Ventunesimo giorno del #ArtsakhBlockade. Una lenta asfissia, destinata a provocare un esodo di massa dall’Artsakh degli Armeni Cristiani

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 01.01.2023 – Vik van Brantegem] – Tutto il traffico civile tra l’Artsakh/Nagorno-Karabakh e l’Armenia rimane interrotto dal 12 dicembre. Il #ArtsakhBlockade è entrato nel suo 21° giorno con la polizia e i sedicenti “eco-attivisti” del regime autoritario dell’Azerbajgian dispiegati lungo il segmento di Shushi, ad interrompere l’autostrada interstatale Stepanakert-Goris, la #StradaDellaVita dei 120.000 cittadini armeni cristiani (tra cui 30.000 bambini e 20.000 anziani) dell’Artsakh, che sono entrati nel nuovo anno in isolamento, con mancanza di cibo, carburante e medicine.

Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo della Chiesa Apostolica Armena, Catholicos di tutti gli Armeni, ieri ha inviato al “caro popolo pio dell’Armenia, dell’Artsakh e della diaspora” un messaggio in occasione del nuovo anno, portando dalla Santa Sede di Etchmiadzin “la benedizione, l’amore e gli auguri patriarcali”: «Siamo all’inizio del nuovo anno con le nostre attese e speranze, oltre che con il cuore inquieto e le preoccupazioni. L’anno passato non è stato esente da guai per la nostra gente, abbiamo avuto nuove vittime e perdite. La patria sta ancora affrontando problemi di sicurezza. i nostri confini e insediamenti pacifici sono sotto il fuoco ostile. I nostri bambini dell’Artsakh continuano a lottare per la tutela del loro diritto ad una vita indipendente con uno spirito indomito, affrontando molti disagi, causati anche dal blocco del Corridoio di Lachin. In una situazione così difficile, non siamo stati in grado di unirci pienamente al nostro potenziale nazionale per rafforzare la madrepatria e tirarla fuori da una situazione difficile. Gli aspri scontri geopolitici che scuotono oggi il mondo hanno dato origine a diversi problemi spirituali, sociali ed economici.
Tuttavia, confidando in Dio, ci facciamo gli auguri in questo capodanno. I migliori auguri per la pace nel mondo, la sicurezza e la prosperità della nostra patria, Armenia e Artsakh. Nella nostra anima ci sono principalmente aspettative di recupero delle nostre perdite, superamento dei problemi e rinnovamento della nostra vita nazionale.
Carissimi, la missione del Cristiano è vivere nella speranza ed essere ottimisti, convinti che, come dice l’apostolo, «la speranza non vi delude mai» (Rm 5,5). Gli Stati si distruggono, i popoli scompaiono non per il peso delle prove, ma per l’esaurimento della speranza, per la mancanza di una visione del futuro e della volontà di realizzarlo. La marcia del nostro popolo è stata e continuerà ad essere una storia di fede, speranza e ottimismo basati su Cristo. Viviamo e agiamo con questa fiducia, aggrappandoci saldamente alla nostra identità, ai pegni insostituibili della nostra esistenza: la nostra patria, la nostra lingua e la nostra fede. Allontaniamo la depressione, l’apatia e l’indifferenza e uniamoci con speranza attorno agli interessi nazionali e statali. Rendiamoci conto che questo è il modo per guarire la nostra patria ferita. Per proteggere il diritto all’autodeterminazione del nostro popolo dell’Artsakh, per garantire un futuro luminoso con l’unità patria-diaspora e la permanenza della nostra nazione. Perciò, con l’esortazione apostolica, «stiamo svegli e indossiamo la corazza della carità e della fede e indossiamo l’elmo della speranza della salvezza» (1 Ts 5, 8-9).
La mia preghiera patriarcale è che Dio Onnipotente manterrà la nostra patria in pace e protegga i nostri soldati. Chiediamo la benedizione e il conforto del Signore per le famiglie che hanno subito gravi perdite, la guarigione per i feriti e il rapido ritorno per i nostri figli catturati e dispersi.
Alla vigilia di Capodanno, chiediamo all’Onnipotente di mantenere il nostro popolo in Armenia, in Artsakh e nella diaspora in pace e al sicuro, di unirsi con amore e di concedere benefici patriottici e nazionali nel nuovo anno. Possa il Signore accrescere nelle nostre vite la speranza per il futuro della nostra patria e nazione. E che l’amore e la grazia di Dio siano con noi e tutti oggi e sempre.
Felice anno nuovo».

Il 1° gennaio 2023 Sua Santità Karekin II, insieme ai vescovi e ai fedeli della Santa Sede di Etchmiadzin, ha visitato il pantheon militare Yerablur per rendere omaggio alla memoria degli Armeni che hanno sacrificato la propria vita per l’indipendenza e la difesa della patria. Il Patriarca Supremo e il clero della Chiesa Apostolica Armena hanno innalzato a Dio una preghiera per la pace delle anime dei valorosi martiri. Il Cattolicos di tutti gli Armeni e il clero hanno anche visitato le tombe degli eroi della nazione, portando il loro inchino e la loro preghiera.

Il Nagorno Karabakh Oberver ha menzionato ieri su Twitter segnalazioni di diverse tonnellate di generi alimentari e prodotti di base portati da una colonna di circa 10 camion delle forze di mantenimento della pace russa e distribuiti ai negozi locali a Stepanakert, capitale dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh e nelle province in mezzo alle gravi carenze. Una goccia su ferro roventi, visto che servono 400 tonnellate ogni giorno, che mancano dal 20 giorni (in totale 8.000 tonnellate).

«Albania, Emirati Arabi Uniti, Federazione Russa e Regno Unito hanno bloccato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il passaggio della dichiarazione redatto dalla Francia sull’attuale situazione di stallo nel Corridoio di Lachin» (The Azeri Times, 30 dicembre 2022).

Esiste l’Accordo Trilaterale del 9 novembre 2020, che Aliyev ha convenuto e firmato per garantire il Corridoio di Berdzor (Lachin) per collegare l’Artsakh all’Armenia in sicurezza. Ha acconsentito e ora viola l’accordo. Ecco il fatto incontestabile. Questo tradimento di Aliyev della parola data, si manifesta da 3 settimane e non viene intrapresa alcuna azione per aprire la strada. Ed è il secondo fatto incontestabile. Perché la comunità internazionale permette questo? Perché il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non interviene, non con parole ma con i fatti? Perché le Nazioni Unite, in attesa che intervengono per aprire il Corridoio, non stanno trasportando in aereo rifornimenti salvavita in Artsakh? A questo ritmo di “non intervento” politico, diplomatico e militare, possiamo dire che il 2023 sarà l’anno dell’addio dell’Armenia. Il caviale del Mar Caspio è buono e il gas russo (quasi) ben camuffato riciclato da Aliyev fa spegnere la coscienza degli Europei.

Un convoglio delle forze di mantenimento della pace russe sull’autostrada interstatale Goris-Stepanakert nel Corridoio di Berdzor (Lachin).

Il Presidente della Repubblica di Azerbajgian, Ilham Aliyev, ha tenuto un discorso in occasione della Giornata di Solidarietà degli Azeri del Mondo e del nuovo anno. Riportiamo di seguito alcuni stralci significativi, dimostrando il vanto dei risultati ottenuti con l’uso della forza e minaccia di uso della forza, nonostante gli accordi sottoscritti con l’Armenia e la Federazione Russa di astenersi di ciò.
«Abbiamo ulteriormente consolidato la nostra storica vittoria sul campo di battaglia due anni fa a livello politico».
«Quest’anno abbiamo ulteriormente aumentato il nostro potere militare e grande attenzione è sempre rivolta a questo settore. L’Azerbajgian ha mostrato la sua potenza militare durante la seconda guerra del Karabakh e, allo stesso tempo, durante i due anni successivi alla guerra, abbiamo acquisito un potenziale militare ancora maggiore grazie alle riforme attuate, alla creazione di nuove unità armate e l’equipaggiamento del nostro esercito con armi e attrezzature moderne. Quest’anno si sono svolte diverse operazioni militari e queste operazioni hanno confermato ancora una volta l’alto livello della nostra capacità di combattimento. L’operazione Farrukh [1], l’operazione “Rivincita” [2], così come gli scontri in direzione del confine tra Azerbaigian e Armenia a settembre hanno portato alla nostra successiva brillante vittoria. Come risultato degli scontri di confine, l’Azerbaigian è stato in grado di rafforzare ulteriormente le sue posizioni su molte altezze strategiche favorevoli [3]».
«L’apertura del Corridoio di Zangezur è obbligatoria [averrà], che l’Armenia lo voglia o no. Abbiamo dimostrato una forte volontà, e tutto sta andando secondo i piani».

[1] Nel tentativo di far de-escalare gli scontri fra il 24 e il 26 marzo 2022 – che hanno causato almeno 3 morti fra gli Armeni – a Farrukh sulle alture di Karaglukh in Askeran, le forze di mantenimento della pace russe hanno negoziato con le parti un ritiro dalle proprie posizioni. Gli Armeni hanno di seguito liberato degli avamposti, mentre gli Azeri non solo non si sono ritirati, ma sono avanzati, e controllano ora le alture di Karaglukh.
[2] Il 3 agosto 2022 le unità dell’esercito azero hanno occupato le alture di Girkhgiz, tra cui Saribaba e diverse alture vantaggiose lungo la catena del Karabakh delle montagne del Caucaso minore, coprendo il territorio delle regioni di Kalbajar e Lachin, e vi hanno stabilito nuove posizioni di combattimento.

[3] Il 13 e 14 settembre 2022 invasione delle forze armate dall’Azerbajgian in diverse aree dell’Armenia, con l’utilizzo di droni, artiglieria e altri mezzi militari. Sono stati uccisi circa 250 Armeni e 80 Azeri, video mostrano prigionieri di guerra armeni giustiziati, 48 km² di nuovo territorio sovrano dell’Armenia sotto il controllo azero su alture strategici per osservare direttamente il territorio armeno.

Libro di testo per il nono grado della scuola secondaria in Azerbajgian “Zəfər tarixi” (La storia della vittoria), dove il Presidente Ilham Aliyev minaccia con la mano, un suo gesto comune. Al nemico armeno: odio, odio, odio. Come andrà a finire il “culto della vittoria” per gli scolari azeri? Dopo la seconda guerra del Karabakh del 2020, il culto militante del sacrificio in Azerbajgian è stato sostituito da un culto militante della vittoria. “Servizio alla patria, lealtà al popolo, odio, odio, odio al nemico!” – uno degli slogan insegnati ai bambini nelle scuole in Azerbajgian. Nelle scuole, l’euforia per la vittoria ha cominciato ad acquisire le caratteristiche dell’agitazione xenofoba. In un servizio televisivo su un canale locale, i bambini di un’assemblea scolastica nel cortile gridano in coro “Servizio alla Patria, lealtà al popolo, odio, odio, odio al nemico!” “Questi bambini sono i soldati, i medici, gli insegnanti di domani; i nostri figli che difenderanno il nostro Paese in prima linea”, commenta il giornalista. È improbabile che qualcuno in Azerbajgian abbia dubbi su di chi stiano parlando questi canti. La parola “pro-armeno” in Azerbaigian è in realtà una maledizione e le radici armene sono prove compromettenti. “Pro-armeno” è chiamato in un altro video virale dal conduttore del canale televisivo locale del Presidente francese, Emmanuel Macron, e il suo nome è gridato da un coro di bambini in un beffardo rimaneggiamento della canzone “Pinocchio”. In alcuni testi contenuti nei manuali scolastici gli studenti sono instillati dall’odio non per il nemico. Nella storia “Viola sanguinaria” in un libro di testo di letteratura per la prima media, un bambino ha fatto un sogno del genere: “Zia Siranush [nome armeno comune] lo ha strangolato con una faccia triste. Con una spada affilata impugnata da Zio Suren [un altro nome armeno comune], il sangue gocciolava. Questo sangue era sulla sua fronte, sulla sua testa, ma soprattutto gli è entrato negli occhi”. Nel libro di testo azera per la stessa prima media c’è una storia “Piccoli ostaggi” con le seguenti parole: “I pazzi Armeni con pinze arrugginite hanno strappato la lingua a coloro che non volevano leggere, li hanno spogliati e li hanno derisi”. Un altro libro di testo di letteratura – già per la quinta elementare – contiene una storia “Il ladro”, che racconta che gli Armeni rubano da anni tutto agli Azeri: musica, ricette culinarie, tappeti e, infine, il Karabakh.
Cos’è l’incitamento all’odio? L’ONU definisce l’incitamento all’odio come “discorso offensivo diretto contro un gruppo o un individuo sulla base delle loro caratteristiche intrinseche (come razza, religione o genere) ed è in grado di minacciare la pace sociale”.

Per l’Armenia
Vittima all’ombra dell’Ucraina
di Jean Yves Camus
Charlie Hebdo, 28 dicembre 2022

(Nostra traduzione italiana dal francese)

Questo è un grido di allarme e un invito all’azione. Lettori che vi impegnate a sostegno dell’Ucraina attaccata dalla Russia, non lasciate che accada, all’ombra della guerra che colpisce Kiev, il crimine che potrebbe portare da un giorno all’altro alla scomparsa anche dell’Armenia e del Nagorno-Karabakh, come quella del popolo armeno, già martirizzato nel 1915.

Da più di un secolo sappiamo, con prove certe, da quando è stato commesso un genocidio, che l’Armenia e il suo popolo sono scomodi. Ostacolano il disegno comune di Baku e Ankara, che consiste, sotto la copertura di una (reale) parentela dei popoli azero e turco, nello stabilire un continuum geografico e politico tra il Mar Caspio e la Turchia, fino al Mar Nero e al Mediterraneo.

Per realizzare questo sogno, che si chiama panturchismo, ovvero quello di estrarre la maggior ricchezza possibile dal gas naturale e dal petrolio dell’Azerbajgian, è necessario rompere una serratura: quella della presenza armena, in particolare nel Nagorno-Karabakh. Annettere una volta per tutte, quindi spingere le sue pedine nella provincia armena di Syunik per fare il collegamento con un altro territorio appartenente all’Azerbajgian, il Nakhitchevan. Poi, il gioco è fatto, la strada per Izmir e Istanbul sarà aperta. Sarà tracciata ancora una volta sui cadaveri degli Armeni.

Se, tra l’altro, gli alleati turchi e azeri vogliono davvero finire i lavori sulla modalità di “purificazione etnica”, i 120.000 Armeni del Nagorno-Karabakh e i 3 milioni di abitanti dell’Armenia, paese enclave senza risorse naturali, dovranno difendere la loro pelle a caro prezzo. Lo stanno già facendo, mentre gli occhi degli Europei, fissi su Kiev, si stanno allontanando da Yerevan perché il gas di Baku addolcirà il nostro inverno.

L’inverno per gli abitanti del Nagorno-Karabakh è terribile: approfittando del fatto che l’esercito russo, che dal 2020 dovrebbe garantire il cessate il fuoco tra l’Armenia e l’Azerbajgian, è impantanato in Ucraina, Baku blocca dal 12 dicembre il Corridoio di Lachin, unica via di accesso tra Armenia e Nagorno-Karabakh. Non arrivano medicine, cibo o aiuti umanitari. La fornitura di gas è quasi interrotta, gli ospedali non possono curare malati gravi o evacuarli a Yerevan. Si tratta di una lenta asfissia, destinata a provocare un esodo di massa degli Armeni dal Nagorno-Karabakh e ad insediarvi poi, una volta tolto “miracolosamente” il blocco, centinaia di migliaia di Azeri per modificare definitivamente gli equilibri demografici, preludio a un pura e semplice annessione mediante un referendum il cui esito sarà acquisito in anticipo.

Gli accordi sul gas obbligano, l’Unione Europea mantiene un profilo basso e la Francia ribadisce che “sta facendo di tutto per favorire una soluzione pacifica del conflitto”. Queste antifone non impressionano né Baku né Ankara, che hanno un obiettivo specifico, sostenuto da un’ideologia e dai mezzi materiali per realizzarlo. La diaspora armena aiuta le vittime al massimo delle sue possibilità. In tutto lo spettro politico, dai comunisti Pierre Ouzoulias e Anne Hidalgo a François-Xavier Bellamy e Bruno Retailleau, si levano voci per l’Armenia, a cui si aggiungono quelle di Sylvain Tesson, Jean-Christophe Buisson, Valérie Toranian e Franz-Olivier Giesbert nell’ambito dei media. Questo non basta. Dobbiamo riscoprire il vigore di Anatole France, Jean Jaurès e Georges Clemenceau, che suonarono la campana all’epoca dei primi massacri ottomani, poi del genocidio del 1915.

L’Azerbajgian e la Turchia continuano il blocco di 120.000 armeni nell’indifferenza generale
di Antoine Bordier
Entreprendre, 31 dicembre 2022

(Nostra traduzione italiana dal francese)

Dallo scorso 12 dicembre l’Azerbajgian e il suo fratello maggiore Turchia hanno continuato le loro operazioni per bloccare i 120.000 Armeni dell’Artsakh, nella più totale indifferenza. Dal 13 settembre l’Armenia è stata attaccata per la prima volta. Ultima luce sul 2022, quando Erdoğan ha appena presentato la sua candidatura al Premio Nobel per la pace, e quando Aliyev ripete che “andrà fino in fondo”.

Tra un mese, alcuni correranno il rischio di celebrare l’ascesa al potere di Adolf Hitler il 30 gennaio 1933. È vero che l’ha raggiunto democraticamente, nel quadro di elezioni non truccate, sogno). È dopo che tutto va storto. Prima, l’ombra della sconfitta incombeva sulla Germania. La Prima Guerra Mondiale, che fu una vera e propria carneficina, se finì con un armistizio firmato alle ore 05.00 del mattino nella famosa carrozza di Rethondes, provocò un sentimento di rivalsa inespresso da tutto un popolo, fino all’avvento del Dritte Reich. I primi passi di questo avvento ebbero luogo nel 1933. L’anno 1929 lo accelerò. È stato terribile per il mondo e per la Germania. Con le pieghe delle crisi finanziarie ed economiche, diventate globali, si è costruita l’ascesa al potere del nazismo e di Hitler… Purtroppo, sappiamo cosa è successo dopo. Oppure tendiamo a dimenticarlo.

L’ideologia del panturchismo è paragonabile al nazismo, a una nuova ideologia genocida e mortale? Hanno un nucleo comune: l’eradicazione. In questo caso si tratta di riunire, a più o meno lungo termine, nella stessa regione che si estenderebbe dalla Turchia al Kirghizistan e al Kazakistan, i popoli turchi, a scapito degli altri popoli che dovrebbero essere sradicati. Nel Mein Kampf, Hitler scrisse della “razza padrona”. Ha fatto discepoli. Come Stalin…

30 anni fa: è una coincidenza? – i 5 Capi di Stato di questi Paesi si sono incontrati ad Ankara, a cui vanno aggiunti Uzbekistan e Turkmenistan. La loro visione? Ultranazionalismo. La loro retorica? Spacciandosi per Paesi assediati, popoli dimenticati dalla storia che avrebbe voltato loro le spalle. Concretamente, Erdoğan, sul suo terreno, nega la piena cittadinanza ai Curdi e agli Aleviti, e considera i Turchi sparsi nel mondo come un’unica nazione. La sua.

Hitler sognava di diventare Führer, Erdoğan sogna un nuovo impero ottomano, che portasse questo nome: il suo. Per questo, tra l’altro, cerca un nuovo mandato nel 2023, e prepara la sua rielezione e i suoi emendamenti alla Costituzione. Come? Rinchiudendo i suoi oppositori più seri, come il Sindaco di Istanbul, Ekrem İmamoğlu. Quest’ultimo è stato condannato lo scorso ottobre a due anni e sette mesi di reclusione per “insulti a funzionari”. La democrazia è in subbuglio? No, l’abominio non è abbastanza abominevole.

Armenia e Artsakh: 2 piccoli sassolini nella scarpa

Nel 2022, il puzzle del panturchismo ha accelerato la sua (ri)costituzione. Suo fratello, Ilham Aliyev, il leader dell’Azerbajgian, ha dichiarato a gennaio, durante la visita della Presidente [della regione Île-de-France] in Artsakh: “Se fossimo stati a conoscenza dell’ultima visita illegale di Valérie Pécresse, non l’avremmo lasciata ripartire”. Sta marcando il suo territorio e flettendo i muscoli. Senza dubbio. Solo che non è il “suo” territorio.

Da parte sua, in contemporanea, Erdoğan si recava in Albania per inaugurare una moschea e un intero quartiere veniva finanziato dalla… Turchia. Il panturchismo avanza al proprio ritmo… che sta accelerando. Al ritmo di un Islam che sarebbe conquistatore?

Altra sequenza. A febbraio, quando Vladimir Putin ha invaso l’Ucraina, Erdoğan ha dichiarato: “La Turchia non riconoscerà alcuna misura che leda la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina” (il 23). E, da parte sua, Aliyev ha incontrato di persona Vladimir Putin. Ha riassunto questo incontro con le sue parole sull’alleanza russo-azera: “[È] molto completo, contiene più di 40 punti, copre le aree più importanti della nostra interazione e sarà di vitale importanza per il futuro delle nostre relazioni bilaterali. Poi ha aggiunto: “La Russia svolge anche un ruolo importante nella creazione di opportunità di normalizzazione tra Armenia e Azerbajgian. Lo apprezziamo. Spero che l’Armenia, come noi, attui i termini della Dichiarazione Tripartita firmata nel novembre 2020”.

Pochi mesi dopo, Erdoğan ha ricordato che la spartizione di Cipro, cioè la Repubblica turca di Cipro del Nord, era sotto la sua protezione. E Ilham Aliyev ha ripreso le sue operazioni militari contro l’Armenia bombardando diverse regioni nell’est e nel sud-est dell’Armenia. Il macabro (ri)silenzio della Comunità Internazionale, delle Nazioni Unite, degli Stati Uniti, della Francia, dell’Unione Europea e dei loro leader, Antonio Guterres, Joe Biden, Emmanuel Macron, Ursula von der Leyen e Charles Michel, ha rafforzato nelle sue convinzioni e nei suoi piani di invasione il fornitore di gas e petrolio dell’Azerbajgian.

Dal canto suo, Vladimir Putin – la cosa si fa sempre più manifesta, come aveva fatto a suo tempo Stalin – gioca su più scacchiere: quella armena, di cui deve garantire – per convenzione bipartita – la sicurezza, l’altopiano ucraino, dove vincerà prima o poi (piuttosto tardi adesso), e l’altopiano internazionale avvicinandosi ad Azerbajgian, Turchia, Iran, Israele, Cina e India.

Lascia fare Aliyev. E gli avrebbe anche dato il via libera… Il 12 dicembre Aliyev ha deciso di prendere in ostaggio i 120.000 Armeni nel Nagorno-Karabakh. Blocca l’unico accesso: il Corridoio di Lachin. Ecco, di nuovo, totale macabro silenzio internazionale.

Dopo 20 giorni di blocco, a che punto siamo?

Da allora ci sono stati 2 decessi, decine di pazienti sono ora in una fase critica. Farmacie, negozi di alimentari, mercati, stazioni, negozi, ecc. non vengono più riforniti. Ulteriori informazioni sono state comunicate dal Ministro di Stato (l’equivalente di Primo Ministro) Ruben Vardanyan, il 29 dicembre: ” La realtà è che nel cuore dell’inverno, 120.000 persone non hanno carburante, medicine, cibo. La strada è bloccata, abbiamo diverse famiglie separate…”.

Da parte di Ilham Aliyev, come giustifica questo blocco illegale? Difficile per il leader brandire il suo segno ecologico, soprattutto quando sappiamo come sfrutta le sue risorse di gas e petrolio. Un’ecologia d’inganno, dunque. Per ingannare chi? L’Occidente, l’Unione Europea… E ora, con questi cosiddetti ecologisti al soldo del dittatore, tutto il pianeta, che sta soffocando a causa del riscaldamento globale, e che sta soffocando a causa dell’anemia delle sue democrazie e dei suoi valori.

Civiltà in pericolo?

Come si può immaginare un attivista ambientale che blocca 120.000 persone, bloccando il Corridoio di Lachin, l’unica via umanitaria attraverso la quale passano beni di prima necessità, con la motivazione che le miniere in questione appartengono all’Azerbajgian? L’Azerbajgian esiste solo dal 1918. E le terre armene del Nagorno-Karabakh esistono da almeno 2000 anni!

Questa manovra è così barbara, ingannevole e tirannica, che allo stesso tempo non ha nemmeno fatta arrabbiare la comunità internazionale. Come mai?

Ilham Aliyev andrà fino in fondo

Ha detto questa frase durante la guerra dei 44 giorni nel 2020: “Andrò fino in fondo”. Non va sottovalutato, tanto più che dietro di lui, o accanto a lui, ci sono Erdoğan e Putin.

A quali condizioni? Come il serpente che apre le fauci sulla sua preda, che soffoca, aprirà le sue fauci alle seguenti condizioni: che l’Artsakh rinunci alla sua repubblica e ritorni nella maledizione di Baku, dove gli Armeni del Nagorno-Karabakh (re)diventeranno cittadini di seconda classe, che subiscono ingiustizia dopo ingiustizia, pogrom dopo pogrom, violenza dopo violenza. E che l’Armenia abbandoni parte del suo territorio, che un tempo si estendeva da Beirut a Baku. La Turchia e l’Azerbajgian saranno così collegate direttamente. E il panturchismo (ri)nascerà, prima di diffondersi. Lì, Putin fischierebbe la fine del gioco…

Altrimenti? Nel 2023 ci saranno due nuove guerre: contro l’Artsakh, che perderà il 30% dei suoi territori rimanenti, e contro l’Armenia (a est e a sud).

Cosa fare?

La Francia è amica dell’Armenia da un millennio. È rimasta sua amica. Ma anche lei gioca a caldo e freddo. Con l’Artsakh è ancora più complicato. Emmanuel Macron, come aveva fatto con Vladimir Putin, alza il telefono, incontra gli aggressori (Azerbajgian e Turchia) e le vittime (Armenia e Artsakh). Si arrabbia un po’. Ma questo è tutto. Non invia armi. Non intraprende manovre militari congiunte con l’Armenia, che rimane appannaggio di Vladimir Putin. Non condanna.

L’ONU? Non c’è ancora una risoluzione per l’invio dei caschi blu delle Nazioni Unite, che in effetti cambierebbe la situazione. Nessuna condanna specifica.

Così, in Francia, artisti, autori, scrittori, giornalisti, politici, società civile, ecc., tutti si stanno mobilitando. Le firme dei forum indignati si moltiplicano e si susseguono. Ma le linee azere non si muovono. Il blocco c’è ancora.

Solo, alla spicciolata, Croce Rossa e veicoli russi riescono a passare… per curare le emergenze mediche. Ma questo è tutto.

Un premio Nobel per la pace a Erdoğan?

In queste condizioni, firmare contratti per il gas con il tiranno dell’Azerbajgian è un non-senso, peggio, abbandono, complicità, tradimento. L’Unione Europea scuote uno straccio rosso sopra la testa di Aliyev che si precipita sulle barelle dell’Artsakh e dell’Armenia. Il pubblico è senza parole. Pane, giochi e corruzione per le democrazie. La macchina per la stampa di denaro azera sta lavorando a pieno ritmo per innaffiare qualsiasi democratico compiaciuto…Un blocco, sangue e lacrime per gli Armeni. Fino a quando?

E Erdoğan che è candidato al Premio Nobel per la Pace? Come il piromane che accende un fuoco e si offre volontario per spegnerlo. Che sciocchezza, perché continua a negare il genocidio perpetrato dall’Impero ottomano contro 1,5 milioni di Armeni. Come ci siamo arrivati? Il fuoco cova nel mezzo dell’inverno.

Vent’anni fa, nell’ottobre del 2002, Jacques Chirac pronunciò questa frase: “La nostra casa sta bruciando e noi guardiamo altrove”. Questa volta non si tratta del tempo. Questi sono i popoli, la nostra civiltà, gli Armeni, che come gli Ucraini, gli yemeniti, ecc. vivranno il capodanno 2022 nella paura del domani. Alcuni moriranno, avranno lo stomaco vuoto. Mentre altri vomiteranno per la loro vigliaccheria e per i loro piatti di festa… E, nel 2023, la speranza ci sarà alla fine della strada per queste persone a tempo preso in prestito?

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI].

Foto di copertina: continua il blocco criminale azero che dal 12 dicembre isola 120.000 Armeni dell’Artsakh/Nagorno Karabakh, circondati dalle forze armate dell’Azerbajgian. Crisi umanitaria in atto – mancano cibo, medicine, carburante – sotto il silenzio colpevole dei media italiani per compiacere la lobby del dittatore guerrafondaio Ilham Aliyev. Sulla cartina in copertina il tracciato – (ancora) mancante sul territorio sovrano dell’Armenia, del cosiddetto Corridoio di Zangezur che rivendica Aliyev e isolerebbe l’Armenia dall’Iran. Nella cartina sopra, diffusa il 30 dicembre 2022 su Twitter da Nasimi Aghayev, Ambasciatore dell’Azerbajgian in Germania, il tracciato è completato secondo i piani e le minacce di Aliyev.