40ª Udienza del Processo 60SA in Vaticano. Il testimone chiave contro Becciu ha perso ogni credibilità e inesistente pure l’ipotesi di subornazione ai suoi danni

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 01.12.2022 – Ivo Pincara] – Dopo 40 Udienze di questo “processo del secolo a ritmo glaciale”, che si sono svolte nell’Aula del Tribunale vaticano, allestita nella sala polifunzionale dei Musei Vaticani, ancora nessuna prova è stato esibito per dimostrare neanche una sola delle inverosimili accuse mosse contro il Cardinale Angelo Becciu. La storia vera di questo processo viene scritto nel Tribunale di giustizia, non sui giornali dell’ingiustizia.

«La Verità è come un leone. Non avrai bisogno di difenderla. Lasciala libera. Si difenderà da sola», scrisse Sant’Agostino. Il castello di sabbia delle accuse contro il Cardinal Becciu, risultato di oscure macchinazioni in suo danno, è miseramente crollato in Aula del Tribunale, udienza dopo udienza. Risulta che il memoriale, da Mons. Perlasca confezionato con due signore mosse da sete di vendetta, su cui si fonda l’impianto accusatorio contro Becciu, è un falso clamoroso. Ed è crollato pure l’accusa di subornazione. Il Comunicato stampa del collegio difensivo del Cardinal Becciu, come di consueto, riassume il tutto in modo chiaro.

A conclusione dell’esame di Monsignor Alberto Perlasca in aula, si è avuta la prova che quando il Cardinale Angelo Becciu, nel luglio 2021, non appena conosciute le accuse, evocava oscure macchinazioni in suo danno, affermava la verità.

Comunicato stampa nell’interesse di Sua Eminenza il Cardinale Giovanni Angelo Becciu, 1° dicembre 2022

Oggi, a conclusione dell’esame di Monsignor Perlasca in aula, si è avuta la prova che quando il Cardinale Becciu, nel luglio 2021, non appena conosciute le accuse, evocava oscure macchinazioni in suo danno, affermava la verità.
Il Monsignore ha confessato di aver confezionato il memoriale d’accusa, poi consegnato ai magistrati e che diede avvio alle indagini a carico del Cardinale, con l’aiuto di due signore, una delle quali si faceva passare addirittura per anziano magistrato in grado di orientare le indagini.
Perlasca, mosso da risentimento, venne portato a credere, contrariamente al vero, che il Cardinale aveva reso dichiarazioni accusatorie nei suoi confronti, tanto da determinarlo a questa incredibile iniziativa, in danno della verità, della genuinità dell’indagine e dell’onorabilità di Sua Eminenza.
La forza della pubblica udienza e la consueta attenzione del Tribunale hanno permesso di far emergere l’esistenza di un quadro sconcertante di falsità e menzogne, talvolta davvero surreali, ai danni del Cardinale, al solo fine di coinvolgerlo a tutti i costi nell’indagine.
Infine, dalle parole del Cardinale Cantoni, è emersa l’assoluta inesistenza dell’ipotesi di subornazione ai danni di Monsignor Perlasca. Il Cardinale Becciu non chiese mai al Confratello di intervenire e condizionare la sua testimonianza, ma si limitò soltanto a rappresentargli il proprio disagio, derivante dalle false accuse mosse da Perlasca, ampiamente riportate, in quel periodo, dagli organi di stampa.

Avvocati Fabio Viglione, Maria Concetta Marzo

«”Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”. Si sapeva da tanto tanto tempo che due megere, si aggiravano nei corridoi del Vaticano lanciando minacce al Cardinal Becciu e alla sua onestissima famiglia; a lui in particolare se non interveniva a difendere il loro protetto Perlasca, che l’avrebbe pagata cara. Sono quasi riuscite nel loro intento. Insultavano sia il cardinale che i suoi famigliari. Alla fine, è stato costretto a metterle alla porta. L’Uomo Vestito di Bianco non si è accorto di ciò che succedeva all’interno delle mura Leonine? Perché non è intervenuto per farle tacere? Queste diaboliche persone hanno infangato la Chiesa Cattolica, la Sardegna e una famiglia ritenuta da tutti onestissima. Perché, ancora, chi governa non interviene e ridare l’onore dovuto a chi gli ha giurato fedeltà per tutta la vita? Coraggio Don Angelino gli inganni e le falsità vengono a galla, e i mendaci si pentiranno amaramente per le loro perfide azioni» (T.O.).

«Finalmente nel ridicolo processo sta venendo fuori l’esistenza degli intrallazzi e delle trame diaboliche ordite contro il Cardinal Becciu. Eravamo certi che ci fossero, ma bisognava che venissero alla luce. Forse ci siamo, ringraziando Dio. Il processo del secolo, lungo, farraginoso, gestito da incompetenti, ma, si spera, dal quale, nonostante tutto, sta emergendo la tanto attesa verità. L’ora sia bona» (R.S.).

«La stampa italiana, quasi tutta, oggi si è coperta di ridicolo – causa il “processo del secolo”, ovvero la “fiction” artatamente istruita dando come notizia rilevante… la trascrizione di una chat privata, irrilevante nei contenuti sull’oggetto che costituisce il processo. Notizia tra l’altro data da alcuni giorni dal Corriere. Mentre passa inosservata il contenuto della 39ª Udienza, in cui il testimone chiave Perlasca, sulla cui testimonianza si basa il processo, doveva ritrovare la memoria, così come redarguito di falsa testimonianza dal Presidente Pignatone nella precedente udienza. Il risultato di questa testimonianza: ne viene fuori con tre diverse versioni… Tant’è-che il Promotore di Giustizia, Prof. Diddi, apre un nuovo fascicolo processuale di indagine a suo carico, resta che i media ormai si sono impadroniti della narrazione del processo alterando la sostanza “reale” delle notizie. Mentre appare evidente che il processo istruito contro il cardinale, non è altro che una “pagliacciata” che procura danno e sofferenza ad un innocente ingiustamente accusato e tanto dolore ai familiari» (F.P.).

Una parte rilevante della 40ª Udienza oggi, 1° dicembre 2022, del processo 60SA al Tribunale di prima istanza dello Stato della Città del Vaticano, sulla gestione dei fondi riservati della Segreteria di Stato, è stata assorbita dal ruolo avuto da Francesca Immacolata Chaouqui nell’influenzare Mons. Alberto Perlasca nella stesura del suo memoriale, poi servito al Promotore di Giustizia, Alessandro Diddi, per costruire gran parte del suo impianto accusatorio. In alcuni passaggi della chat tra la Ciferri e la Chaouqui si lasciava quasi intendere un “ascendente” che Chaouqui avrebbe millantato, come lei stessa afferma in un messaggio, tale da garantire a Perlasca la “salvezza processuale”.

L’ipotesi di un legame tra la Chaouqui e la magistratura vaticana è stata rigettata da ognuno degli avvocati della difesa che hanno espresso tutti solidarietà “non di facciata” a Diddi, ribadendone stima e piena fiducia, sottolineando la sua buona fede.

Franca Giansoldati ha osservato su Il Messaggero: «Il Promotore di Giustizia sembra essere cascato in un pasticcio surreale con un gran burattinaio – la Chaouqui (…). L’Ufficio del Promotore di Giustizia ora si trova nella bizzarra posizione di dover fare delle indagini quasi su se stesso per capire la genesi della mole dei messaggi ricevuti dalla Ciferri: una lunga corrispondenza tra lei e la Chaouqui che prova come vi fosse un’asse per indurre Perlasca ad alterare la sua deposizione davanti ai magistrati».

Diddi ha esordito ringraziando per la solidarietà espressa dagli avvocati. “Io ho fatto l’esame di Perlasca senza avere conoscenza di quello che è contenuto nelle chat che mi sono arrivate sabato. Se qualcuno ha millantato conoscenze, pensato di dare informazioni di atti coperti da segreto, ho il dovere di indagare”. Perlasca, di fatto, avrebbe detto cose non vere, in quelle chat si delinea un sottobosco e per questo è stato aperto un fascicolo. “C’è necessità di svolgere un approfondimento per capire la genesi di questo memoriale» ha aggiunto Diddi negando anche di essere stato lui a dare a Chaouqui gli spunti da trasferire a Perlasca. “Potete prender il mio cellulare e fare un lavoro di analisi forense. Non l’ho mai conosciuta, solo nell’altro procedimento (riferendosi a Vatileaks 2)”. Mentre il primo contatto, spiega ancora Diddi, con la Ciferri risale al 2019 quando fu contattato dalla donna che gli raccontò la vicenda di Perlasca racchiusa nel memoriale”.

Il Presidente del Tribunale Pignatone dopo avere ascoltato Perlasca è intervenuto mettendo in evidenza come la Ciferri si sentisse “minacciata e ricattata dalla Chaouqui. La minaccia costituiva nel rivelare al Promotore di Giustizia che la Ciferri aiutava proprio lei. Inoltre che avrebbe fatto sapere a Perlasca che l’anziano magistrato, con il quale lui, pensava di essere in contatto altri non era che la Chaouqui”.

Nella 40ª Udienza è stato ascoltato per la quarta volta Mons. Alberto Perlasca. A proposito della nuova documentazione depositata ieri dal Promotore di Giustizia, Alessandro Diddi, Mons. Perlasca ha riferito di aver ricevuto una quindicina di messaggi da Francesca Immacolata Chaouqui, nei quali sosteneva di conoscere tutti: dal Promotore di Giustizia, ai gendarmi alla Ciferri, amica di Mons. Perlasca. Mons. Parlasca ha parlato di “messaggi pesanti” della Chaouqui, alcuni “minatori”, da lui definiti “farneticanti”, alcuni letti in aula come quelli nei quali lei gli avrebbe detto: “Non bloccarmi, perché altrimenti finisci sui giornali. L’omertà ti ha portato a fare la figura del ladro dei soldi dei poveri. Hai raggiunto uno squallore mondiale”. Di questa corrispondenza, Perlasca ha detto di aver parlato al Cardinal Becciu, il quale gli avrebbe risposto: “Lei è ormai fuori da tutti i giri, anche dalla stampa, per cui è innocua, lascia perdere”.

Interpellato dal Presidente del Tribunale vaticano, Giuseppe Pignatone, sull’incontro a Londra per chiudere l’affare del Palazzo di Sloane Avenue, alla domanda se l’allora Sostituto alla Segreteria di Stato, l’Arcivescovo Edgar Peña Parra, ne fosse al corrente, Mons. Perlasca ha risposto di sì. Quindi, è stato reso noto che anche Peña Parra sarà ascoltato come testimone.

A chiedere di rinviare il dibattimento a data da destinarsi, è stato l’Avv. Cataldo Intrieri, difensore di Fabrizio Tirabassi, “onde consentire gli accertamenti sui fatti illustrati dal Promotore di Giustizia”. Intrieri ha chiesto anche di rinviare gli atti alla Procura della Repubblica di Roma, per possibili “fatti criminosi commessi sul territorio italiano”. Tra questi, anche la presunta intercettazione durante la cena al ristorante Lo Scarpone tra Perlasca e il Cardinale Angelo Becciu. Cena organizzata in tutto e per tutto (anche la prenotazione del tavolo) dall’“anziano magistrato”, che venerdì Perlasca ha scoperto essere la Chaouqui. In quella cena aveva “il compito di far parlare il cardinale” e possibilmente registrarlo, facendo una relazione scritta che – gli era stato detto – sarebbe poi servita ai magistrati vaticani. Sulla base di quanto portato ieri a conoscenza da Diddi, il legale ha chiesto: “Si tratta di depistaggio? Frode? Minacce? Qualche incidenza sui fatti oggetto di questo processo c’è. Esprimo a Diddi, da avvocato, la mia solidarietà per i sospetti e le insinuazioni”. Solidarietà a cui si sono associate tutte le difese e anche il Tribunale. Durante l’udienza è stata letta parte di un lungo messaggio inviato il 26 novembre da Genoveffa Ciferri a Diddi (di cui abbiamo riferito qui ieri), nel quale, a proposito degli scambi da lei intrattenuti con Francesca Immacolata Chaouqui, dice al Promotore di Giustizia che “millantava una stretta collaborazione con Lei riguardo alle indagini, col promotore Milano, con la Gendarmeria e il Santo Padre stesso, i riscontri che forniva e le informazioni su di Lei e gli altri, erano così puntuali e dettagliate che non facevo fatica a crederle”. E ancora: “Mi informava in tempo reale perfino dei Suoi spostamenti e di tutto ciò che diceva, riguardo le indagini in corso, e anche dei movimenti dello stesso Pontefice”. Il legale, alle cui richieste si sono associate altre difese, ha osservato che affermazioni come queste e altre “meritino accertamenti profondi, sono motivo di turbamento. Occorre un chiarimento, prima di procedere oltre”. Altre difese hanno invece chiesto che si tolgano gli omissis in 119 dei 126 messaggi chat estratti e che gli accertamenti, necessari, avvengano a procedimento in corso.

Il Promotore di Giustizia, oltre a ringraziare per la solidarietà ricevuta da tutte le difese, ha spiegato invece che “altri accertamenti non servirebbero”, che la prima necessità era di riscontrare da dove proveniva il “memoriale” di Mons. Perlasca del 31 agosto 2020 e che il “suggeritore” di certi temi era appunto la Chaouqui tramite la Ciferri, che diceva a Perlasca che le indicazioni venivano invece da un “anziano magistrato”. Ciò è stato riscontrato, ha proseguito Diddi, e anche l’ipotesi di falsa testimonianza per Perlasca ricade nella non punibilità avendo lui chiarito la precedente versione. Diddi ha inoltre aggiunto di non essere stato lui a suggerire i temi alla Chaouqui. “Sentiamola in dibattimento – ha proposto -. Le due donne occorre sentirle insieme, per evitare reciproci condizionamenti. Occorre trovare una data, e su ciò che non è convergente si faccia un confronto. Ma in dibattimento”.

Con un’ordinanza dopo un’ora e 20 minuti di camera di consiglio, il Presidente Pignatone ha respinto le richieste di sospensione e rinvio del processo, annunciando poi che l’interrogatorio di Ciferri, inizialmente previsto per domani, slitta alla prima Udienza del 2023 e avverrà insieme alla Chaouqui.

Prima di Mons. Perlasca, per 14 minuti si è svolto l’esame al Cardinale Oscar Cantoni, Vescovo di Como. Al porporato è stato chiesto conto del presunto reato di subornazione da parte del Cardinale Becciu, cioè quello di fare pressione su Perlasca tramite il suo vescovo per fargli ritrattare le accuse. Cantoni ha spiegato che il 14 ottobre 2020, in occasione di un viaggio a Roma con i genitori di Don Roberto Malgesini, il sacerdote ucciso a Como, è stato contattato dal Cardinal Becciu: “Mi ha invitato a casa sua per parlare in fraternità episcopale di una situazione creata tra lui e Perlasca. Mi ha consegnato il suo dispiacere. Me l’ha confidato non in quanto responsabile vescovo di Perlasca, ma perché sono stato padre spirituale dai tempi della formazione di Alberto”. “Il cardinale – ha aggiunto Cantoni – mi ha raccontato che è venuto a scoprire molte bugie che poteva aver scritto, secondo lui, il Perlasca. Bugie scritte e annunciate nei mezzi stampa. Davanti a questa realtà il cardinale mi ha riferito che era pronto a perdonare nel caso che Perlasca avesse ritrattato, altrimenti sarebbe stato costretto a fare denuncia date le informazioni erronee. Nell’incontro ero davanti a una persona molto amareggiata, mi sono sentito coinvolto, dicendo che appena avrei incontrato a Perlasca avrei riferito”. Cantoni però non è riuscito a incontrare il monsignore e non ha voluto parlare di questi argomenti “così personali” al telefono. Con Perlasca parlò nel febbraio 2021, tornato a Roma: “Riferii dell’incontro con Becciu non come superiore a inferiore, fu un incontro confidenziale”

Sulla testimonianza del Cardinal Cantone, Franca Giansoldati scrive su Il Messaggero: «Per la prima volta un cardinale depone in tribunale contro un altro cardinale, Cantoni però aiuta Becciu. Inizia alle 15 a rispondere a tutte le domande, entrando subito nella questione chiave – la subornazione di teste – sgombrando il campo da tanti equivoci. Uscendo dall’aula del tribunale, Cantoni e Becciu si sono salutati con affetto».

Una parte della Udienza odierna è stata dedicata all’interrogatorio di Gianfranco Mammì, Direttore Generale dello IOR, che si è concentrato sulla denuncia presentata dallo IOR all’Ufficio del Promotore di Giustizia il 2 luglio 2019, dalla quale partì l’inchiesta che ha portato al processo. Mammì ha ripercorso la vicenda sin dalle prime “interlocuzioni” con l’allora nuovo Sostituto della Segreteria di Stato, l’Arcivescovo Edgar Peña Parra, che appena arrivato in Vaticano si era trovato a dover gestire la delicata questione sulla base degli elementi forniti dai suoi collaboratori dell’Ufficio amministrativo. Il Sostituto esprimeva al Direttore Generale dello IOR l’urgenza di “rifinanziare una posizione della Segreteria di Stato”. Si trattava del mutuo “oneroso” che gravava sul Palazzo di Londra e che la Santa Sede voleva rinegoziare ottenendo condizioni più vantaggiose attraverso un finanziamento all’Istituto per le Opere di Religione per una cifra di 180 milioni di euro. “Era un problema molto serio dal punto di vista economico-finanziario e reputazionale. Si chiedeva la collaborazione dell’Istituto”, ha ricordato Mammì: “Data la complessità dei temi e l’importo elevato, c’era la necessità di una verifica rafforzata”. Mammì aveva affidato tutto agli uffici tecnici competenti: “Sono sorte problematiche notevoli, dubbi, perplessità su tutta la vicenda, col rischio che ci fossero una serie di reati. Questo ha imposto la necessità di rivolgersi alla magistratura perché verificasse coi propri strumenti le nostre perplessità”.

Numerose le interlocuzioni avute da Mammì con i vertici AIF (ora Asif), René Brüllhart e Tommaso Di Ruzza, rispettivamente Presidente e Direttore dell’Authority di Informazione finanziaria. Dopo una prima fase di collaborazione con lo IOR, i due cambiarono atteggiamento: “Ebbi l’impressione che l’atteggiamento non era quello di istituzione terza che collaborava, ma di una istituzione di parte che invece di tutelare l’ente vigilato, parteggiava più per una parte”, ha detto Mammì. In particolare questo atteggiamento di “forzature garbate” lo aveva riscontrato in Brüllhart che in un’occasione lo esortò pure a “dare il mutuo alla Credit Suisse che ci dà il 2%”. “Feci una battuta: ‘René, hai perso l’occasione giusta per stare zitto. Non è tra le tue competenze dire quello che fa l’Istituto’. Vogliamo considerarle pressioni? Perché no!”.

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