Il papato mediatico e quello reale

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 23.01.2023 – Andrea Gagliarducci] – La notizia che il sacerdote e psichiatra francese Tony Anatrella è stato escluso dalla vita pubblica [QUI], ma non ridotto allo stato laicale, dopo la sua condanna definitiva per abusi, è arrivata per Papa Francesco mentre non si sono ancora placati gli echi del caso Rupnik. La decisione sul caso Anatrella dimostra ancora una volta che, nonostante la grande attenzione dei media, Papa Francesco non si è discostato molto dai suoi predecessori nelle sue decisioni nella lotta agli abusi.

Papa Francesco ha istituito [con chirografo del 22 marzo 2014] una Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori e ha convocato infatti un vertice dei Presidenti delle Conferenze Episcopali da tutto il mondo nel febbraio 2019 per discutere su come affrontare la questione. Inoltre, dopo la riunione, il Papa ha preso alcune misure per aiutare ad affrontare meglio lo scandalo degli abusi del clero.

Tutto questo, però, va letto in un contesto più ampio. Probabilmente, le decisioni di Papa Francesco devono essere considerate la naturale attuazione di misure che erano già state messe in essere in passato. Certo, ci sono elementi nuovi, ma la linea di giudizio è la stessa. In effetti, Papa Francesco ammette ancora più eccezioni ed è più personale nelle sue decisioni.

La decisione di non ridurre Anatrella allo stato laicale ricorda quanto fece Benedetto XVI con Marcial Maciel, il fondatore dei Legionari di Cristo, che condusse una doppia e tripla vita e si rivelò essere un abusatore seriale, manipolatore e anche tossicodipendente. Quando era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il Cardinal Ratzinger ebbe grandi difficoltà ad aprire il dossier su Maciel. Da Papa lo sanzionò ma, considerando che era ormai alla fine della sua vita, preferì non ridurlo allo stato laicale, ma lo costrinse a una vita privata di penitenza.

Papa Benedetto XVI – lo ha rivelato la Santa Sede durante una riunione del Comitato della Convenzione contro la Tortura nel 2014 [QUI] – aveva ridotto allo stato laicale 848 sacerdoti, e 2.572 avevano ricevuto condanne minori, su circa 3.400 casi denunciati alla Santa Sede tra il 2004 e 2014.

In breve, c’era stata non solo un’intensa attività di indagine ma anche di pronuncia giudiziaria e di punizione di coloro che si erano resi colpevoli di abusi. Nell’annus horribilis del 2010, quando i casi di abusi di sacerdoti erano diventati cronaca quotidiana, Benedetto XVI ha reagito mettendo in penitenza la Chiesa a Fatima, chiedendo perdono per i peccati dei suoi figli, ma anche eliminando la prescrizione di quel tipo di reato, rendendo la regolamentazione ancora più specifica.

Papa Francesco, da parte sua, ha fatto sapere che non concederà mai la grazia quando questa verrà richiesta a seguito di una sentenza di condanna per abusi. In termini del quadro giuridico, ha inasprito le sanzioni. Ha tolto il segreto pontificio (anche se la legislazione sembrava alquanto vaga) mentre ha proseguito l’opera di incontro con le vittime di abusi iniziata con Benedetto XVI.

Non è una coincidenza, che Papa Francesco abbia citato ripetutamente il Papa emerito recentemente scomparso, come l’ispiratore e l’iniziatore dell’opera per combattere gli abusi nel clero.

Tuttavia, la percezione nei media è che Papa Francesco abbia rappresentato un cambiamento fondamentale nella lotta agli abusi. Alcune decisioni danno una percezione particolare. Ad esempio, l’istituzione della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. Va notato che la lotta agli abusi è affrontata in un corso specifico nell’Accademia Ecclesiastica, che forma i diplomatici della Santa Sede e futuri Nunzi Apostolici.

Va detto che sul tema degli abusi c’è un papato mediatico e uno reale. Il papato mediatico descrive Papa Francesco come impegnato in una linea dura di tolleranza zero senza eccezioni. Ma, in realtà, Papa Francesco aveva portato a lavorare in Vaticano il Vescovo Gustavo Zanchetta con un incarico ad hoc. Successivamente Zanchetta tornò in Argentina e fu accusato per abusi [poi condannato in primo grado QUI]. E ancora, il Papa aveva portato l’Arcivescovo Józef Wesołowski, il Nunzio Apostolico accusato di abusi, in Vaticano [QUI], da dove non si poteva chiedere l’estradizione, e dove è morto senza nemmeno affrontare il giudizio del Tribunale della Santa Sede.
Papa Francesco ha riaperto anche il caso di Don Mario Inzoli, che ha portato a un’altra condanna come quella precedente. In Argentina era stato sotto i riflettori per aver gestito il caso Grassi [QUI].

La realtà è che Papa Francesco, sia dal vertice del 2019 che in altre occasioni, ha voluto limitare gli abusi del clero a un fenomeno specifico, evidenziando come un sistema abbia attaccato la Chiesa.

Perché Papa Francesco ha goduto di tanto credito nel gestire la lotta agli abusi? Come risponde alle aspettative?

Forse è perché fa le cose che farebbe qualsiasi istituzione secolare. Di fronte allo scandalo degli abusi in Cile, ha risposto quasi ignorando il fenomeno, poi ha convocato a Roma la Conferenza Episcopale Cilena e ha chiesto le dimissioni a tutti.

Benedetto XVI ha affrontato un caso simile, quello irlandese, in modo diametralmente opposto: ha scritto lui stesso una lettera ai cattolici irlandesi, chiedendo loro perdono, auspicando un cambiamento nella società e un’assunzione di responsabilità, ma non ha licenziato nessuno. Ha invece mantenuto la responsabilità della catena di comando, lasciando ai vescovi il compito di decidere, pur essendo già delegittimati dalla situazione.

Sono due approcci diversi che nemmeno non si escluderebbero a vicenda, se non fosse per il fatto che Papa Francesco stesso ha fatto della lotta agli abusi e della trasparenza nella Chiesa il suo cavallo di battaglia. Così accade che l’Arcivescovo di Parigi venga sacrificato sull’«altare dell’ipocrisia» [QUI] (Papa Francesco dixit) e che un altro, quello di Colonia, sia invitato a ritirarsi per «errore di comunicazione». Entrambi avevano riserve su rapporti di abusi che le loro Conferenze Episcopali avevano commissionato da organismi esterni.

E ancora, accade che un cardinale, Barbarin, venga processato e assolto perché non ha mai insabbiato gli abusi e che un altro cardinale, Pell, venga colpito da accuse diffamatorie in Australia e passi addirittura mesi in carcere prima di essere assolto alla fine, e questo senza che la Santa Sede ha inviato una nota formale di protesta.

Il papato mediatico sottolinea le decisioni punitive di Papa Francesco ma allo stesso tempo nasconde le decisioni più controverse, che vanno poste nel bilancio della sua lotta agli abusi.

E poi viene da chiedersi se tutto questo clamore mediatico possa avere buone conseguenze per la Chiesa. Alla fine, al di là delle necessarie e giuste punizioni contro chi commette un grave reato, c’è anche la necessità di spiegare che non è l’Istituzione che è marcia, ma delle persone.

Questo non sembra verificarsi nella narrazione di Papa Francesco, che pure prende decisioni in linea con quelle che avrebbe preso il predecessore. Eppure, una crepa sembra essersi aperta nella Chiesa, nonostante segni di continuità o discontinuità.

Il caso Anatrella potrebbe quindi essere un caso cruciale per Papa Francesco. Ha fatto una differenza, forse, ma l’ha fatto tardi. Troppo tardi.

Questo articolo nella nostra traduzione italiana è stato pubblicato dall’autore in inglese sul suo blog Monday Vatican [QUI].