Non bisogna scegliere le catacombe

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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 05.09.2023 – Aurelio Porfiri] – In questi giorni in Italia si è molto parlato di tradizionalismo cattolico per via degli articoli critici sulla Fraternità Sacerdotale San Pio X della studiosa Luisella Scrosati sul seguitissimo giornale online La Nuova Bussola Quotidiana. Le reazioni dei lettori contro questi articoli, reazioni a volte violente, viscerali, hanno fatto comprendere che si è toccato un nervo scoperto e hanno sollecitato molte altre prese di posizione, in favore e contro gli articoli di Luisella Scrosati.

Il discorso poi, molto opportunamente, si è spostato sul tradizionalismo cattolico in generale. Mi piace segnalare un articolo di Don Mattia Tanel Sul catacombalismo tradizionalista [QUI e QUI], sul popolare blog del giornalista Aldo Maria Valli, Duc in altum. In questo articolo il sacerdote descrive cinque modi di essere del catacombalismo tradizionalista e tra l’altro afferma: «La strategia catacombalista, nelle cinque modalità sopra descritte, può accidentalmente raggiungere risultati positivi in settori limitati e per qualche tempo, pur rivelandosi a mio avviso inadeguata e persino dannosa in un’ottica fattuale più ampia. Cosa più grave, è impossibile articolarne una coerente giustificazione sul piano ecclesiologico e teologico-morale. Il discorso cambierebbe (ma solo in parte) se ci trovassimo al cospetto di una persecuzione cruenta da parte di nemici esterni alla Chiesa. Nulla invece può autorizzare un fedele, un sacerdote o un vescovo cattolico a occultare e falsificare programmaticamente se stesso e la propria azione al cospetto della Chiesa, società visibile, e della sua legittima Gerarchia. È la parola con cui Gesù si congeda da Nicodemo: “Chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio” (Gv 3, 21)».

A mio avviso, la riflessione di Don Tanel e di altri è utile per cercare di riflettere sul fenomeno del tradizionalismo cattolico nel modo più oggettivo possibile, cosa non semplice quando ogni discussione viene travisata da animi perennemente esacerbati.

Il mio punto di vista è relativamente semplice. Il tradizionalismo cattolico non esiste, esistono “tradizionalismi cattolici”, spesso divergenti e in contrasto. Questo fenomeno è comprensibile? Certamente, è una reazione alla crisi spaventosa della Chiesa cattolica che, non dimentichiamo, è l’elefante nella camera quando si parla del “problema tradizionalista”.

Anche io convergo che qui non si tratta di una crisi di crescita, ma di ben altro e questo ci dovrebbe tutti allarmare. Il tradizionalismo, paradossalmente, è un distaccarsi per rimanere uniti, cioè una presa di distanza più o meno netta dall’istituzione per come si manifesta oggi per rimanere però ancora più uniti alla stessa ad un livello più alto, il livello soprannaturale. Il tradizionalista vuole essere cattolico malgrado la Chiesa attuale, cattolico vero, senza compromessi con le idee del mondo in mano ai suoi padroni.

Questo problema è spiritualmente lancinante ed è per questo che andrebbe affrontato guardando la vera questione, che non sono i tradizionalisti, ma la situazione che li ha creati. Finché si continuerà ad avere un approccio dogmatico a quello che dogmatico non è (incluso il Concilio) questo problema non potrà essere risolto.

Dall’altra parte, c’è a mio avviso un pericolo, quello di chi, per interessi personali o altro, intende trasformare il tradizionalismo in una casa. No, la tradizione è una casa, non il tradizionalismo. Il tradizionalismo al più è un albergo in cui si sta quando la casa è inagibile, ma non è il luogo in cui si dovrebbe abitare indefinitivamente.

Chi è sanamente tradizionalista vorrebbe soltanto poter essere cattolico insieme alla grande massa dei cattolici, non essere parte di un piccolo gruppo di resistenti. Le catacombe non sono una scelta, ma una necessità, e questa necessità è dolorosa, non qualcosa che ci fa dire “tradizionalista è bello”. Il tradizionalista si “rifugia nel bosco” come diceva il grande scrittore tedesco Ernst Jünger, ma attende di tornare definitivamente alla sua casa, una casa che è sempre nel suo cuore ma che al momento sembra come occupata da forze ostili.

Soprattutto, bisogna ricordare che una delle tentazioni che a volte si osservano in certi gruppi, quelle del culto della catacomba come modo di essere, sono da riprovare. Bisogna stare attenti, che nelle intenzioni giuste di reagire alla crisi della Chiesa non si insinui la smania personale di affermazione e di visibilità, che si può godere coltivando ambienti di tipo più settario che religioso. Purtroppo, quando dico questo so che molti si infastidiscono, ma credo che questa sia una profonda verità che prima si affronta e meglio è.

Dunque, possiamo dire che è bello essere tradizionalisti? Ritenete bello essere in croce? Perché il tradizionalista bene intenzionato (e ce ne sono) è in croce, non può che soffrire nel vedere la Madre Chiesa nelle condizioni attuali e cerca un modo di conservare la santa fede senza perdersi nella follia attuale. Chi è tradizionalista mostra di tenerci alla Chiesa, sono i pochi che hanno scelto di crocifiggersi, piuttosto che l’indifferenza, come migliaia di altri ex cattolici.

Il vero tradizionalista sa che la Chiesa è nelle mani del suo Fondatore. Sa che a Lui è possibile quello che a noi sembra impossibile. Per questo accetta di soffrire per testimoniare e comprende che lui per primo deve lottare contro le tentazioni nefaste, che possono fargli perdere di vista l’unica e sovrana ragione che giustifica la sua battaglia.

Aurelio Porfiri è il curatore del blog Traditio, su tradizione e tradizionalismo [QUI].

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