Il Convegno “San Gennaro a Montecassino” presso la Real Cappella del Tesoro di San Gennaro in Napoli

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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 13.11.2023 – Vik van Brantegem] – La Deputazione della Real Cappella del Tesoro di San Gennaro e l’Abbazia di Montecassino, per ricordare il trasferimento del Tesoro di San Gennaro nella Seconda Guerra Mondiale, hanno organizzato un convegno San Gennaro a Montecassino, che si svolgerà alle ore 10.30 di sabato 18 novembre 2023 presso la Real Cappella del Tesoro di San Gennaro in via Duomo 149 a Napoli.

Dopo il saluti di benvenuto di S.E. il Duca Don Riccardo Carafa d’Andria della Stadera, Vice Presidente della Deputazione della Real Cappella del Tesoro di San Gennaro, introducono i lavori Mons. Vincenzo De Gregorio, Abate Prelato della Real Cappella del Tesoro di San Gennaro e Dom Luca Fallica, OSB, Abate di Montecassino.

Seguiranno gli interventi di Alessandra Rullo del Museo e Real Bosco di Capodimonte sul tema La salvaguardia dei beni culturali a Napoli prima e durante il secondo conflitto mondiale, di Laura Giusti del Museo del Tesoro di San Gennaro sul tema Il ricovero del Tesoro di San Gennaro a Montecassino e di Gaetano de Angelis Curtis dell’Università degli Studi di Cassino sul tema I beni culturali a Montecassino: proprietà, deposito, prelievo, riconsegna, recupero.

Modera e conclude Mons. Doriano Vincenzo De Luca.

Letture di testi scelti a cura di Bruno Tammaro Iannelli.

Seguirà la visita guidata al Museo del Tesoro di San Gennaro. Il Museo, che si trova accanto al Duomo e alla Cappella del Tesoro, con un’area museale di oltre settecento metri quadrati, è stato aperto al pubblico nel dicembre 2003 grazie ad un progetto finanziato da aziende private, da fondi europei e dalle istituzioni locali, su proposta della Deputazione della Real Cappella del Tesoro, antica istituzione laica fondata nel 1601.

Ottant’anni fa, il 26 maggio 1943, il Principe Don Stefano Colonna di Paliano, Vice Presidente della Deputazione della Real Cappella del Tesoro di San Gennaro, consegnò in gran segreto a Dom Gregorio Diamare, Abate di Montecassino, tre casse in legno d’abete sigillate e piombate con filo zincato, con gli arredi sacri di maggior valore del Tesoro di San Gennaro.

A Napoli le operazioni dell’aviazione alleata stavano rendendo la situazione sempre più critica giorno dopo giorno. Napoli era tra le grandi città italiane quella che è stata maggiormente bombardata. Da Napoli la popolazione fugge e gran parte di essa giunge nel Cassinate. A Napoli erano convinti che le tre casse sarebbero stato al sicuro a Montecassino. Nella tarda primavera del 1943 nessuno poteva immaginare quale valanga di fuoco si sarebbe abbattuta a partire dal 10 settembre successivo che portò alla totale distruzione del millenario monastero benedettino, di Cassino e di altre quattro città limitrofe. Ma il 26 maggio 1943 nessuno poteva immaginare cosa stava per accadere e Montecassino sembrava una retrovia sicura e quindi Don Stefano Colonna chiede a Dom Gregorio Diamare di voler custodire le tre casse gli arredi.

In un primo momento si era pensato a traferire le tre casse in un santuario, convento o monastero dell’Italia centro-settentrionale, oppure all’Abazia di Montevergine in provincia di Avellino, dove già era stata consegnata in segreto all’Abate Dom Giuseppe Ramiro Marcone già la Sacra Sindone, spostata da Torino l’8 settembre 1939, una settimana dopo lo scoppio della Seconda guerra mondiale e con l’Italia ancora al di fuori del conflitto bellico.

Invece, la Deputazione della Real Cappella del Tesoro di San Gennaro aveva deciso per l’Abbazia di Montecassino perché ritenuta meno esposta al pericolo di bombardamenti, ma soprattutto per la fiducia nell’Ordine benedettino e nell’Abate, originario di Napoli, legato a San Gennaro da vincoli di cittadinanza, che quindi ben conosceva il significato di San Gennaro e del suo Tesoro per la popolazione partenopea.

In ottobre 1943 la Divisione Göring trasportò a Roma i beni di proprietà dell’Abbazia di Montecassino tra cui si trovavano anche le tre casse del Tesoro di San Gennaro, insieme a diversi monaci, tra cui Dom Tommaso Leccisotto, e molti sfollati. Giunsero al Monastero di Sant’Anselmo sull’Aventino. Poi, il 7 dicembre 1943 le tre casse furono trasportate in Vaticano.

Nell’estate del 1944, dopo la liberazione di Roma, le tre casse tornarono dal Vaticano al Sant’Anselmo. I monaci benedettini avvertirono la Deputazione della Real Cappella di San Gennaro e sollecitarono il recupero, anche per il timore delle dimostrazioni popolari a Roma. Ma anche a Napoli la situazione sociale era molto tesa, per cui trascorrevano ancora quasi tre anni prima che  il 26 gennaio 1947 Don Stefano Colonna di Paliano recuperava le tre a Sant’Anselmo e le riportò nella Cappella del Tesoro, con la scorta di Giuseppe Navarra, detto “il re di Poggioreale”.

San Gennaro a Montecassino. Come fu salvato il Tesoro nella Seconda guerra mondiale (2017, 98 pagine) di Nando Tasciotti [QUI].
Un principe, un abate, un monaco e un “re di Poggioreale”: la loro abilità consente di ammirare ancora oggi, a Napoli, i principali capolavori orafi di uno dei Tesori più ricchi al mondo. Questo libro ricostruisce la rocambolesca storia di tre piccole casse che nascondevano la meravigliosa collana, la preziosissima mitra e vari calici dorati e gemmati del Tesoro di San Gennaro. È una storia che si intreccia con la “battaglia di Cassino”, una delle più lunghe della Seconda Guerra Mondiale, caratterizzata dal bombardamento aereo dell’abbazia di Montecassino (15 febbraio 1944): un “tragico errore” degli Alleati Anglo-Americani, con responsabilità anche dei Tedeschi. Perché quelle tre casse, a maggio ’43, furono portate in quell’antico monastero benedettino? Come riuscirono, i monaci, a nasconderle ai tedeschi tra pergamene, codici miniati e reliquie e a farle arrivare a Roma – a ottobre di quello stesso anno – proprio con un loro camion? Perché il Papa, Pio XII, inizialmente non le voleva in Vaticano? Perché, infine, per riportarle a Napoli, nel 1947, si fece ricorso alla scorta di un “guappo” autoproclamatosi “re di Poggioreale”?

Tutta questa storia nella storia si era svolta all’insaputa dei napoletani, da sempre i veri custodi di questi capolavori del Tesoro di San Gennaro. Rappresentano uno dei più importanti e ricchi tesori d’arte orafa al mondo, superiore a quello della Corona d’Inghilterra, andatosi formando nel corso di sette secoli, attraverso le donazioni di papi, imperatori, re, uomini illustri e persone comuni. Soprattutto rappresentano la straordinaria storia di un culto, una città, un popolo, che à stata portata alla luce e all’ammirazione del pubblico solo da vent’anni con l’apertura del Museo del Tesoro di San Gennaro.

Per comprendere la bellezza del leggendario Tesoro di San Gennaro bisogna partire dal culto di San Gennaro e dalla sua storia, spesso in bilico tra devozione e pregiudizio, fede e incredulità, legata indissolubilmente a quella della città partenopea, fino a una identificazione tra il santo protettore e le pulsioni psicologiche di un popolo periodicamente minacciato da catastrofi naturali ed eventi storici. Questa fede e il determinante ruolo della Real Deputazione, l’antica istituzione laica sorta con il voto della città il 13 gennaio 1527, sono stati capaci non solo di custodire, ma anche di commissionare e di guidare le scelte pretendendo il meglio che la produzione artistica offrisse e da cui si è formato il Tesoro di San Gennaro, tra cui i tre più preziosi capolavori: la Collana di San Gennaro, la Mitra e il corredo originale dell’Insigne e Reale Ordine di San Gennaro.

La Collana di San Gennaro, in oro, argento e pietre preziose, è uno dei gioielli più preziosi esistenti al mondo e la sua storia si intreccia indissolubilmente con il percorso della costante devozione tributata al Santo dalla città e dai regnanti nel corso dei secoli. Nel 1679 i Deputati decisero di utilizzare alcune gioie (tredici grosse maglie in oro massiccio al quale sono appese croci tempestate di zaffiri e smeraldi) per creare un magnifico ornamento per il busto, dando mandato a Michele Dato, cui si affiancarono altri artigiani, per consentire la realizzazione di un pezzo così impegnativo nell’arco di soli cinque mesi.

Attualmente la Collana, realizzata tra il 1679 ed il 1929 (circa 250 anni), comprende anche altri gioielli di diversa fattura e datazione e di provenienze illustri: una croce donata nel 1734 dal Re Carlo III di Borbone, una croce offerta dalla Regina Maria Amalia di Sassonia, una ciappa in tre pezzi con diamanti e smeraldi, una croce di diamanti e zaffiri del 1775 donata da Maria Carolina d’Austria, una spilla a forma di mezza luna del 1799 donata dalla Duchessa di Casacalenda, una croce e una spilla in diamanti e crisoliti offerte da Vittorio Emanuele II di Savoia e altri oggetti ancora. L’ultimo dono fu un anello dato nel 1929 da Maria José, ultima Regina d’Italia.

La Mitra, di cui nel 2013 si è celebrato il 300° anniversario della realizzazione, venne commissionata dalla Deputazione per essere indossata dal busto durante la processione in occasione dei festeggiamenti nell’aprile del 1713. Vede la luce nell’Antico Borgo Orefici, voluto dai sovrani angioini, una vera fucina di talenti, fra cui l’autore: il maestro orafo Matteo Treglia. Il valore della mitra è enorme, sia per quanto concerne la materialità dell’oggetto, sia per la forte simbologia di cui è intrisa.

La Mitra, in argento dorato, con un peso complessivo di 18 kg, è ornata da 3.964 pietre preziose, tra cui 3.326 diamanti, 164 rubini, 198 smeraldi e 2 granati, secondo una tradizione di costruzione di oggetti ecclesiastici legata alla simbologia delle pietre: lo smeraldo rappresentava l’unione della sacralità del Santo con l’emblema dell’eternità e del potere, i rubini il sangue dei martiri e i diamanti il simbolo della fede inattaccabile. La Mitra è completata da due infule decorate con due incisioni dell’ampolla di San Gennaro.

La spilla, la placca ed il mantello tempestato di gemme di smalti, pietre preziose e decorazioni raffiguranti il giglio dei Borbone, facenti parte del corredo originale dell’Insigne e Reale Ordine di San Gennaro, fondato nel 1738 da Carlo III di Borbone.

Del Tesoro di San Gennaro fanno parte anche altri numerosi doni da parte di importanti personalità:

  • un calice in oro del 1860 donato dal Servo di Dio Francesco II di Borbone, l’ultimo Re delle Due Sicilie, che fu l’ultimo dono dei Borbone delle Due Sicilie al tesoro del santo;
  • una croce episcopale in oro, smeraldi e diamanti donata da Umberto I e Margherita di Savoia come segno di ringraziamento per essersi salvati da un attentato nel 1878;
  • una pisside d’oro, corallo e malachite donata da Umberto II di Savoia, ultimo Re d’Italia, al suo arrivo in città nel 1931, appositamente commissionata alla famiglia Ascione di Torre del Greco, detentori del brevetto di fornitori ufficiali della Real Casa di Savoia.

All’interno del Museo del Tesoro è custodita anche una collezione degli argenti (circa 70 pezzi) che, abbracciando un arco di tempo che va dal 1305 all’età contemporanea, si presenta intatta non avendo mai subito manomissioni a causa di furti ed è per la quasi totalità opera di maestri della scuola napoletana.

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