Papa Francesco: responsabili del cambiamento climatico

L’Italia festeggia l’agricoltura più green d’Europa con 5450 specialità ottenute secondo regole tradizionali protratte nel tempo per almeno 25 anni censite dalle Regioni, 320 specialità Dop/Igp riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc/Docg, la leadership nel biologico con circa 86.000 aziende agricole biologiche e una percentuale di appena lo 0,6%  di prodotti agroalimentari nazionali con residui chimici irregolari, oltre 10 volte in meno dei prodotti di importazione, il cui tasso di non conformità in media è pari a 6,5% secondo elaborazioni su dati Efsa, secondo un report della Coldiretti, che afferma:

“Un patrimonio di biodiversità messo a rischio dalla cementificazione e dell’abbandono con l’Italia che ha perso quasi 1/3 (30%) dei terreni agricoli nell’ultimo mezzo secolo con la superficie agricola utilizzabile in Italia che si è ridotta ad appena 12.800.000 di ettari ed effetti sulla tenuta idrogeologica del territorio e sul deficit produttivo del Paese e la dipendenza agroalimentare dall’estero, secondo l’analisi della Coldiretti.

Il risultato è che in Italia oltre 9 comuni su 10 in Italia (il 93,9% del totale) secondo l’Ispra hanno parte del territorio in aree a rischio idrogeologico per frane ed alluvioni anche per effetto del cambiamento climatico in atto con una tendenza alla tropicalizzazione che si manifesta con una più elevata frequenza di manifestazioni violente, sfasamenti stagionali, il rapido passaggio dal sole al maltempo e precipitazioni brevi ed intense”.

Infatti il 5 giugno 1972 a Stoccolma si tenne la prima conferenza sull’ambiente promossa dall’ONU, come ha ricordato papa Francesco, ricevendo i promotori del ‘Green and Blue Festival’ con la sottolineatura dei cambiamenti climatici avvenuti in mezzo secolo:

“In questa metà di secolo sono cambiate molte cose; basti pensare all’avvento delle nuove tecnologie, all’impatto di fenomeni trasversali e mondiali come la pandemia, alla trasformazione di una ‘società sempre più globalizzata [che] ci rende vicini, ma non ci rende fratelli’… Gli esperti evidenziano chiaramente come le scelte e le azioni messe in atto in questo decennio avranno impatti per migliaia di anni.

Si è ampliata la nostra conoscenza sull’impatto delle nostre azioni sulla nostra casa comune e su coloro che la abitano e che la abiteranno. Questo ha accresciuto anche il nostro senso di responsabilità davanti a Dio, che ci ha affidato la cura del creato, davanti al prossimo e davanti alle generazioni future”.

Quindi il cambiamento climatico chiama la responsabilità dell’umanità, citando l’azione promossa dai pescatori di San Benedetto del Tronto: “Il fenomeno del cambiamento climatico ci richiama insistentemente alle nostre responsabilità: esso investe in particolare i più poveri e più fragili, coloro che meno hanno contribuito alla sua evoluzione.

E’ dapprima una questione di giustizia e poi di solidarietà. Il cambiamento climatico ci riporta anche a fondare la nostra azione su una cooperazione responsabile da parte di tutti: il nostro mondo è ormai troppo interdipendente e non può permettersi di essere suddiviso in blocchi di Paesi che promuovano i propri interessi in maniera isolata o insostenibile”.

E’ una sfida impegnativa ed urgente: “Si tratta di una sfida ‘grande’ e impegnativa, perché richiede un cambio di rotta, un deciso cambiamento dell’attuale modello di consumo e di produzione, troppo spesso impregnato nella cultura dell’indifferenza e dello scarto, scarto dell’ambiente e scarto delle persone.

Oggi sono venuti i gruppi del MacDonald’s, il ristoratore, e mi hanno detto che hanno abolito la plastica e tutto si fa con carta riciclabile, tutto… In Vaticano è proibita la plastica. E siamo riusciti al 93%, mi hanno detto, senza plastica. Sono passi, veri passi che dobbiamo continuare. Veri passi”.

Ed il cambiamento richiede dialogo: “Dobbiamo fare qualcosa. È urgente, non può essere rinviato. Dobbiamo consolidare ‘il dialogo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta’, ben consapevoli che vivere «la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario della nostra esperienza di vita.

E’ poi, una sfida ‘bella’, stimolante e realizzabile: passare dalla cultura dello scarto a stili di vita improntati alla cultura del rispetto e della cura, cura del creato e cura del prossimo, vicino o lontano nello spazio e nel tempo. Ci troviamo davanti a un cammino educativo per una trasformazione della nostra società, una conversione sia individuale che comunitaria”.

Però per questa sfida occorre cooperazione: “Di nuovo, va richiamata l’importanza di una cooperazione responsabile ad ogni livello. Abbiamo bisogno del contributo di tutti. E questo costa…

E’ necessario accelerare questo cambiamento di rotta a favore di una cultura della cura, che ponga al centro la dignità umana e il bene comune”.

(Foto: Santa Sede)

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