Le opinioni

Grazie mille!

Chi non comunica non esiste, ma come e cosa comunicare? Quando Korazym è nata come testata giornalistica il panorama informativo on line era molto diverso. L’ informazione istituzionale della Chiesa era appena apparsa in rete, i social praticamente sconosciuti ai più. Oggi tutto è cambiato ed è in rapidissima evoluzione. Il futuro è già passato e dalla rete tutti si aspettano fama e ricchezza. La rete però rimane ancora il mondo delle libertà. Certo servirebbe una legislazione come per la carta stampata, le tv, le radio. C’è sempre il rischio di una certa confusione. Ma c’è anche tanta libertà. E tanta varietà. E, leggendo i giornali, si può dire che il pensiero dell’uomo oggi non si esprime più sui media classici, ma tramite la rete. Eppure la carta stampata è ancora una dei veicoli più importanti della informazione cattolica.

Una Chiesa che “rincorre” perde la profezia

Ubriachi di webmania? Un po’ il rischio c’è. Da quando in Vaticano si sono scoperti i social (con qualche anno di ritardo) sembra che tutto debba essere fatto solo per via informatica. Ovvio, scontato che si debba usare la rete per entrare in contatto con il mondo. Anche perché la rete è un luogo più che un mezzo. E proprio per questo bisogna capirne a fondo le logiche, anche le regole, che non dovrebbero essere dettate dall’alto, ma devono formarsi dal basso. Questa la sfida che deve affrontare la Chiesa quando entra nella piazza mediatica. Aiutare gli abitanti della rete a creare la loro costituzione, che magari sia meglio di quella europea nata e morta perché nessuno voleva accettare le radici cristiane della nostra cultura.

Bagnasco: vogliamo far risuonare le parole di Gesù Cristo

“Se stasera o domani nell’opinione pubblica echeggeranno solo alcune delle nostre parole, e non precisamente queste, forse perché ritenute ovvie, di maniera, persino scontate, si sappia però che è Gesù Cristo che noi vogliamo porgere, il Suo nome far risuonare”. Angelo Bagnasco, cardinale di Genova, presidente della CEI lo dice subito, lo dice davanti ai vescovi dell’ Assemblea permanente riuniti in consiglio, lo dice davanti a telecamere e giornalisti che attendono inutilmente una parola sulle elezioni italiane. Ovviamente non c’è una indicazione di voto nel discorso del Presidente dei vescovi. Non partitica almeno. Ma c’è molto di più. Si sarà ovvio, di maniera e scontato, ma c’è il Vangelo nelle parole dei vescovi italiani. Ricordo che da ragazzina qualcuno mi disse: il rischio della Chiesa oggi è che spenga la dinamite del Vangelo affondandola nell’acqua santa. Ecco contro questo deve lottare la Chiesa, e tutti i cristiani oggi, quello dell’abitudine e della noia. Chi cerca il metodo per essere nella società lo trova in Gesù.

Comunicazione vaticana, chi la dirige?

Per prima cosa auguri ai due colleghi ed amici. Angelo Scelzo e Dario EdoardoViganò nominati dal Papa il primo per un incarico nuovo come vice direttore della Sala Stampa per gli accreditamenti e il secondo come direttore del Centro Televisivo Vaticano. E poi proviamo a capire che cosa significano queste novità per la comunicazione vaticana. Non che sia facile, considerando che da quando a luglio scorso è stato creato un nuovo ruolo in Segreteria di Stato, quello del consulente mediatico, ed è stato affidato ad un giornalista americano dell’ Opus Dei, sembra che la situazione mediatica sia certo in stato di ebollizione, ma il “piano editoriale” rimane piuttosto fumoso.

Non una unione come tante, ma un matrimonio: ebrei e cristiani insieme per salvarlo

Un fiume di persone in bianco rosa e celeste per le strade di Parigi. Ma anche centinai in giro per l’ Europa davanti alle Ambasciate francesi, come a Roma a Piazza Farnese. Qualche centinaio di mamme, papà con i loro figli per mano che chiedevano una sola cosa: il matrimonio non è una unione come tante, ma una realtà fondata su principi precisi. E questi principi sono condivisi dalle religioni che si basano sul diritto naturale.

Il Papa ne ha parlato alla Curia romana in occasione degli auguri di Natale. E ha citato proprio lui, il Gran Rabbino di Francia Gilles Bernheim che qualche tempo fa ha inviato al presidente Francese Hollande e a tutti i ministri Francesi un lungo e dattagliato documenti, non tanti di “proptesta”, ma di spiegazione. “Matrimonio omosessuale, omogenitorialità ed adozione”, ha fatto  il giro del mondo. Il Rabbino si presenta come “il referente e il portavoce dell’ebraismo francese nella sua dimensione religiosa. La mia posizione riflette la solidarietà che mi lega alla comunità nazionale cui appartengo”. Grazie al sito di Religions for Peace pubblichiamo la  traduzione italiana dell’ultimo capitolo: “La visione biblica della complementarietà uomo-donna”.

La Bibbia è il testo che unisce Cristiani ed Ebrei, e ci sembrava bello pubblicare un testo di un Rabbino in questa settimana in cui si celebra la Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei il 17 gennaio. Il tema comune proposto quest’anno è una riflessione sul  settimo Comandamento: non commettere adulterio. I Comandamenti sono le “dieci parole” faro e  norma di vita nella giustizia e nell’amore come ha ricordato Benedetto XVI nella sua visita alla Sinagoga di Roma nel 2010.

L’alfabeto del 2012. Un anno con Benedetto XVI

Molti lo chiamano l’anno di Vatileaks. Un po’ come il 2010 è stato chiamato l’anno degli scandali di pedofilia da parte dei sacerdoti (e un destino analogo era stato riservato al 2002). Questo però significa ridurre un anno ad un episodio. Guardare un punto nero in un foglio completamente bianco. I punti neri ci sono, ed è inutile negarli. Ma un anno non si misura dalla quantità di cose negative. Per comprendere un anno, si devono riannodare i fili, allargare gli orizzonti, esplorare i temi affrontati. Perché un anno con Benedetto XVI è qualcosa di profondo, come profondo è questo Papa; è  un anno in cui la fede si sposa con la ragione; e in cui succedono molte altre cose. Questo anno, in particolare, è stato l’anno in cui è iniziato l’Anno della Fede. Ma è stato anche un anno caratterizzato dall’Amore, dalla Guarigione, dalla Parola. E anche di cose concrete, come il Concistoro e Vatileaks. Proviamo allora a riannodare i fili del 2012 di Benedetto XVI, seguendo le lettere dell’alfabeto. E, in questa panoramica (che come tutte le panoramiche è solo una selezione ragionata di ciò che è successo nell’anno) andiamo a rivedere quello che è stato scritto su korazym.org. Ad maiora!

Te Deum, un anno nella Chiesa per dire grazie

Te Deum laudamus. Una frase che ripetiamo un po’ stancamente alla fine di ogni anno.

Davvero sappiamo ringraziare Dio per quello che è successo nei dodici mesi che sono preceduti? Per i giornalisti è tempo di bilanci. Per i vaticanisti in particolare il pensiero corre ai grandi eventi ecclesiali. Siamo nell’ Anno della Fede voluto da Benedetto XVI questo è certamente il fatto ecclesiale, che riguarda la vita della Chiesa, più significativo. Un evento che ne comprende altri. In primo luogo i 50 anni dall’ apertura del Concilio ecumenico vaticano II croce e delizia di teologi, liturgisti, politici e fedeli. Un Concilio fin troppo strapazzato e sventolato e forse troppo poco studiato. Per questo l’ Anno della Fede è una grande opportunità.

E poi la Nuova evangelizzazione. Quella che, ha ricordato il Papa, non si basa tanto sugli “effetti speciali” delle nuove tecnologie, ma sulla comunione con Dio. Quel Dio che l’uomo ha il potere di “chiudere fuori” dalla sua vita.

La premura dei pastori per le cose che riguardano Dio

I pastori conoscono l’identità di quel Bambino, l’Angelo aveva parlato loro chiaramente: «Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore… troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia» (Lc 2,11-12). Essi, dunque, si muovono verso Gesù, e la loro condizione, fondamentalmente povera, sembra essere un privilegio di fronte a tutto il mondo. Paul Claudel osservava: “Essi sono così poveri, che il buon Dio non se ne accorge nemmeno. E il Figlio suo si sente subito a casa sua, quando è in loro compagnia”. L’estrema povertà di quest’ultimi si rivela, in definitiva, una vera e propria fortuna; scriverà allora il Manzoni: “Senza indugiar, cercarono / l’albergo poveretto / què fortunati, e videro, / siccome a lor fu detto, / videro in panni avvolto, / in un presepe accolto, / vagire il Re del Ciel”.

I pastori – ricorda l’Evangelista Luca – «Andarono, senza indugio» (Lc 2, 16), si affrettarono, scrive Papa Benedetto XVI, nel suo ultimo libro, L’infanzia di Gesù, “i pastori s’affrettarono certamente anche per curiosità umana, per vedere la cosa grande che era stata loro annunciata. Ma sicuramente erano anche pieni di slancio a causa della gioia per il fatto che era veramente nato il Salvatore, il Messia, il Signore, di cui tutto era in attesa e che essi avevano potuto vedere per primi”.

“Quali cristiani – prosegue il Pontefice regalandoci una preziosa e attualissima provocazione – s’affrettano oggi quando si tratta delle cose di Dio? Se qualcosa merita fretta – questo forse vuole anche dirci tacitamente l’evangelista – sono proprio le cose di Dio”. «Abbi premura di queste cose, – scrive San Paolo nella prima Lettera a Timoteo – dèdicati ad esse interamente» (1Tm 4, 15).

 

Sciogliere i nodi. I temi del messaggio per la Giornata Mondiale della Pace.

La fame nel mondo

Le sfide dell’operatore di pace oggi sono moltissime. Si parla spesso della crisi finanziaria, e pochissimo della crisi alimentare. Eppure, i dati divulgati di recente dalla FAO sono eloquenti: sono 870 milioni di persone a patire la fame nel mondo, e si trovano soprattutto in Africa e in Medio Oriente. Il tema, afferma il Papa, deve essere “centrale nell’agenda politica internazionale, a causa di crisi connesse, tra l’altro, alle oscillazioni repentine dei prezzi delle materie prime agricole, a comportamenti irresponsabili da parte di taluni operatori economici, e a un insufficiente controllo da parte dei governi e della Comunità internazionale”.

La denuncia del Papa è suffragata da dati che nel testo del messaggio non ci sono, ma che sono – si potrebbe dire – l’architettura su cui si basa l’appello del Papa. E,a scorrere i dati, si scopre che i prezzi di molte materie prime agricole sono pericolosamente vicini al livelli del 2008 quando rivolte per il pane scoppiarono in una trentina di Paesi.  Eppure, avverte un’altra agenzia delle Nazioni Unite, l’UNCTAD , se i prezzi sono così volatili tanto da rendere difficile programmare gli investimenti in agricoltura, questo è soprattutto a causa della finanza, dove lo scambio di derivati sulle materie prime oggi è di circa 20-30 volte più ampio del mercato reale. Ma anche gli investimenti in aeree agricole in Paesi in via di sviluppo – sono dati Oxfam – sono cresciuti del 200 per cento nel 2008, e il 60 per cento di queste acquisizioni sono avvenute in Paesi dove si soffre la fame. Quegli ettari sarebbero bastati a sfamare un miliardo di persone. Sono stati usati per coltivare agro carburanti. Oppure per produrre le “ecologiche” buste con plastica derivata dal mais.

Quale la soluzione per fronteggiare la crisi alimentare? “Operare insieme in spirito di solidarietà, dal livello locale a quello internazionale, con l’obiettivo di mettere gli agricoltori, in particolare nelle piccole realtà rurali, in condizione di poter svolgere la loro attività in modo dignitoso e sostenibile dal punto di vista sociale, ambientale ed economico”.

La crisi economico finanziaria

Un principio di sussidiarietà con il quale affrontare anche la crisi economica. “Le ideologie del liberismo radicale e della tecnocrazia – si legge nel messaggio – insinuano il convincimento che la crescita economica sia da conseguire anche a prezzo dell’erosione della funzione sociale dello Stato e delle reti di solidarietà della società civile, nonché dei diritti e dei doveri sociali”. E tra i diritti e doveri sociali “maggiormente minacciati” c’è – si legge nel messaggio – il diritto al lavoro. Il Papa più volte ha parlato del diritto al lavoro, esprimendo solidarietà verso quanti non avevano un lavoro che permettesse loro almeno la sussistenza. Senza lavoro non si può costruire il futuro, nemmeno una famiglia. Ma la denuncia del messaggio guarda forse anche oltre, alla Cina – dove i diritti sociali sembrano essere un’utopia – e all’Europa in crisi economica e di identità, dove si riducono i diritti sociali perché non ci sono le risorse. “Sempre più – si legge nel messaggio – il lavoro e il giusto riconoscimento dello statuto giuridico dei lavoratori non vengono adeguatamente valorizzati, perché lo sviluppo economico dipenderebbe soprattutto dalla piena libertà dei mercati”. Si deve raggiungere l’obiettivo dell’accesso al lavoro e del suo mantenimento per tutti, come delineato dalla Caritas in Veritate. E nel frattempo, c’è bisogno di “una rinnovata considerazione del lavoro, basata su principi etici e valori fondamentali, che ne irrobustisca la concezione come bene fondamentale per la persona, la famiglia, la società”.

Una nuova evangelizzazione sociale

Quello di cui parla il messaggio è in fondo una nuova evangelizzazione sociale. Una evangelizzazione che parte da un presupposto: “Veri operatori di pace sono colo che amano, promuovono, difendono la vita umana in tutte le sue dimensioni: personale, comunitaria e trascendente”. Sostenere la liberalizzazione dell’aborto significa “non apprezzare a sufficienza” la vita umana. E quanti lo sostengono “non si rendono conto che in tal modo propongono l’inseguimento di una pace illusoria. La fuga dalle responsabilità, che svilisce la persona umana, e tanto più l’uccisione di un essere inerme e innocente non può mai produrre felicità”. In fondo – spiega il Papa – non si possono realizzare pace, sviluppo integrale dei popoli, persino la salvaguardia del creato, se “non viene creato il diritto dei più deboli”. Perché “ogni lesione della vita, specie nella suo origine, provoca inevitabilmente danni irreparabili allo sviluppo, alla pace all’ambiente”.

La difesa della vita

La denuncia del Papa punta ancora più in alto. Dice che “non è giusto codificare in maniera subdola falsi diritti o arbitri, basati su una visione riduttiva e relativistica dell’essere umano e sull’abile utilizzo di espressioni ambigue, volte a favorire un preteso diritto all’aborto e all’eutanasia, minacciando il diritto fondamentale alla vita”. Il riferimento – nemmeno tanto velato – è anche alla risoluzione “Mortalità e morbilità materna prevedibile e i diritti umani”, adottata il 21 settembre 2012 dal Consiglio dei Diritti dell’Uomo presso le Nazioni Unite, che apre in maniera subdola a un nuovo “diritto all’aborto”.

Ed è tutto un dizionario delle Nazioni Unite a dover essere cambiato. Lo aveva denunciato anche Silvano Maria Tomasi, osservatore della Santa Sede all’Onu di Ginevra, perché il cambio di dizionario – che data più o meno all’epoca della rivoluzione sessuale – aveva fatto sparire non solo il termine aborto – sostituito dai più neutri diritti alla salute riproduttiva -, ma anche quello di famiglia dal linguaggio delle Nazioni Unite, portando confini semantici così labili da rischiare di confondere la libertà religiosa con la libertà di espressione o di culto.

Promuovere la libertà religiosa

E allora – dice il Papa – “diventa sempre più importante che [il diritto alla libertà religiosa] sia promosso non solo dal punto di vista negativo, come liberta da (ad esempio, da obblighi e costrizioni circa la libertà di scegliere la propria religionema anche dal punto di vista positivo, nelle sue varie articolazioni, come libertà di: ad esempio, di testimoniare la propria religione, di annunciare e comunicare il suo insegnamento; di compiere attività educative, di beneficenza e di assistenza che permettono di applicare i precetti religiosi; di esistere e agire come organismi sociali, strutturati secondo i principi dottrinari e i fini istituzionali che sono loro propri”.

Una pedagogia della pace

Ma come formare ad una cultura della pace? La cellula fondamentale è la famiglia, che ha “una naturale vocazione a promuovere la vita” perché “accompagna le persone nella loro crescita e la sollecita al mutuo potenziamento mediante la cura vicendevole” . Ma c’è bisogno anche delle istituzioni culturali, scolastiche e universitarie, alle quali “è richiesto un notevole contributo non solo alla formazione di nuove generazioni di leader, ma anche al rinnovamento delle istituzioni pubbliche, nazionali e internazionali”. La loro ricerca può anche “contribuire ad una riflessione scientifica che radichi le attività economiche e finanziarie in un solido fondamento antropologico ed etico”. Un tema che Benedetto XVI ha sviluppato nel discorso di ieri a sei nuovi ambasciatori accreditati presso la Santa Sede.

C’è bisogno, insomma, di “una pedagogia della pace”, che sia fatta anche di stili di vita e atteggiamenti appropriati, perché “le opere di pace concorrono a realizzare il bene comune e creano l’interessa per la pace, educando ad essa”. Un lavoro lento, ma che alla fine permette “di rinunciare alla falsa pace che promettono gli idoli di questo mondo e ai pericoli che la accompagnano, a quella falsa pace che rende le coscienze sempre più insensibili, che porta verso il ripiegamento su se stessi”. Invece, la pedagogia della pace implica “azione, compassione, solidarietà, coraggio e perseveranza”. In fondo, si tratta di portare a compimento le beatitudini. Che – ammonisce Benedetto XVI sin dall’inizio del messaggio – sono promesse, non sono solo raccomandazioni morali.

Don Georg, un segretario “particolare”

Da qualche tempo don Georg era più tranquillo. Nelle occasioni pubbliche si notava che dopo la bufera iniziata a fine maggio per le vicende legate alla fuga di documenti dalla segreteria del Papa, al monsignore finalmente era tornato il sorriso. Non è certo stato facile per il primo segretario del Papa affrontare il fango che sul suo lavoro aveva gettato la vicenda “vatileaks”. Ora la nomina ad arcivescovo (tra l’altro con l’ex titolo del cardinale Bertello, Urbisaglia in provincia di Macerata) e Prefetto della Casa Pontificia lo rende ancora più saldamente vicino a Benedetto XVI. A dispetto di chi da tempo lo voleva in partenza per qualche diocesi tedesca. In effetti della nomina si cominciò a parlare proprio in primavera. Ad aprile in Vaticano si parlava di questa come imminente, forse per fine giugno. Poi è successo quello che è successo.

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