Alla Fondazione Oasis si ragiona sulle migrazioni

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“Il dibattito politico sulle migrazioni ha un andamento altalenante, si anima nelle emergenze per poi eclissarsi. Occorre cambiare rotta considerando tutte le implicazioni del fenomeno che oggi non è più emergenziale”: così il card. Angelo Scola ha introdotto, giovedì 28 settembre, il convegno ‘Cambiare rotta. I migranti e l’Europa’, promosso dalla Fondazione Internazionale Oasis e svoltosi all’Università Cattolica a Milano.

Ed ha ripreso il significato di accoglienza: “L’ospitalità non può tuttavia essere ridotta alla mera dimensione umanitaria, per quanto decisiva. Sin dall’inizio del suo pontificato, papa Francesco ci ha più volte richiamati alle nostre responsabilità di fronte all’immane tragedia delle migliaia di persone che annegano nel Mediterraneo.

Ma i suoi appelli sono sempre stati accompagnati da un’indicazione di cui non abbiamo forse fatto sufficientemente tesoro. Come ha ripetuto in diverse occasioni, e ribadito nell’enciclica ‘Fratelli Tutti’, i nostri sforzi nei confronti delle persone migranti che arrivano si possono riassumere in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e iintegrare”.

E’ un cammino che coinvolge tutti: “E’ un’impresa di alta politica, perché coinvolge la dimensione interna degli Stati e i loro rapporti internazionali; riguarda le istituzioni, ma chiama necessariamente in causa anche la società civile; richiede una grande generosità ma esige allo stesso tempo notevole capacità di discernimento tra un’ampia varietà di situazioni umane, culturali e sociali. Sono certo che questo incontro contribuirà a far emergere le ragioni per accettare di misurarci con generosità, consapevolezza e creatività, con questa grande sfida della nostra epoca”.

La mattinata ha affrontato la questione da diversi punti divista a cominciare dal tema ‘Cristiani e musulmani: affrontiamo insieme la realtà dei migranti’ con il prof. Martino Diez, docente di Lingua e cultura araba in Cattolica e membro della Fondazione Oasis, la giornalista Asmae Dachan e mons. Paolo Martinelli, vicario apostolico dell’Arabia Meridionale, che ha raccontato il suo vicariato: “Il mio punto di vista specifico è quello di un vescovo cattolico, vicario apostolico dell’Arabia meridionale che comprende gli Emirati Arabi Uniti, l’Oman e lo Yemen. Ovviamente si tratta di tre paesi molto diversi tra loro, con politiche migratorie diverse.

La prima cosa che vorrei osservare è che tutti i nostri fedeli (circa 1.000.000 considerando i tre paesi insieme) sono migranti. Nessuno dei cattolici presenti possiede la cittadinanza, eccetto rarissimi casi. Inoltre, devo chiarire subito che non ci è possibile parlare dei cattolici migranti nello Yemen in questo momento. La presenza della Chiesa e dei cristiani è ridotta al minimo. Dopo ormai oltre nove anni di nefasta guerra civile, moltissimi migranti cattolici hanno perso il lavoro e hanno dovuto lasciare il paese.

Sono tuttavia assolutamente degne di nota le due comunità delle Missionarie della Carità di Madre Teresa di Calcutta che – nonostante quattro di loro siano state barbaramente uccise nel 2016 (il Papa le ha chiamate ‘martiri del nostro tempo’) – sono rimaste nel paese e svolgono uno straordinario lavoro di accoglienza di anziani e disabili psicofisici in due case nel Nord dello Yemen, a Sana’a e Holdeida”.

Quindi è una Chiesa delle genti: “Il carattere interculturale della fede si esprime anche nella catechesi per i più giovani. Innanzitutto è commovente vedere il numero elevato di genitori che si offrono come insegnanti volontari, impegnandosi a fare i corsi di formazioni previsti per tutto il vicariato.

Il cammino catechetico per i bambini della prima comunione e per la cresima permette ai ragazzi di imparare a vivere le differenze culturali ed etniche come una ricchezza. La convivenza stretta tra i giovanissimi dona a loro una immagine di Chiesa originariamente mista, meticcia, davvero una Chiesa dalle genti. 

In questo senso possiamo dire che sta nascendo una nuova generazione di fedeli cattolici per i quali (speriamo) abitare la differenza sarà più facile poiché sarà sentita come una realtà familiare: la diversità vissuta nell’unita della Chiesa”.

Ed infine ha raccontato la costruzione della ‘casa abramitica’: “Dal documento di Abu Dhabi sono nate diverse iniziative, tra le quali la nascita della Abrahamic family House, una realtà composta da una Chiesa cattolica, data a Papa Francesco, e dedicata a San Francesco d’Assisi, una Moschea e una Sinagoga.

Si tratta di una realtà significativa che invita i fedeli a pregare nei propri luoghi di culto, evitando ogni forma di sincretismo, ma anche a conoscersi vicendevolmente ed a mettere a tema come le diverse religioni, rifiutando ogni violenza in nome di Dio, possano sostenere lo sviluppo di una società accogliente e solidale, in cui si ricerchi insieme la pace e la giustizia, nella promozione del bene comune per la costruzione di un mondo più fraterno ed umano”.

Nel pomeriggio sono state messe al centro le questioni della geopolitica delle migrazioni: dal Sahel al Mediterraneo; delle migrazioni e lo sviluppo per una partnership paritaria Europa-Africa; da Gheddafi a Saied: l’esternalizzazione della frontiera; Migrazioni, economia e crisi ecologica; Le comunità islamiche e i migranti. Sono intervenuti, tra gli altri, i docenti dell’Ateneo Riccardo Redaelli, Simona Beretta e Laura Zanfrini.

(Foto: Fondazione Oasis)

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