Il nuovo Sinodo è una rivoluzione?

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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 01.05.2023 – Andrea Gagliarducci] – Non era inaspettata la notizia che il Sinodo non avrà più uditori, ma membri, siano essi vescovi, sacerdoti, religiosi o laici [QUI]. Già nel Praedicate Evangelium, la Costituzione apostolica che regola il funzionamento della Curia, non si chiamava più Sinodo dei Vescovi. E quindi, era logico che il voto fosse esteso a tutti. Eppure, questa novità deve essere liberata da ogni ipocrisia. Il Sinodo dei Vescovi, come lo aveva immaginato Paolo VI, cessa di esistere. Ma la nuova assemblea non è una novità assoluta.

Non lo è perché le esperienze continentali hanno sempre visto la presenza di laici tra i membri, così come nelle tappe locali. Al contrario, ci sono stati, ad esempio, nove simposi europei, ognuno dei quali comprendeva una fase regionale di discussione, sfociata in un’assemblea più ampia e in conclusioni più generali.

Non lo è perché il Sinodo non è un parlamento. Papa Francesco ha detto questo più volte [QUI]. Eppure, è paradossale che, sebbene il Sinodo non sia un parlamento, le decisioni prese in merito al Sinodo sembrino rispecchiare quelle di un parlamento.

Infatti, fin dall’inizio del suo pontificato, Papa Francesco ha dato al processo sinodale una priorità assoluta. Già al suo primo Concistoro elencò il Cardinale Lorenzo Baldisseri, divenuto Segretario Generale del Sinodo, secondo tra i nuovi cardinali, solo dopo il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, ma prima di elencare il Cardinale Gerhard Müller, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Durante il suo pontificato Papa Francesco ha celebrato due Sinodi straordinari e due Sinodi ordinari. Ora sta celebrando il terzo Sinodo ordinario, che si estende nel tempo di tre anni e che vedrà due incontri.

Le decisioni prese dal Papa hanno riguardato molto la filosofia stessa di un Sinodo. In precedenza, i paragrafi del documento finale che non avevano ottenuto il consenso sinodale, cioè i due terzi dei voti, non erano stati pubblicati. Il motivo era che nel Sinodo si cercava la comunione, non una maggioranza o un’opposizione. Papa Francesco ha ordinato di pubblicare tutti i Modi (cioè i paragrafi), anche quelli che non avevano raggiunto il consenso sinodale. Inoltre, ha voluto che i voti di ogni paragrafo fossero divulgati. Già questa decisione sembrava parlamentarizzare il Sinodo. A questo punto è diventato un passo standard a favore di una maggiore inclusività farne un’assemblea dove non fossero solo i vescovi a votare.

Ma vale la pena sgombrare il campo da ogni ipocrisia: sarebbe vera democratizzazione della Chiesa solo se il Sinodo portasse a decisioni vincolanti, se fosse un organo deliberativo e non semplicemente consultivo, e se il Papa accettasse le decisioni del Sinodo. Ma non è così, né lo è mai stato. Tutti i Sinodi si concludono con un’Esortazione apostolica post-sinodale, che appartiene al Papa e solo al Papa. Sebbene il Papa possa decidere di seguire i lavori, può poi prendere una decisione che non è in linea con quanto ascoltato durante il dibattito. Non solo. L’Esortazione apostolica post-sinodale non è un documento magisteriale. Non riguarda decisioni dottrinali. Dà indicazioni che a volte hanno un altissimo peso magisteriale, ma non è al vertice dei documenti che un Papa può produrre. Ciò significa che considerare il Sinodo come un luogo in cui le decisioni vengono prese in modo definitivo sarebbe fuorviante. Invece, il Sinodo è uno spazio di discussione, un luogo dove i punti di vista si incontrano.

Paolo VI lo volle come Sinodo dei Vescovi perché, in qualche modo, ripeteva la straordinaria esperienza del Concilio Vaticano II. Ma c’era anche un’altra ragione. Paolo VI voleva che i vescovi fossero i primi evangelizzatori delle loro diocesi, che si occupassero dei dibattiti e portassero nelle loro diocesi questa visione della Chiesa universale. Fu chiamato Sinodo dei Vescovi perché le grandi esperienze continentali e regionali erano già incoraggiate nei documenti conciliari. Queste esperienze continentali furono poi la base delle discussioni dei Vescovi al Sinodo, da cui avrebbero tratto nutrimento. Cioè: dal popolo al vescovo, dal vescovo al Papa, e dal Papa di nuovo alla Chiesa universale.

Prima dei Sinodi, dunque, ci sono state una serie di esperienze intermedie con un significato preciso. Tutte queste esperienze sembrano essere state spazzate via con un tratto di penna. Che valore avrà un’assemblea ecclesiale se c’è un Sinodo con lo stesso tipo di composizione? Che valore avrà un simposio continentale se poi le assemblee continentali del Sinodo prenderanno il posto della Conferenza continentale?

Con questa decisione, il Sinodo voluto da Paolo VI non esiste più e tutto è stato in qualche modo ulteriormente accentrato. Tanto più che i membri del Sinodo, anche laici, sono proposti al Papa, non eletti, e il Papa li sceglie personalmente. Questo crea anche un’altra situazione: le associazioni cattoliche cercheranno di organizzarsi per fare lobby ed essere presenti al Sinodo. Chiederanno ai loro vescovi e alla Segreteria Generale del Sinodo, di avere uno dei loro membri presente per paura di essere tagliati fuori e non essere parte del dibattito.

Il risultato concreto è, che il Sinodo si trasforma in una sorta di “piccolo parlamento”, che è l’opposto dell’ideale di Papa Francesco. Aprendo l’attuale cammino sinodale, anche il Cardinale Mario Grech, Segretario Generale del Sinodo, ha sottolineato che bisognava iniziare a pensare a un modo diverso di operare nel Sinodo [QUI], a partire dal processo di votazione dei paragrafi del documento finale, perché hanno dato troppo l’idea di un processo democratico e parlamentare. Vero. Ma se non c’è il voto, se il processo di discussione è diverso, si perderà anche l’idea di dare alle donne il diritto di voto, che oggi sembra così rivoluzionaria.

Forse dovremmo apprezzare, in questo processo sinodale, il coinvolgimento di tutto il popolo di Dio. Ma forse va anche ricordato che questo coinvolgimento esisteva già, seppure non enfatizzato, e sebbene a volte vissuto in modo particolarmente stantio. Quindi, c’era proprio bisogno di convertire i cuori e ravvivare i processi. Questo passaggio rischia di diventare più una burocratizzazione e centralizzazione, che un naturale passo avanti. Gli equilibri da mantenere, infatti, sono tanti. I Cardinali Grech e Hollerich dovettero inviare una lettera per spiegare che, in ogni caso, il ruolo dei vescovi non era esaurito [QUI]. Eppure, in questo grande dibattito globale, dove l’ascolto è elevato a tutti i costi, i vescovi rischiano di perdere impatto e consapevolezza della loro identità funzionale. Il rischio è che il loro munus docendi, il compito di insegnare, venga sottovalutato.
Forse questa lettura è troppo negativa e probabilmente ci sono dei vantaggi in tutto questo. Quello che colpisce, però, è che Papa Francesco sembra diventare più esclusivo che inclusivo, più accentratore che sussidiario nella scelta di allargare il campo. Perché, dopotutto, il processo sinodale rimane saldamente nelle mani di Roma. Non è che questo sia un male, perché l’istituzione è essenziale e fondamentale, e il papato è soprattutto una garanzia dell’unità della Chiesa. Tuttavia, va notato che questa centralizzazione è l’opposto di ciò che è detto che il Papa stia facendo ora.

Questo articolo nella nostra traduzione italiana è stato pubblicato oggi dell’autore in inglese sul suo blog Monday Vatican [QUI].

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