I limiti della sinodalità di Papa Francesco

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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 23.10.2023 – Andrea Gagliarducci] – Il cambiamento dell’ultimo minuto nel calendario dell’Assemblea sinodale ha mostrato un vantaggio e un limite della sinodalità. Il vantaggio è che l’ascolto porta anche a cambiare decisioni e a ridefinire quanto pianificato. Il limite è che in questo modo non sembrano esserci, né possono esserci, progetti a lungo termine. Tutto invece resta provvisorio, istantaneo, indefinito, e solo una persona di una gerarchia più alta può davvero ristabilire l’ordine. Così, mentre tutti si ascoltano, il Papa, e lui solo, può prendere decisioni, riportando tutto a sé.

In effetti, questo è ciò che Papa Francesco ha sempre fatto fino ad oggi. Il Consiglio dei Cardinali si è riunito spesso, ma il Papa prendeva decisioni di riforma prima delle riunioni, dove le presentava a posteriori, o anche all’improvviso, come quando a sorpresa pubblicò il testo della Costituzione apostolica Praedicate Evangelium.

E, in effetti, si tratta di uno stile di governo sperimentato anche nel Concistoro del 2022. Per la prima volta dall’inizio del pontificato, Papa Francesco ha voluto che i cardinali si incontrassero per discutere tra loro, e la discussione riguardava la riforma della Curia. Ma i cardinali non potevano parlare nelle Congregazioni generali. Erano divisi in gruppi linguistici. Alcuni sono stati costretti a rinunciare a tenere loro discorsi.

La metodologia di questo Sinodo è simile. I Padri sinodali vengono subito divisi in circoli più piccoli, in gruppi di 11 o 12 persone. Ogni cerchio, però, tratta solo uno dei “sottotemi” dei moduli in cui è stata divisa scolasticamente la discussione, e passando al modulo successivo si tratterà di un solo modulo, e così via. In effetti, nessuno ha realmente una visione globale del dibattito, ma ognuno ha una visione di una parte particolare del dibattito che ha avuto luogo nel suo ambiente.

Certo, il Papa è sempre al centro, ma il punto è proprio questo: il Papa non deve essere parte del processo sinodale, ma anzi è chiamato a garantire l’unità. L’unità si realizza quando tutti hanno una visione completa, e non parziale, dei dibattiti.

Questa situazione consente, in qualche modo, la formazione di lobby comunicative organizzate, che tendono a manipolare le situazioni a proprio vantaggio. La campagna per l’inclusione LGBT ha beneficiato della notizia dell’incontro del Papa con il cofondatore e lo staff di New Ways Ministry, la campagna per una “struttura più sinodale della Chiesa”, portata avanti da giornalisti dei progressisti tedeschi e latinoamericani che sostengono una riforma della Chiesa anche in termini di democratizzazione, e così via. Tutti possono dire qualcosa sul Sinodo perché il Sinodo su comunione, missione e partecipazione è nato senza una direzione, ma con il chiaro intento di far parlare tutti.

No, non è un talk show, né un Parlamento – lo ripete sempre il Prefetto del Dicastero per la Comunicazione, Paolo Ruffini – ma l’impressione che si ottiene è proprio quella di un luogo dove si discute senza decidere. Il Sinodo, infatti, non avrà potere decisionale, ma solo potere consultivo.

Cosa vuole allora il Papa? Riunire un grande Parlamento e poi prendere le proprie decisioni, e allo stesso tempo dare l’impressione che tutto sia cambiato?

La domanda è legittima, se si considera che lo stesso Papa Francesco ha affermato che la “sinodalità” (o “vita della Chiesa”, come preferisce chiamarla la Segreteria Generale del Sinodo) è stato solo il secondo tema scelto per il Sinodo, poiché la prima era la questione del sacerdozio.

Perché, allora, Papa Francesco ha scelto di discutere di sinodalità? Anche questa è una domanda legittima. La presunta apertura di questo incontro sinodale, che però in qualche modo comprende una selezionata élite della Chiesa, dà a molti l’impressione di poter partecipare per la prima volta alle decisioni della Chiesa. Ma questo aspetto, che viene fortemente sottolineato, porta già con sé alcuni problemi.

La Chiesa, infatti, non è una struttura democratica, dove tutti devono avere voce e dove chi ha voce deve sentirsi soddisfatto. Non è un luogo in cui pensare di acquisire parti di potere e responsabilità. È piuttosto un’assemblea in cui si serve, e si serve secondo le proprie capacità, senza distinzione di sesso, razza e sessualità.

La crisi di fondo dietro questo Sinodo è una crisi di fede, che comporta una crisi culturale. In pratica, il dibattito sinodale è arrivato al paradosso positivista: tutto viene analizzato pezzo per pezzo, ma poi si perde la visione d’insieme e si rischia di causare danni. Prima l’idea era quella di fare un’analisi globale e poi entrare nei dettagli.

Con il Concilio Vaticano II abbiamo cercato di partire dal particolare per arrivare all’universale, e le costituzioni conciliari sono un vero gioiello in questo senso. Ma sono un gioiello perché il particolare diventa immancabilmente universale, non viceversa, e lo è diventato con il sostegno di un progetto culturale che ora sembra mancare.

Cosa fai, infatti, quando hai più opinioni che idee? Vengono scelti argomenti popolari e populisti, come l’accoglienza dei migranti, la questione della comunione ai divorziati risposati, l’idea di un cambiamento della dottrina, anche se questo cambiamento non dovesse mai arrivare.

La cultura, invece, permette il buon senso nel dibattito, ma anche una comprensione contestualizzata dei fatti. Non evita le divisioni, ma permette alle divisioni di assorbirsi e comprendersi a vicenda. La cultura è sinodale.

È una crisi di fede, che nasce dal fatto che la fede cattolica non è conosciuta se non per tradizione o pregiudizio.
È una crisi di fede, che colpisce i sacerdoti, e di conseguenza i vescovi.
È una crisi di fede, quella che si registra nei dati sulla frequenza alla Santa Messa – sempre più bassi, segno anche di una scarsa cura liturgica.

La sinodalità, però, non si concede tempo per la costruzione culturale. Ossessionato dalla risposta al qui e ora, il Sinodo si ritrova a discutere diversi temi e a dover coinvolgere tutti, modificando al contempo il calendario per dare maggiore discernimento ai Padri sinodali. Oppure è necessario il discernimento da parte della Segreteria Generale del Sinodo?

La sinodalità è un limite, e praticata in questo modo ha un limite ancora maggiore. C’è una forte frammentazione, e questo può davvero portare a una Chiesa che si ripiega su se stessa e su pochi grandi temi, perdendo di vista il dibattito comune.

Eppure, ora è il momento di ricostruire. Non dal Sinodo, probabilmente, perché quella del Sinodo rischia di diventare una dittatura della maggioranza. Ma dobbiamo ancora ricostruire. D’altra parte, l’Apocalisse si chiedeva: “Quando il Figlio dell’Uomo ritornerà, troverà la fede su questa terra?”

Questo articolo nella nostra traduzione italiana è stato pubblicato oggi dall’autore in inglese sul suo blog Monday Vatican [QUI].

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