione di codici, ma di diritti

Forse per la prima volta in tempi moderni un processo per furto attira tanta attenzione. Il Processo a Paolo Gabriele, accusato di furto aggravato, e a Claudio Sciarpelletti, accusato di favoreggiamento, è sotto i riflettori del mondo. Si celebra nello Stato della Città del Vaticano in un’aula antica e piccolissima. E si celebra con un Codice penale e un Codice di procedura penale la cui ratio giuridica è la più liberale del mondo moderno. Il Codice che chiamiamo Zanardelli e la sua applicazione procedurale realizzata da Ludovico Mortara e definita Finocchiaro Aprile dal nome del ministro che lo approvò, è uno dei testi più interessanti e apprezzati dai giuristi internazionali. E nonostante gli anni può essere usato anche per reati che a fine ‘800 non erano contemplati. Lo stato vaticano che nasceva nel 1929 lo adottò perchè era la normativa vigente in Italia all’epoca, ma soprattutto lo mantenne perchè il Papa non volle adottare il codice firmato dal Guardiasigilli Alfredo Rocco. E non solo perché era un codice nata in un regime autoritario, un codice “fascista”, ma anche perché era il frutto della scuola positivista che, nei primi decenni del XX secolo, aveva attratto giuristi e filosofi.

Benedetto XVI, profeta di pace in Libano

Giovanni Paolo II la annunciava con forza profetica, Benedetto XVI la spiega con intellettuale entusiasmo. Quello che li accomuna è che per entrambi la pace non è una parola, ma una realtà viva. E’ questo che convince i giovani. Quello che dice il Papa ha il suono della realtà. A Beirut i ragazzi di Benedetto del 2012 hanno ascoltato un papa dolce e a tratti commosso, ripetere: “non abbiate paura”. Ma anche metterli in guardia dalla tentazione del facile consumismo, delle amicizie solo virtuali, della cultura della morte. Una pace che significa gioia anche nella sofferenza perché è amore e rispetto. Un messaggio totalmente rivoluzionario quello del Papa, parole pronunciate a pochi chilometri da dove uomini violenti confondevano il “rispetto” con la sopraffazione. Ci voleva coraggio per il Papa ex professore di teologia ad essere un messaggero profetico.

Il Papa in Libano perchè si va dove c’è bisogno

La libertà religiosa è uno dei temi che il Papa ha posto al centro del suo pontificato. Lo ha fatto in Francia, negli Stati Uniti, nei paesi dell’ America Latina e nell’ Occidente secolarizzato. Ma soprattutto lo ha fatto in Libano, nel Medio Oriente dove sembra che religione voglia dire contrasto. Invece Benedetto XVI ha portato due parole: comunione e testimonianza. Cioè dialogo ed identità. Libertà di essere se stessi per i cristiani, ma anche voglia di parlare con l’altro, riscoprire una alterità che serve a costruire una nuova società, quella che dovrebbe poter nascere dalla primavera araba, quella vera, quella che anche i cristiani devono contribuire a costruire per evitare la deriva di una libertà urlata che invece si trasforma in intolleranza. Lo ha detto in aereo il Papa e lo scritto nella Esortazione apostolica post sinodale. Un testo che traccia la linea di azione delle Chiese orientali, che pone la basi di una vera costruzione politica e sociale. Una politica terrena di pace che deve nascere dalla Giustizia in Dio e tra gli uomini. Sana laicità, dice Benedetto XVI nel documento per il Medio Oriente.

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