Il papa invita i vescovi congolesi ad essere profeti di speranza

Condividi su...

Papa Francesco è atterrato nel primo pomeriggio a Juba, dove inizia il viaggio apostolico nel Sud Sudan insieme all’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, ed il moderatore della Chiesa di Scozia, Iain Greenshields, per trovare un possibile accordo di pace tra le forze contrapposte. E prima di lasciare la Repubblica democratica del Congo papa Francesco ha incontrato i vescovi ad essere polmone per il popolo locale, come lo è la foresta:

“L’importanza di questo patrimonio ecologico ci ricorda che siamo chiamati a custodire la bellezza del creato e a difenderla dalle ferite causate dall’egoismo rapace. Ma questa immensa distesa verde che è la vostra foresta è anche un’immagine che parla alla nostra vita cristiana: come Chiesa abbiamo bisogno di respirare l’aria pura del Vangelo, di scacciare l’aria inquinata della mondanità, di custodire il cuore giovane della fede”.

La Chiesa locale deve essere come la foresta, che dà ossigeno per vivere: “Così immagino la Chiesa africana e così vedo questa Chiesa congolese: una Chiesa giovane, dinamica, gioiosa, animata dall’anelito missionario, dall’annuncio che Dio ci ama e che Gesù è il Signore.

La vostra è una Chiesa presente nella storia concreta di questo popolo, radicata in modo capillare nella realtà, protagonista di carità; una comunità capace di attrarre e contagiare con il suo entusiasmo e perciò, proprio come le vostre foreste, con tanto ‘ossigeno’: grazie, perché siete un polmone che dà respiro alla Chiesa universale!”

Però è anche una Chiesa che soffre per il popolo: “Purtroppo, so bene che la comunità cristiana di questa terra ha anche un’altra fisionomia. Il vostro volto giovane, luminoso e bello è infatti solcato dal dolore e dalla fatica, segnato a volte dalla paura e dallo scoraggiamento.

E’ il volto di una Chiesa che soffre per il suo popolo, è un cuore in cui palpita trepidante la vita della gente con le sue gioie e le sue tribolazioni. E’ una Chiesa segno visibile del Cristo che, ancora oggi, viene rifiutato, condannato e disprezzato nei tanti crocifissi del mondo, e piange le nostre stesse lacrime.

E’ una Chiesa che, come Gesù, vuole anche asciugare le lacrime del popolo, impegnandosi a prendere su di sé le ferite materiali e spirituali della gente, e facendo scorrere su di essa l’acqua viva e risanante del costato di Cristo”.

Ma di fronte a tale situazione come è possibile esercitare il ministero? Ed il papa ha raccontato la storia del profeta Geremia: “Pensando a voi, Pastori del Popolo santo di Dio, mi è venuta in mente la storia di Geremia, un profeta chiamato a vivere la sua missione in un momento drammatico della storia di Israele, tra ingiustizie, abomini e sofferenze.

Egli ha speso la vita per annunciare che Dio non abbandona mai il suo popolo e porta avanti progetti di pace anche nelle situazioni che sembrano perdute e irrecuperabili. Ma questo annuncio consolante di fede, Geremia lo ha vissuto anzitutto nella sua persona, lui per primo ha sperimentato la vicinanza di Dio.

Solo così ha potuto portare agli altri una coraggiosa profezia di speranza. Anche il vostro ministero episcopale vive tra queste due dimensioni, di cui vorrei parlarvi, la vicinanza di Dio e la profezia per il popolo”.

Le parole papali sono invito a lasciarsi consolare dall’amore di Dio: “E’ una dichiarazione d’amore che Dio scolpisce nel cuore di ciascuno di noi, che nessuno può cancellare e che, in mezzo alle tempeste della vita, diventa sorgente di conforto.

Per noi, che abbiamo ricevuto la chiamata a essere Pastori del Popolo di Dio, è importante fondarci su questa vicinanza del Signore, ‘strutturarci nella preghiera’, stando ore davanti a Lui. Solo così si avvicina al Buon Pastore il popolo che ci è affidato e solo così si diventa veramente Pastori, perché noi, senza di Lui, non possiamo fare nulla”.

E’ una sottolineatura importante quando il papa afferma che senza di Lui non è possibile nulla: “Senza di Lui non possiamo fare nulla. Che non succeda di pensarci autosufficienti, tanto meno di vedere nell’episcopato la possibilità di scalare posizioni sociali e di esercitare il potere. Quel brutto spirito del ‘carrierismo’.

E soprattutto: che non entri lo spirito della mondanità, che ci fa interpretare il ministero secondo i criteri dei propri utili tornaconti, che rende freddi e distaccati nell’amministrare quanto ci è affidato, che porta a servirci del ruolo anziché servire gli altri, e a non curare più la relazione indispensabile, quella umile e quotidiana della preghiera”.

Il papa invita a non cadere nella mondanità, come aveva avvisato il card. De Lubac, a suo tempo: “Non dimentichiamo che la mondanità è il peggio che può accadere alla Chiesa, è il peggio. A me ha toccato sempre quel finale del libro del cardinale De Lubac sulla Chiesa, le ultime tre, quattro pagine, dove dice così: la mondanità spirituale è il peggio che può accedere, peggio ancora che l’epoca dei papi mondani e concubinari. E’ peggio. E la mondanità è sempre in agguato. Stiamo attenti!”

E’ una richiesta di essere ‘profezia’ per il popolo, come il profeta Geremia: “La vicinanza a Dio, cioè, rende profeti per il popolo, capaci di seminare la Parola che salva nella storia ferita della propria terra…

E Geremia, che divora la Parola del Signore, in quanto è per lui gioia e letizia del cuore, confessa che questa stessa Parola semina in lui un’inquietudine insopprimibile e lo porta a raggiungere gli altri perché siano toccati dalla presenza di Dio”.

La Parola di Dio non può essere trattenuta: “Non possiamo trattenere solo per noi la Parola di Dio, non possiamo contenerne la potenza: essa è un fuoco che brucia la nostra apatia e accende in noi il desiderio di illuminare chi è nel buio. La Parola di Dio è un fuoco che brucia dentro e ci spinge a uscire fuori! Ecco la nostra identità episcopale: bruciati dalla Parola di Dio, in uscita verso il Popolo di Dio, con zelo apostolico!”

La Parola di Dio ‘demolisce’ e ‘pianta’: “La profezia cristiana si incarna in tante azioni politiche e sociali, ma il compito dei Vescovi e dei Pastori in generale non è questo. E’ quello dell’annuncio della Parola per risvegliare le coscienze, per denunciare il male, per rincuorare coloro che sono affranti e senza speranza…

E’ essenziale, in questo senso, saper costruire armonia, senza ergersi su piedistalli, senza asprezze, ma dando il buon esempio nel sostegno e nel perdono vicendevoli, lavorando insieme, come modelli di fraternità, di pace e di semplicità evangelica”.

Ed ha rimarcato che i vescovi sono pastori: “Siamo Pastori e servi del popolo di Dio, non amministratori di cose, non affaristi, pastori! L’amministrazione del vescovo dev’essere quella del pastore: davanti al gregge, in mezzo al gregge, dietro al gregge.

Davanti al gregge per indicare la strada; in mezzo al gregge per sentire l’odore del gregge, non perderlo; dietro al gregge per aiutare coloro che vanno più lentamente, e anche per lasciare un po’ il gregge da solo e vedere dove trova dei pascoli. Il pastore deve muoversi in queste tre direzioni”.

L’invito finale è quello di essere ‘profeti di speranza’: “Carissimi, non abbiate timore di essere profeti di speranza per il popolo, voci concordi della consolazione del Signore, testimoni e annunciatori gioiosi del Vangelo, apostoli di giustizia, samaritani di solidarietà: testimoni di misericordia e di riconciliazione in mezzo a violenze scatenate non solo dallo sfruttamento delle risorse e da conflitti etnici e tribali, ma anche e soprattutto dalla forza oscura del maligno, nemico di Dio e dell’uomo.

Però, non scoraggiatevi mai: il Crocifisso è risorto, Gesù vince, anzi ha già vinto il mondo e desidera risplendere in voi, nella vostra opera preziosa, nel vostro fecondo seme di pace! Fratelli, voglio ringraziarvi, per il vostro servizio, per il vostro zelo pastorale, per la vostra testimonianza”.

(Foto: Santa Sede)

151.11.48.50