Così Benedetto immaginava il Paradiso

Condividi su...

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 05.01.2023 – Renato Farina] – Anticipo la conclusione, che è poi l’inizio di tutto. Joseph Ratzinger – uomo, prete, cardinale, Papa e adesso semplicemente un uomo il cui corpo già si decompone – credeva al giudizio finale, all’immortalità dell’anima, alla resurrezione della carne, al Paradiso, all’Inferno e persino al Purgatorio.

Non ha mai preteso di averli visti, e sa che in questa vita sono verità avvolte dalla nebbia. Ma si è rifiutato fino all’ultimo di “demitizzare” la fede dei bambini e delle loro nonne e nonni. Il più grande intellettuale che ci sia stato in circolazione in questi ultimi 50 anni ha insistito fino all’ultimo nel sostenere che le “cose ultime” meglio di tutti somigliano a come le immaginano i piccoli del Vangelo. Joseph-Benedetto è stato fino all’ultimo istante tra questi, e con l’«usata ineffabil cortesia« (Michelangelo Buonarroti) ci invita a sederci a tavola con lui e ad assaggiare con fiducia il pane bianco che ci ha porto per tutta la sua esistenza: anche adesso che ci manca già così tanto.

Cronaca e memoria si fondono e ci interpellano. Francesco presiede stamani alle 09.30 le esequie di Benedetto XVI. La bara è a terra sul sagrato di Piazza San Pietro. Il ricordo ci conduce a 18 anni fa, 8 aprile 2005, stesso luogo, quando chi c’era si sentì un microbo stupito di essere coinvolto nello spettacolo immane dei funerali di Giovanni Paolo II, con quel Vangelo dalla copertina granata, deposto sul coperchio di legno chiaro, sfogliato dalle dita del vento, mentre un turbinio di nembi si chinava sul defunto e sul celebrante. Certo, c’erano centinaia di Capi di Stato e cardinali, una folla agitata da timore e tremore si identificò con lo striscione “Santo subito”. In realtà c’erano in quello spazio cosmico, in quell’incrocio di tempo e di eternità, due persone soltanto, Papa Wojtyła e il suo “amico fidato” il Cardinal Ratzinger.

C’era un Terzo, un Amico Personale di entrambi. Dalle maiuscole si sarà capita l’allusione al Dio della vita e della morte, Uno che quando c’è non mostra il tesserino di riconoscimento. Ma c’era? Nessun dubbio per quei due.

II futuro Benedetto XVI osò un gesto delicato e imperioso quel mattino. Mosse l’indice verso il cielo. Disse: «Possiamo essere sicuri che il nostro amato Papa sta adesso alla finestra della casa del Padre, ci vede e ci benedice». II suo candore perentorio costrinse i presenti, credenti o miscredenti, a girare lo sguardo in su, sopra il colonnato, verso est. Ma certo: lux ex oriente. Così Ratzinger comunicò la certezza della sua speranza. Non si riferiva a qualcosa di etereo, una coltre vaporosa di stelline argentee. Ma no, non è una fiaba, ma una cosa fisica, carnale. Una finestra, forse i gerani sul davanzale, e dentro questa cornice un Aldilà pieno di vita. Disse ancora: «Deponiamo le sue spoglie nella terra come seme di immortalità. II cuore pieno di tristezza, ma anche di gioiosa speranza». Tristezza e speranza, non se ne esce, questo è il guazzabuglio del cuore umano. Concluse dando del “tu” al Pontefice defunto, era la prima volta in 25 anni di collaborazione quotidiana: «Noi affidiamo la tua cara anima alla Madre di Dio, tua Madre, che ti ha guidato ogni giorno e ti guiderà adesso alla gloria eterna di suo Figlio, Gesù Cristo». Ratzinger ci credeva o recitava la sua parte nella sacra rappresentazione di alta retorica funeraria? Non fingiamo. Sappiamo che credeva. Almeno adesso che conosciamo le ultime parole di Benedetto – “Signore, ti amo!” -, prendiamo posizione, non facciamo i passanti che hanno altro da fare, scegliamo la parte del sì (pur accarezzato dall’umana paura) oppure scegliere il no (sia pure attraversato dal brivido del dubbio). Vogliamo situarci di qui odi là, usando ragione e libertà, o rinviare come sempre perché prima devo farmi uno shampoo?

Nella vita di Ratzinger le questioni ultime (escatologia) hanno occupato un posto centrale nelle sue riflessioni. Se 30enne riteneva superata l’idea di anima, per cui neppure si poteva porre il problema se fosse o no immortale, dopo vent’anni ricusò questa posizione. L’«immortalità dell’anima» non era – come sostenevano i teologi della de-ellenizzazione – la prigione greca in cui era stata rinchiusa la fede, ma una verità oggettiva che la fede faceva comprendere meglio nella sua razionalità. La lingua greca è il vaso con cui è stata portata ai popoli la Rivelazione. E la lingua non è un involucro neutro. Se ci rinunci disperdi la verità. Scrive perciò il libro che fino agli ultimi giorni ha ritenuto «l’opera più elaborata e accurata»: Escatologia. Morte e vita eterna. Scrive, appoggiandosi al Secondo libro dei Maccabei e ai Salmi, che «chi muore nella giustizia di Dio non entrerà nel nulla, ma nella vera realtà, nella vita autentica». Tutto questo è possibile perché Cristo ha vinto la morte.

E l’Inferno? Per Elio Guerriero (vedi “La biografia di Benedetto XVI”, Mondadori), «Ratzinger ritiene che la possibilità di una condanna eterna si basa sul grande rispetto che Dio ha per la libertà dell’uomo». Ma dà spazio anche alla volontà espressa dai santi di accompagnare Cristo nella discesa agli inferi e di offrirsi al posto dei dannati, redimendoli così insieme a Cristo. Non usa mai, in questi scritti, la parola Paradiso, ma Cielo.

Uscendo dal linguaggio specialistico, ecco come infine Benedetto XVI vede il Paradiso. Una cosa da bambini, la vita eterna non è una ripetizione senza fine, ma la sorpresa quotidiana dell’amore. Lo ha detto il 2 giugno del 2012, a Bresso (Milano), accanto al Cardinale Angelo Scola, per il raduno intitolato “II Papa in festa con le famiglie del mondo”. Erano i giorni in cui stava decidendo di rinunciare al Pontificato, in pieno Vatileaks. Sul Falcon della presidenza del Consiglio i pochi che viaggiarono da Roma con lui lo videro immerso in una tristezza abissale. Ma ecco ci fu questo incontro e gli si squarciò il cielo.

Cat Tien: «Ciao, Papa. Sono Cat Tien, vengo dal Vietnam. Ho sette anni. Mi piacerebbe tanto sapere qualcosa della tua famiglia e di quando eri piccolo come me…».

Benedetto XVI: «Grazie, carissima hai chiesto come sono i ricordi della mia famiglia. II punto essenziale era la domenica, cominciava già il sabato pomeriggio. II padre ci diceva le letture della domenica. Entravamo così nella liturgia, in atmosfera di gioia. II giorno dopo andavamo a Messa. Io sono di casa vicino a Salisburgo, quindi abbiamo avuto molta musica – Mozart, Schubert, Haydn – e quando cominciava il Kyrie era come se si aprisse il cielo. Quindi a casa era importante il grande pranzo insieme. E poi abbiamo cantato molto: tutta la famiglia cantava. II papà suonava la cetra e cantava; sono momenti indimenticabili. Eravamo vicino ad un bosco e così camminare nei boschi era una cosa molto bella: avventure, giochi eccetera. In una parola, eravamo un cuore e un’anima sola, anche in tempi molto difficili, perché era il tempo della guerra, prima della dittatura, poi della povertà. Ma questo amore reciproco che c’era tra di noi, questa gioia anche per cose semplici era forte e così si potevano superare e sopportare anche queste cose. Mi sembra che questo fosse molto importante: che anche cose piccole hanno dato gioia, perché così si esprimeva il cuore dell’altro. E così siamo cresciuti nella certezza che è buono essere un uomo, perché vedevamo che la bontà di Dio si rifletteva nei genitori e nei fratelli. E, per dire la verità, se cerco di immaginare un po’ come sarà in Paradiso, mi sembra sempre il tempo della mia giovinezza, della mia infanzia. Così, in questo contesto di fiducia, di gioia e di amore eravamo felici e penso che in Paradiso dovrebbe essere simile a come era nella mia gioventù. In questo senso spero di andare “a casa”, andando verso l'”altra parte del mondo”».

Dov’è quella finestra? Eccola.

Questo articolo è stato pubblicato oggi su Libero Quotidiano.

Indice – La morte di Benedetto XVI [QUI]

151.11.48.50