Papa Francesco chiede la cura della liturgia

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Discrezione, silenzio e omelie corte perché sono ‘sacramentali’ e non conferenze: così si può sintetizzare l’intervento di papa Francesco ai liturgisti, che hanno partecipato al Corso internazionale di formazione per responsabili diocesani delle celebrazioni liturgiche sul tema ‘Vivere in pienezza l’azione liturgica’, svoltosi al Pontificio Istituto ‘Sant’Anselmo’ la scorsa settimana.

Nell’intervento il papa riprende le indicazioni esposte nella lettera apostolica ‘Desiderio desideravi’ sulla formazione liturgica: “In effetti, la cura delle celebrazioni esige preparazione e impegno. Noi vescovi, nel nostro ministero, ce ne rendiamo ben conto, perché abbiamo bisogno della collaborazione di chi prepara le liturgie e ci aiuta a compiere il nostro mandato di presiedere l’orazione del popolo santo. Questo vostro servizio alla liturgia richiede, oltre alle conoscenze approfondite, un senso pastorale”.

Riprendendo l’allocuzione di san Paolo VI per la chiusura della seconda sessione del Concilio Vaticano II, papa Francesco ha definito la liturgia come arte ‘prima’ della Chiesa e perciò ha precise regole: “Il ministero del maestro è una diaconia: egli collabora con il vescovo al servizio della comunità. Ecco perché ogni vescovo incarica un maestro, che agisca con discrezione, in modo diligente, non anteponendo il rito a ciò che esprime, ma aiutando a coglierne il senso e lo spirito, sottolineando con il suo agire che il centro è Cristo crocifisso e risorto”.

A tal proposito il Concilio Vaticano II parla di cura pastorale dei fedeli per condurli a Cristo: “E’ l’obiettivo principale, che deve essere al primo posto anche quando preparate e guidate le celebrazioni. Se trascuriamo questo avremo delle belle ritualità, ma senza forza, senza sapore, senza senso perché non toccano il cuore e l’esistenza del popolo di Dio.

E questo succede quando il presidente de facto non è il vescovo, il sacerdote, ma è il cerimoniere, e quando questa presidenza scivola verso il cerimoniere, è finito tutto… E’ un ‘balletto’, un bel balletto, estetico, bellissimo, ma non è autentica celebrazione”.

Il Concilio Vaticano II ha avuto la premura di far vivere al fedele la bellezza della liturgia: “Il Concilio aveva tra le sue finalità quella di accompagnare i fedeli a recuperare la capacità di vivere in pienezza l’azione liturgica e a continuare a stupirsi di ciò che nella celebrazione accade sotto i nostri occhi. Si noti, non parla della gioia estetica, per esempio, o del senso estetico, no, ma dello stupore. Lo stupore è una cosa diversa dal piacere estetico: è l’incontro con Dio. Soltanto l’incontro con il Signore ti dà lo stupore”.

La liturgia non è una ‘parata’, specialmente alla presenza del vescovo: “Quando il responsabile delle celebrazioni accompagna il vescovo in una parrocchia, è bene valorizzare lo stile celebrativo che lì si vive. Non serve fare una bella ‘parata’ quando c’è il vescovo e poi tutto torna come prima. Il vostro compito non è disporre il rito di un giorno, ma proporre una liturgia che sia imitabile, con quegli adattamenti che la comunità può recepire per crescere nella vita liturgica. Così, pian piano, lo stile celebrativo della diocesi cresce”.

E’ un invito a non trascurare la bellezza della liturgia: “Infatti, andare nelle parrocchie e non dire nulla di fronte a liturgie un po’ sciatte, trascurate, mal preparate, significa non aiutare le comunità, non accompagnarle. Invece con delicatezza, con spirito di fraternità, è bene aiutare i pastori a riflettere sulla liturgia, a prepararla con i fedeli.

In questo il maestro delle celebrazioni deve usare una grande saggezza pastorale: se sta in mezzo al popolo capirà subito e saprà bene come accompagnare i confratelli, come suggerire alle comunità quello che è adatto e realizzabile, quali sono i passi necessari per riscoprire la bellezza della liturgia e del celebrare insieme”.

Ed una parte liturgica importante è il silenzio, specialmente prima della celebrazione: “Ed infine vi esorto a curare il silenzio. In quest’epoca si parla, si parla… Silenzio. Specialmente prima delle celebrazioni il silenzio aiuta l’assemblea e i concelebranti a concentrarsi su ciò che si va a compiere.

Spesso le sacrestie sono rumorose prima e dopo le celebrazioni, ma il silenzio apre e prepara al mistero: è il silenzio che ti prepara al mistero, permette l’assimilazione, lascia risuonare l’eco della Parola ascoltata. E’ bella la fraternità, è bello il salutarsi, ma è l’incontro con Gesù che dà senso al nostro incontrarci, al nostro ritrovarci. Dobbiamo riscoprire e valorizzare il silenzio!”

Infine ha concluso  la riflessione sull’omelia che deve essere breve e significativa: “E sempre un pensiero, un affetto e un’immagine. La gente si porti qualcosa a casa. Nell’Evangelii gaudium ho voluto sottolineare questo.

E l’ho detto tante volte, perché è una cosa che non finiamo di capire: l’omelia non è una conferenza, è un sacramentale. I luterani dicono che un sacramento, è un sacramentale ; è un sacramentale, non è una conferenza. La si prepara in preghiera, la si prepara con spirito apostolico”.

(Foto: Santa Sede)

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