Al Meeting di Rimini la bellezza educativa

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Nella penultima giornata del Meeting dell’Amicizia tra i Popoli a Rimini è stata presentata la figura di Takashi Paolo Nagai, il medico giapponese scampato alla bomba atomica che da cristiano convertito ha reso una delle testimonianza di fede e di vita tra le più alte dello scorso secolo, ‘Amicizie inesauribili. Ciò che non muore mai, la figura di Takashi Nagai’, con l’abate generale dell’Ordine Cistercense, dom Mauro Lepori, che ha tratteggiato la figura di questo medico convertitosi al cristianesimo grazie all’incontro folgorante con la moglie Midori, elemento fondamentale nella sua vita.

Partecipando per ben due volte alla guerra, Nagai si ammala di leucemia a causa delle radiografie fatte a migliaia di persone. Quando viene sganciata la bomba atomica su Nagasaki perde la moglie e la sua casa viene completamente polverizzata.

Nell’ultima pagina della sua autobiografia scrive: “Ciò che doveva perire era perito. Ciò che doveva morire era morto… Quando mi resi conto che avevo lavorato tutta la vita per qualcosa che era diventato cenere rimasi sconvolto. Tutta la vita per la cenere! Non potevo sopportare una vita senza senso! Dovevo trovare ciò che non perisce. Dovevo aggrapparmi a ciò che non muore mai”.

Pur immobilizzato dalla malattia in una piccola capanna di legno Takashi Nagai diviene una personalità d’ispirazione e di riferimento per tutto il Giappone. Nel libro ‘Pensieri dal Nyokodō’ Takashi Nagai spiega la decisione di vivere in totale povertà:

“Tengo per me il minimo necessario per vivere ad un livello essenziale come i miei vicini di casa e ciò che avanza lo devolvo per accrescere la cultura nel mio quartiere. Io non sono certo l’unico qui nella landa atomica a vivere in stato di indigenza…

Se pensiamo che il solo scopo per cui ad alcuni è dato tanto è che lo mettano al servizio del loro prossimo, allora non si potrà dire che il piano del Cielo sia ingiusto… Ecco alcune delle cose che devono essere ricostruite al più presto: la chiesa, le scuole, gli asili, l’orfanotrofio, l’ospedale, il centro comunale per i cittadini. C’è bisogno anche di molti soldi per ripulire il quartiere dalle rovine bruciate, piantare alberi, ricreare giardini in fiore e parchi-giochi per i bambini. Qualunque cifra guadagniamo non sarà mai abbastanza”.

Eppoi un dialogo sulla bellezza tra il card. José Tolentino de Mendonca, prefetto del dicastero vaticano per la Cultura e l’educazione, e lo scrittore Daniele Mencarelli, coordinati dal giornalista Alessandro Banfi nel ricordo che nel 1985 a Roma ci fu una grossa nevicata: “La coltre bianca rendeva tutto immacolato. Ma quando un mio amico, Massimiliano, disse ‘quanto è bianco!’ le sue parole me la resero ancora più bianca”.

Con questo ricordo Daniele Mencarelli ha raccontato lo stupore di cui è capace l’amicizia, in grado persino di dare più intensità ai colori. Un dialogo di rara bellezza, che ha rapito tutti in un auditorium strapieno, ieri pomeriggio, quello che lo ha visto duettare, con il card. José Tolentino de Mendonca, che ha scritto un libro sull’amicizia, affermando che l’amicizia vive anche di ‘gratuità e perdono’.

Il prefetto ha invitato a riscoprire il senso etimologico della parola (per-dono), parlando di ‘gratuità’ e  di ‘perdono come donazione totale’. L’amicizia è “senza un perché, si diventa amici senza saperlo, e ci si accorge di essa solo dopo, quando si è già diventati amici”.

Un miracolo, che ‘può diventare fatica, richiede capacità di ascolto’. Da questa percezione nasce la descrizione dell’amicizia, nell’enciclica ‘Fratelli tutti’ non solo come sentimento interpersonale: “Papa Francesco mette insieme amicizia, fratellanza e amicizia sociale perché essa ha una dimensione personale, ma anche pubblica e sociale. Non può essere una dimensione laterale della nostra vita, è davvero la chiave della nostra speranza”.

Ha concordato lo scrittore Mencarelli, che ha detto che amicizia è anche com-passione: “L’amicizia è una meravigliosa epifania che, a partire da un sorriso, da una azione che si deve compiere insieme, da una emergenza che fa ritrovare due persone dalla stessa parte, ti porta a una di quelle grandi vie che utilizza l’imprevisto. Da soli riusciamo a far ben poco, si vive di imprevisti”.

Ed un’altra amicizia per l’uomo è stata  quella di don Lorenzo Milani, raccontata dallo scrittore Eraldo Affinati, fondatore della Scuola Penny Wirton, e da Agostino Burberi, presidente della Fondazione Don Lorenzo Milani, che ha sottolineato l’importanza della scuola per il sacerdote toscano:

“Perché si era reso conto che non poteva insegnare la Parola a persone che non capivano il significato delle parole. Per lui prete la scuola era il mezzo per colmare quel fossato culturale che gli impediva di essere capito dal suo popolo quando predicava il Vangelo; lo strumento per dare la parola ai poveri, perchè diventassero più liberi e più eguali, per difendersi meglio e gestire da sovrani l’uso del voto e dello sciopero.

Con quella tenacia di cui era capace, quando era convinto di avere intuito una verità andò a cercare uno ad uno tutti i giovani operai e contadini del suo popolo. Entrò nelle loro case, sedette ai loro tavoli per convincerli a partecipare alla sua scuola perchè l’interesse dei lavoratori, dei poveri non era quello di perdere tempo intorno al pallone e alle carte come voleva il padrone, ma di istruirsi per tentare di invertire l’ordine della scala sociale”.

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