Assist a Valditara. Viva il merito. Ce lo spiega pur un quadro

Il quadro a olio su tela, “La Virtù accarezza il Merito e allontana l’Ignoranza al cospetto dello Studio” di Pelagio Palagi (1775-1860) e Francesco Hayez (1791-1882), rappresenta come l’impegno sia una virtù. Smentisce e zittisce Zagrebelsky che definisce l’eccellenza “un inganno”. Il quadro del 1820 è da mettere in relazione alla lunetta dello stesso soggetto, eseguito tra il 1813 e il 1814 a Palazzo Torlonia a Roma, nel famoso ciclo di affreschi andato distrutto quando l’edificio venne demolito nel 1901-1902.

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 05.12.2022 – Renato Farina] – Che meraviglia trovarsi, il sabato mattina, mentre la finestra è bagnata di pioggia, un’immagine sul proprio iPhone, non capisci cosa sia, ma vedi che è bellissima, non sono i soliti divertenti ma tutti uguali “meme” (foto di personaggi o situazioni con didascalie umoristiche girovaganti su Internet) che ci mandiamo non sapendo cos’altro dirci. A mandarmela è un vecchio professore, amico da una vita. Aspetto la risposta al mio “?!” (sorpresa e domanda di chiarimento). Eccola: “A proposito dell’articolo di ieri”. Cioè? “La Virtù che accarezza il Merito e scaccia l’Ignoranza al cospetto dello Studio, 1820”. Gli autori del dipinto sono Pelagio Palagi e Francesco Hayez. Si tratta di un olio su tela, collezione privata. Non ha speso parole, ma ha usato l’arte come un fioretto per trafiggere il professorissimo Gustavo Zagrebelsky, già Presidente della Corte costituzionale, che aveva cercato di squalificare come classista, promotore di odio sociale il nome stesso del ministero che oggi si chiama “della Istruzione e del Merito”. Aveva proclamato L’intellettuale, vate assoluto del progressismo cosmopolita, ma soprattutto d’alto bordo, aveva proclamato su La Stampa: “Altro che merito. L’eccellenza è un inganno”, una forma di tortura che perpetua le disuguaglianze sociali e promuove “il passare sopra la testa degli altri”.

Dilettante

Sono stato tutto il giorno a capire da dove arrivasse quel quadro, come fosse venuto in testa a questi artisti il tema. Ho scoperto cose interessanti, un po’ da dilettante allo sbaraglio, e le racconterò tra poco. Poi però ho guardato quelle figure: l’Ignoranza sta seduta ed è avvolta di vesti preziose, non se ne vuole andare, si difende dalla Virtù che la scaccia, mentre il Merito è ignudo, totalmente indifeso, si vede che è teso a qualcosa, ma è incerto, pensa: vincerà il solito ricco. La Virtù lo accarezza, non lo spinge, non lo raccomanda, deve essere sé stesso. Il più povero ha solo il Merito, ma dietro di lui, c’è lo Studio, ci sono le sudate carte. Il Merito non è “un passare sulla testa del prossimo”, è fatica, dolore, solitudine, non è come bere un bicchiere di rosolio alle rose. Ma è anche lotta alla ingiustizia.

Questo dipinto rappresenta lo stato della questione. Merito contro Demerito, il quale è il burro su cui si siede il ricco, superbamente adornato come la Sua Maestà l’Ignoranza, la presuntuosa. La quale si vede che è assai scocciata. Le sue mani parlano: “Ho tutto, che vuole da me la Virtù, perché mi spintona?”. La Virtù è da intendere come coscienza, verità, coraggio. Riassume – nella maniera un po’ neoclassica, un po’ romantica – le beatitudini evangeliche. In questo caso: beati i poveri. Ci ho pensato dopo al fatto che in realtà quel quadro ottocentesco racconta la biografia di tanti tra noi. Quelli che sono stati i primi laureati di una famiglia operaia o contadina, di emigrati senza terra. E allora è stato a me chiaro che la storia di quell’amico, colto ed erudito, premiato insegnante di lettere in una scuola superiore, è esattamente rappresentata da quel dipinto. D’accordo il titolo è prolisso, ed io pure. Ma la scelta di mandare quell’immagine per partecipare al dibattito vale come una carta d’identità. Oggi porta a spasso i numerosi nipoti, quando lo conobbi era un ragazzino, maggiore tre anni di me, e non aveva ancora potuto iniziare il liceo, lavorava come cameriere nell’albergo del paese, era pure il più svelto, portava mille piatti su una mano. Il più bravo, ci metteva tigna, nessun lamento.

Allora dove sta quel quadro? Sta in una collezione privata. Non so dove.

Il palazzo fu distrutto

La sua storia è questa. Il bolognese Pelagio Palagi sapeva fare tutto: sculture, dipinti piccoli e grandi, disegnava sgabelli e tavolini, torri e palazzi. Ebbe una commessa per una galleria del Palazzo Torlonia a piazza Venezia a Roma: sono dodici storie della vita di Teseo, e dieci figurazioni allegoriche (1813-1814). Su due lunettoni che si fronteggiavano erano rappresentate “La Verità tra la Calunnia e la Frode” e davanti il nostro tema, sulla Virtù e il Merito. Se ne conservano le fotografie, ma il Palazzo fu abbattuto nel 1901, e addio all’originale. Ecco come lo racconta Palagi in terza persona: “Parte dei Cartoni delle figure allegoriche furono dal Palagi dipinti su tela ad olio… Stando ancora in questa città (Roma) inviò… il terzo Cartone a forma di Lunetta per il Conte d’Arache Bertolazone di Torino, nella quale è figurata la Virtù posata su regal seggio che abbraccia il Genio del vero Merito, accanto ad essa vi stà lo Studio, e colla destra ripulsa da sé la presuntuosa ignoranza” (l’ortografia è del pittore). Con ogni probabilità Palagi non la dice tutta. Infatti nelle sue memorie Francesco Hayez ricorda di aver lavorato giovanissimo proprio a quelle lunette, e la sua mano è riconoscibile nel vecchio chino sui libri. E allora come mai è datata 1820? I due si ritrovarono ad affrescare, chiamati dal Viceré austriaco della Lombardia, la Sala delle Lanterne nel Palazzo Reale. Quella Sala è stata distrutta dai bombardamenti alleati durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma un paio di cartoni sono stati ritrovati, opera dei due, a Padova. Hayez è passato alla storia dell’arte, ma soprattutto del costume, per uno dei quadri più riprodotti e famosi: “Il bacio”. Molto merito – è il caso di dirlo – è del maestro Pelagio Palagi.

Questo articolo è stato pubblicato il 4 dicembre 2022 su Libero Quotidiano.

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