Un appello al Comandante supremo delle Forze Armate e una “difesa” inaspettata da(e)l “mondo al contrario”

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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 25.08.2023 – Vik van Brantegem] – Il mondo al contrario è al primo posto nella classifica ufficiale dei libri più venduti. Alla fine – dopo lo sdegno, le mille polemiche, gli scontri anche interni alla maggioranza – arriva il dato ufficiale: il libro del Generale Roberto Vannacci è di gran lunga il libro più acquistato d’Italia. Nelle rilevazioni, che comprendono anche le vendite nelle librerie tradizionali, il libro del Generale Vannacci vende quasi il doppio dell’ultima opera firmato da Michela Murgia. Lo certifica la più affidabile delle società di rilevazione del mercato editoriale, la Gfk, che fornisce a varie testate giornalistiche le classifiche settimanali di vendita.

Autopubblicato il 10 agosto 2023 sulla piattaforma Amazon Kindle Direct Publishing [QUI], il libro del Generale Vannacci rimane in cima alla classifica dei più letti in tutte le categorie nella classifica Bestseller di Amazon (in Libri, Saggi, Libertà e sicurezza e Interviste), davanti ad Accabadora di Michela Murgia. È stampato e distribuito dal colosso Amazon, che si ricorda di avere autori, in cambio di una percentuale sulle vendite (non come le case editrici tradizionali che funzionano “al contrario”, è proprio il caso di dirlo, che passano una miseria ai loro autori). Come funziona questo sistema di autopubblicazione su Amazon, ce l’ha spiegato l’amico Mons. Luigi (Gigi) Ginami, che pubblica la collana #VoltiDiSperanza della Fondazione Santina con questa sistema, aumentando i ricavi per le sue opere di beneficenza nel mondo [QUI].

Appello del Generale Laporta al Comandante supremo delle Forze Armate

Il Generale Piero Laporta, nel suo articolo precedente [QUI], esprimendo sentimenti ampiamente diffusi nell’ambito delle Forze Armate, chiedeva al Presidente del Consiglio dei Ministri di sostituire il Ministro della Difesa. Con un nuovo articolo pubblicato oggi, rivolge lo stesso appello al Presidente della Repubblica, nella sua qualità di Comandante supremo delle Forze Armate.

È questione di disciplina militare. Intervenga il Quirinale
di Piero Laporta
Pierolaporta.it, 23 agosto 2023


Il Presidente della Repubblica deve sedare la cagnara innescatasi con le pubbliche dichiarazioni del Ministro della Difesa, ostili all’autore di un libro.

Il problema oggi non è il contenuto del libro – incondivisibile o meno che sia – ma la legalità attraverso la quale s’afferma la disciplina militare. Atteso che la legge prevede che ogni militare è libero di esprimere il proprio pensiero, purché non tratti argomenti “di carattere militare riservato o di servizio”, è altrettanto evidente che il ministro della Difesa ha il più completo diritto di eccepire sui contenuti del libro.

Egli non può tuttavia farlo se non attraverso quanto prevede la legge che regola la disciplina militare, amministrata dallo stesso ministro. In questo caso un ufficiale inquirente, delegato dal superiore diretto dell’ufficiale in sospetto di aver violato la disciplina militare, deve accertare quanto accaduto, in fatto e in diritto, per stilare quindi una relazione. Sulla base di tale documento, le autorità militari decidono il da farsi, perfino deferire davanti all’autorità giudiziaria.

Come il lettore può comprendere, quanto ho scritto sinora prescinde dai contenuti del libro. Purtroppo il Ministro della Difesa, sceso in campo ripetutamente attraverso i “social media”, come fosse un adolescente, per esprimere contrarietà e ostilità all’autore sulla base di notizie di stampa, ha messo le Forze Armate nel mezzo d’una contesa politica tra tifosi e nemici del libro. Questo è inaccettabile.

Neppure riporta nell’alveo della legittimità l’ultima notizia stampa, secondo la quale sarà fatta un’inchiesta “sommaria”, invece di quella formale di cui ho detto. Sarebbe una medicina peggiore della malattia.

Il Capo del governo avrebbe dovuto indurre il Ministro della Difesa a farsi da parte non appena la questione è uscita dai binari della legge e della disciplina militare, imboccando lo sgangherato binario destra contro sinistra.

A questo punto, il Presidente della Repubblica e Comandante supremo delle Forze Armate deve intervenire sul Capo del Governo e, mediante le sue peculiari leve di manovra, indurlo ad accettare un nuovo Ministro della Difesa , per portare a buon fine l’inchiesta disciplinare, senza ombre di partigianeria in un verso o nel suo opposto. Le Forze Armate devono essere mantenute lontane dalla contesa politica.

Il ministro oggi in carica deve quindi farsi da parte perché la sua condotta introduce un vizio insanabile di forma. Egli, avendo infatti espresso giudizi ostili all’autore del libro, offre il destro a un qualsiasi avvocaticchio di vincere l’impugnazione davanti al TAR delle conclusioni dell’inchiesta disciplinare, perché sovrastate dalla cinghialesca presa di posizione del ministro, al di fuori dei riti di legge.

Il successore di questo ministro non può essere, inutile spiegarne i motivi, di Fratelli d’Italia, ma neppure provenire dalle fila di Forza Italia né da quelle della Lega, i cui esponenti si esibiscono pro o contro l’autore. Dilettanti.

È indispensabile che il Presidente della Repubblica intervenga al più presto. È la prima volta che un Ministro della Difesa mina alle basi la disciplina militare che invece egli avrebbe dovuto amministrare con equilibrio. Il Presidente della Repubblica e Comandante supremo delle Forze Armate non può evitare di intervenire.

Gen. D.g. (ris.) Piero Laporta

Dal 1994, osservate le ambiguità del giornalismo italiano (nel frattempo degenerate), Piero Laporta s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come d’altronde sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni, Arbiter, Il Mondo e La Verità). Ha scritto in Salita, vita di un imprenditore meridionale ed è coautore di Mass media e fango (Leonardo 2015 [QUI]) con Vincenzo Mastronardi. Il libro Raffiche di Bugie a Via Fani, Stato e BR Sparano su Moro (Amazon 2023 [QUI]) è l’inchiesta più approfondita e documentata sinora pubblicata sui fatti del 16 marzo 1978. Definitivamente disgustato della codardia e della faziosità disinformante di tv e carta stampata, ha deciso di collaborare solo con Stilum Curiae, il blog di Marco Tosatti. D’altronde il suo più spiccato interesse era e resta la comunicazione sul web, cioè il presente e il futuro della libertà di espressione. Ha fondato il sito Pierolaporta.it [QUI] per il blog OltreLaNotizia. Lingue conosciute: dialetto di Latiano (BR) quasi dimenticato, scarsa conoscenza del dialetto di Putignano (BA), buona conoscenza del palermitano, ottima conoscenza del vernacolo di San Giovanni Rotondo, inglese e un po’ di italiano. È cattolico; non apprezza Bergoglio e neppure quanti lo odiano, sposatissimo, ha due figli.

Padellaro e Mentana alla “difesa” del Generale Vannacci “li(ce)nciato”

Antonio Padellaro, su Il fatto quotidiano: «Non sarà, per caso, che l’egemonia del politicamente corretto abbia generato un fallo di reazione di una fetta di opinione ormai insofferente ai dettami del catechismo etico-politico calato dall’alto?».

Enrico Mentana parte proprio dal ragionamento dell’editorialista del Fatto Quotidiano per andare oltre: «Mi pare chiaro che la battaglia delle idee non possa oggi essere combattuta come una sorta di opera di civilizzazione di indigeni ignoranti compiuta da autoproclamati portatori di valori superiori e più moderni. È il modo migliore per perderla».

Enrico Mentana su Facebook, 20 agosto 2023

«”Non sarà, per caso, che l’egemonia del politicamente corretto abbia generato un fallo di reazione di una fetta di opinione ormai insofferente ai dettami del catechismo etico-politico calato dall’alto?”. Questa domanda retorica, originata ovviamente dal clamore per il libro scritto e autoprodotto dal generale Vannacci, ci mette davanti al vero nocciolo della questione. Non l’ha posta un ottuso oscurantista, ma un grande giornalista, Antonio Padellaro, sul Fatto Quotidiano. Qualsiasi italiano al di sopra dei quarant’anni sa che i contenuti di quel volume erano in un tempo non lontano ampiamente diffusi nel corpo del paese, e non soltanto nelle caserme, ma anche negli oratori e delle sezioni di partito. Chi studia la politica oggi sa che la crescita dei nuovi sovranismi nell’est Europa e non solo si fonda anche sul recupero dei “valori tradizionali”. Molta parte di quel che ha scritto il generale Vannacci è facilmente reperibile nei discorsi elettorali di un Orbán, ma anche nelle leggi in via di approvazione alla Duma russa, oltre che nei programmi della Vox spagnola. Ma soprattutto: chi vuol conoscere l’Italia di oggi non può fermarsi alle immagini e alle parole nobili e impegnate viste e ascoltate anche pochi giorni fa attorno all’addio di Michela Murgia. Vi si rifletteva una nobile élite, e con essa una corrente forte soprattutto tra le nuove generazioni. Ma al di fuori, in parti non marginali del paese profondo, la reazione a quel “catechismo etico-politico calato dall’alto” è stata e resta di estraneità e anche non di rado di ostilità. E si manifesta anche nell’adesione alle tesi riportate nel libro del generale. Pare di scorgere la stessa dinamica che abbiamo visto l’estate scorsa: una intensa, tambureggiante, pervasiva spinta culturale e politica contro i rischi di un risorgente fascismo. Si sa poi come è andata alle elezioni.
Mi pare chiaro che la battaglia delle idee non possa oggi essere combattuta come una sorta di opera di civilizzazione di indigeni ignoranti compiuta da autoproclamati portatori di valori superiori e più moderni. È il modo migliore per perderla» [QUI].

Editoriali
Il caso Vannacci. Quale potere può limitare la libertà di pensiero
di Luca Ricolfi, Fondazione David Hume
Il Messaggero, 25 agosto 2023


Dal punto di vista sociologico il caso del generale Vannacci è estremamente interessante. Esso infatti illustra in modo plastico uno dei concetti chiave della sociologia: quello di conseguenze non intese (o non volute) dell’azione sociale (una variante moderna del concetto hegeliano di “eterogenesi dei fini”).  Introdotto da Robert Merton fin dagli anni ’30, ripreso e sviluppato da Raymond Boudon negli anni ’70 con la sua teoria degli “effetti perversi” dell’azione sociale, il concetto si riferisce a quelle situazioni nelle quali un’azione, concepita in vista di un certo fine, produce risultati diversi – quando non opposti – rispetto a quelli desiderati.

Nel caso Vannacci è andata così. Il 10 agosto il libro, autopubblicato e acquistabile su Amazon, esce senza particolare clamore. Dopo qualche giorno, però, numerosi media progressisti mettono in atto una delle pratiche meno scientifiche (e meno professionali) del mondo dell’informazione: individuato come nemico un determinato testo, lo si sottopone a una sorta di Tac, o meglio scintigrafia (esame accuratissimo, in grado di individuare le minime anomalie) per isolarne i passaggi più scottanti e discutibili; identificati tali passaggi, li si estrae dal contesto, li si ritocca un po’, e li si dà in pasto all’opinione pubblica, trascurando del tutto le argomentazioni (spesso assai articolate) del libro.

Dopodiché, incuranti della pubblicità gratuita che così si offre al testo incriminato, si dà inizio alla lapidazione del suo autore, che per giorni e giorni prosegue sulla carta stampata, sui social e in tv.  Risultato: il libro, anziché suscitare l’attesa ondata di indignazione nell’opinione pubblica, balza in testa alla classifica dei libri più venduti, posizionandosi davanti ai libri di Michela Murgia che, anche in seguito alla commozione per la morte della scrittrice, stavano ampiamente dominando le classifiche. Le prime stime suggeriscono che, grazie alla solerte vigilanza dei media progressisti, il generale Vannacci abbia venduto oltre 25 mila copie, con un guadagno di almeno 200 mila euro. E non è tutto. La immediata reazione delle autorità militari e del ministro della Difesa, che rimuovono il generale dal suo incarico e avviano un’azione disciplinare, pone le basi per farne un eroe nazionale, o meglio una sorta di “profeta armato” della parte più conservatrice del Paese. In breve: un’azione concepita per screditare un autore, un libro, una concezione del mondo, produce effetti opposti a quelli desiderati, in perfetto accordo con la teoria degli “effetti perversi” dell’azione sociale. Questa però non è l’unica ragione per cui il caso Vannacci è interessante. Al di là del merito (per pronunciarmi aspetto di aver letto tutto il libro), la questione che si pone è quella dei limiti della libertà di espressione.

In quali casi si possono punire le persone per le loro idee? E soprattutto: chi è titolato a punire? Solo la magistratura, o anche i superiori gerarchici di chi esprime idee inaccettabili? E inaccettabili per chi? Come si vede, è un bel guazzabuglio. E che la questione sia ingarbugliata lo segnala il fatto che, a difesa del generale Vannacci, sono scesi in campo non soltanto esponenti politici di destra, ma anche personalità dell’area progressista: Piero Sansonetti, direttore dell’Unità; Antonio Padellaro, tra i fondatori del Fatto Quotidiano; Enrico Mentana, direttore del TG di La7; Elisabetta Trenta, ex ministro della Difesa durante il primo governo Conte; Marco Rizzo, presidente onorario del Partito Comunista. Insomma, la questione è davvero aperta e controversa.

Quello che la rende tale, a mio parere, è soprattutto una circostanza: l’intervento contro il generale Vannacci si basa sì sui contenuti del suo libro (definiti “deliranti”, o “farneticanti”), ma non poggia sulla individuazione di alcun reato, né di opinione né di altro tipo, connesso alle idee ivi espresse. Il punto è importante perché la Costituzione, dopo aver enunciato il principio della libertà di manifestazione del pensiero (articolo 21), è piuttosto precisa nell’indicare i casi nei quali il principio può essere sospeso, a tutela di altri principi che con esso possono confliggere.

I casi principali sono l’offesa al buon costume (menzionato nell’articolo 21) e la commissione di un ben circoscritto insieme di reati: minaccia, vilipendio, istigazione a delinquere, calunnia, diffamazione, ingiuria (dal 2016 declassata da reato penale a illecito civile). Dunque, quello cui ci troviamo di fronte, in questo come in numerosi casi consimili nelle aziende, nelle università, negli apparati pubblici, è un intervento contro la libertà di manifestazione del pensiero che non viene esercitato in sede penale o civile, ma su base per così dire amministrativa, semplicemente lungo la catena di comando di una istituzione.  Si punisce, si sospende, si multa, si trasferisce, si licenzia un dipendente non perché il suo comportamento sul lavoro va contro una policy, un regolamento, un codice etico, ma perché – al di fuori del lavoro – ha espresso un pensiero che non integra alcun reato ma dai superiori è ritenuto incompatibile con la sua posizione nell’istituzione. È ragionevole? Forse sì, forse no, ma penso che non possiamo sottrarci alla domanda.

Articoli precedenti

Attenti. In questo “mondo al contrario” il fascino dei generali potrebbe diventare irresistibile – 24 agosto 2023
– “Il mondo al contrario”: esposizione del crollo dell’intelligenza dell’Occidente che sa fare tutto, tranne pensare, amare e pregare. Facciamo finta di niente? – 23 agosto 2023
– No alla dittatura del pensiero unico. Libertà di espressione per il Generale Vannacci #Restiamoliberi – 21 agosto 2023
– È un “mondo al contrario”. E il libro del Generale Vannacci ce lo conferma (due volte) – 20 agosto 2023

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