9 Maggio: per non dimenticare tre anniversari

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Sono state molte le iniziative con le quali la Chiesa agrigentina ha ricordato il trentennale della visita di san Giovanni Paolo II, iniziate con l’incontro sul tema ‘A trent’anni dalla visita di Papa Giovanni Paolo II. Come è mutata la mafia? Quale sentiero ha percorso la Chiesa?’ con gli Interventi di Giuseppe Pignatone, presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, di mons. Antonino Raspanti, vescovo di Acireale e presidente della Cesi, e di mons. Alessandro Damiano, arcivescovo di Agrigento, culminata con la celebrazione eucaristica, durante la quale il card. Stanislao Dziwisz, segretario di papa Wojtyla, ha donato all’Arcidiocesi una reliquia ex sanguine di san Giovanni Paolo II.

In quel giorno, al termine della celebrazione eucaristica nella valle dei Templi, san Giovanni Paolo II, pronunciò a ‘braccio’ precise parole, che segnò un punto di non ritorno nella lotta alla mafia, giunto inaspettatamente, forse impressionato dall’incontro, avvenuto poco prima con i genitori del giudice Livatino, ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990 e beatificato il 9 maggio 2021:

“Carissimi, non si dimentica facilmente una tale celebrazione, in questa Valle, sullo sfondo dei templi: templi provenienti dal periodo greco che esprimono questa grande cultura e questa grande arte ed anche questa religiosità, i templi che sono testimoni oggi della nostra celebrazione eucaristica. E uno ha avuto nome di ‘Concordia’: ecco, sia questo nome emblematico, sia profetico. Che sia concordia in questa vostra terra!”

In quel momento il papa ha impugnato il ‘pastorale’ e rivolgendosi ai mafiosi ha detto che uccidere violava la legge di Dio: “Concordia senza morti, senza assassinati, senza paure, senza minacce, senza vittime! Che sia concordia! Questa concordia, questa pace a cui aspira ogni popolo e ogni persona umana e ogni famiglia! Dopo tanti tempi di sofferenze avete finalmente un diritto a vivere nella pace.

E questi che sono colpevoli di disturbare questa pace, questi che portano sulle loro coscienze tante vittime umane, devono capire, devono capire che non si permette uccidere innocenti! Dio ha detto una volta: ‘Non uccidere’: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio!”

Ed appellandosi al ‘giudizio’ di Dio invitò alla conversione i mafiosi: “Questo popolo, popolo siciliano, talmente attaccato alla vita, popolo che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte. Qui ci vuole civiltà della vita! Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!”

Appello scaturito dall’omelia, in cui aveva sottolineato la povertà in cui viveva il popolo siciliano: “Le gravi situazioni di povertà, che tanta sofferenza hanno provocato nella vostra gente, costringendo un gran numero di uomini e donne a separarsi dagli affetti più cari per emigrare in paesi lontani, hanno favorito l’insorgere e l’espandersi di vere e proprie malattie del tessuto sociale, come il latifondismo e i fenomeni mafiosi.

Al tempo stesso, però, molte persone, proprio in simili condizioni di difficoltà, hanno imparato a soffrire con dignità, a lavorare con tenacia, a non perdere mai la speranza in Dio e nell’uomo”.

L’omelia era anche un invito alla Chiesa locale ad un impegno per estirpare il ‘male’ mafioso’: “Come in anni trascorsi il popolo siciliano ha saputo superare prove lunghe e dolorose, così anche oggi esso dispone delle risorse necessarie, insieme con il sostegno solidale della Nazione italiana, per rimarginare le attuali ferite, molte delle quali sono il frutto di ataviche condizioni sociali.

La Chiesa siciliana è chiamata, oggi come ieri, a condividere l’impegno, la fatica e i rischi di coloro che lottano, anche con discapito personale, per gettare le premesse di un futuro di progresso, di giustizia e di pace per l’intera Isola”.

L’omelia papale era quindi un impegno per tutti ad ‘immischiarsi’ nel bene comune, come Peppino Impastato, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978, che in un discorso, titolato ‘La rassegnazione e il silenzio omertoso’, disse che occorreva insegnare la bellezza alla gente per estirpare la mafia: “Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà.

All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre.

E’ per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”.

La bellezza si deve, però, coniugare con il senso del dovere, come aveva sottolineato Aldo Moro nell’ultimo discorso alla Camera dei Deputati, il 28 febbraio 1978, prima di essere rapito alcune settimane dopo ed ucciso il 9 maggio dalle Brigate Rosse quarantacinque anni fa:

“Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere… Si domanda che cosa accadrà dopo, qualora noi riuscissimo a realizzare la concordia necessaria per questo anno che ci sta davanti.

Credo di poter dire che in questo anno non vi sarebbero da temere sorprese. Non mi sento di dire che dopo questo anno non ci saranno novità politiche: non vi è alcuna possibile garanzia. Questo non vuol dire che le cose non continuino, ma certamente una garanzia non c’è”.

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