Rivoluzione o restaurazione?

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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 29.11.2022 – Andrea Gagliarducci] – La decisione di Papa Francesco di nominare un Commissario per Caritas Internationalis [QUI e QUI] rappresenta per il pontificato l’ennesimo tuffo nel passato. L’idea di cambiare nuovamente gli Statuti della Caritas, dopo dieci anni, e una precisa direzione data da Benedetto XVI [QUI e QUI], rischia di dare l’impressione che non ci sia un vero desiderio di riformare la Chiesa. Sembra invece voler riportare le lancette dell’orologio a prima del pontificato di Benedetto XVI.

Per comprendere questa affermazione, dobbiamo tornare al 2012 e alla riforma degli Statuti di Caritas Internationalis voluta da Benedetto XVI. La riforma è arrivata nel mezzo di un intenso dibattito, che era sorto nell’istituzione quando nel 2011 si è deciso di non rieleggere Lesley-Ann Knight come Segretario generale della Confederazione. Il lavoro di Knight era stato elogiato dall’allora Presidente, il Cardinale Oscar Andrés Rodrigues Maradiaga. Ma c’erano diversi problemi. Ad esempio, durante gli anni del suo mandato, la Canadian Catholic Organization for Development and Peace [Organizzazione canadese per lo sviluppo e la pace] (CCODP) è entrata a far parte della Confederazione di Caritas Internationalis. Molte organizzazioni pro-vita hanno sottolineato che il CCODP ha sostenuto la legalizzazione dell’aborto, la distribuzione di contraccettivi e le politiche pro-gender. Knight, tuttavia, in una lettera ai donatori ha difeso la CCODP.

Queste circostanze portarono Benedetto XVI a riformare gli Statuti di Caritas Internationalis, ponendo la Confederazione sotto l’egida dell’allora Pontificio Consiglio Cor Unum. I nuovi statuti stabilivano anche una serie di principi che avrebbero evitato il rischio di accogliere nella Confederazione organizzazioni non in linea con la dottrina cattolica. Il principio era quello della “Carità nella verità” delineato nell’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI. Principi che il Segretario generale uscente ha criticato in un’intervista, sottolineando come un profilo troppo cattolico allontanerebbe i donatori. Knight divenne in seguito Amministratore delegato dell’organizzazione umanitaria The Elders, che aveva Kofi Annan tra i suoi Presidenti e portava avanti i principi globalisti che erano stati osteggiati.

Dieci anni dopo, però, gli statuti della Caritas vengono messi in discussione, e viene nominato un Commissario con una mossa che sembra esagerata, visto che lo stesso comunicato stampa parla solo di problemi di gestione, escludendo questioni finanziarie o scandali sessuali. Come Commissario Caritas è stato scelto un dirigente, Pier Francesco Pinelli, che era già stato chiamato a concettualizzare l’accorpamento dei Pontifici Consigli Giustizia e Pace, Migranti e Cor Unum, e che è poi entrato a far parte della squadra di ispettori del dicastero risultante. È una decisione che punta a un approccio diverso, meno ancorato ai principi e più focalizzato sui principi della gestione aziendale. Tale affermazione sembra forse esagerata. Ci sono, però, diversi elementi da considerare.

Innanzitutto, Benedetto XVI è divenuto Papa dopo un lungo periodo di fine pontificato di Giovanni Paolo II, che non poteva più prendere tutte le decisioni, e intorno al quale si erano avvicendati connessioni di potere e di interessi non facili da scardinare. Benedetto XVI è stato scelto proprio perché era tra i pochi con una reputazione inattaccabile e la capacità di portare sulle spalle un’eredità così grande. Benedetto XVI ha iniziato l’opera di ridefinizione delle cose, purificandole, demondanizzandole secondo un termine a lui caro. La filosofia alla base di questa riforma è stata delineata nei suoi discorsi in Germania nel 2011 [QUI], davanti a una Chiesa, come ha spiegato, che rischiava di essere ricca di opere, ma povera di spirito. Per lui la Chiesa in Germania era l’esempio da non seguire, anzi il laboratorio delle cose da evitare.

Molte riforme di Benedetto XVI vanno lette in questa direzione. Ad esempio, la riforma degli Statuti di Caritas Internationalis. Ma anche la riforma del sistema finanziario e l’adesione agli standard internazionali [QUI] compatibile con la missione della Chiesa. E l’istituzione del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, l’Ufficio per i seminari all’interno della Congregazione per il Clero e le linee guida per la diplomazia pontificia.

Il pontificato di Benedetto XVI è stato un grande sforzo per ristabilire i principi della fede, per rompere vecchi consorzi di potere, e per dare una nuova filosofia al governo della Chiesa. Poi, nel 2013, Benedetto XVI ha rinunciato, e nella dichiarazione della sua rinuncia c’è stato un segnale preciso: avevamo bisogno di un Papa più giovane che potesse portare avanti l’opera. Non era più il tempo di creare i principi, era il tempo di metterli in pratica con forza, energia e costanza contro ogni vento contrario.

Invece, i cardinali in Conclave non hanno scelto un Papa giovane, ma un possibile papato di transizione. Si sapeva che Papa Francesco aveva un mandato specifico per riformare la Curia. Ma è stato subito evidente che il dibattito era dominato dalla vecchia Curia messa da parte da Benedetto XVI [QUI]. Molti erano anziani e molti avrebbero perso il potere a breve. La rinuncia ha dato loro un’ultima possibilità.

Il Cardinale Godfried Danneels ha parlato della “Mafia di Sankt Gallen” e Austen Ivereigh ha parlato del “Team Bergoglio”, operando nell’elezione di Papa Francesco. C’era, tuttavia, una chiara agenda alle spalle di Papa Francesco [QUI], che doveva tornare indietro nel tempo. Tornare indietro per andare avanti, questo è il paradosso. Tornare a una Chiesa più in linea con i tempi, più manageriale, più organizzata, più capace di parlare al mondo.

Che Papa Francesco abbia voluto, in qualche modo, risanare il passato, si è visto in tanti segni. Ad esempio, la creazione dei cosiddetti cardinali del risanamento ha segnalato una chiara presa di posizione rispetto alle decisioni del passato. Come l’ex Nunzio Apostolico in Belgio, Karl-Joseph Rauber, che fu proprio lui a non volere la nomina di André-Joseph Leonard ad Arcivescovo di Brussel (e infatti Papa Francesco non lo creò cardinale, ma diede la berretta al suo successore Jozef De Kesel). O il cappello rosso dato a Michael Louis Fitzgerald, che Benedetto XVI aveva inviato come Nunzio Apostolico in Egitto quando la sua promozione a capo di un dicastero sembrava naturale, perché il Papa non condivideva la sua visione di dialogo con le altre fedi. O, ancora, la creazione cardinalizia di Enrico Feroci, che il Cardinale Camillo Ruini non aveva mai voluto promuovere a vescovo. Questi sono segni che indicano un chiaro giudizio sul passato.

Formalmente, Papa Francesco non ha cambiato nulla nella dottrina. In pratica, però, ha compiuto una serie di azioni che sono, di fatto, un ritorno a una visione del passato dove era possibile cambiare la dottrina, o almeno quella deviazione dalla dottrina poteva essere tollerata.

Anche le prime idee di riforma della Curia, e anche del Consiglio di cardinali, facevano parte di un’agenda che era stata definita negli ultimi giorni di Giovanni Paolo II, così come il Cardinale Carlo Maria Martini proponeva l’idea di un grande dibattito sulla famiglia nelle Congregazioni Generali che hanno preceduto il Conclave del 2005.

Papa Francesco ha inviato un’ispezione ovunque ci fosse un taglio con il passato. Le ispezioni servivano a prendere decisioni già prese. L’accento posto sull’applicazione del Concilio Vaticano II si pone, ad esempio, in netto contrasto con l’applicazione moderata del Concilio che esisteva negli anni di Giovanni Paolo II e soprattutto sotto Benedetto XVI, il quale, fin dal primo discorso alla Curia Romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi [QUI], ha promosso il tema dell’ermeneutica della continuità.

Lo scorso anno, con la Traditionis custodes, Papa Francesco ha avviato l’accelerazione finale, che mira a stabilire i suoi principi, cancellando quelli vecchi [QUI]. La Traditionis custodes abolisce una precedente norma di Benedetto XVI, la liberalizzazione del rito antico.

Poi, c’è stata la riforma della Curia romana, finalmente definita, che rispondeva a criteri pragmatici piuttosto che ideali. In effetti, separare l’autorità dall’ordine fa parte di quell’agenda postconciliare che, alla fine, ha messo in secondo piano il sacerdote. Il rischio della Chiesa Ong, temuta da Papa Francesco, sta anche in queste decisioni.

Ora, c’è questa decisione di rivedere gli Statuti di Caritas Internationalis, che tra l’altro sono stati riformati solo tre anni fa. La sensazione è che questo sia un altro passo verso lo smantellamento del lavoro svolto.

Certo, c’era un’agenda alle spalle di Papa Francesco, come c’è stato dietro le spalle di ogni Papa. Quello che non è capito, è quanto il Papa sia stato d’accordo con l’agenda o abbia agito solo perché spinto dai consiglieri. Infatti, il principio evangelico della carità nella verità è stato sostituito dal principio pragmatico “le realtà sono più grandi delle idee”. Sulla base di questo principio, il rischio è che la Chiesa diventi irrilevante. E non solo per il mondo ma per i Cattolici stessi.

Questo articolo nella nostra traduzione italiana è stato pubblicato ieri dal autore in inglese sul suo blog Monday Vatican [QUI].

Foto di copertina: Udienza in Vaticano con i Partecipanti all’incontro promosso da Caritas Internationalis, 27 maggio 2019.

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